En_ciclica [mente]

Mauro Biani

“Agire come se tutto dipendesse da noi, ma far credere come se dipendesse da Dio.”

Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ovvero quei gesuiti che ispirano “il papa arrivato dalla fine del mondo”.

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Sottotitolo:  cambia la pubblicità ma il prodotto è  sempre lo stesso, rifilato in tutte le salse da duemila anni. Ma il papa in presenza di una politica forte può fare e dire quello che vuole, quello che la chiesa fa e dice da più di duemila anni. Il nostro problema infatti non è il papa ma la politica che, a destra come a sinistra [parlando con pardon], non può esimersi dall’accontentare i desiderata degli ospiti d’oltretevere, ché a votare poi ci vanno pure loro e ci mandano un sacco di gente.

Chissà perché i francesi che gli hanno dato il benservito con relativo sfratto sono avanti a noi anni luce in materia di diritti civili.

In un paese normale, una democrazia occidentale sana, due leader di sinistra non citano come punto di riferimento il cardinale e il papa, i loro punti di riferimento dovrebbero essere altrove.

E i media danno alle notizie  che arrivano dal vaticano lo spazio che si meritano,  nella giusta collocazione fra la politica estera, non col consueto sensazionalismo da prima pagina che si riserva qui ad ogni fil di fiato che arriva da piazza San Pietro e dintorni.

E sempre in quel paese occidentale del terzo millennio nessuno rimetterebbe in discussione diritti civili ottenuti con fatica in altre epoche, e nessuno li negherebbe in virtù di una “normalità” imposta da un ordine sociale condizionato proprio dalle gerarchie vaticane e al quale la politica si è sempre sottomessa volentieri.

 

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Fabio Magnasciutti

Mi piacerebbe sapere come è stata commentata all’estero, e che evidenza è stata data alla notizia della prima enciclica papale scritta “per la prima volta a quattro mani” [forse perché per la prima volta nella storia moderna un papa ha chiesto il prepensionamento? po’ esse, ai tempi di Celestino e del suo gran rifiuto non c’erano i giornali e le televisioni].

E mi piacerebbe sapere cosa c’è di rilevante da meritarsi la pole position nei media se non le solite filastrocche che tutti i papi ciclicamente ripetono: ‘n omo, ‘na donna, ‘na donna e ‘n omo [cit. Carlo Verdone].

Per non parlare del decreto firmato da questo papa nuovo di zecca che a fine anno proclamerà santi Giovanni XXIII e Karol Wojtyla dei quali si parla sempre come dei papi buoni. Quindi significa che tutti gli altri non lo sono stati? ri_po’ esse.  Di quanto sia discutibile il concetto di papi “buoni” è meglio sorvolare, giusto per non rovinarsi anche il sabato mattina. Inutile ribadire che il potere cosiddetto “temporale” ha avuto bisogno del sostegno di tutti per mantenersi così longevo. E nessun sostegno è stato mai rifiutato quando si poteva tradurre in soldi.

Qual è stato il grande merito di Giovanni Paolo II, il Grande Comunicatore, quei miracoli riconosciuti da una commissione preposta [un po’ come se dei dipendenti mediaset dovessero decidere sull’onestà di berlusconi] oppure aver contribuito a sconfiggere il pericolo del comunismo? o ancora, poter vantare fra le sue amicizie un tipino come Pinochet? o ancora [e ancora] aver occultato le vicende legate allo IOR, all’omicidio di Sindona? aver impedito con ogni mezzo che si potesse far chiarezza sul perché un boss della malavita abbia potuto trovare residenza da morto in una chiesa in qualità di benefattore? non so, ma “se sbaglio, mi corigerete”.

