“Vi vergognerete tutta la vita di avermi cacciato”. E per avercelo tenuto, chi si deve vergognare?

Se berlusconi può ancora vaneggiare a reti unificate di una sua onestà, così elevata al punto tale da fargli dire che Napolitano DEVE dargli la grazia anche senza che lui la chieda perché la sua dignità glielo impedisce, perché lui non ha fatto niente di male e niente di cui doversi pentire, quindi figuriamoci se un tribunale può condannarlo alla galera così come si fa con tutti i cittadini che commettono reati, è perché nessuno ha mai detto che il vero colpo di stato e allo stato di questo paese si chiama silvio berlusconi. Chi lo ha accolto a braccia aperte nonostante la legge e la Costituzione dicono di no, che uno così alla politica non si sarebbe dovuto accostare nemmeno per sbaglio  dovrebbe chiedere scusa agli italiani e sparire dalla circolazione, altroché la rottamazione di Renzi e i vaffanculi di Grillo. Il pd si accorge adesso dell'”orgia di affermazioni eversive” del delinquente? berlusconi non ha fatto nient’altro da vent’anni e ci vuole solo la gran faccia di culo di d’alema per riproporsi alla politica di oggi, perché lui dovrebbe essere proprio  il primo della lista di quelli che dovrebbero chiedere scusa e sparire. Che il finale sarebbe stato molto peggio di quello del Caimano di Moretti io lo dico da anni. Troppo spazio si è dato a questo spregevole individuo. L’informazione ha una grande responsabilità nel percorso di berlusconi di tutti questi anni. In un paese informato la gente sbaglia di meno. E non saremmo mai arrivati fino ad oggi.  La Rai, la televisione pubblica pagata coi soldi di tutti che dà tutto quello spazio ai deliri farneticanti di un condannato alla galera di chi fa il gioco? lo chiedo a tutti quelli che “Santoro e Travaglio hanno fatto un favore a b.” nella famosa puntata di Servizio Pubblico.

B: “Voto sulla decadenza è colpo di Stato
Napolitano mi dia grazia senza richiesta”

B. prepara discorso in stile Craxi: “Vi vergognerete”.

Marco Travaglio è una cura per la memoria di questo paese disgraziato e presuntuoso fatto anche di gente che dice di sapere tutto mentre, e invece, non sa nulla e quel poco che sa lo mette da parte, lo dimentica. E quando qualcuno osa ricordarglielo viene trattato molto italianamente a pesci in faccia. I suoi due ultimi articoli, quello di ieri e di oggi sono da incorniciare più di altri non solo per la loro consueta precisione e dovizia di particolari scritti col suo solito linguaggio magistralmente ironico, in grado di arrivare ovunque e a tutti quelli che vogliono capire ma perché denotano un suo scoramento personale. E se anche un guerriero come lui si fa fregare significa che la situazione è più grave di quello che appare.

Mentre il giornalismo considerato autorevole, quello del Corriere della sera ad esempio che tramite Polito ci racconta che la politica può essere immorale sì ma fino a un certo punto, disonesta sì purché non lo sia in modo troppo sfacciato, ma anche di Repubblica che tramite il suo fondatore ci sta raccontando da mesi tutta la magnificenza della grande opera di Giorgio Napolitano, quel governo che non può cadere perché chissà che succederebbe dopo, come se non fosse già sufficiente conoscere quel che sta succedendo mentre, di un’irriconoscibile e inguardabile Unità che ha scelto da tempo di dimenticare che si può morire anche per difendere un’idea di libertà come è accaduto ad Antonio Gramsci che quel giornale ha costruito,  mentre il caterpillar dell’informazione di regime travolge  tutti quelli che si permettono di disturbare questa splendida armonia delle larghe e oscene intese Travaglio ci ricorda tutti i giorni che da qualche parte c’è chi lotta e s’impegna per combattere sul serio – non con le chiacchiere enunciate urbi orbi et sordi scritte nelle segreterie dei partiti, di palazzo Chigi e del Quirinale – il vero cancro di questo paese che non è l’antipolitica, il populismo, la demagogia tanto declamati con disprezzo, come se fossero nati dal nulla, nei discorsetti ufficiali delle varie rappresentanze dello stato ma è, è stato e sarà finché a questa lotta non si uniranno davvero e sul serio la politica e le istituzioni, la pericolosa vicinanza fra lo stato e quella criminalità mafiosa di cui la politica e le istituzioni non hanno la capacità, forse perché non possono, di liberarsi e liberare così anche questo paese e noi.

In un paese dove la politica e le istituzioni non avessero avuto niente da nascondere, nulla da cui doversi riparare coi silenzi, le omissioni e i segreti di stato uno come berlusconi non avrebbe mai potuto trovare tanto consenso, non gli sarebbe mai stato permesso di stravolgere un paese a sua immagine e somiglianza, non sarebbe mai stato considerato l’interlocutore da far sedere nelle stanze del potere.

In un paese libero dai ricatti il presidente della repubblica, del senato e della camera, il presidente fantoccio di un consiglio ridicolo oggi sarebbero al fianco della magistratura siciliana minacciata di morte, non sarebbero in silenzio a fare le controfigure di chi comanda davvero, non parlerebbero d’altro e molto spesso di niente di fronte alla tragedia di un’Italia martoriata dalla criminalità a tutti i livelli in grado di condizionare, minacciare, ricattare, impedendo quindi un normale decorso il più possibile democratico in questo paese.
Quindi io ringrazio e ringrazierò sempre Marco Travaglio e chi come lui mette la sua faccia davanti a parole pesantissime ma che descrivono, raccontano e spiegano perfettamente il perché questo paese è potuto cadere così in basso.

Alte discariche dello Stato – Marco Travaglio, 24 novembre

Perché Totò Riina è così inferocito contro Nino Di Matteo e gli altri pm del processo alla trattativa Stato-mafia? Secondo alcuni detrattori di quel processo, Riina dovrebbe esser grato ai pm per avere spostato l’attenzione dalle responsabilità di Cosa Nostra a quelle dello Stato. E allora perché l’ex (?) capo dei capi vuole ucciderli “come tonni”? Le possibili spiegazioni sono due. La prima: per ogni boss, il prestigio e la credibilità personali sono parte integrante del potere. La storia della trattativa dipinge invece un Riina feroce, ma anche – per così dire – ingenuo: mandato avanti a fare le stragi da chi – come disse Provenzano a Vito Ciancimino – “gli ha promesso qualcosa di veramente grosso”, poi coinvolto nella trattativa, poi indotto a eliminare Borsellino che la ostacolava e infine intrappolato dagli stessi Ros con cui aveva trattato, forse con la collaborazione di Provenzano. Non proprio una bella figura. La seconda spiegazione, peraltro sovrapponibile alla prima, riguarda l’oggi: finchè la trattativa fu una voce di pentiti perlopiù ignorata dalla grande stampa e dunque dai cittadini, lo scambio di favori fra Stato e mafia poteva continuare indisturbato. E infatti continuò fino a tre-quattro anni fa (il terzo “scudo fiscale” per il rimpatrio anonimo e quasi gratuito dei capitali sporchi è del 2009). Ma ora, complice la vasta eco suscitata dalle telefonate Mancino-Quirinale e dalla citazione di Napolitano come testimone, la trattativa è all’attenzione di tutti. Dunque è più difficile per la classe politica elargire altri regali alle mafie senza dare nell’occhio. Il che fa letteralmente impazzire i boss, specie quei pochi che marciscono al 41-bis da vent’anni, comprensibilmente stufi dei politici che li hanno usati “come merce di scambio” senza mantenere le promesse, non tutte almeno (lo ricordò Leoluca Bagarella nel 2002 dalla gabbia di un processo, leggendo un comunicato “a nome dei detenuti al 41-bis”, manco fosse un sindacalista). La revoca dei 41-bis a 334 mafiosi nel ’93, la legge “manette difficili” del ’95, la chiusura delle super carceri di Pianosa e Asinara nel ’97, l’abolizione dell’ergastolo (poi ritirata) nel ’99, la legge ammazza-pentiti Napolitano-Fassino del 2001 e i tre scudi fiscali dal 2001 al 2009 sono regali graditissimi. Ma l’aspettativa, nel ’92, era ben più pretenziosa: la posta in palio erano anche e soprattutto la revisione del maxiprocesso, il“fine pena forse”, la “dissociazione” a costo zero al posto del devastante pentitismo. Nonostante i generosi sforzi di destra e sinistra, questi obiettivi non sono stati raggiunti. B. pensava, sì, agli amici degli amici, ma soprattutto a se stesso. E oggi qualunque cedimento, anche se ammantato come sempre di “garantismo”, farebbe gridare alla nuova Trattativa, dunque viene stoppato sul nascere. Il tutto mentre la Seconda Repubblica sta declinando per cedere il passo alla cosiddetta Terza. Parte di Cosa Nostra vorrebbe infilarvisi alla solita maniera, quella delle stragi: ma il fatto stesso che le minacce si susseguano, finora fortunatamente a vuoto, indica che il fronte è spaccato: fra la vecchia guardia (alla Riina) che sa parlare solo con le bombe e quella nuova che (sulla scia di Provenzano) sa parlare anche altri linguaggi. Tra quell’incudine e quel martello, si muove Di Matteo con i suoi colleghi, in un processo che forse neppure lui immaginava così scomodo: non solo per lo Stato, ma anche per la mafia. Infatti, mentre la mafia lo minaccia, lo Stato lo processa davanti al Csm. Si dice sempre che un messaggio delle alte cariche dello Stato è come la sigaretta per il condannato a morte: non si nega mai a nessuno. Ma non è più così: in tanti mesi di minacce di morte, Di Matteo non ha mai ricevuto una riga di solidarietà, né pubblica né privata, da Napolitano (si chiama Di Matteo, mica Mancino), da Grasso, dalla Boldrini, dalla Cancellieri (si chiama Di Matteo, mica Ligresti). Silenzio di tomba. Almeno le urla belluine di Riina hanno il merito di farlo sentire un po’ meno solo.

I popoli maturi premiano la politica seria

Avercelo qui un pulpito autorevole dal quale giudicare i tedeschi che votano la Merkel per tre volte di seguito dopo che per quasi vent’anni la maggioranza degli italiani ha votato per berlusconi. 
C’è gente che dovrebbe stare solo zitta, per decenza, e di più ancora dovrebbero starci quegli organi di stampa e informazione cosiddetta che oggi analizzano il “fenomeno” Merkel dopo aver contribuito alla costruzione del fenomeno berlusconi.

