Per quel che può servire, la mia solidarietà incondizionata al giudice Esposito

Quello che provo è sgomento, raccapriccio, rabbia e impotenza.

Mentre un pregiudicato, condannato, uno che non ha nemmeno più bisogno di essere rappresentato, descritto, del quale non dovrebbe servire sapere più niente ormai per destinarlo alla categoria cui si merita di appartenere che è quella dei fuori legge, dei delinquenti viene difeso dalle istituzioni e dalle istituzioni e dalla politica viene accolto, ascoltato, gli viene concesso di imperversare ovunque, lui e chi per lui perfino nei cieli d’Italia per continuare a mentire sulla sua innocenza, c’è un giudice che viene lasciato solo a dover affrontare persone, fra cui gente delle istituzioni – quelle stesse che dovrebbero difendere gli uomini e le donne dello stato – che lo diffamano, lo insultano, permettono che sui giornali di proprietà del condannato berlusconi si scrivano infamità sul suo conto. 

Nessuna voce, di quelle solite che sono sempre pronte ad offrire solidarietà a chiunque, anche a gente che sostiene il condannato delinquente e che solo per questo non la meriterebbe affatto si è levata per far sentire la sua vicinanza al giudice Esposito, non Piero Grasso, l’ex procuratore antimafia che dovrebbe conoscere bene il clima in cui sono costretti ad operare ed agire i giudici, la magistratura italiana da quando in questo paese si è concesso ad un fuori legge, a un delinquente per natura come recita il primo grado della sentenza di uno dei processi che lo riguardano, di potersi intromettere nelle faccende di stato.

Non la presidentessa della camera sempre pronta a bacchettare chi alza i toni, chi osa ricordare agli italiani lo scempio politico di cui sono vittime; non il presidente della repubblica che ha scelto il silenzio, non ritiene di dover spendere due parole nel merito delle vicende che riguardano il pregiudicato berlusconi, di una condanna che non deve essere eseguita e chissà perché.

Mi chiedo che razza di gente viva in questo paese e quanto altro sia disposta ad accettare se nemmeno dopo tre condanne si può dire di un delinquente che è un delinquente e considerarlo e trattarlo come si merita. Principalmente dalle istituzioni che fino a prova contraria non sono lì per tutelare gli interessi dei pregiudicati, nemmeno se si chiamano silvio berlusconi.

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Esposito, giudice sotto tiro: è caccia alla bobina segreta dell’intervista

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CSM: ciechi, muti e sordi
Marco Travaglio, 13 agosto

Quando il giudice Mesiano, reo di aver condannato il gruppo Berlusconi a risarcire De Benedetti per lo scippo Mondadori, fu pedinato e linciato da Canale5 e dagli altri house organ della ditta per i suoi calzini turchesi, il Csm intervenne in sua difesa con una pratica a tutela contro attacchi “che possono condizionare ciascun magistrato, specie quando si tratti di decidere su soggetti di rilevanza economica e istituzionale”. Il vicepresidente Mancino denunciò il “clima invivibile dove il potere è forte e può intimidire”. E persino il presidente Napolitano evidenziò “le inquietanti connotazioni della vicenda”. Era solo quattro anni fa, ma pare un secolo. Da due settimane, da quando ha letto la sentenza di condanna per B. nel processo Mediaset che gli era toccato in sorte, il presidente della Cassazione Antonio Esposito viene manganellato dal Giornale e altri fogliacci. Decine di pagine con accuse infamanti fondate sul nulla: tutto falso, tutte menzogne (vedi articolo di Marco Lillo). Eppure intorno a lui tutto tace. Tace Napolitano, troppo occupato a riflettere sull’“agibilità politica”del pregiudicato e a riceverne gli emissari. Tace Vietti, solitamente così garrulo. Non tace purtroppo il ministro Cancellieri, che sguinzaglia gl’ispettori come ai tempi di Biondi e Mancuso, mentre il Csm apre un fascicolo disciplinare contro Esposito. Illegale. L’ordinamento giudiziario 269/2006 sanziona “le dichiarazioni o interviste che riguardino soggetti coinvolti negli affari in corso di trattazione”, non quelli chiusi da sentenza definitiva. Come il processo Mediaset. Il giudice Esposito è solo, lasciato in pasto ai linciatori da chi, per legge, dovrebbe difenderlo. Se il Csm, dal presidente e dal vicepresidente in giù, non se la sente di fare il proprio dovere, tanto vale scioglierlo.

