…e allora le foibe?

Ogni uomo merita sepoltura, ci fa sapere Marco Tarquini, direttore di Avvenire, l’organo di stampa della Cei.

Per la chiesa cattolica dunque, è più grave togliere la vita a se stessi, in quel caso ci si può rifiutare di accogliere le spoglie di un uomo [o di una donna] che agli altri.
La chiesa dunque ammette lo sterminio ma il suicidio no.
Non è dato sapere il motivo di questa perversione che qualcuno chiama religione.

Quelli che parlano di pietas umana per priebke, che pensano che un morto alla fine è solo un morto e che sarà mai se gli fanno un funerale tradizionale dandogli una degna sepoltura si ricordassero di Piergiorgio Welby, abbandonato dalla chiesa, rifiutato da uomini ma in nome di Dio solo perché aveva chiesto di non essere lasciato a vivere una vita che non era più tale. 

In ogni caso una chiesa che ha fatto i funerali a pinochet mai rifiutato nemmeno da vivo, apprezzato anche da un papa che diventerà santo, che  ha inviato a pinochet e gentile signora [e se Dio li fa e poi li accoppia c’è da tremare] anche i suoi auguri personali per le nozze d’oro: tre vescovi per lui, il dittatore sanguinario, dietro un altare,  non si capisce perché li abbia poi negati a priebke. Non si capisce perché una chiesa che ha concesso funerali in grande stile a mafiosi, dittatori sanguinari, che ha ospitato in una basilica la salma di un boss criminale in qualità di benefattore abbia poi detto no a priebke. La chiesa perdona le colpe, i massacri, le stragi ma non l’innocenza della libertà di poter scegliere di dire no alla vita quando non è più degna come ha fatto Welby.

Forse è per questo che nella storia si è sempre schierata, coerentemente, con i carnefici e non con le vittime.

A me il perdono non interessa, il perdono è un fatto privato, personale, che spetta decidere solo alle vittime di un’offesa. Quello che mi interessa è che in questo paese il fascismo  venga messo fuori legge sul serio.

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Don Abrahamowicz: ‘Priebke? Innocente. 

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In un paese normale Don Abrahamowicz, il prete negazionista amico di priebke sarebbe stato arrestato e Cruciani e Parenzo almeno denunciati per aver favorito varie apologie pubblicamente, in un programma radiofonico. 

L’ho detto e ripetuto tante volte: La Zanzara andrebbe chiuso per questioni di igiene ambientale. Se questo paese fa così schifo, eticamente, moralmente e culturalmente è perché c’è chi considera questi due divulgatori di porcherie, apologie, fascismi, razzismi e omofobie due che fanno informazione e continua a pensare che esista un qualsivoglia diritto a questo tipo di “informazione”.
E inoltre non si capisce perché boccacci che risulta essere il leader di militia, un’associazione che in un paese antifascista per Costituzione non avrebbe motivo di esistere, che afferma che vuole partecipare alle esequie di un nazista criminale perché dice che quel criminale fa parte del suo mondo, pur vivendo in un paese che ha bandito per legge il fascismo e quindi figuriamoci il nazismo, non venga arrestato sul posto, invece di essere intervistato dai giornalisti.

Non merita perdono perché non si è pentito.
Invece se lo avesse fatto si poteva perdonare? si può perdonare chi ha commesso una strage così come si farebbe con chi ci tampona la macchina, ci pesta un piede? si chiede scusa e amici come prima, dopo aver ammazzato 335 persone?

Dall’episodio di priebke si capisce benissimo il valore di quella Costituzione che aveva messo il fascismo fuorilegge. Si capisce il valore di quegli uomini che avevano pensato a tutto, anche a fare in modo che gli italiani fossero più rispettati e tutelati proprio perché un regime fascista lo hanno subito e avevano messo nero su bianco quel MAI PIU’ necessario a fare in modo che niente di quello che era accaduto potesse ripetersi.