 

 

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Il vizio della memoria
Marco Travaglio, 6 luglio

Dalla settimana prossima il Fatto pubblicherà ogni giovedì alcune fra le migliori interviste televisive di Enzo Biagi. La cosa non è affatto piaciuta a Pigi Battista e al Giornale di Sallusti, affetti da sindrome di Salieri. Il primo ha scaricato la sua bile contro il curatore dell’iniziativa, Loris Mazzetti, che ha collaborato per anni come regista e capostruttura ai programmi di Biagi Il Fatto (Rai1) e Rt (Rai3) e ha firmato con lui i suoi ultimi libri. “Ma perché — twitta Battista — le figlie di Biagi consentono a uno sfaccendato come Loris Mazzetti di sfruttare così il lavoro di loro (sic, ndr) padre?”. Il Giornale dedica un’intera pagina al “vizio di fare il portavoce dei morti sicuri di non essere smentiti: da Travaglio a Mazzetti, da Ingroia alla Bindi, ecco chi fa carriera grazie ai defunti eccellenti”. Scrive Maurizio Caverzan: “i portavoce dei morti non abbisognano di nomine e documentazione. Basta un pizzico di millanteria, una certa voglia di carriera e si autocertificano secondo la propria indole”. Mazzetti “ventriloquo post mortem di Biagi”, Travaglio “esegeta abusivo di Montanelli”, Ingroia “presuntissimo continuatore di Falcone e Borsellino”. Poi “le vedove inconsolabili di qualche maître à penser scomparso da decenni, da Pasolini a Antonioni, da Bobbio a Galante Garrone al Bachelet ripetutamente citato e rimpianto da Rosy Bindi”. Ecco, il Caverzan non riesce proprio a concepire che chi ha avuto la fortuna di frequentare quei grandi personaggi ne conservi e trasmetta la memoria. O forse li preferirebbe imbalsamati con teca e piedistallo, come si fa con Garibaldi e gli altri padri della patria, buoni per tutte le stagioni. E il Battista trova inaccettabile che qualcuno, diversamente da lui, rimpianga Biagi e prenda a modello il suo giornalismo libero anziché quello servile. Ciò che disturba non sono le appropriazioni indebite, ma quelle debite: Gherardo Colombo direbbe “il vizio della memoria”. Se non fossero esistiti uomini liberi, ancorché diversissimi fra loro come Pasolini, Montanelli, Biagi, Galante Garrone, Bachelet, Falcone e Borsellino, oggi sarebbe ancor più facile essere servi. Chi ricorda certi morti impedisce a certi vivi di farne dei santini bipartisan, di larghe intese. Com’è accaduto al povero De Gasperi, la cui fondazione è passata dalle mani di tal Franco Frattini (autore di una legge sul conflitto d’interessi che avrebbe fatto arrossire un cattolico liberale come l’Alcide) alle grinfie di tal Angelino Alfano: il quale tre anni fa dedicò la sua controriforma della giustizia a Falcone, che l’avrebbe usata per scopi igienici. Ma per queste tragicomiche appropriazioni indebite nessuno s’indigna. Dà noia che chi ha conosciuto quei personaggi li ricordi per quello che erano, pensavano, dicevano e scrivevano: “divisivi”, come si dice oggi nell’orrendo idioma inciucese. Bachelet era un costituzionalista che avrebbe detto e scritto cose terribili sulla deriva presidenzialista di oggi, e la Bindi, sua assistente universitaria che se lo vide ammazzare sotto gli occhi, ha continuato a difendere la Costituzione anche nel suo nome. Lo stesso vale per Falcone e Borsellino che Ingroia, avendo lavorato con entrambi, non si stanca di ricordare per quelli che erano contro ogni abuso postumo. Idem per Montanelli e Biagi, accomunati dal raro privilegio di essere stati cacciati da B.: l’uno dal giornale che aveva fondato 20 anni prima, l’altro dalla Rai che aveva servito per 41 anni. Ricordare gli editti del 1994 e del 2002 significa mettere in imbarazzo chi prese il posto di Enzo e Indro senza batter ciglio. Da un lato una serie di comparse, fra cui il Battista (i cui epici ascolti ricordiamo a imperitura memoria a pag. 7); dall’altro un trenino di berlusconiani che ha in Sallusti l’ultimo vagone. Povero Caverzan, non ha mai avuto la fortuna di lavorare con Montanelli e Biagi, però un giorno potrà raccontare ai suoi nipoti: “Pensate, ragazzi, ho lavorato con zio Tibia”. E non sarà un bel momento.