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Mercedes, fango e bugie: il Giornale all’attacco di Esposito 
Marco Lillo, Il Fatto Quotidiano, 13 agosto

IL QUOTIDIANO DI FAMIGLIA DEL CONDANNATO DI ARCORE SCRIVE MENZOGNE CONTRO IL PRESIDENTE DELLA CASSAZIONE CHE LO HA GIUDICATO SULL’EVASIONE MEDIASET: ECCO QUALI.

Dopo la condanna di Silvio Berlusconi a 4 anni di carcere Il Giornale di Alessandro Sallusti ha dedicato una ventina di pagine al 72enne presidente della sezione feriale della Cassazione. Il 3 agosto parte Stefano Lorenzetto con un articolo basato sul suo ricordo di una cena del 2009 con il giudice Antonio Esposito: “Così infangava Berlusconi il giudice che l’ha condannato” è il titolo. Il pezzo viene pubblicato solo dopo la condanna, nonostante il direttore Sallusti fosse informato da giorni. Quando il magistrato Ferdinando Imposimato, presente alla cena, dice al Fatto di non aver sentito nulla del genere, Lorenzetto lo fulmina: Imposimato era lontano e poi è troppo amico di Esposito per essere credibile. La prova? “Una fonte affidabile mi assicura che il figlio fu registrato all’anagrafe con il nome di Ferdinando proprio in onore di Imposimato”. La fonte è attendibile perché intrattiene ‘relazioni confidenziali ’ con Esposito. Peccato che non abbia svelato a Lorenzetto un altro segreto: Ferdinando è il nome del padre di Antonio.

Il Giornale picchia duro anche dopo la pubblicazione dell’intervista di Esposito al Mattino. Nella sua smentita il giudice nega di avere risposto a una domanda sulla motivazione della condanna di Berlusconi. La frase “Berlusconi condannato perché sapeva” effettivamente non è farina del suo sacco e la sua risposta (riportata fedelmente dal Mattino) seguiva una domanda diversa e generale . Ma per Sallusti è “Il giudice bugiardo”. Dopo l’8 agosto Il Giornale pubblica tre pagine al giorno piene di accuse: Esposito fa il doppio lavoro a Sapri ed è stato trasferito d’ufficio dal CSM. Esposito accettava Mercedes in regalo e si appropriava di fascicoli sui vip per smania di protagonismo. Il giudice replica con i provvedimenti del CSM e dei giudici che hanno smontato le accuse riportate dal Giornale. La lettura incrociata di articoli e comunicati spiega bene come funziona la stampa berlusconiana.

SUL GIORNALE
IL CASO ISPI 

“Aveva un doppio lavoro, amministrava una scuola” 

IL GIORNALE SPARA l’8 agosto in prima pagina: ‘Lo strano doppio lavoro del giudice bugiardo’. Nell’articolo si legge: “Quando Antonio Esposito non sta in Cassazione fa un altro lavoro. Un doppio lavoro. (…) Esposito veste i panni del responsabile amministrativo di un pezzo di un’università telematica. Insieme alla moglie avvocato e alla figlia, il magistrato risulta referente per lo sportello Salerno/2 della Unicusano, ateneo privato romano (…) sul sito web dell’università come contatto per Sapri c’è proprio il numero di cellulare dell’alto magistrato. Illecito? No, magari no. Magari il buon giudice ha il via libera, l’ok, del Csm. Magari è normale”. Il Giornale torna sul tema tre giorni dopo per ricostruire il procedimento disciplinaresubito dal giudice alla fine degli anni novanta sulla scorta di una relazione redatta da un allora giovane capitano dei Carabinieri della stazione di Sapri: “Alla fine – scrive Il Giornale – è stata proprio la gestione dell’Ispi a determinare il trasferimento. ‘Dovrebbe essere provato – si legge nel provvedimento – che Esposito svolga attività ulteriori rispetto a quella dell’insegnamento per il quale è stato autorizzato dal Csm’ (…) Esposito – scrivono i consiglieri – poteva essere reperito sistematicamente presso i locali della scuola e i collegamenti con l’I-spi venivano tenuti anche in pretura’”.