Se avessimo avuto anche noi un governo simile a quello della Merkel, che avesse raggiunto gli stessi risultati l’avremmo fatta rieleggere anche noi, l’Angelina. Il fatto che in questo paese non sia stato possibile in 60 anni di repubblica di costruire una destra, un centrodestra  decenti, senza il manganello, senza il fascismo, l’aver consentito la formazione di un partito reazionario di proprietà di un disonesto, di un corruttore evasore, uno con dei procedimenti penali pesantissimi e che per sua stessa ammissione è entrato in politica per non finire in galera, uno che per le sue ambizioni di potere si è tirato dentro la feccia fascista, i razzisti “padani”, un partito  i cui rappresentanti e lui stesso si spacciano per moderati liberali, la dice lunga su quanto sia maturo questo paese, e dovrebbe dire molto anche a proposito di chi se ne è occupato fino ad oggi, non solo incapaci ma anche complici nell’impresa di voler mantenere tutto così com’è:  a misura di casta.

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Preambolo: un sentito ringraziamento ai supermanager italiani, i più pagati in assoluto e che vengono ricompensati – con soldi pubblici – anche quando portano le aziende di stato al fallimento, quelli a cui non si può mettere un tetto ai compensi perché essendo i più bravi di tutti e si vede, devono essere anche pagati meglio di tutti i loro pari grado d’Europa e del mondo, per aver contribuito in solido alla svendita di quell’italianità con la quale si sono riempiti solo la bocca e i conti in banca.

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Il Paese senza Scilipoten – Massimo Gramellini

Mica è colpa della Germania se loro hanno Angela Merkel e noi, ad esempio, Anna Finocchiaro.
E mica è colpa della Germania se per loro “grosse koalition” significa mettere in cantiere un progetto di lavoro serio finalizzato al benessere del paese e non invece una grande ammucchiata che serve soltanto a mantenere al potere gente a cui del paese non gliene importa nulla, che se non avesse la politica e un parlamento accogliente come il nostro chissà che farebbe nella vita. E nelle loro grandi alleanze non ci sono delinquenti  dal passato oscuro e dal presente torbido.

E non è mica colpa della Germania se lì i leader politici non si confezionano negli atelier dei congressi e delle assemblee ma ci diventano grazie alla loro abilità dimostrata coi fatti, non con gli eterni chiacchiericci, con le menzogne, con le facili illusioni, con promesse mai mantenute come si fa qui.

E nemmeno è colpa della Germania e della Merkel se qui invece di svolgere il mestiere della politica seriamente si continuano a fare i soliti giochetti di potere nei quali rientra anche l’obiettivo di ammorbidire, annullare una sentenza definitiva che ha condannato un colossale frodatore fiscale, a cui si permette in un momento tragico come questo di monopolizzare ancora l’attenzione su di sé, di ricattare, minacciare tutto e tutti e il presidente della repubblica invece di battere il pugno sul tavolo e ribadire i principi ai quali si deve attenere la politica, quella disciplina e quell’onore  obbligatori e indispensabili per svolgere l’attività politica, per servire lo stato, sceglie di sgridare i giudici che condannano i delinquenti.

E non è  colpa della Merkel se da dodici anni vince le elezioni perché ha altre referenze e un’altra serietà espressa anche da un popolo che non va a votare con lo stesso spirito di chi sceglie una pizza, l’automobile nuova, il colore delle tappezzerie dei divani, e che non sceglie, per farsi rappresentare, vecchi erotomani puttanieri, disonesti seriali e incalliti a cui nessuno in Germania avrebbe dato libero accesso alla politica per permettergli di mandare un paese al fallimento.

Si può essere distanti quanto si vuole dall’orientamento politico di Angela Merkel, ma non riconoscere non il suo merito quanto quello di un popolo che ha saputo far tesoro degli errori del passato è disonestà.

Se tanti italiani scappano da qui per andarsi a cercare una vita in Germania, e la trovano, qualche ragione ci sarà.

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Biancamerkel e i 7 nani – Marco Travaglio, 24 settembre

Farà senz’altro piacere ad Angela Merkel, reduce da un trionfo elettorale mai visto in Germania dai tempi di Adenauer (e in Italia dai tempi di De Gasperi), apprendere che gli autorevoli Pino Pisicchio, Gianfranco Rotondi, Bobo Craxi, Potito Salatto, Giuliano Cazzola, Dorina Bianchi e persino Deborah Bergamini e Franco Frattini hanno molto apprezzato il suo successo. E non è dato sapere se riuscirà a farsi una ragione del fatto che, invece, tre prestigiosi germanisti come Gasparri, Cicchitto e Brunetta appaiono critici nei suoi confronti. Noi italiani, dal canto nostro, abbiamo di che gonfiare il petto di spirito patriottico, nel vedere i nostri nani arrampicarsi sulla gigantessa con la consueta ampiezza di vedute, che non va oltre la buvette di Montecitorio. Gente che non ha mai vinto un’elezione in vita sua e, senza le liste bloccate, non prenderebbe neppure i voti dei parenti stretti discetta di Merkel e di Germania con grande sicumera, riuscendo perfino a non ridere. Gasparri stigmatizza “il frastuono degli applausi che circondano la Merkel” e paventa il “rischio di analisi affrettate”. Per questo noto frequentatore di se stesso, infatti, la Merkel non ha affatto vinto: “successo individuale ma non strategico, i moderati tedeschi perdono complessivamente 6 punti” e ora la Cancelliera “dovrà inseguire singoli parlamentari”. Poveretto, lui pensa che sia italiana e si metta a comprare deputati un tanto al chilo.

Per Brunetta, il risultato tedesco è una lezione per Renzi: “l’Italia ha bisogno di persone serie, non di buontemponi e di cicisbei della Merkel”, che non è mica come lui e Berlusconi: è “una furba massaia” che vuole “germanizzare l’Europa”. Ma ora la sistema lui: “La speranza è che la Merkel sia costretta o liberamente decida la Grande Coalizione con i socialdemocratici” che impedirà “il trionfo di un pensiero unico dalla Germania a tutto il continente”. Insomma, Renatino non vorrebbe “passare dal ‘meglio rossi che morti’ degli anni 80 al ‘meglio tedeschi che morti’”. La Merkel, c’è da giurarci, prenderà buona nota. Così come della lucida analisi di Cicchitto: “È augurabile una grande coalizione in Germania che attenui l’eccesso di rigorismo. Le ‘terze vie’ sono sempre difficili, ma è con questa esigenza di fondo che dobbiamo misurarci, guerriglia giudiziaria permettendo”. Il guaio è che, in tedesco, “guerriglia giudiziaria” è intraducibile, anzi la Merkel è lì proprio grazie alle indagini su Helmut Kohl, che si dimise per pochi milioni di finanziamenti occulti al partito (nemmeno a lui), anche perché non aveva tra i piedi nessun Kikkitten.

Pure Letta Nipote punta sulla grande coalizione, così almeno gli eventuali elettori del Pd la smetteranno di chiedergli di zio Gianni e di nonno Silvio: “Dal voto tedesco emerge un modello di cooperazione simile al nostro. Forse in Italia si capirà che quando gli elettori ci obbligano a una grande coalizione bisogna farsene una ragione”. E pazienza se il centrodestra e il centrosinistra tedeschi non hanno mai giurato agli elettori di non governare insieme; e se il centrodestra tedesco è guidato da una persona seria che non racconta barzellette, non organizza orge, non smacchia giaguari, non asfalta (almeno a parole) nessuno, non bivacca in salotti tv, non fa affari, ma soprattutto non ruba e non risulta pregiudicata (e il centrosinistra tedesco non è guidato dal braccio destro del capo del centrodestra). Bobo Maroni, dall’alto del suo 3 virgola qualcosa, trova che “l’alleanza della Cdu con la Csu bavarese ha dato i suoi risultati: è uno schema che può essere replicato anche da noi e sul quale sto lavorando”. E certo, perché la Lega e la Csu bavarese sono la stessa cosa. Si risente persino Frattini Dry, dato per disperso da mesi: siccome è un tipo originale, parla di “risultato storico” e spiega che “i tedeschi hanno premiato una linea politica che può combinare il rigore con la crescita: la stessa che i tedeschi vivono. Noi no, perché fino all’altroieri non avevamo fatto i compiti a casa”.

Insomma “il successo Cdu è la bocciatura esplicita della tesi di quello che allora era il mio partito”. E lui era soltanto il ministro degli Esteri di B., dunque non c’entra. Anzi, rivela che lui “dissentiva”, ovviamente di nascosto. Deborah Bergamini, nota internazionalista di scuola arcoriana, ritiene che la Merkel – “la cui intelligenza politica non è in discussione” (entusiasmo a Berlino) – abbia vinto perché “è stata capace di imporre gli interessi del suo Paese” (in controtendenza col Caimano, che s’è sempre fatto i cazzi suoi), dunque “le quale auguriamo buon lavoro” (sollievo alla Cancelleria). Laura Garavini del Pd è lapidaria: “Quanto alla vittoria della Merkel, me l’aspettavo”: che testa, che preveggenza. Non se l’aspettava invece Nichi Vendola, l’altro del 3 virgola qualcosa, che trova il risultato tedesco “molto curioso”, perché “la Merkel trionfa ma il centrodestra arranca”. Evidentemente non ha imparato nulla da Sel.

In attesa del commento di Capezzone, che purtroppo tarda ad arrivare, ci si contenta di Bobo Craxi, che elogia “la tendenza politica che tende a far prevalere la stabilità al caos, assegnando alle forze politiche di ispirazione più tradizionale, quella cattolica e quella socialdemocratica, un ruolo centrale ed essenziale” (mica fesso, il ragazzo). E di Potito Salatto, “vicepresidente della delegazione Popolari per l’Europa al Parlamento europeo”, ex Pdl, poi Fli, ora non si sa: “Tutto ciò deve spingere le delegazioni italiane nel Ppe a trovare un unico contenitore in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, in modo da consentire all’Italia di contare di più nello stesso Ppe”. Purtroppo B., essendo pregiudicato, non lo faranno entrare: non per la legge Severino, ma perché – fa subito sapere la Merkel – “il Ppe ha uno statuto”.