Tuoni, fulmini e saette

 Ieri sera pensavo alla  binetti e alla roccella ma anche alla  bindi e a giovanardi 
Il papa si è dimesso, hanno bocciato il ricorso sulla legge 40: una giornata da dimenticare.
Per loro.

“Come donna e come madre”, Angela Bruno è stufa delle molestie

Non ne può più dell’ipocrisia e delle manipolazioni da ufficio stampa aziendale. Angela Bruno, la donna molestata pubblicamente da Silvio Berlusconi nel corso di una convention, ha precisato via mail che non si è sentito affatto “onorata” dalle volgarità del cavaliere.

Alla fine non penso che sia così importante la sua reazione. Cosa ci sia di vero o falso, se lei si sia effettivamente imbarazzata o divertita come riportava La Repubblica. Quel che si è visto, il fatto che non abbia saputo reagire alle insolenze del prepotente ma le abbia assecondate, quali che siano le ragioni, è molto più esaustivo di qualsiasi spiegazione. E visto che il suo momento di gloria l’ha avuto, sono 48 ore che si parla del fatto che una signora non abbia saputo voltarsi per andarsene ma per far ridere un vecchio malato, penso che il giornalismo illustre possa anche smettere di occuparsi di queste beghe da cortile berlusconiano.

Aggiornamenti e sviluppi: la ragazza “molestata” da silvio alla convenscion della Green Power  ci tiene a far sapere che si è molto divertita ma; contenta lei, contenti tutti. Quindi anch’io di non essermi unita alla consueta fiera dell’ipocrisia – che si ripete ogni volta che silvio berlusconi interpreta silvio berlusconi e non solo in situazioni di questo tipo – di chi la voleva rappresentare come l’ennesima “vittima” del sessuomane incontinente.  L’episodio dell’impiegata della Green Power non denota solo la mancanza assoluta di considerazione che berlusconi ha per le donne ma, soprattutto, il fatto che ci sono donne che certi atteggiamenti degli uomini, non tutti per fortuna,  non solo li accettano, ma non li trovano disdicevoli, sconvenienti. Nel caso di specie perfino divertenti. La signorina rideva e alla richiesta di voltarsi per mostrare il lato b non si è opposta, l’ha fatto. E alle battute del satrapo non ha ALMENO taciuto per non dargli la possibilità di andare oltre, si è prestata al gioco. Quindi cosa c’è da indignarsi, da difendere? Quello che non succede mai è che qualcuno risponda a berlusconi come merita, non lo ha fatto la politica e abbiamo visto com’è andata a finire. Sarebbe il caso che cominciassimo tutti a considerarlo per quello che è anche nella malaugurata ipotesi che lo dovessimo incontrare di persona.  Ogni luogo frequentato da silvio rischia di trasformarsi in una scenetta da b movie. Ormai lo sanno tutti che l’agguato, la battuta, il tentativo di approccio, l’allusione sessuale sono sempre dietro l’angolo. E nessuno dovrebbe farsi trovare impreparato.