IL TRASFERIMENTO 

“Rete di affari” e troppo protagonismo, per questo fu spostato

IL TITOLO DEL GIORNALE dell’11 agosto non lascia adito a dubbi: “La rete di affari di Esposito: ecco perché fu trasferito”. Il titolo sintetizza così la motivazione del trasferimento: “Con la sua scuola guadagna centinaia di milioni che gli permettono di avere una Jaguar, una villa a Roma e un motoscafo”. Secondo Il Giornale: “Il 7 aprile del ‘94 il plenum del Csm approvava a maggioranza la proposta di trasferimento d’ufficio dell’allora pretore di Sala Consilina, che venne destinato alla Corte d’Appello di Napoli”. Il Giornale entra nei dettagli: “Sulla scuola di formazione i consiglieri si soffermano a lungo, ipotizzando che il particolare tenore di vita del magistrato che risultava ‘proprietario di un villino a Roma, di una Jaguar e di un motoscafo avallassero l’ipotesi che l’Ispi avesse consentito la realizzazione di guadagni nell’ordine di centinaia di milioni’”. Inoltre, secondo Il Giornale, Esposito era accusato di avere “gravemente mancato ai propri doveri”. Il CSM, lo aveva trasferito perché “aveva celebrato nel ’91 un procedimento penale contro Maria Pia Moro per interruzione di pubblico servizio ‘senza che tale procedimento fosse compreso tra quelli a lui assegnabili’”.

CAMERA 

L’interrogazione del Pci lo accusa di “faziosità” 

ANCHE UN’INTERROGAZIONE parlamentare comunista è stata riciclata a distanza di 33 anni e promossa a sentenza sotto il titolo de Il Giornale: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera”. Gli inviati a Sapri di Sallusti hanno recuperato il testo dell’atto del 1980 firmato dai deputati PCI Alinovi, Amarante e Vignola: “L’operato di Esposito è oggetto di universale riprovazione da parte della popolazione del mandamento per i comportamenti asociali e per la faziosità”.

MERCEDES 

Cene a sbafo e un’auto di lusso in regalo

L’ACCUSA PIÙ VELENOSA contro Esposito è quella del sottotitolo del Giornale dell’11 agosto: “Spuntano una Mercedes gratis e le cene a sbafo”. Nell’articolo si ricostruiscono le accuse rivolte da un consigliere del CSM a Esposito: “Sarebbe stata portata, per conto della ditta Palumbo (un costruttore della zona, ndr), una Mercedes di colore beige acquistata” da un direttore romano di banca “con chiavi nel cruscotto, sotto l’abitazione del dottor Esposito”.

IL GIUDICE REPLICA
IL CASO ISPI 

“Insegnava gratuitamente, il Csm lo aveva autorizzato”

IL GIORNALE OMETTE di dire – replica Esposito – che tutte le dichiarazioni di questo ufficiale (il capitano dei Carabinieri, ndr) più volte “rettificate e parzialmente difformi” tra di esse erano state smentite addirittura da numerosi militari della sua stessa compagnia e da un militare della Guardia di Finanza. Così conclusivamente motiva il CSM: “(…)contrariamente a quanto affermato dal capitano l’Ispi non era una società di capitali, il cui amministratore unico era la moglie del dr. Esposito, ma era un’associazione culturale senza scopo di lucro. A proposito dell’attività svolta dal dr. Esposito presso l’Ispi non è stato confermato quanto riferito dal teste, sia pure sulla base di notizie informalmente acquisite, di “impressioni”, di “conclusioni personali” in merito al ruolo di direttore, amministratore o organizzatore di Esposito, a un suo asserito potere di stabilire chi doveva essere ammesso e chi non doveva. È emerso, infatti, che “il magistrato svolgeva esclusivamente attività d’insegnamento, non si occupava in alcun modo direttamente o tramite la moglie dei profili gestionali dell’istituto, non ha mai fatto parte del consiglio d’amministrazione dell’ISPI”. Inoltre l’incarico era “ritualmente comunicato al Csm, autorizzato ed espletato gratuitamente”.