Il più giulivo comunque è Rotondi, candidato alle primarie immaginarie del Pdl: “Quella tedesca è la vittoria dei democristiani contro i socialisti. In Italia invece le identità sono demonizzate. A maggior ragione oggi mi sento di rilanciare con forza la mia candidatura a premier per un centrodestra europeo e normale”. Ecco perché la Merkel ha vinto: per tirare la volata a Rotondi.

Del senso dello stato e di uno stato che fa senso

Chiunque, se aggredito, ha il diritto di difendersi, dunque anche dei Magistrati e Giudici che non pensano, semplicemente perché non è vero, che la pacificazione nazionale debba passare il salvataggio dei delinquenti pregiudicati condannati. E che un politico nella sua condizione di pregiudicato condannato non abbia nessun diritto a pretendere ancora di poter svolgere la sua [non] attività politica né da dentro né da fuori [il 99% di assenze in parlamento: proprio adesso vuole fare politica, berlusconi? poteva pensarci prima, invece di usare lo stato per i suoi sporchi affari]. E che non  ritengono giusto che le questioni che riguardano i procedimenti penali di silvio berlusconi vengano ridotte ad una guerra fra guardie e ladri, semplicemente, come sopra, perché non è vero.

E se questo è ancora un paese libero io mi prendo la libertà di dire che fra quei Magistrati che in condizioni impossibili sono riusciti a condannare chi dello stato, delle leggi, delle regole ne farebbe a meno ed è stato agevolato a farne a meno dalla politica, chi pensa che quel delinquente sia davvero un perseguitato dall’invidia, dalla cattiveria e dalla giustizia e un presidente della repubblica che fa finta di essere super partes come il ruolo gl’imporrebbe di essere,  fa finta di dimenticare vent’anni di storia italiana resa orribile e oscena da silvio berlusconi, fa finta di dimenticare che solo pochi mesi fa rappresentanti del partito di proprietà del pregiudicato condannato fra cui il ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio sono andati a manifestare contro la Magistratura davanti ai tribunali di Brescia e Milano con tanto di tentativo di intrusione: un atto eversivo fatto passare senza conseguenze come una libera espressione del dissenso come se fosse normale che un potere dello stato si metta contro un altro,  fa finta di dimenticare che solo qualche giorno fa silvio berlusconi era di nuovo a ricattare pubblicamente lo stato, minacciare  quei Giudici e i cittadini onesti, ho scelto e da tempo da che parte stare.

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NAPOLITANO SALVA BERLUSCONI E MONITA MAGISTRATI E STAMPA 

LA RISPOSTA DEI MAGISTRATI AL COLLE: “LASCIATI SOLI” 

LE BRUTTE INTESE NELLA STANZA 138 

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RODOTA’: “CHI MI ATTACCA OFFENDE LA MIA STORIA” 

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Nella mia repubblica alfano non sarebbe un ministro dell’interno e né – figuriamoci – il vicepresidente del consiglio. E non avrebbe dunque la possibilità, in qualità di segretario del partito di un delinquente pregiudicato condannato [non piacciono le ripetizioni della descrizione di berlusconi? chissenefrega neanche a me piace che si continui a chiamare cavaliere, presidente ancora adesso] di chiedere conto del significato delle parole di un galantuomo come Stefano Rodotà costringendololo ad affannarsi a rettificare, spiegare in radio e ai telegiornali.

E ringraziamo Napolitano anche di questo: di aver reso angelino alfano, uno dalla personalità e cultura nulle e inesistenti, per non parlare dell’onestà che ci vuole per fare il segretario del pdl, più autorevole di una persona come Rodotà.

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Anm, dura replica a Napolitano: “Siamo responsabili, ma subiamo insulti”

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Napolitano dopo la rielezione: “Ho accolto la sollecitazione a rendermi disponibile per una rielezione solo per senso del dovere in un momento grave per la Nazione: essendo urgente sbloccare la formazione di un Governo che affrontasse le difficoltà in cui si trovano oggi troppe famiglie, troppe imprese, troppi lavoratori italiani”

Mettiamola così, siccome tutto è stato detto e scritto e siccome chi non ha capito fino ad ora non capirà più, del resto non sono bastati vent’anni di attività criminose e criminali per far capire a tutti che berlusconi non sembra un delinquente ma è proprio un delinquente quindi è inutile confidare nel ben dell’intelletto generale: questo paese non ha bisogno di essere sconvolto e stravolto più di quanto sia stato già fatto.
E non ha bisogno dunque di un presidente della repubblica che non fa, perché ormai è evidente che non la può fare, una distinzione netta fra l’attività del politico delinquente, quella del giudice e quella dei giornalisti che danno le notizie.

Non ha bisogno di un presidente della repubblica che preferisce sacrificare alla verità ormai storica la sua dignità alle affermazioni indecenti di daniela santanchè: “poteva fare prima” [nel merito delle dichiarazioni scellerate sui giudici che devono trovare il senso del limite] e “vorrei asfaltare i giudici” dice la moderata vestale cinque minuti dopo che Napolitano in persona li aveva già asfaltati.

I giudici possono sbagliare, è vero, ogni lavoro, professione comporta dei rischi e quanto è più alta la responsabilità maggiori possono essere quei rischi e le conseguenze che ricadono poi sui cittadini. 
Ma sopra a quei giudici che sbagliano, quali che siano i motivi, ci sono altre istituzioni pronte ad intervenire, mentre sopra ai politici che sbagliano, e sappiamo bene quali sono gli errori più frequenti dei politici è ormai acclarato, assodato che non c’è nessuno. C’è un presidente della repubblica che nell’eterna contesa fra la politica disonesta e la giusta pretesa dei cittadini della società civile di non essere governati dai politici disonesti ha preso e da tempo una posizione che non favorisce i cittadini ma i politici disonesti in virtù di non si sa bene quale ragion di stato a noi negata.

Il bacio di Angelino Alfano al capomafia Croce Napoli di Palma di Montechiaro in occasione di un matrimonio nel 2002. Ha ancora i capelli ma è proprio lui: il  vicepresidente del consiglio, ministro dell’interno e segretario del pdl.

Il senso della misura

Natangelo

La riforma della giustizia, necessaria in questo paese dove per arrivare ad una sentenza ci vogliono cinque, dieci anni e anche oltre non ha niente a che fare con i procedimenti penali di berlusconi che da questa disfunzione è stato solo avvantaggiato e di più ancora lo è stato in virtù delle leggi fatte apposta per lui, volute da lui, eseguite da un parlamento complice e firmate dal garante della Costituzione della legge uguale per tutti.

A berlusconi non interessa una giustizia che funziona, veloce e che faccia in modo di stabilire in tempi ragionevoli l’innocenza e la colpevolezza. L’unica giustizia che interessa berlusconi è quella che non si occupa di lui, dei suoi reati, del suo essere tendenzialmente e naturalmente predisposto a delinquere come recita il primo grado della sentenza del processo Ruby.

E un presidente della repubblica che due ore dopo la condanna di berlusconi e due giorni dopo l’ennesimo attacco allo stato di berlusconi parla di riforma della giustizia e di Magistratura che non deve superare i limiti fa pensare male.

Qualcuno dovrebbe ricordare alla Cancellieri che ribadisce la litania di un’intesa simile a quella che ci fu dopo il fascismo, che questa fu possibile solo DOPO che il fascismo fu combattuto e messo fuori legge, purtroppo solo sulla Carta. Che quell’intesa avvenne dopo aver rimesso faticosamente in sicurezza il paese, col sangue e non le chiacchiere.

Una condizione che oggi nei fatti non c’è visto che un parlamento, repubblicano, democratico che deve TUTTO proprio al fatto che in altri tempi i nemici si combattevano, non ci si facevano alleanze né grandi e larghe intese, non riesce, non vuole e non può liberarsi del nemico, che non è una parolaccia da evitare ma un concetto da ribadire: chi si mette contro lo stato è un nemico dello stato, non uno da far sedere al tavolo delle decisioni, da mantenere in un posto, quella casa della democrazia che le istituzioni a parole difendono ma nel concreto no.

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“NAPOLITANO E BERLUSCONI, DOVE SONO EQUILIBRIO E MISURA?”

L’interesse del paese non consiste nella tutela e nella protezione di delinquenti da parte dallo stato. 

In un paese normale e in uno stato civile la separazione delle carriere andrebbe fatta, va fatta soprattutto fra onesti e delinquenti. Fra chi rispetta lo stato e chi non lo fa.
E quanto più i delinquenti sono pericolosi più lo stato ha il dovere di fare in modo che non invadano, inquinandola, la società civile: quella degli onesti.

Non è al sicuro un paese dove il presidente della repubblica dice cose che la maggior parte dei cittadini non si aspetta, perché quel presidente dovrebbe essere il faro e la guida di un paese, e dovrebbe interpretare il sentire dei cittadini, e non penso né credo che la maggior parte dei cittadini italiani abbia a cuore la difesa dei delinquenti a scapito di chi per mestiere i delinquenti li condanna, nella fattispecie di uno che proprio lo stato ha violato e frodato, a svantaggio degli onesti che svolgono un lavoro e che vorrebbero fra le altre cose che il loro contributo economico, quei soldi che lo stato pretende e non gl’importa se la gente può o non può pagare, non servisse poi a pagare e mantenere agi e vite privilegiate a chi non sa più garantire sicurezza al paese pur essendo pagata e strapagata per farlo.

Non è al sicuro un paese dove il presidente della repubblica sfida, spesso tracimando oltre quel limite e quella misura che invita i Magistrati a rispettare, un limite e una misura che spesso e continuamente significano decenza, decoro e pudore, non fa sentire la sua vicinanza ai cittadini che dovrebbe illuminare e guidare, non fa più capire da che parte sta lo stato fra gli onesti e i delinquenti ma al contrario ciclicamente e sempre più spesso dice cose – molto più che sottintese – per tranquillizzare, favorire e far rialzare la testa a chi ha usato e abusato dello stato di tutti e anche dei tutti. 

Perché a furia di sentir dire da autorità alte e altissime che in questo paese c’è una guerra in corso fra guardie e ladri molta gente ci ha creduto e pensa veramente che il pericolo in Italia siano i Magistrati che applicano le leggi e non i delinquenti che le violano.

Non è al sicuro un paese dove il presidente della repubblica glissa e fa finta di ignorare che da cinquanta giorni, quasi due mesi, c’è un delinquente pregiudicato e condannato a piede libero a cui viene permesso di offendere pubblicamente lo stato, i cittadini, i Magistrati, di ricattare e minacciare i suoi sciagurati alleati di governo, quelli che più o meno consapevolmente hanno deciso di unirsi al partito di proprietà del delinquente come richiesto e preteso dal presidente della repubblica “per il bene del paese”.