Procreazione, la Corte di Strasburgo
boccia il ricorso dell’Italia sulla legge 40

 La Corte europea dei diritti umani conferma la sentenza del 28 agosto scorso: i giudici ancora una volta si sono espressi contro la legge che nega a una coppia fertile, ma portatrice di una malattia genetica, di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni.
 Finché  la politica non pagherà in solido le leggi sbagliate che fa per conto suo o perché gliele suggeriscono dall’alto non ne usciremo; il papa che si dimette non fa dimenticare né cancella un bel nulla, soprattutto una politica serva e servile.
L’Europa ha ricordato alla politica italiana che il 2013 vale anche per noi, che dovremmo smetterla di essere il caso pietoso di famiglia per colpa della politica tutta. 
Questo ricorso, tanto per non dimenticarci di niente e di nessuno in campagna elettorale,  l’ha chiesto e ottenuto Monti, che era il presidente del consiglio tecnico e non doveva entrarci proprio niente con queste faccende, ma se l’ha fatto è perché qualcuno glielo ha chiesto, e non glielo abbiamo chiesto noi cittadini. E Napolitano come al solito guardava da un’altra parte.
Il fatto che persino Antonio Padellaro si sia unito al coro delle prefiche, dei futuri orfani del papa vivo e scriva nel Fatto Quotidiano che le dimissioni del papa riducano, sminuiscano a beghe quelle della politica in questo ultimo scorcio di campagna elettorale la dice lunga, anzi lunghissima sull’intenzione di separare almeno culturalmente quel che succede dall’altra parte del Tevere rispetto ai palazzi delle istituzioni.
Perché questa campagna elettorale organizzata in fretta e furia è – come scriviamo in tanti da giorni – sicuramente lo spettacolo meno edificante al quale avremmo voluto assistere ma è quello di cui tutti ci dovremmo augurare il finale meno tragico, a differenza di quel che succederà nella casa di Pietro le cui sorti, francamente a me interessano infinitamente meno per non dire nulla.
Siamo un paese piccino e non perdiamo mai l’occasione per dimostrarlo.

L’Antitaliano
Marco Travaglio, 12 febbraio

Se non fosse irriguardoso, si potrebbe dire che Joseph Ratzinger è come Michel Platini: meglio ritirarsi ancora al cento per cento delle forze fisiche e mentali, che declinare e degradarsi sotto gli occhi del mondo, riducendosi progressivamente a larva umana o vegetale. Specialmente se si è assistito alle lunghissime agonie di due grandi predecessori come Paolo VI e Giovanni Paolo II (papa Luciani fu una meteora), che negli ultimi tristi anni finirono nelle mani e nelle fauci di una Curia popolata anche di sciacalli e faine. È incredibile la forza dirompente ed eversiva, dunque storica, sprigionata dalla scena fuori dal tempo e dallo spazio del Concistoro di ieri, con il vecchio Pontefice che esala cantilenando poche frasi in latino. Una forza che, proprio nel passo d’addio, spazza via tutti gli schemi del Papa conservatore, incolore, insapore, freddo e distaccato. Il coraggio dell'”incapacitatem meam agnoscere” e dell’ammettere le forze che mancano per l'”ingravescente aetate…”. L’umilissimo “veniam peto pro omnibus defectibus meis”. Il confessare la propria finitezza, forse il proprio fallimento, in un mondo che obbliga a essere o a fingersi sempre giovani e in gran forma. Lo staccarsi dal trono e dal proscenio, contrapponendo il servizio e la missione (“patiendo et orando “) a un mondo che fa del potere e dell’apparire gli unici valori.
Ci sarà tempo per scandagliare gli altri motivi, più prosaici e mondani, che l’han portato a questa scelta in aggiunta a quelli di salute. Intendiamoci. Le contraddizioni della Chiesa e gli errori, le compromissioni, gli scandali del Vaticano sono tutti ancora lì. Ma che pena le lodi bigotte dei politicanti italioti, decrepiti per età anagrafica e/o politica, abbarbicati alle poltrone finché morte non li separi, che esaltano il gesto “nobile”. Omuncoli che dovrebbero astenersi dal pronunciare il nome di questo gigante della fede e della cultura, che nulla ha mai avuto a che fare (diversamente da tanti cardinali italiani) con la politica, tantomeno con quella nostrana. Altri, più titolati, giudicheranno il pontificato di Benedetto XVI e forse vi scopriranno profili di innovazione (come le aperture a separati e divorziati) che i luoghi comuni della botteguccia domestica ha impedito di riconoscere. Ma sull’uomo Ratzinger qualcosa già si può dire. Nonostante gli anni trascorsi in Italia, più precisamente a Roma, più precisamente in Curia, Ratzinger non è mai diventato italiano, romano, curiale. È sempre rimasto tedesco. Me ne resi conto il 1° settembre 1990, quando Montanelli mi mandò a Rimini a seguire il Meeting di Cielle. L’allora cardinale prefetto del Sant’Uffizio tenne una prolusione, poi si sottopose a una conferenza stampa. L’ingenuità dei miei 26 anni mi suggerì una domanda impertinente che i ras ciellini intorno a lui fulminarono con smorfie di disgusto: “Non crede, eminenza, che dopo la caduta del Muro di Berlino sia ora di finirla con l’unità politica dei cattolici nella Dc?”. Lui invece sorrise e rispose: “La Chiesa non deve identificarsi mai con un partito determinato, ma deve essere aperta a diverse opzioni politiche e porsi a difesa della coscienza morale. Un partito cristiano ha una responsabilità particolare e ci interessa per la formazione di un consenso umano e cristiano nella società che si paganizza”. Aggiunse di preferire una Chiesa di popolo alle “strutture ecclesiastiche più giuridiche che vitali, che in Germania esistono solo perché ci sono i soldi per crearle. Quanti più apparati noi costruiamo, tanto meno c’è spazio per lo spirito, per il Signore, e tanto meno c’è libertà”. L’indomani si scatenò un mezzo putiferio, con i giornali che annunciavano la fine dell’unità dei cattolici in
un solo partito.
Oggi in Vaticano, 23 anni dopo, c’è qualcuno che non l’ha ancora capito.