IL TRASFERIMENTO 

Accuse smentite dagli organi competenti già tredici anni fa 

IL TRASFERIMENTO d’ufficio da Sala Consilina a Napoli del 1994 venne annullato dal Tar del Lazio nel 1996 per “un progressivo sfaldarsi delle tesi accusatorie”. Nel 1998 il Giudice della Sezione Disciplinare del CSM dà ragione di nuovo a Esposito e nel 2000 il CSM torna sulla materia e sostiene che l’attività di Esposito presso l’ISPI è di “esclusivo impegno didattico, senza interessi patrimoniali, regolarmente autorizzata e di nessun intralcio per il normale svolgimento delle funzioni giudiziarie”. Anche sulla questione della “smania di protagonismo”, Il Giornale fa un buco nell’acqua. Il Csm così afferma: “Conclusivamente la celebrazione dell’udienza del 12/11/91 – Procedimento Fidia Moro – da parte del Dott. Esposito ebbe a rappresentare un atto di doverosa assunzione di responsabilità del dirigente di un ufficio giudiziario in assenza di un collega e non certo una disdicevole forma di protagonismo di cui manca in atti qualsiasi prova. Anzi gli elementi probatori raccolti sono di segno esattamente opposto in quanto i testi hanno univocamente riconosciuto l’imparzialità e la correttezza del Dott. Esposito”.

MERCEDES 

Fu comprata nel ‘77, era del ‘71 Aveva fatto 300mila km 

ESPOSITO ricorda che “la Mercedes 220D del 1971 è stata acquistata regolarmente nel 1977 con 300 mila km percorsi”. La vicenda “è stata archiviata perché “si è accertato, con prova orale e documentale, l’assoluta legittimità del-l’acquisto”. Esposito ha rinunciato alla prescrizione ottenendo l’archiviazione del Gip nel 1996. Mentre il CSM ha archiviato nel 1997 sulla base di “univoche acquisizioni documentali” come “l’assegno bancario di Esposito”.

CAMERA 

Il Consiglio superiore scrisse: “Un complotto contro di lui” 

IL GIORNALE OMETTE: “L’inchiesta apertasi a seguito delle interrogazioni venne archiviata dal CSM”. La motivazione descrive “un vero e proprio complotto contro Esposito (…) oggetto di un attacco scorretto nelle forme e illecito nei contenuti da parte di un gruppo di persone che per soddisfare un loro sentimento di vendetta (…) non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa ed a coinvolgere nell’operazione anche rappresentanti del Parlamento”.

 
 
 

Un paese senza una guida ostaggio di delinquenti e diffamatori

Se questo fosse un paese normale il presidente della repubblica, in qualità di capo del CSM, avrebbe già detto due parole a sostegno dell’ennesimo giudice diffamato dai sicari di silvio berlusconi.

Ma siccome purtroppo è solo l’italietta dei furbi, dei delinquenti, dei diffamatori a libro paga del primo delinquente di questo paese già condannato in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile e in ultimo, quello definitivo, per frode fiscale, pare che il capo dello stato abbia intimato al partito ex democratico, con la scusa di mantenere in piedi il governicchio delle larghe intese,  di mettere in sicurezza il pregiudicato silvio berlusconi –  pena la minaccia delle sue dimissioni anticipate –  facendosi beffe della Costituzione, della legge, di una sentenza di condanna definitiva, dell’onestà dei milioni di cittadini obbligati a rispettare la legge  che si sentono defraudati, violentati e che possono solo assistere all’osceno spettacolo di un onest’uomo  colpevole di niente diffamato, e  quand’anche il giudice Esposito avesse davvero una responsabilità da chiarire non penso che il sistema giusto sia quello dell’oltraggio a mezzo stampa dalle pagine di un fogliaccio il cui direttore è quel di sallusti, noto diffamatore seriale e recidivo, a cui proprio Napolitano ha concesso una grazia in seguito, ça va sans dire, ad una condanna definitiva per diffamazione.

Quando al tempo della condanna annullata scrissi che un periodo di riflessione non avrebbe fatto male a sallusti sapevo quello che scrivevo e dicevo, quello che poi scrivevamo in tanti, tutti quelli che hanno ben chiara la differenza fra libertà di espressione/informazione e diffamazione.

Nessuna libertà dovrebbe essere concessa a chi la usa come arma, in nessun’altra democrazia civile gestita da persone che hanno a cuore il bene dello stato sallusti, belpietro, vittorio feltri, tutta l’orrida corte dei miracolati che  berlusconi può usare pro domo sua,  grazie al suo conflitto di interessi mai risolto da quella politica che ancora oggi lo supporta e sostiene,  avrebbero  avuto la possibilità di continuare a farlo. 

La diffamazione è un reato,  non un  modo di esprimersi folkloristico e ancorché simpatico.