Come se il bene del paese significasse la tutela e l’appoggio ai delinquenti.

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Ma ci faccia il piacere – Marco Travaglio, 21 settembre

Atteso e prevedibile come la caduta delle foglie in autunno, il supermonito di Napolitano ai magistrati per dare il contentino al Cainano pregiudicato e non farlo sentire troppo solo, è puntualmente arrivato. Secondo il Presidente Pompiere, bisogna “spegnere nell’interesse del Paese il conflitto tra politica e giustizia”. Che è un po ’ come dire: siccome un chirurgo è stato condannato perché scannava i pazienti, bisogna spegnere il conflitto tra chirurgia e giustizia; siccome un ciclista è stato condannato per doping, bisogna spegnere il conflitto tra ciclismo e giustizia; siccome un tossico è stato condannato perché ha svaligiato un supermarket, bisogna spegnere il conflitto fra tossicodipendenza e giustizia; siccome un riccone è stato condannato perché non paga le tasse, bisogna spegnere il conflitto fra ricchezza e giustizia. Insomma, una solennissima assurdità. Gentile Presidente, si rassegni: se il suo amico Silvio è stato condannato per frode fiscale, è perché ha frodato il fisco. Si chiama “processo penale”, non “conflitto fra politica e giustizia”. E che senso ha dire che “politica e giustizia non devono essere mondi ostili guidati dal sospetto reciproco”? In Italia, da oltre vent’anni, è Berlusconi che attacca tutta la magistratura, invitando i cittadini a ribellarvisi anziché a ubbidirle; nessun magistrato ha mai attaccato tutta la politica in quanto tale, semmai alcuni magistrati (sempre troppo pochi) hanno condotto inchieste ed emesso sentenze su politici che violavano la legge, in base al principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione. Che dovrebbe mai fare un pm o un giudice davanti a un politico ladro o mafioso, se non “sospettare” di lui? La presunta “spirale di contrapposizioni tra politica e giustizia che da troppi anni imperversa in Italia” esiste solo in qualche mente confusa. Anche ammesso e non concesso che il conflitto esista, esso nasce dal fatto che molti politici delinquono e potrà finire soltanto se e quando questi la smetteranno di delinquere. Nessuno meglio del garante della Costituzione, in quanto presidente della Repubblica, e del difensore del-l’autonomia e indipendenza della magistratura, in quanto presidente del Csm, dovrebbe saperlo. Ed è preoccupante che vada a insegnare queste amenità a degli studenti universitari. Se qualche magistrato, come lui sostiene senza far nomi né portare prove, ha violato i doveri di “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità e senso della misura e del limite”, il Csm da lui presieduto ha tutti gli strumenti per sanzionarlo. Purché, naturalmente, si tratti di condotte vietate dalla legge, e non di esternazioni legittime o doverose per spiegare ai cittadini e soprattutto ai politici ignoranti o diffamatori come funziona la giustizia. E qui Napolitano incappa in una doppia contraddizione, quando esorta i magistrati a “un’attitudine meno difensiva e più propositiva rispetto al discorso sulle riforme di cui la giustizia ha indubbio bisogno e che sono pienamente collocabili nel quadro dei principi della Costituzione”. Sia perché da anni l’Anm e molti singoli magistrati propongono riforme utili a sveltire i processi e a combattere meglio la criminalità di ogni specie e livello, regolarmente zittiti come invasori di campo da chi fa soltanto leggi criminali e criminogene per sé o per i suoi complici; sia perché sul tema ogni magistrato è libero di pensarla come gli pare. A meno di voler sostenere che il magistrato è libero di parlare, ma solo se acconsente con le porcate sfornate a getto continuo da un Parlamento indecente e sempre firmate da chi avrebbe dovuto respingerle al mittente. Se invece dissente, allora deve tacere. La libertà d’espressione ridotta a dovere di applauso al potere è tipica delle dittature, non delle democrazie. Resta poi da capire che cosa siano il “senso della misura e del limite” prescritti dal Presidente Pompiere ai magistrati: come si calcola, e soprattutto chi lo calcola? Se un pm esagera, ci sono sopra di lui un Gip, un Gup, un Tribunale del Riesame e una Cassazione pronti a correggerlo. Idem per i giudici, nel Paese che – unico al mondo – prevede cinque fasi di giudizio pressochè automatiche. In ogni caso, per azionare gli estintori, Napolitano ha scelto la sede meno adatta: la commemorazione del suo ex consigliere giuridico Loris d’Ambrosio. Un magistrato che parla per mesi al telefono con un indagabile e poi indagato per falsa testimonianza sulla trattativa Stato-mafia, assecondandolo in ogni suo capriccio per ordine del suo capo, non è certo il miglior esempio di “senso della misura e del limite”, e nemmeno delle tanto decantate virtù di “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità”. Anzichè stendere un velo pietoso, anche per rispetto verso un signore che non c’è più e che fu trascinato da Napolitano e da Mancino in quell’imbarazzante abuso di potere, il Presidente lancia un messaggio implicito alle Corti d’assise di Caltanissetta e Palermo che si accingono a interrogarlo come testimone nei processi Borsellino-quater e Trattativa. Poi se la prende a suon di allusioni con il nostro giornale (l’unico che intervistò D’Ambrosio per ascoltare la sua versione dei fatti), reo di avere pubblicato ieri un servizio di Lo Bianco e Rizza sulle nuove carte depositate dalla Procura di Palermo al processo sulla trattativa. Carte che documentano il vero e proprio stalking esercitato dalla Procura generale della Cassazione, per ordine del Quirinale, sul procuratore nazionale Grasso (che ora, asceso a più alte poltrone, fa finta di nulla), affinchè interferisse nelle indagini dei pm siciliani contro la legge e ben oltre i suoi poteri. “Nulla è stato più paradossale e iniquo  dice il Presidente  che vedere anche Loris divenire vittima di quello che il professor Fiandaca ha chiamato ‘un perverso giuoco politico-giuridico e mediatico‘.  La cui impronta mistificatoria si è fatta sentire proprio oggi forse in non casuale coincidenza con questo incontro”. Stia tranquillo, Presidente: i giornali, almeno il nostro, servono a dare notizie. E quelle carte erano una notizia, per giunta attuale visto che il loro deposito è avvenuto giovedì.  L’idea che le abbiamo raccontate apposta (“non in casuale coincidenza”) per disturbare la sua fondamentale prolusione alla Luiss può venire soltanto a chi è abituato a certi giochetti. Dunque non a noi. Come dice Massimo Fini, “omnia munda mundis, omnia sozza sozzis 

Se questo è un paese normale [niente di nuovo sul fronte Quirinale]

Sottotitolo: dal caos, come diceva Nietzsche, può nascere perfino una stella danzante.
Dall’ordine invece, quello imposto in ragione di un’emergenza che viene usata come arma di ricatto e verso cui non è stato preso ancora nessun provvedimento utile, nascono i governi delle larghe intese.

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Avrei rivalutato la figura di Napolitano se al posto dell’inutilissimo conato di monito di ieri  avesse dato le dimissioni,  lasciato le questioni relative al PREGIUDICATO CONDANNATO silvio berlusconi in mano a chi le ha create: un centrosinistra di falliti che per vent’anni ha fatto solo finta di fare opposizione a berlusconi dopo avergli dato le chiavi del palazzo e la banda dei disonesti come lui che in tutti questi anni ha scelto di svendere la sua dignità ad un eversore, uno che con lo stato, con uno stato di diritto non c’entra niente.

Qualsiasi condannato dopo il terzo grado di giudizio subisce l’esecuzione della sentenza:  va in galera, silvio berlusconi no, può vantare ancora titoli come “cavaliere”, “senatore” ed essere trattato con ossequio dalla politica e dalle istituzioni.  Se “il leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza” avesse commesso un omicidio, stuprato un bambino sarebbe stata la stessa cosa?  perché un reato è un reato. Almeno così dice la nostra cara e bella Costituzione nei capitoli dove precisa che i cittadini sono tutti uguali e che la legge è uguale per tutti.

Sperare che sia la politica a liberarsi del PREGIUDICATO CONDANNATO berlusconi  è una chimera: qualcosa che nessuno in tutti questi anni ha mai avuto l’intenzione di fare.

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“B? Sentenza definitiva, prenderne atto
Grazia? Non c’è stata nessuna richiesta”

Napolitano lascia la porta aperta al pregiudicato: “Esaminerò un’eventuale domanda di clemenza”.
Sul suo futuro politico: “Spetta a Berlusconi decidere”. Poi: “Una crisi del governo sarebbe fatale”.

Napolitano non chiude la porta alla richiesta di grazia per Silvio Berlusconi, ma lo invita a prendere atto della decisione della Cassazione perché “di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto”. Sul punto più controverso, la domanda di grazia, nessuna preclusione anche se, non solo non si conoscono ancora le motivazioni della sentenza che arriveranno a settembre, ma l’ex premier non ha mai dimostrato accenni di pentimento rispetto al reato per cui è stato condannato, ossia frode fiscale.

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La vergogna non abita più qui, se n’è dovuta andare per fare spazio all’indecenza. 

L’unica cosa sensata che avrebbe dovuto fare Napolitano sarebbe stata rifiutare il secondo mandato visto che già nel primo aveva dato ampi segnali di squilibrio istituzionale rispetto alle numerose vicende giudiziarie che riguardano il PREGIUDICATO CONDANNATO [oggi più che mai bisogna ripeterla questa cosa] silvio berlusconi.

Accettandolo invece ha solo confermato che quella che si ripete da tanto tempo circa la  sua eccessiva comprensione e magnanimità verso berlusconi non è la solita teoria complottistica né una chiacchiera da cortile ma sia davvero originata e motivata da qualcosa che potrebbe dare fastidio a Giorgio Napolitano, che berlusconi sa ma gli italiani no e devono continuare a non sapere, come i contenuti delle famose bobine delle telefonate con Mancino distrutte subito dopo la rielezione di Napolitano, e probabilmente è anche per questo che Napolitano ha dovuto accettare il secondo mandato.

Perché se c’è qualcosa che un presidente della repubblica dovrebbe, deve, è obbligato a garantire è che vengano rispettate le leggi, la Costituzione, i suoi comandamenti.
Mentre quel che ha fatto Napolitano sempre ma in misura maggiore da che esiste il suo bel governo di larghe intese napoletane è proprio e solo tutt’altro: ha dimostrato e confermato di non essere affatto quel presidente garante di tutti ma esclusivamente della casta cui lui appartiene dalla bellezza di sessant’anni.