E invece nel corso della storia di questa sciagurata repubblica nata monca, già deprivata del diritto di essere democratica davvero qualcuno ha lavorato affinché quella legge diventasse una barzelletta, antifascismo fuorilegge? ma cosa, dove, quando, in un paese dove solo un paio di anni fa quando morì il sindaco di Latina, ex repubblichino di Salò fu organizzato un funerale in grande stile, con tanto di vessilli fascisti a circondare l’estinto e i carabinieri a fare da scorta, invece di organizzarsi in una retata e portare in galera tutti i partecipanti all’orrido show? 

E quale fascismo fuorilegge se a Roma dopo l’elezione di alemanno a sindaco gruppi di fascisti hanno potuto festeggiare l’avvenimento sulle scale del Campidoglio col saluto romano, un gesto che se fatto altrove, in quei paesi che i conti con la storia li hanno aperti ma anche chiusi significa almeno una denuncia se non addirittura l’arresto?

E quale antifascismo se una che di cognome fa mussolini può sedere tranquillamente nel parlamento della repubblica di questo paese, fatto a pezzi dal regime di suo nonno?

E ancora, quale antifascismo si può davvero mettere in pratica in un paese dove i cittadini non conoscono la storia ed ecco perché non sono più capaci nemmeno di difendere i valori fondamentali su cui poggia questa repubblica? 

E Napolitano, sempre così prodigo di moniti, lui che dovrebbe fare da scudo umano alla Costituzione e alle sue leggi perché non lo fa, perché chiede invece che la Costituzione venga indebolita da un parlamento al cui interno siedono ancora dei fascisti, nonostante e malgrado quella Costituzione e una legge che dice che le apologie del fascismo sono un reato?

Queste cose servono, per nascondere la storia che è fatta anche di una settantina d’anni in cui questo infame assassino è potuto vivere indisturbato nella capitale d’Italia, medaglia d’oro alla Resistenza, il luogo in cui lui come da ordini ricevuti ha comandato una strage di innocenti, in assoluta tranquillità. Ed è colpa nostra e di tutti, perché la sua lapide l’avremmo dovuta scrivere sotto casa sua ogni giorno mentre era vivo.

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Il nazista dove lo metto?
Massimo Gramellini, 16 ottobre

Persone banali avrebbero celebrato i funerali di Priebke di soppiatto, nella cappella dell’ospedale in cui era stata composta la salma della SS centenaria. Avrebbero cremato il cadavere, disperse le ceneri in mare, come gli americani fecero con quelle di Bin Laden, e resa pubblica la notizia a cose fatte. Ma in Italia le persone banali si trovano esiliate in tinello davanti a un bicchiere di analgesico. Le stanze delle decisioni pullulano di creature originali che disprezzano la noiosa legge di causa ed effetto, in base alla quale il modo migliore per disinnescare un barilotto di dinamite non consiste nel bombardarlo. Ecco allora l’avvocato del defunto annunciare urbe et orbi (soprattutto orbi) l’orario e il luogo delle esequie, con sufficiente anticipo per permettere a nazifascisti e partigiani di non mancare all’appuntamento. E appena il sindaco di Albano Laziale, l’unico a essere visitato in tutta la giornata da un attacco di intelligenza, cerca di impedire l’incendiario consesso, viene subito zittito dall’illustre signor prefetto. Si proceda dunque all’arrivo scortato della salma nella chiesa dei padri fascio-lefebvriani riabilitati da Ratzinger, con il contorno inesorabile di risse, minacce, svenimenti, monetine e con il finale surreale di un funerale sospeso per invasione di campo e di una bara che continua a girare per l’Italia in cerca di oblio.

Prima ancora che la decenza, a suggerire di far sparire i resti di Priebke in silenzio era il buonsenso. Ma il buonsenso prevede che qualcuno si prenda la responsabilità di usarlo.

En_ciclica [mente]

Mauro Biani

“Agire come se tutto dipendesse da noi, ma far credere come se dipendesse da Dio.”

Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ovvero quei gesuiti che ispirano “il papa arrivato dalla fine del mondo”.