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La nuova Leva

Esposito vs Giornale: “Hanno diffamato”
Ma ora Wanna Marchi lo vuole querelare

Caccia grossa contro Antonio Esposito: ora i berluscones vogliono mettere le mani sulla registrazione dell’intervista del giudice al “Mattino”. Sperano di trovare il cavillo per impugnare la sentenza della Cassazione. Obiettivo: prendere tempo e ottenere l’“agibilità” politica ed elettorale per il condannato.

 
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Il Pornale
Marco Travaglio, 11 agosto
Da quando, il 23 maggio, ha avuto la sventura di essere nominato presidente della sezione feriale della Cassazione e, a luglio, vi ha visto piovere il processo Mediaset che andava trattato subito per evitarne – secondo le regole – la prescrizione, il giudice Antonio Esposito ha finito di vivere. Sapeva che, per campare sereno, avrebbe dovuto calpestare la Costituzione, la legge e la sua coscienza annullando la condanna di B. possibilmente senza rinvio: insomma assolverlo, anche se dalle carte risulta inequivocabilmente colpevole. 

Non è vero, come scrivono i soliti tartufi, che gli sia stata fatale l’intervista “inopportuna” al Mattino di Napoli per quella frase sul motivo del verdetto, mai autorizzata nel testo concordato con l’intervistatore (“non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva”), per giunta appiccicata a una domanda mai fatta sul caso specifico di B.

Anche se non l’avesse pronunciata nel colloquio informale con l’amico cronista che poi l’ha tradito, e anche se gli avesse buttato giù il telefono, Antonio Esposito sarebbe stato linciato ugualmente dal Giornale e dagli altri house organ della Banda B. Il peccato originale non è la frase o l’intervista: è la condanna. Il pool Mani Pulite non disse una parola su B., eppure viene manganellato da vent’anni. 

Il giudice Mesiano non disse una parola dopo aver condannato la Fininvest a risarcire De Benedetti per lo scippo della Mondadori, eppure fu pedinato e sputtanato in tv per i suoi calzini turchesi. La giudice Galli non disse un monosillabo sul processo Mediaset, eppure prima e dopo la condanna d’appello fu diffamata addirittura perché figlia di un giudice assassinato dalle Br. 

“Non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”, ripete Piercamillo Davigo. Con Esposito il Giornale ha esordito accusandolo di portare le scarpe da jogging e la camicia aperta, di alzare il gomito (essendo astemio), di aver anticipato in una cena la condanna di Wanna Marchi (emessa l’indomani da un collegio di 5 giudici), di aver raccontato telefonate sexy delle girl di Arcore (mai lette da nessuno e poi distrutte), di aver barattato la condanna di B. con la richiesta di archiviazione di un’indagine disciplinare suo figlio (avvenuta a gennaio, sei mesi prima che il processo Mediaset finisse sul suo tavolo) per una cena con la Minetti, di aver voluto vendicare l’estromissione del fratello Vitaliano su pressione del Pdl da subcommissario dell’Ilva. 

E perché, se sapeva tutte queste cose, il Giornale non le ha scritte prima della sentenza? Poi, siccome ogni pretesto è buono per la caccia all’uomo che ha osato condannare B., il Giornale è passato dalla cronaca all’archeologia riesumando vicende che affondano nella notte dei tempi. Fino al 1980, quando Esposito era pretore a Sapri e alcuni esponenti Pci e Psi (tra cui Carmelo Conte, poi plurinquisito) l’attaccarono in varie interrogazioni parlamentari perché disturbava la quiete del paese con i suoi processi. Titolo: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera. Nel 1980 il presidente della Commissione antimafia Pci denunciava al Guardasigilli: ‘Esposito fazioso e troppo protagonista’”. 

Purtroppo il Giornale dimentica di aggiungere che nel procedimento disciplinare che ne seguì Esposito fu prosciolto in istruttoria perché chi l’aveva denunciato “aveva motivi di inimicizie verso il pretore per i provvedimenti da lui emessi nell’esercizio delle sue funzioni”, in parte “sottoposte a procedimenti penali per gravissimi reati”. Fu, secondo la commissione disciplinare del Csm, “un vero e proprio complotto contro l’Esposito di tale portata e gravità da determinare la commissione a sollecitare il Csm a non abdicare al fondamentale ruolo di garanzia dell’indipendenza della magistratura… apprestando un’energica tutela al magistrato che è stato fatto oggetto di un così vasto attacco, scorretto nelle forme e illecito nei contenuti, da parte di un gruppo di persone che per soddisfare il proprio sentimento di vendetta o per salvaguardare i loro interessi posti in pericolo non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa e a coinvolgere nella disdicevole operazione rappresentanti del Parlamento”. 