Di fronte ad una Magistratura svilita, insultata, diffamata e offesa tutti i giorni lui non ha garantito per la Magistratura nemmeno da capo del CSM qual è ma ancora una volta per chi svilisce, insulta, diffama e offende i giudici, ovvero il PREGIUDICATO CONDANNATO silvio berlusconi e la teppa che gli regge i giochi, a destra come a sinistra.

E di fronte ai cittadini di un paese che non possono godere di nessuna tutela speciale, che se violano la legge sono obbligati a subirne tutte le conseguenze fra le quali anche la galera se la violazione la richiede lui non ha garantito per loro, per noi, ma ancora una volta per lui: quello più uguale degli altri ma solo perché qualcuno, fra cui anche Napolitano, ha fatto in modo che lo potesse diventare.

 Questo è quello che avevo scritto cinque minuti dopo la rielezione di Napolitano: confermo e ribadisco tutto: “Il più possibile condiviso, sì. Non sia mai che corruttori, mafiosi, tangentari e delinquenti debbano essere privati della loro quota di rappresentanza dello e nello stato, visto che gli si dà la possibilità di contribuire alla scelta del capo dello stato. Garanzia ci vuole, altroché”.

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Quirinal parto
Marco Travaglio, 14 agosto

In attesa che i luminari a ciò preposti, con lenti di ingrandimento e occhiali a raggi infrarossi, ci diano l’interpretazione autentica del Supermonito serale del presidente della Repubblica e dell’incunabolo che lo contiene, una cosa è chiara fin da subito: il fatto stesso che sia stato emesso già dimostra che Silvio Berlusconi non è un cittadino uguale agli altri. 

Mai, infatti, in tutta la storia repubblicana e pure monarchica, un capo dello Stato – re o presidente della Repubblica – era mai intervenuto su una condanna definitiva di Cassazione per pregare il neopregiudicato di restare fedele al governo, facendogli balenare in cambio la grazia e garantendogli che non finirà comunque in galera. Intanto perché spetta al giudice di sorveglianza, e non a Napolitano, applicare al caso concreto la legge svuota-carceri del 2010: fino alla condanna di Sallusti, infatti, chi doveva scontare fino a 1 anno di pena (totale o residua) finiva dentro e di lì chiedeva gli arresti domiciliari; dopo invece, per salvare Sallusti, il procuratore capo di Milano decise che la pena viene comunque sospesa e si tramuta automaticamente in domicilio coatto. 

Ma l’ultima parola appunto spetta al giudice, non al Quirinale. 

Il fatto poi che la grazia, per ottenerla, uno debba almeno fare lo sforzo di chiederla dopo aver riconosciuto la sentenza di condanna (“prenderne atto” è perfino poco), è noto e arcinoto alla luce della sentenza della Consulta 200/2006: quella che diede ragione a Ciampi nel conflitto col ministro Castelli per la grazia a Bompressi. 

Solo che quella sentenza dice ben più di quel che Napolitano le fa dire: afferma che la grazia può essere motivata solo con “eccezionali esigenze di natura umanitaria”, mai “politiche”. Se fosse un atto politico, richiederebbe il consenso e la controfirma del governo, visto che per gli atti politici il Presidente è irresponsabile. Ma siccome la grazia deve rispondere a una “ratio umanitaria ed equitativa” per “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale” e per “mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio… garantendo soprattutto il ‘senso di umanità’ cui devono ispirarsi tutte le pene non senza trascurare il profilo di ‘rieducazione’ proprio della pena”, essa “esula da ogni valutazione di natura politica” ed è “naturale” attribuirla in esclusiva al Colle. 

E qui Napolitano si dà la zappa sui piedi, quando dice che il condannato in carcere non ci andrà, dunque non c’è alcuna detenzione disumana da “mitigare”. Infatti rivendica il potere di graziare B. per motivi tutti politici (la sopravvivenza del governo, la condanna di un ex presidente del Consiglio): proprio quelli esclusi dalla Consulta, che verrebbe platealmente calpestata da una grazia a B.. Se poi, come scrive, la grazia non gliel’ha chiesta nessuno, non si capisce a chi Napolitano risponda, e perché. Non una parola, poi, sulla gravità del reato di B: la frode fiscale. 

Né sui vergognosi attacchi ai giudici. Né sui 5 procedimenti in cui è ancora imputato: che si fa, lo si grazia una volta all’anno per tenerlo artificialmente a piede libero? La grazia seriale multiuso non s’è mai vista neppure nello Zimbabwe, ma dobbiamo prepararci a tutto. Nell’attesa, resta lo spettacolo grottesco e avvilente del Quirinale trasformato per due settimane in un reparto di ostetricia geriatrica, con un viavai di giuristi di corte e politici da riporto travestiti da levatrici con forcipi, bende, catini d’acqua calda, codici e pandette, curvi sull’anziano puerpero per agevolare il parto di salvacondotti, agibilità e altri papocchi impunitari ad personam per rendere provvisoria una sentenza definitiva e cancellare una legge dello Stato (la Severino su incandidabilità e decadenza dei condannati). 

Ieri sera, al termine di una lunga attesa che manco per il principino George, il partoriente ha scodellato un mostriciattolo che copre ancora una volta l’Italia di vergogna e ridicolo. 
Ma è solo l’inizio: coraggio, il peggio deve ancora venire.

Un paese senza una guida ostaggio di delinquenti e diffamatori

Se questo fosse un paese normale il presidente della repubblica, in qualità di capo del CSM, avrebbe già detto due parole a sostegno dell’ennesimo giudice diffamato dai sicari di silvio berlusconi.

Ma siccome purtroppo è solo l’italietta dei furbi, dei delinquenti, dei diffamatori a libro paga del primo delinquente di questo paese già condannato in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile e in ultimo, quello definitivo, per frode fiscale, pare che il capo dello stato abbia intimato al partito ex democratico, con la scusa di mantenere in piedi il governicchio delle larghe intese,  di mettere in sicurezza il pregiudicato silvio berlusconi –  pena la minaccia delle sue dimissioni anticipate –  facendosi beffe della Costituzione, della legge, di una sentenza di condanna definitiva, dell’onestà dei milioni di cittadini obbligati a rispettare la legge  che si sentono defraudati, violentati e che possono solo assistere all’osceno spettacolo di un onest’uomo  colpevole di niente diffamato, e  quand’anche il giudice Esposito avesse davvero una responsabilità da chiarire non penso che il sistema giusto sia quello dell’oltraggio a mezzo stampa dalle pagine di un fogliaccio il cui direttore è quel di sallusti, noto diffamatore seriale e recidivo, a cui proprio Napolitano ha concesso una grazia in seguito, ça va sans dire, ad una condanna definitiva per diffamazione.

Quando al tempo della condanna annullata scrissi che un periodo di riflessione non avrebbe fatto male a sallusti sapevo quello che scrivevo e dicevo, quello che poi scrivevamo in tanti, tutti quelli che hanno ben chiara la differenza fra libertà di espressione/informazione e diffamazione.

Nessuna libertà dovrebbe essere concessa a chi la usa come arma, in nessun’altra democrazia civile gestita da persone che hanno a cuore il bene dello stato sallusti, belpietro, vittorio feltri, tutta l’orrida corte dei miracolati che  berlusconi può usare pro domo sua,  grazie al suo conflitto di interessi mai risolto da quella politica che ancora oggi lo supporta e sostiene,  avrebbero  avuto la possibilità di continuare a farlo. 

La diffamazione è un reato,  non un  modo di esprimersi folkloristico e ancorché simpatico.

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La nuova Leva

Esposito vs Giornale: “Hanno diffamato”
Ma ora Wanna Marchi lo vuole querelare

Caccia grossa contro Antonio Esposito: ora i berluscones vogliono mettere le mani sulla registrazione dell’intervista del giudice al “Mattino”. Sperano di trovare il cavillo per impugnare la sentenza della Cassazione. Obiettivo: prendere tempo e ottenere l’“agibilità” politica ed elettorale per il condannato.

 
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Il Pornale
Marco Travaglio, 11 agosto
Da quando, il 23 maggio, ha avuto la sventura di essere nominato presidente della sezione feriale della Cassazione e, a luglio, vi ha visto piovere il processo Mediaset che andava trattato subito per evitarne – secondo le regole – la prescrizione, il giudice Antonio Esposito ha finito di vivere. Sapeva che, per campare sereno, avrebbe dovuto calpestare la Costituzione, la legge e la sua coscienza annullando la condanna di B. possibilmente senza rinvio: insomma assolverlo, anche se dalle carte risulta inequivocabilmente colpevole. 

Non è vero, come scrivono i soliti tartufi, che gli sia stata fatale l’intervista “inopportuna” al Mattino di Napoli per quella frase sul motivo del verdetto, mai autorizzata nel testo concordato con l’intervistatore (“non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva”), per giunta appiccicata a una domanda mai fatta sul caso specifico di B.

Anche se non l’avesse pronunciata nel colloquio informale con l’amico cronista che poi l’ha tradito, e anche se gli avesse buttato giù il telefono, Antonio Esposito sarebbe stato linciato ugualmente dal Giornale e dagli altri house organ della Banda B. Il peccato originale non è la frase o l’intervista: è la condanna. Il pool Mani Pulite non disse una parola su B., eppure viene manganellato da vent’anni. 

Il giudice Mesiano non disse una parola dopo aver condannato la Fininvest a risarcire De Benedetti per lo scippo della Mondadori, eppure fu pedinato e sputtanato in tv per i suoi calzini turchesi. La giudice Galli non disse un monosillabo sul processo Mediaset, eppure prima e dopo la condanna d’appello fu diffamata addirittura perché figlia di un giudice assassinato dalle Br. 

“Non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”, ripete Piercamillo Davigo. Con Esposito il Giornale ha esordito accusandolo di portare le scarpe da jogging e la camicia aperta, di alzare il gomito (essendo astemio), di aver anticipato in una cena la condanna di Wanna Marchi (emessa l’indomani da un collegio di 5 giudici), di aver raccontato telefonate sexy delle girl di Arcore (mai lette da nessuno e poi distrutte), di aver barattato la condanna di B. con la richiesta di archiviazione di un’indagine disciplinare suo figlio (avvenuta a gennaio, sei mesi prima che il processo Mediaset finisse sul suo tavolo) per una cena con la Minetti, di aver voluto vendicare l’estromissione del fratello Vitaliano su pressione del Pdl da subcommissario dell’Ilva. 