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Sottotitolo:  cambia la pubblicità ma il prodotto è  sempre lo stesso, rifilato in tutte le salse da duemila anni. Ma il papa in presenza di una politica forte può fare e dire quello che vuole, quello che la chiesa fa e dice da più di duemila anni. Il nostro problema infatti non è il papa ma la politica che, a destra come a sinistra [parlando con pardon], non può esimersi dall’accontentare i desiderata degli ospiti d’oltretevere, ché a votare poi ci vanno pure loro e ci mandano un sacco di gente.

Chissà perché i francesi che gli hanno dato il benservito con relativo sfratto sono avanti a noi anni luce in materia di diritti civili.

In un paese normale, una democrazia occidentale sana, due leader di sinistra non citano come punto di riferimento il cardinale e il papa, i loro punti di riferimento dovrebbero essere altrove.

E i media danno alle notizie  che arrivano dal vaticano lo spazio che si meritano,  nella giusta collocazione fra la politica estera, non col consueto sensazionalismo da prima pagina che si riserva qui ad ogni fil di fiato che arriva da piazza San Pietro e dintorni.

E sempre in quel paese occidentale del terzo millennio nessuno rimetterebbe in discussione diritti civili ottenuti con fatica in altre epoche, e nessuno li negherebbe in virtù di una “normalità” imposta da un ordine sociale condizionato proprio dalle gerarchie vaticane e al quale la politica si è sempre sottomessa volentieri.

 

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Fabio Magnasciutti

Mi piacerebbe sapere come è stata commentata all’estero, e che evidenza è stata data alla notizia della prima enciclica papale scritta “per la prima volta a quattro mani” [forse perché per la prima volta nella storia moderna un papa ha chiesto il prepensionamento? po’ esse, ai tempi di Celestino e del suo gran rifiuto non c’erano i giornali e le televisioni].

E mi piacerebbe sapere cosa c’è di rilevante da meritarsi la pole position nei media se non le solite filastrocche che tutti i papi ciclicamente ripetono: ‘n omo, ‘na donna, ‘na donna e ‘n omo [cit. Carlo Verdone].

Per non parlare del decreto firmato da questo papa nuovo di zecca che a fine anno proclamerà santi Giovanni XXIII e Karol Wojtyla dei quali si parla sempre come dei papi buoni. Quindi significa che tutti gli altri non lo sono stati? ri_po’ esse.  Di quanto sia discutibile il concetto di papi “buoni” è meglio sorvolare, giusto per non rovinarsi anche il sabato mattina. Inutile ribadire che il potere cosiddetto “temporale” ha avuto bisogno del sostegno di tutti per mantenersi così longevo. E nessun sostegno è stato mai rifiutato quando si poteva tradurre in soldi.

Qual è stato il grande merito di Giovanni Paolo II, il Grande Comunicatore, quei miracoli riconosciuti da una commissione preposta [un po’ come se dei dipendenti mediaset dovessero decidere sull’onestà di berlusconi] oppure aver contribuito a sconfiggere il pericolo del comunismo? o ancora, poter vantare fra le sue amicizie un tipino come Pinochet? o ancora [e ancora] aver occultato le vicende legate allo IOR, all’omicidio di Sindona? aver impedito con ogni mezzo che si potesse far chiarezza sul perché un boss della malavita abbia potuto trovare residenza da morto in una chiesa in qualità di benefattore? non so, ma “se sbaglio, mi corigerete”.