Vergogniamoci per loro.

Chi risarcirà gli italiani?

“Chi risarcirà Ottaviano Del Turco?”
Partiti e giornali lo avevano già assolto

In un paese normale la gente apre i giornali e legge un po’ di tutto: la cronaca nera, quella giudiziaria e l’attualità politica che raramente hanno a che fare l’una con le altre.

Nei paesi normali hanno un’idea stravagante della società, della civiltà e della legalità: i politici fanno i politici,  i criminali i criminali e ognuno si prende le sue responsabilità.

E quando un politico commette un reato, di qualsiasi ordine e grado, non gode di nessun trattamento di favore, sia da parte della
giustizia  per mezzo di leggi accomodate alla bisogna dalla politica stessa che dai giornali e giornalisti che – al contrario di quel che accade da noi – sono implacabili verso coloro che tradiscono il mandato dei loro elettori e dunque lo stato.
Molti politici hanno dovuto dire addio alla loro carriera proprio grazie ad inchieste giornalistiche che ne avevano smascherato le nefandezze [per informazioni citofonare Nixon].

E a nessuno, altrove da qui, è mai venuto in mente di definire giustizialisti quelli a cui non piacciono i politici che commettono crimini e reati e che vorrebbero una giustizia applicata indipendentemente dal ruolo e dal mestiere che qualcuno svolge: quella famosa – ma mai messa in pratica –  legge uguale per tutti inserita nella Costituzione.
In Italia pur essendoci una frequenza e un’attinenza impressionanti fra l’attività politica e quella delinquenziale, sembra quasi che fare il politico per mestiere metta in conto anche  il dover violare la legge a ripetizione  molto spesso per faccende che con la politica non hanno niente a che fare ma coi soldi sì: il reato più frequente nella politica è l’uso sistematico della tangente che poi è il motivo principale dell’impoverimento del paese non succede la stessa cosa,  appena scatta l’avviso di garanzia al politico si mette in moto tutto il meccanismo mediatico di difesa del povero perseguitato a cui i giudici vogliono impedire di svolgere il mandato che gli elettori gli hanno affidato, tutte le televisioni offrono al povero perseguitato  le loro ribalte da cui poter insultare e diffamare la Magistratura colpevole di indagare su di lui e di aver condannato proprio lui [per informazioni citofonare sallusti  che non fa nemmeno il politico ma solo il diffamatore per mestiere].

Per non parlare della corte dei miracolati che siede in parlamento che diventa un tutt’uno di maggioranza e opposizione che si spertica nel sostegno e nella solidarietà al malcapitato ché si sa, l’oggi a te domani a me è sempre in agguato.

Nove anni e mezzo di carcere in Italia non li prende nemmeno uno stupratore, un assassino,  non li hanno dati ai macellai in divisa di Genova e nemmeno a quelli che hanno ammazzato di botte Federico Aldrovandi: criminali ai quali sono state  offerte tutte le garanzie dallo stato per avere la pena diminuita e in qualche caso anche resa nulla dalla prescrizione e dall’indulto.

Una condanna così pesante dovrebbe far pensare che anche il reato sia stato pesante e Ottaviano Del Turco può ancora contare sui successivi gradi di giudizio che prevede il nostro ordinamento: il più garantista di tutti, altrove da qui non esistono terzi gradi, appelli, controappelli  né tanto meno leggi speciali per alleggerire le responsabilità dei politici che commettono un reato.