E perché, se sapeva tutte queste cose, il Giornale non le ha scritte prima della sentenza? Poi, siccome ogni pretesto è buono per la caccia all’uomo che ha osato condannare B., il Giornale è passato dalla cronaca all’archeologia riesumando vicende che affondano nella notte dei tempi. Fino al 1980, quando Esposito era pretore a Sapri e alcuni esponenti Pci e Psi (tra cui Carmelo Conte, poi plurinquisito) l’attaccarono in varie interrogazioni parlamentari perché disturbava la quiete del paese con i suoi processi. Titolo: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera. Nel 1980 il presidente della Commissione antimafia Pci denunciava al Guardasigilli: ‘Esposito fazioso e troppo protagonista’”. 

Purtroppo il Giornale dimentica di aggiungere che nel procedimento disciplinare che ne seguì Esposito fu prosciolto in istruttoria perché chi l’aveva denunciato “aveva motivi di inimicizie verso il pretore per i provvedimenti da lui emessi nell’esercizio delle sue funzioni”, in parte “sottoposte a procedimenti penali per gravissimi reati”. Fu, secondo la commissione disciplinare del Csm, “un vero e proprio complotto contro l’Esposito di tale portata e gravità da determinare la commissione a sollecitare il Csm a non abdicare al fondamentale ruolo di garanzia dell’indipendenza della magistratura… apprestando un’energica tutela al magistrato che è stato fatto oggetto di un così vasto attacco, scorretto nelle forme e illecito nei contenuti, da parte di un gruppo di persone che per soddisfare il proprio sentimento di vendetta o per salvaguardare i loro interessi posti in pericolo non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa e a coinvolgere nella disdicevole operazione rappresentanti del Parlamento”. 

Vergogniamoci per loro.

Se questa è una democrazia

Dieci turni di squalifica ad un calciatore per insulti razzisti a un avversario: la federcalcio meglio del parlamento che non squalifica nessuno.

Amici dei mafiosi, corrotti, corruttori, evasori e anche razzisti, omofobi, xenofobi e fascisti hanno sempre il loro posto assicurato.

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Sottotitolo: “Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle. Fate che le leggi favoriscano meno le classi degli uomini che gli uomini stessi. Fate che gli uomini le temano, e temano esse sole.
Il timor delle leggi è salutare, ma fatale e fecondo di delitti è quello di uomo a uomo.”

[Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene – Capitolo 41: Come si prevengano i delitti]

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Vita di B, l’evasore-corruttore
Da Craxi a Mills fino alla frode del fisco

La carriera del Cavaliere: ha fondato l’impero sui fondi neri poi ha pagato politici, giudici e finanzieri
Ha cancellato 9 procedimenti cambiando le leggi. Ecco perché la sentenza in Cassazione non stupisce
Riunita la Giunta per la sua decadenza da senatore: “Ha 20 giorni per difendersi. A settembre il voto”

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Il Cavaliere piangente

Sarebbe corretto, necessario anzi che qualcuno spiegasse agli italiani secondo quale logica, quale legge, quale regola da paese democratico  un condannato in terzo grado abbia avuto la possibilità di andare in tv a reti unificate per fare i suoi soliti proclami sulla sua finta innocenza e squadernare la solita sequela di insulti ai Magistrati senza un contraddittorio, senza un giornalista arbitro ma soprattutto senz’alcun diritto di poterlo fare visto che non risultano precedenti di questo tipo e tutto quello che è stato detto a commento è che “berlusconi è stanco e provato” mentre un giudice deve andare sulla croce, subire procedimenti disciplinari non per quello che ha detto ma per quello che non ha mai detto.

Il politicamente corretto non paga, se parte del discorso riguarda berlusconi e i suoi sgherri.

Poveri miserabili quelli che in tutti questi anni si raccomandavano come l’ultimo dei vigliacchi di abbassare i toni mentre l’altro, l’interlocutore fuorilegge, il delinquente, il mestierante della menzogna urlava più forte.

Lo faceva, continua a farlo da condannato con tutti i mezzi che ha e malgrado e nonostante tutti sappiano chi è realmente e quanti danni ha prodotto c’è ancora chi abbassa gli occhi e riverisce il prepotente delinquente.

Anche adesso, in queste ore c’è chi non trova assurdo e contro ogni principio democratico, civile, di rispetto per le istituzioni che ci sia chi attacca un giudice colpevole di niente mentre lui, il vero colpevole, silvio berlusconi, può godere della sua libertà, delle sue ricchezze ottenute anche per mezzo della frode, trova giornalisti compiacenti che gli danno la parola, pare che qualcuno stia organizzando addirittura pellegrinaggi pro delinquente sulle spiagge italiane.

Mi piacerebbe sapere in quale altro paese un condannato alla galera e la sua gente a libro paga avrebbero la possibilità di andare in televisione, di organizzare manifestazioni abusive  per propagandare un’innocenza inesistente  dopo una condanna definitiva e chi deve garantire il rispetto della legge, di una sentenza, sta a guardare senza intervenire, senza un’azione concreta che metta fine a questa sceneggiata disgustosa.  E a chi sarebbe consentito fare tutto questo anche in questo paese. 

E in quale altrove  sarebbe possibile che  un parlamento e la presidenza della repubblica da settimane siano concentrati unicamente sul modo per salvare il delinquente da una condanna ridicola rispetto alla mole di reati accumulati da silvio berlusconi.

In  quale paese dei balocchi un presidente della repubblica come prima dichiarazione post sentenza avrebbe chiesto una riforma della giustizia, quasi a lasciar intendere che con una giustizia diversa, riformata ma più che altro deformata come piacerebbe ai lor signori berlusconi non sarebbe stato condannato.

E mi piacerebbe sapere dove sono quelle e quelli sempre pronti a mettersi di traverso contro tutti e tutto quando si muovono le giuste critiche a chi dovrebbe garantire per il paese e difendere la Costituzione ma di fronte a questo scempio, al mondo che guarda allibito, incredulo, che non si spiega perché quello che nel resto del mondo è normale qui debba diventare eccezionale, hanno scelto di tacere.

Di rendersi complici del delinquente che infama lo stato, il paese e tutti i cittadini onesti.

Ipocriti che si tengono in casa la peggior feccia e poi pretendono di impartire la loro morale difettosa, che accettano e tollerano senza fiatare che la feccia partecipi alle decisioni importanti, che metta la sua firma in quelle leggi che poi dovrà rispettare gente infinitamente migliore di loro non foss’altro perché onesta.


Ecco perché finché anche l’ultimo disonesto, cialtrone, volgare mantenuto parassita non avrà abbandonato la casa di tutti, molto più nostra che siamo quelli che pagano e li pagano che di chi la usurpa, nessuno dovrebbe mai più parlare di rispetto, di regole, di quello che è opportuno fare e dire in parlamento e quello che non lo è.
Per decenza, mica per altro.

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Il pregiudicato innocente
Marco Travaglio, 8 agosto

Poniamo che in un qualunque processo, uno degli 80mila che celebra ogni anno la Cassazione, un giornalista chiedesse a un giudice perché ha confermato la condanna di Tizio e il giudice rispondesse: “Perché era colpevole”. Che farebbero i giornali? Non riprenderebbero nemmeno la notizia, essendo assolutamente ovvio che un giudice condanni un imputato che ritiene colpevole. Sarebbe strano il contrario, e lì sì che si scatenerebbe il putiferio, se cioè un giudice che ha appena condannato Tizio dichiarasse: “Secondo me era innocente, ma l’ho condannato lo stesso”. Il guaio del presidente Esposito è che il suo non è un processo normale, perché l’imputato si chiama B., che ha nelle sue mani, o ai suoi piedi, il 90% dei giornali e delle tv. Dunque diventa tutto uno scandalo anche la normalità: un giudice che conferma la sentenza d’appello che condanna B. perché non solo sapeva, ma era il “regista” e il “beneficiario” di un gigantesco sistema di frode fiscale durato anni messo in piedi da lui; e poi spiega off record a un giornale scorretto (che concorda con lui un testo e poi ne pubblica un altro e continua a non divulgare l’audio integrale da cui risulta che il giudice non rispondeva a una domanda su B.) che la conferma non si basa sulla sciocchezza del “non poteva non sapere”, ma sulla prova provata che B. sapeva (anzi, ordinava). Non solo, ma il fatto di ribadire che B. era colpevole perché sapeva, anzi ordinava, diventa la prova che B. era innocente perché non sapeva e non ordinava. Se non ci fosse da piangere, verrebbe da sbudellarsi dal ridere. 

I giuristi di corte, quelli che non distinguono un codice da un paracarro, sono scatenati. 

Per Sallusti, un giudice che dà del colpevole a un pregiudicato è, nell’ordine: “scorretto, illegale, vile, inadatto, pericoloso, imbroglione, indegno, scellerato, bugiardo”, da “radiare dalla magistratura”, mentre la sentenza decisa da lui e da altri 4 giudici (da lui contagiati per infezione) “non dovrebbe avere nessun valore” e va “annullata” come sostengono “alcuni giuristi” di sua conoscenza (Gambadilegno, Macchianera e la Banda Bassotti al completo). Belpietro, altro giureconsulto di scuola arcoriana e libero docente di diritto comparato, ha saputo che “in altri Paesi ciò costituisce immediata causa di ricusazione del magistrato o di revisione della sentenza”: poi però non precisa quali siano, questi “altri paesi” della cuccagna dove un giudice che parla dopo invalida la sentenza emessa prima. Intanto B., sempre in guerra contro la legge ma soprattutto contro logica, sostiene che questa è la prova che “la sentenza era già scritta”: ma se fosse già scritta, perché accusa Esposito di aver parlato prima di scriverla? Strepitoso il duo Brunetta & Schifani: invocano punizioni esemplari contro Esposito perché ha parlato e contemporaneamente una fantomatica “riforma della giustizia” per proibirgli di parlare: e così ammettono che nessuna norma gli vietava di parlare. Secondo Franco Coppi, il fatto è “inaudito” perché “non s’è mai visto un presidente di collegio che anticipa la motivazione della sentenza”: invece s’è visto un sacco di volte. L’ultima, quando il presidente della Corte d’appello di Perugia, Claudio Pratillo Hellmann, all’indomani della lettura del dispositivo della sentenza che assolveva Amanda Knox e Raffaele Sollecito per il delitto di Meredith Kercher, incontrò pubblicamente i giornalisti per spiegare perché i due erano innocenti e i giudici di primo grado avevano preso una cantonata.