#vergognasulpapa kill the gay

Questi “pericolosi sovversivi” (Pasquale Videtta, Luca Sappino, Francesca Fornario, Simone Salis, Gianfranco Mascia, Alessandro Gilioli, Marco Quaranta), che si limitavano a esporre (in religioso silenzio) dei manifesti assolutamente pacifici durante l’Angelus del Papa in Piazza San Pietro, si sono visti strappare di mano il tutto dalla Polizia di Stato Italiana (in Vaticano!), sono stati schedati e sono stati trattenuti per oltre un’ora.

“Le unioni gay non danneggiano la pace: le armi sì.”

Questo semplicissimo concetto non può essere esposto nemmeno per iscritto rimanendo in silenzio perché la polizia dello stato italiano, in servizio permanente, dunque a spese dei contribuenti italiani anche nello stato estero del vaticano non vuole, si arrabbia. Non si può. 
Però si può dire – senza che nessuna istituzione né tanto meno la politica – letteralmente terrorizzata dalla possibilità di perdere voti dai talebani cristianocattolici faccia un plissé – che le unioni gay sono contro la pace e un mucchio di altre deliranti scemenze mentre si dà la benedizione a chi gli omosessuali li vuole morti sul patibolo. Il problema è che se la religione danneggiasse solo chi la segue sarebbe poca cosa, un nulla da liquidare con un sontuoso chissenefrega, il dramma invece è che danneggia tutti. Nel silenzio generale di chi dovrebbe fare in modo che questo non si verifichi più.

Preambolo: il secondo emendamento, quello che consente agli americani di poter possedere un’arma senza particolari motivazioni e senza soprattutto nessun controllo verso chi ne fa richiesta esiste dal 15 dicembre 1791. In due secoli e mezzo nessuno di quelli che hanno governato l’America ha mai sentito il dovere civile di fare in modo che non a tutti fosse concessa la possibilità di detenere e usare un’arma.  In tutto questo frattempo l’elenco delle stragi accadute a causa del possesso indiscriminato di armi si è allungato in maniera impressionante. Tutti possono acquistare un’arma senza che venga fatto nessun controllo sulla persona e la personalità di chi poi la dovrà usare.