The Pirler’s List
Marco Travaglio, 23 luglio

“Anche nel caso Del Turco il carcere preventivo è stato usato come strumento per estorcere una confessione, quasi come una tortura” (Emanuele Macaluso, 12-8-2008). “Crollano le accuse a Del Turco” (La Stampa, 8-1-2010). “Del Turco paga il suo passato socialista” (Corriere, 8-1-2010). “È ormai inconfutabile come la giunta Del Turco abbia agito con coraggio sui costi della sanità privata e che l’accusa si basi solo sulle dichiarazioni di Angelini” (Franco Marini, 8-1-2010). “Crolla il bluff dell’accusatore di Del Turco: altro che mazzette, comprava quadri” (Gian Marco Chiocci, il Giornale, 12-12-2011). “Del Turco, dopo 4 anni cadono i vecchi indizi e l’inchiesta fa acqua… Bisogna seguire il denaro, sosteneva Falcone. Ma quale?” (Roberto Rossi, l’Unità, 28-1-2012). “Oggi sembrano sgonfiarsi le accuse contro l’ex governatore d’Abruzzo… Nessuna traccia delle presunte tangenti… L’improvvisa decapitazione della giunta abruzzese segnò il corso della legislatura… Non possiamo sapere come sarebbero andate le cose se la procura avesse evitato almeno i provvedimenti più pesanti e clamorosi, se i giornali avessero subito sollevato qualche legittimo dubbio, se il Pd avesse difeso la sua giunta con maggiore convinzione” (Francesco Cundari, l’Unità, 29-1-2012) “La contropartita della corruzione non è mai stata trovata.

Se si è trattato di un errore siamo di fronte a un errore grave: è finita in carcere una persona innocente, la si è ricoperta di infamia, è caduto un governo regionale. Se Del Turco risultasse innocente è chiaro che il magistrato inquirente dovrebbe risponderne direttamente” (Luciano Violante, Pd, l’Unità, 1-2-2012). “Il castello di accuse era fragile fin dall’inizio, perché mancava il corpo del reato… torto grave subìto da un uomo la cui storia di sindacalista e di politico era più che specchiata… e che forse ha pagato un prezzo proprio alla sua provenienza socialista… una carriera politica distrutta e un uomo fatto a pezzi… se il pm ha sbagliato c’è stato un sovvertimento per via giudiziaria della sovranità popolare… uso leggero o spettacolare delle inchieste giudiziarie” (Antonio Polito, Corriere , 2-2-2012)

“Onore al compagno Del Turco, delicato e sensibile pittore… Fui il primo, credo l’unico a sostenere la sua innocenza. Sappiamo poi com’è andata a finire” (Vittorio Sgarbi, il Giornale, 5-2-2012). “La giustizia ha decapitato la giunta abruzzese e si è dimostrata ingiusta. Se il processo appurasse ciò che appare sempre più evidente, si sarà scritta un’orribile pagina della magistratura e della politica” (Pierluigi Battista, Corriere , 11-2-2012).

“Il processo Del Turco è finito nel nulla” (Piero Sansonetti, Servizio Pubblico, 23-5-2012) “Considero innocente Del Turco perché non c’è uno straccio di prova (e neppure d’indizio) sulla sua colpevolezza e ormai anche i giudici han gettato la spugna e aspettano di chiudere il processo con l’assoluzione o magari — tirandola per le lunghe — finire tutto in vacca con la prescrizione” (Sansonetti, Gli Altri, 26-5-2012). “Il giorno di Del Turco nel processo senza prove… La sensazione è che da questo processo nessuno ne uscirà vincitore. Non Del Turco… ma neanche la Procura di Pescara che in questi anni si è disgregata perdendo pezzi” (Roberto Rossi, l’Unità, 31-1-2013) “Il processo farsa a Del Turco crolla tra bugie e false prove. Le foto delle mazzette sono un bluff. La farsa è finita, datevi pace” (Chiocci, il Giornale, 12-3-2013) “Soldi, bugie, foto false. Affondano le accuse contro Del Turco… Il processo potrebbe diventare un caso proverbiale nella storia giudiziaria italiana” (Fabio Martini, La Stampa, 12-3-2013). 
Come i persecutori di Enzo Tortora” (Battista, Corriere , 27-5-2013).

“In nome del popolo italiano, condanna Del Turco Ottaviano ad anni 9 e mesi 6 di reclusione” 
(Tribunale di Pescara, 22-7-2013).

Se

Giuseppe Cocilovo: parla il giudice di Sallusti

«Io non ho mai pensato al carcere per Sallusti. Ma perché l’Ordine professionale non interviene e non emana provvedimenti disciplinari? Avrebbero potuto fermarlo per 15 giorni, per un mese…». È una ferita aperta per il giudice. Affiorano dalla sua memoria quelle che chiama «le condotte successive » di Sallusti, il rifiuto della rettifica, il no a versare direttamente 20mila euro a Save the children per chiudere il caso, un altro articolo per ipotizzare che tra lui e Antonio Bevere, il magistrato della Cassazione relatore del caso, ci fosse un’antica amicizia da cui è scaturito un comportamento a lui favorevole. Invece «non l’ho mai conosciuto, ho chiesto la rettifica, niente ». Dice sdegnato: «Reato d’opinione? Quella fu solo una calunnia »