Ma la farsa non finisce qui, perché la premiata ditta B&Coppi& Ghedini vuole ricorrere alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo. Grande idea. Oltre ad aver respinto tre ricorsi di Previti contro le sue condanne per Imi-Sir e Mondadori, la Corte di Strasburgo il 29 maggio 2012 ha dato ragione a un pm dell’Estonia accusato di aver rilasciato interviste e dichiarazioni alla stampa e alla tv su una sua indagine contro un giudice corrotto, condizionando i giudici e violando la presunzione di innocenza. E, secondo la Corte, fece benissimo perché l’opinione pubblica “dev’essere informata su questioni di interesse collettivo”, come le inchieste su personaggi pubblici; e, se il magistrato indica “le accuse all’imputato”, non pregiudica i suoi diritti. 

Figurarsi se un giudice parla di un pregiudicato. Si spera dunque vivamente che B. ci vada davvero, a Strasburgo. 
Troverà pane per i suoi denti: fortuna vuole che Strasburgo non sia in Italia.

L’attentatuni, ovvero, il grande attentato

Se berlusconi pensa che lo vogliano privare ingiustamente della sua libertà, se la riprendesse da se medesimo assumendosene la responsabilità senza mettere in mezzo lo stato, le istituzioni e noi cittadini.

Faccia preparare uno qualsiasi dei suoi potenti mezzi di aria, di terra e di mare e si dia alla latitanza, che poi è l’unico modo per un delinquente, uno che ha violato le leggi del suo stato, di poterla riottenere, come già fatto in precedenza da bettino craxi.

Bondi avverte: “Rischio guerra civile”
Pressing del Pdl sul Colle per salvare B. 

B. può finire in carcere. E sfida Napolitano: “In piazza lo stesso”.

Bondi paragona la condanna alla “guerra civile”. Il Quirinale tuona: “Irresponsabile”. Il corteo Pdl di oggi diventa un sit-in a Palazzo Grazioli, senza ministri. Letta: “Ricatto”. Pd: “Eversori”.

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 Manifestare contro lo stato e i suoi poteri è terrorismo, non un esercizio democratico del libero pensiero.

 Non si può chiedere al presidente della repubblica di graziare un delinquente condannato, sapendo che quella grazia non gli è dovuta minacciando la guerra civile e la Magistratura. 

Uno che pensa di aver subito delle ingiustizie ma col minimo sindacale di quel senso dello stato per il quale dice da vent’anni di essersi immolato avrebbe già bloccato l’orda dei barbari incivili che parla e agisce in sua difesa.  Quello che sta accadendo in queste ore è un attentato contro lo stato.

Invece tutti sappiamo che il promotore dell’eversione è lui, ecco perché penso che non sia il caso di farci su dell’ironia, di pensare che quelle che stanno accadendo sono cose da liquidare con qualche barzelletta di mezz’estate. 

Già qualche anno fa si mormorava che Napolitano firmasse tutto quello che gli mettevano sulla scrivania perché qualcuno minacciava azioni contro lo stato.

I tempi moderni non richiedono i carri armati nelle piazze, oggi i i colpi di stato si fanno su carta intestata.

 Il primo grado della sentenza Ruby descrive berlusconi come uno con una naturale propensione a delinquere.

berlusconi sta allo stato come Riina all’antimafia, come le religioni ad una visione moderna e civile delle società e come il pd ad un’idea di sinistra.

Tutto quello che ha a che fare con lo stato non interessa a berlusconi se non può usare lo stato per i suoi interessi, l’unica cosa che ha fatto fino ad ora, quella che lo ha portato a scendere in campo per il bene del paese e dunque il suo.

berlusconi ha già creato il precedente.

Da lui in poi tutti quelli che verranno, che avranno la possibilità di intraprendere una carriera politica, o quelli che sono già nella politica potranno, potrebbero e possono fare quello che ha fatto lui, chiedere allo stato le garanzie ricevute da lui e pretendere di averle come le ha avute lui finché gli è riuscito.

E la richiesta di grazia pretesa dai sovversivi sostenitori di berlusconi usando la minaccia, l’ultimatum, l’intimidazione di stampo mafioso  non arriva dal nulla ma anche da un certo sentire comune di tanta gente che in tutti questi anni avrebbe preferito liberare lui da ogni incombenza giudiziaria pur di non dover più parlare di lui, credendo così di liberare il paese e la gente dall’anomalia berlusconi.

Ma un paese non si libera concedendo sconti, tutele che ad altri sarebbero negate, possibilità che non è giusto offrire perché mancano i requisiti per poterle avere, leggi fatte apposta per andare oltre la legge.

Non c’è nessuna libertà né un’ipotesi di libertà nel concedere diritti extra in un paese che sulla Costituzione ha scritto e a chiare lettere che i cittadini sono tutti uguali e che la legge è uguale per tutti.

L’errore più grave che si possa fare è ritenere queste manifestazioni patetiche, o al più ridicole.
Non lo sono.
E fa malissimo a non preoccuparsi chi invece dovrebbe.
Questa manifestazioni vanno impedite perché sono contro lo stato, contro la legge, contro quel potere dello stato, la Magistratura, che è rimasto l’unico a ricordarci che abbiamo una Costituzione che va rispettata e che lavora in quella direzione, non va per le strade dell’intesa, dell’accordo e dei patti occulti coi delinquenti.

Bondi non facesse troppo lo spiritoso, perché c’è gente che all’invito alla guerra civile si farebbe trovare pronta.

In questi due decenni di scempio politico concordato reazioni popolari eclatanti non ce ne sono state. 

In altri periodi, invece, c’è stata gente che non restava a casa a guardare la televisione.

E se proprio dobbiamo parlare di guerra civile facciamolo nel caso in cui Napolitano decidesse di concedere il perdono dello stato, magari infilato in qualche riforma della giustizia sottoforma di amnistia al delinquente condannato, che mi sembra un motivo molto più serio.  

berlusconi non è nelle condizioni di poter chiedere né ricevere alcuna grazia, perché oltre alla condanna ha vari procedimenti penali ancora in corso e altri che potrebbero includerne la figura.

 Nota a margine: mi piacerebbe sapere dove si nascondono le forze dell’ordine quando persone che fanno parte dell’apparato dello stato si esprimono e agiscono da eversori terroristi.

Dove sono quelli che prendono a manganellate, a botte e a calci i no tav, gli studenti, chi manifesta per difendere il posto di lavoro ma se ne stanno  tranquilli a guardare  ministri, un vicepresidente del consiglio che vanno davanti e dentro ai tribunali per mettersi contro un potere dello stato, dicono pubblicamente cose di una gravità inaudita che a dei cittadini normali e comuni non sarebbe permesso dire senza rischiare l’arresto.

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Aveva questo in pancia, non lo sapevate? Alessandro Gilioli – Piovono rane

Eccola, la pacificazione.
Le minacce di guerra civile, la violazione assoluta della separazione dei poteri, il trattamento Mesiano per il giudice Esposito. E tutto il resto, da vomito.
Era questo che si portava in pancia Berlusconi, non lo sapevate? 
No, dico, quando ci dicevate che le “larghe intese” erano una scelta responsabile, anzi l’unica scelta responsabile in nome del ‘bene del Paese’, quando ci spiegavate che l’alleanza con il Pdl era come la ‘grosse koalition tedesca, né più né meno?
Chissà se quando lo dicevate eravate in buona fede, se pensavate davvero a Berlusconi come a un un normale leader di centrodestra europeo, chissà se scambiavate una speranza per una convinzione, oppure se mentivate anche a voi stessi.
Era questo che si portava in pancia Berlusconi, non ci voleva molto per saperlo, bastava aver vissuto in Italia negli ultimi vent’anni.
Era questo che si portava in pancia Berlusconi, e voi ci dicevate ‘estremisti’ mentre vi lasciavate accompagnare nell’abisso da un criminale eversore, e mi verrebbe da ridere se non ci fosse davvero da piangere.

Di patti, patteggiamenti e cose così

ECCO PERCHE’ L’AMNISTIA AIUTERA’ BERLUSCONI (Antonella Mascali)

E SPUNTA UNA NORMA SALVA-SILVIO NEL DECRETO SULLE CARCERI (Bei-Milella)

Però continuano a dirci che “inciucio” è una brutta parola, che non si deve dire, che non è vero che il governo Letta serve solo per traghettare berlusconi verso l’impunità eterna.

Non sparirebbe solo la galera a cui non credeva nessuno, visto che a berlusconi sono state date  tutte le garanzie affinché non la dovesse mai rischiare ma verrebbe eliminata anche l’interdizione, che è l’ultima e unica speranza per liberare la scena politica da silvio berlusconi.
E qualcuno, tipo l’ottimo professor Prospero, questo lo chiama compromesso e negoziazione.
VERGOGNA.

Sottotitolo: il centro destra che chiede le dimissioni di Josefa Idem dovrebbe solo stare zitto visti i precedenti penali che si porta dentro travestiti da onorevoli e senatori, certe richieste e critiche le può fare solo chi dimostra coi fatti di essere migliore: un comune cittadino non può dimenticarsi di pagare le tasse perché lo stato glielo ricorderebbe dopo cinque minuti e coi modi che sappiamo, a differenza di come quello stesso stato si comporta  nei confronti dei suoi rappresentanti politici ed istituzionali.

 

Josefa Idem prima di diventare ministro è stata un’atleta, quindi dovrebbe conoscere il significato e il valore della parola lealtà applicata, non chiacchierata, e in ogni caso, quelle che per molti sono inezie, cose da niente [al confronto di…chi se ne frega, siccome c’è berlusconi che ha fatto tutto stravolgendo perfino i termini di paragone non è che si deve tollerare per forza chi si accontenta di poco], ad un cittadino comune sarebbero costate un trattamento molto diverso e forse pure il marchio di disonestà.

Quattro anni di tasse non pagate non mi sembrano una semplice dimenticanza: somigliano molto di più ad una reiterazione di un reato, in altri paesi i ministri si dimettono perché “si dimenticano” di pagare i contributi alle tate dei figli,  il canone della tv pubblica, o semplicemente perché hanno copiato una tesi di laurea da internet, per dire. Ma il ministro ha già fatto sapere che non prenderà nemmeno in considerazione l’ipotesi delle dimissioni perché il governo Letta le ha assicurato il suo sostegno, dunque Josefa  Idem, ministro di questo bel governo del largo inciucio e quindi intoccabile in nome della pacificazione nazionale pagherà la mora e amici come prima.