 

 

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Il vizio della memoria
Marco Travaglio, 6 luglio

Dalla settimana prossima il Fatto pubblicherà ogni giovedì alcune fra le migliori interviste televisive di Enzo Biagi. La cosa non è affatto piaciuta a Pigi Battista e al Giornale di Sallusti, affetti da sindrome di Salieri. Il primo ha scaricato la sua bile contro il curatore dell’iniziativa, Loris Mazzetti, che ha collaborato per anni come regista e capostruttura ai programmi di Biagi Il Fatto (Rai1) e Rt (Rai3) e ha firmato con lui i suoi ultimi libri. “Ma perché — twitta Battista — le figlie di Biagi consentono a uno sfaccendato come Loris Mazzetti di sfruttare così il lavoro di loro (sic, ndr) padre?”. Il Giornale dedica un’intera pagina al “vizio di fare il portavoce dei morti sicuri di non essere smentiti: da Travaglio a Mazzetti, da Ingroia alla Bindi, ecco chi fa carriera grazie ai defunti eccellenti”. Scrive Maurizio Caverzan: “i portavoce dei morti non abbisognano di nomine e documentazione. Basta un pizzico di millanteria, una certa voglia di carriera e si autocertificano secondo la propria indole”. Mazzetti “ventriloquo post mortem di Biagi”, Travaglio “esegeta abusivo di Montanelli”, Ingroia “presuntissimo continuatore di Falcone e Borsellino”. Poi “le vedove inconsolabili di qualche maître à penser scomparso da decenni, da Pasolini a Antonioni, da Bobbio a Galante Garrone al Bachelet ripetutamente citato e rimpianto da Rosy Bindi”. Ecco, il Caverzan non riesce proprio a concepire che chi ha avuto la fortuna di frequentare quei grandi personaggi ne conservi e trasmetta la memoria. O forse li preferirebbe imbalsamati con teca e piedistallo, come si fa con Garibaldi e gli altri padri della patria, buoni per tutte le stagioni. E il Battista trova inaccettabile che qualcuno, diversamente da lui, rimpianga Biagi e prenda a modello il suo giornalismo libero anziché quello servile. Ciò che disturba non sono le appropriazioni indebite, ma quelle debite: Gherardo Colombo direbbe “il vizio della memoria”. Se non fossero esistiti uomini liberi, ancorché diversissimi fra loro come Pasolini, Montanelli, Biagi, Galante Garrone, Bachelet, Falcone e Borsellino, oggi sarebbe ancor più facile essere servi. Chi ricorda certi morti impedisce a certi vivi di farne dei santini bipartisan, di larghe intese. Com’è accaduto al povero De Gasperi, la cui fondazione è passata dalle mani di tal Franco Frattini (autore di una legge sul conflitto d’interessi che avrebbe fatto arrossire un cattolico liberale come l’Alcide) alle grinfie di tal Angelino Alfano: il quale tre anni fa dedicò la sua controriforma della giustizia a Falcone, che l’avrebbe usata per scopi igienici. Ma per queste tragicomiche appropriazioni indebite nessuno s’indigna. Dà noia che chi ha conosciuto quei personaggi li ricordi per quello che erano, pensavano, dicevano e scrivevano: “divisivi”, come si dice oggi nell’orrendo idioma inciucese. Bachelet era un costituzionalista che avrebbe detto e scritto cose terribili sulla deriva presidenzialista di oggi, e la Bindi, sua assistente universitaria che se lo vide ammazzare sotto gli occhi, ha continuato a difendere la Costituzione anche nel suo nome. Lo stesso vale per Falcone e Borsellino che Ingroia, avendo lavorato con entrambi, non si stanca di ricordare per quelli che erano contro ogni abuso postumo. Idem per Montanelli e Biagi, accomunati dal raro privilegio di essere stati cacciati da B.: l’uno dal giornale che aveva fondato 20 anni prima, l’altro dalla Rai che aveva servito per 41 anni. Ricordare gli editti del 1994 e del 2002 significa mettere in imbarazzo chi prese il posto di Enzo e Indro senza batter ciglio. Da un lato una serie di comparse, fra cui il Battista (i cui epici ascolti ricordiamo a imperitura memoria a pag. 7); dall’altro un trenino di berlusconiani che ha in Sallusti l’ultimo vagone. Povero Caverzan, non ha mai avuto la fortuna di lavorare con Montanelli e Biagi, però un giorno potrà raccontare ai suoi nipoti: “Pensate, ragazzi, ho lavorato con zio Tibia”. E non sarà un bel momento.