Gli americani piangono, i presidenti si commuovono ma non c’è nessuna volontà da parte di nessuno di abolire questa licenza di uccidere.

In America a 21 anni non si è abbastanza adulti per potersi ubriacare in santa pace ma per commettere una strage sì.

Sottotitolo: visto che secondo il cardinal Ruini [eminems] la questione morale “non può essere usata come strumento politico” ed è sufficiente ricordarsi di mantenere un buon contegno pubblico come ci ha spiegato l’ottimo Sgarbi che di moralità,  contegni pubblici e privati se ne intende, la Lilly Gruber  ieri sera a ottoemmezzo avrebbe potuto ad esempio ricordare ad eminems e a Sgarbi che il papa è scampato per il rotto della cuffia e solo per un cavillo burocratico in quanto capo di stato estero [quando pare a lui] ad una condanna in Texas per aver taciuto, omesso, coperto, nascosto circa la pedofilia all’interno della chiesa. Voglio dire, se hai davanti Ruini nel giorno in cui il papa ha sommato una quantità di oscenità che la metà sarebbe stata già insopportabile, se fai la giornalista non puoi tacere su un fatto del genere.

Altrimenti sei un’altra cosa.

La chiesa cattolica  sta a Dio come come la politica, specialmente quella italiana  sta all’onestà, alla legalità  e alla giustizia.

Se si  prova a raccontare alla gggente, quella che non sa, che la religione cattolica è quella che più di altre nel corso della storia si è macchiata di crimini orrendi, ha sempre ostacolato il percorso verso la civiltà e la maturità dei popoli, ha sempre negato il diritto di ognuno di poter agire in libertà e fare di e con se stessi quello che tutti dovrebbero poter fare liberamente di e con se stessi, quella gggente ti guarda con la stessa espressione ebete che ha quando dici che berlusconi vent’anni fa era esattamente come oggi.

L’unico modo per difendersi è conoscere, sapere; chi non sa è vulnerabile, facilmente seduttibile. Ai figli bisogna insegnare quanto è bella, magnifica la libertà: quella dei pensieri e delle azioni belle e magnifiche, tipo saper ignorare quei retaggi e pregiudizi pericolosi, dannosi, quella subcultura che non dovrebbe far parte di nessuna civiltà e che consentono ad un papa oggi, nel terzo millennio di poter veicolare messaggi pericolosi, violenti, discriminanti, razzisti e omofobi fatti passare per un messaggio di pace.

Discriminare, far credere che gli omosessuali siano portatori di violenza, di guerra alla “normalità”  è tutt’altro che un messaggio con cui si può celebrare nientemeno che la pace;  significa mettere a rischio la loro incolumità e sicurezza.

Quando poi  i ragazzini si suicidano a 15 anni perché i compagni di scuola li deridono o quando gli omosessuali, le lesbiche, i transessuali vengono aggrediti, picchiati, violentati, ammazzati di chi è la colpa, del bullismo,  della maleducazione, della criminalità fascista o anche, anzi soprattutto  di quello che viene predicato urbi et orbi?

 La discriminazione è SEMPRE un danno per la collettività, l’essere in qualche modo classificati dei “diversi” in senso negativo, dispregiativo, offensivo costringe a fare dei distinguo che generano delle differenze mentre i diritti sono diritti per TUTTI.

  Le scelte di vita, quando  sono private e non intaccano il diritto degli altri, quando non sono pericolose per gli altri, quando non provocano danni agli altri DEVONO essere  accettate e lecite, ed è un dovere di tutti rispettarle, perché è un diritto di tutti essere rispettati, la laicità e il suo rispetto garantisce tutti.