 In molti ci dicono che non sono tutti uguali ed è perfino vero nonostante tutto, ma il problema è che non trovano mai il modo giusto per dimostrarlo.
A volte non lo cercano nemmeno.

 

Irregolarità Imu, Letta: “Mi fido di Idem”

La procura pronta ad attivarsi sul caso

 

IL SINDACO DI RAVENNA: “ORA IL MINISTRO DEVE FARE CHIAREZZA”
I VICINI: “SPERIAMO SIA FALSO. CON QUELLO CHE PAGHIAMO NOI” 

IL MISTERO DI QUELLA PALESTRA DENTRO CASA

I BERLUSCONES AVVERTONO IL COLLE: “MANTIENI I PATTI”

“Non ha rispettato il patto”. Il Pdl contro Napolitano

Dopo la sentenza della Consulta sul caso Mediaset, i fedelissimi di B. minacciano il Colle, rammentandogli i presunti “accordi” e andando all’incasso in vista del vero salvacondotto: prescrizione in Cassazione o amnistia. [Il Fatto Quotidiano]

Processo Mediaset: no della Consulta tra pressioni e minacce

Il vigliacco sperava nell’ennesimo aiutino dall’alto coi soliti mezzucci, ovvero le solite bacchettate alla Magistratura “protagonista” e che non permette al diversamente statista di potersi occupare del paese e cioè dei cazzi suoi.

Ma stavolta gli è andata male, forse qualcuno inizia a capire che fare figure di merda pro domo berlusconi non è proprio il massimo del prestigio professionale, e non dovrebbe esserlo nemmeno di quello personale.

 Ogni riferimento al garante della Costituzione non è casuale ma voluto e intenzionale, non si capisce infatti perché il presidente della repubblica avrebbe dovuto intercedere per lui. L’hanno già fatto santo Napolitano, da vivo?  berlusconi anche stavolta avrebbe voluto la buona parola del capo dello stato che si traduce automaticamente in quella cattiva per i giudici, evidentemente è una richiesta possibile, mentre invece non dovrebbe essere così.

E il bello è che Letta, Epifani  si vantano pure della tenuta del governo.

Ci tengono a dire che le questioni che riguardano berlusconi, i suoi processi e le sue condanne non avranno nessuna ricaduta sulla stabilità del bel governo targato Napolitano.

E,  di grazia, cos’è che secondo gli esimi Letta ed Epifani dovrebbe avere conseguenze sulla tenuta del governo? il lancio dell’atomica su piazza san Pietro potrebbe bastare?
Chiedo, per curiosità.

Se questo fosse un paese normale Napolitano avrebbe trascorso l’intera giornata di ieri a raccogliere e firmare le dimissioni di tutti.

Nessuno vorrebbe avere niente a che fare con un delinquente patentato [per sentenza] che prima dà la parola e poi se la rimangia inventandosi il consiglio dei ministri per non andare in tribunale.
Loro sì, però, tutti uniti in nome della necessarietà [e di che genere non s’è ancora capito, a parte il dare altro respiro al fuori legge conclamato, come se fin’ora non avessero fatto la stessa cosa] e della pacificazione nazionale sono ancora lì a vantarsi della tenuta di questo bellissimo governo di cui al massimo gli italiani dovrebbero solo vergognarsi.

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Nota a margine: la cosa insopportabile è che ancora lo chiamano cavaliere.
Se la nomina di cavaliere della repubblica, ovvero persona che onora il paese e non lo infama come ha fatto e fa lui non gliela toglie il responsabile della repubblica potrebbe intanto togliergliela la stampa, evitando di citarlo come cavaliere e financo con la maiuscola.
Non se ne può più di sentirlo definire così.

A Tanzi la nomina fu revocata prima del terzo appello, quindi prima della condanna formale e definitiva, che altro deve fare berlusconi perché si smetta – ALMENO –  di chiamarlo cavaliere, strangolare gattini appena nati in diretta tv?

Stonatura? Massimo Rocca – Il Contropelo di Radio Capital

Allora io avrei passato diverse ore con i crampi allo stomaco. E proprio quando mi erano passati vado mica a leggere, con varie sfumature di grigio ma praticamente dovunque, che Berlusconi è imbestialito perché  l’accordo con il Quirinale si è trasformato in una truffa.

Secondo Berlusconi, Napolitano gli avrebbe tirato il pacco. Lui parlava di pacificazione ed intendeva i processi e la Consulta, l’altro annuiva e pensava allo spread e all’Europa. Lui metteva sul piatto l’appoggio al governo e si immaginava che l’altro mettesse una buona parola coi giudici comunisti della Corte Costituzionale. Lui si è alzato convinto. L’altro gli ha fatto ciao con la manina. Insomma non proprio la trattativa Stato mafia, ma certo una trattativa con uno che la Corte medesima ha appena dichiarato che convocava i consigli dei ministri come gli altri si fabbricano gli alibi.

E sono ancora qui ad aspettare un nota viva e vibrante che destituisca di ogni fondamento le ricostruzioni di stampa, sul genere di quella che si beccarono il Fatto e Barbara Spinelli a proposito del governo a tempo.

L’oltraggio nell’oltraggio [reloaded]

Sottotitolo: in previsione della stagione calda ricordatevi  sempre di bere molto.

Ché in questo paese la disidratazione fa brutti scherzi: può provocare fratture e contusioni multiple, e in caso di cagionevolezza anche la morte.

 

L’elenco è incompleto, ne mancano un bel po’ di morti “per sbaglio”.

Le sentenze si rispettano nella misura in cui sono eque, e restituiscono davvero giustizia a chi ne è stato privato.
Quando non lo sono si ha tutto il diritto di commentarle a proprio piacimento.
Anche perché non rispettare una sentenza non significa affatto sminuire il valore della Magistratura, visto e considerato che la Magistratura applica leggi che non scrivono i giudici ma i politici in parlamento.
E nessuno fra il popolo ha mai chiesto alla politica di dare alla vita umana un valore irrisorio, nullo, e che quantifica in una pena nulla chi –   indossando una divisa da funzionario dello stato – massacra gente inerme per dispetto o l’ammazza di botte ma poi per mezzo delle stesse leggi si  condanna alla galera vera da scontare chi spacca una vetrina.

Stefano è morto di fame e di sete, ci hanno detto, per colpa di medici che pur essendo stati condannati, nel paese più garantista di tutti non sconteranno mai un solo giorno di galera.
Ma un po’ prima era già morto di botte, questo succede quando lo stato sa esercitare solo autorità per mezzo del suo braccio armato violento e non invece  una giusta autorevolezza restando sempre dentro il confine del diritto.

Stefano, in un paese normale non sarebbe mai stato arrestato; nessuno viene considerato un criminale da galera perché ha in tasca qualche grammo di fumo e delle medicine contro l’epilessia.

E come scrivevo già un po’ di tempo fa  non farà né caldo né freddo a nessuno, a parte noi poveri idealisti che pensiamo e speriamo che l’Italia possa trasformarsi prima o poi non dico in un paese normale ma almeno sano, sapere che in questo paese si nutrono per legge, quindi obbligatoriamente – anche contro la loro volontà espressa in precedenza – i già morti da vivi  mentre non si ricorre all’alimentazione forzata quando c’è da salvare una vita che era ancora vita. 

Una persona può rifiutarsi di mangiare e bere per protesta o perché essendo stata pestata a sangue a scopo pedagogico, educativo, fame proprio non le viene mentre è sotto tutela dello stato, ricoverata in una struttura sanitaria pubblica e non succede niente, si lascia morire così, nell’indifferenza di tutti vietandole perfino la vicinanza di una persona di famiglia.

Non saper riconoscere, nemmeno dal punto di vista della legge – che dovrebbe tutelare proprio e maggiormente le vittime mentre la nostra spesso e anche volentieri fa l’esatto contrario – qual è la parte debole di un brutto gesto, di un’offesa, di una violenza è la ragione che poi fa dire a giovanardi, a la russa, che Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi sono morti perché se la sono cercata, erano drogati di strada, e non perché gente con un potere enorme in confronto a loro ne ha abusato. 
Fino ad ucciderli.

Senza l’obbrobrio della legge che porta il nome di fini e giovanardi, lo stesso che lo ha insultato fino a ieri, Stefano sarebbe ancora vivo, nessuno lo avrebbe mai arrestato per una manciata di fumo, e non sarebbe mai morto di botte, di fame, di sete, di ingiustizia e di stato.

STEFANO – di Rita Pani

Chissà, forse è andata proprio come andò a Padre Pio. Satana entrato nella cella di Stefano lo ha tentato, e lui per fuggire alla tentazione ne è uscito con le ossa rotte. Nessun colpevole, quindi, per la vita sprecata di un ragazzo che ha avuto la sfortuna di non essere un embrione. In quel caso sì, anche giovanardi sarebbe stato dispiaciuto per lo scempio.
Un oltraggio nell’oltraggio la sentenza che condanna i medici per malasanità, e che nello stesso tempo sospende la pena – che sarà mai? Capita al medico di sbagliare.
Un oltraggio nell’oltraggio anche il processo, che di omicidio non ha mai parlato: lesioni gravi era l’ipotesi di reato. Succede.
Son tante le cose che si potrebbero dire a proposito di uno Stato che uccide e resta impunito, ma avrebbero il suono noioso delle cose troppe volte ribadite, e bisognerebbe per principio aver la pazienza di stilare la lunga lista delle giovani vite sprecate. Quelle che non si aveva interesse a salvare, quelle per le quali nessuno è stato mosso da umanità. Quelle che non erano importanti per nessuno, anzi! “Un drogato in meno” ho letto da qualche parte, su uno di quei giornali di proprietà del Salvatore di giovani egiziane per bene, frequentato da commentatori cristiani, quelli che salverebbero tutti gli embrioni, tutti i malati terminali che vogliono morire.
Che si potrebbe aggiungere quindi allo squallore?
La consolazione, forse, di pensare che per fortuna è solo la sentenza di primo grado. La speranza nel secondo, o nella cassazione. Ma ultimamente perdiamo troppo del nostro tempo a sperare sogni che non si avverano mai.
Un pensiero caro e di solidarietà alla famiglia Cucchi, vergognandomi di questo paese infame.