Il 23 settembre scorso il papa aveva detto le stesse cose pronunciate ieri – celebrando la pace mentre dava  la sua personale benedizione a  Rebecca Kadaga,  ugandese, promotrice della riforma dell’attuale legge contro i “comportamenti sessuali deviati”: omosessualità e bisessualità,  riforma  che prevede la pena di morte per gli omosessuali “recidivi” [sic!] –  ai partiti politici cattolici italiani, quindi praticamente a tutti, fatta eccezione forse per quello di Ferrero: “non cedete su eutanasia e aborto, tutelate il matrimonio uomo – donna”. 

E visto che lui ribadisce, lo faccio anch’io, perché la verità è che alla chiesa cattolica piace l’ipocrisia, l’unica dottrina che condividono è quella delle morali doppie e triple.

Quella che permette ad un divorziato colluso con la mafia [sostenuto da questa chiesa intollerante a corrente alternata finché non sono entrate in scena le storiacce di HardCore, ovvero la mafia e la corruzione sì ma le mignotte proprio no, ché perpetuare un’opera di lobotomia che dura da quasi tre millenni è un esercizio costoso e impegnativo: serve tutto il peggio che c’è a disposizione, mafie comprese] di accostarsi all’Eucaristia, bestemmiare pubblicamente e ottenere il perdono “contestualizzato” da parte dell’eminenza di turno, che gli ha permesso di farsi portavoce dei valori cristiani mentre a casa sua succedeva altro che Sodoma e Gomorra.

Quella della celebrazione del family day a cui ha partecipato Gianfranco Fini che aveva già abbandonato una moglie e messo incinta la sua nuova compagna, una celebrazione a cui partecipava Giovanardi che con Fini ha firmato una legge criminale che ha mandato a morire di botte, di fame e di sete un ragazzo di trent’anni mentre era sotto tutela dello stato e ricoverato in una struttura ospedaliera pubblica.  Per dire giusto le prime cose che mi vengono in mente.

Quella dei funerali religiosi a Pinochet con la presenza di non uno ma tre vescovi sull’altare e che poi nega il funerale a Piergiorgio Welby, vero cristo in croce lasciato sul sagrato di una chiesa da morto dopo essere stato abbandonato da dio da vivo.

Quella che Eluana doveva continuare a vegetare in un letto d’ospedale per chissà quanto tempo ancora e suo padre è un assassino. Io figli piccoli non ne ho più ma chi vuole salvare e proteggere i suoi li tenga lontani dalla chiesa, faccia decidere a loro da adulti consapevoli se vogliono o meno accostarsi ai sacramenti, non imponga loro battesimi, comunioni e cresime solo per tradizione, perché si fa la festa e si ricevono i regali e per paura che vengano esclusi dalla setta. 

E invece di mandarli agli scout o all’oratorio a farli rimbecillire prima del tempo dalla propaganda cattolica li mandasse  ad infangarsi su un campo da rugby, ad una scuola di musica, di danza, di arte e pittura, è molto più educativo di qualsiasi catechismo religioso.

Sarebbe un bel passo avanti, in fatto di civiltà.

E ai giornalisti – visto che qui ogni tanto qualcuno ci passa – chiedo: basta.

Quello che dice il papa, quello che che pensano vescovi e cardinali interessa una parte minima di gente, non sono cose di interesse nazionale.

Chi ha tutta questa smania di sapere, conoscere e ascoltare il Benedetto – pensiero ha canali di informazione sufficienti, può benissimo andarseli a cercare visto che ce ne sono pure troppi per un paese laico.


“Eutanasia, aborto e nozze gay sono gravi minacce per la pace”, ha detto il papa.E poi ha benedetto Rebecca Kadaga, la promotrice della riforma di legge in Uganda contro i “comportamenti sessuali devianti”, che tra le ipotesi prevede anche la pena di morte per gli omosessuali recidivi.