http://www.google.it/url?source=imglanding&ct=img&q=http://www.laportadeltirreno.it/icms/multimedia/LaPortaDelTirreno/images/upload/small/28/1348678034514_Legge.jpg&sa=X&ei=D7q9UJ0lxM20Bt3YgagI&ved=0CAkQ8wc4VQ&usg=AFQjCNGqjVIpEK08JReG28UPzM6oNJmMuwUn detenuto evade dai domiciliari, non viene chiuso in una cella come capita a tutti quelli che evadono ma rimandato ai domiciliari a cinque stelle in cui ha deciso di trascorrere la “pena” e il presidente Napolitano ritiene di doversene occupare personalmente, di concedere una grazia? perché?

Se pensiamo che sia giusto, corretto, accettabile che il presidente della repubblica debba intervenire e occuparsi personalmente del caso di un diffamatore recidivo per conto terzi [cioè di berlusconi];
se pensiamo che in un paese normale sia giusto fare due pesi e due misure – da parte delle istituzioni poi, quelle alte, altissime – che sia corretto che un ministro della giustizia, nota poi per aver difeso, da avvocato, la crème de la crème di questa bella società fondata sul privilegio  debba anche e solo prendere in considerazione l’idea di osservare da vicino la vicenda di  un condannato recidivo per diffamazione, uno dei reati più odiosi perché mira al discredito di una persona sul piano morale, essere diffamati pubblicamente significa portare per tutta la vita il peso di quelle accuse perché ci sarà sempre qualcuno che pensa che la calunnia è sì un venticello ma che magari, sotto sotto, qualcosa di vero ci sia;
se pensiamo che tutto questo si possa fare poi alla luce del sole infischiandosene dei principi di uguaglianza scritti non su un rotolone di carta regina ma sulla Costituzione della Repubblica Italiana, quella Carta di cui Napolitano dovrebbe essere il garante, l’estremo difensore,  e che nessuno, fatta eccezione che qualche perla rara ritenga opportuno sottolineare che non si può fare, che normalmente un presidente della repubblica non intercede a favore di un condannato recidivo anche e solo per una questione di forma c’è solo una cosa da fare: chiedere ufficialmente allo stato italiano  di smetterla di prendere i cittadini per il culo, abolire definitivamente quegli articoli che promuovono il rispetto e la messa in pratica nel concreto di quei principi di uguaglianza che però nel concreto e nei fatti in questo paese non sono mai stati rispettati.
Chiunque abbia calcato il palcoscenico del parlamento da protagonista non si è mai curato di farli rispettare.
Almeno ci rassegnamo, smettiamo di  parlarci addosso, smettiamo anche e solo di sperare che questo possa diventare un paese davvero normale.
Se penso che  il presidente della repubblica si attiva per concedere la grazia a sallusti e non lo fa per le migliaia di poveracci che di carcere muoiono ogni giorno, se penso che il presidente della repubblica non si è attivato con la stessa solerzia  per altre sentenze – virtuali –  quelle che non hanno mai punito gli assassini di un ragazzino né i massacratori di innocenti in nome e per conto dello stato italiano, vorrei solo scappare da un paese così ingiusto e così infame.

Sos Colle
Marco Travaglio, 4 dicembre

L’altro giorno alcuni buontemponi del Pdl han tentato di infilare nella legge di Stabilità un emendamento per il quarto grado di giudizio nei processi. Respinti con perdite e risate. Non avevano calcolato che il quarto grado di giudizio, almeno per lorsignori, esiste già: si chiama Quirinale. L’altroieri, all’indomani della decisione del Tribunale di sorveglianza sugli arresti domiciliari a Sallusti, l’incontinente portavoce del Colle, Pasquale Cascella, ha twittato che, nientemeno, “il Presidente sta esaminando ogni aspetto della vicenda e considera tutte le ipotesi del caso”. Quali siano le “ipotesi del caso” di competenza del capo dello Stato non è dato sapere, visto che la Costituzione non gli conferisce alcun potere di sindacare le sentenze definitive. Come presidente del Csm, egli è chiamato a votare sui procedimenti disciplinari contro questo o quel magistrato: ma per infrazioni deontologiche, non per il merito delle loro sentenze. Come presidente della Repubblica, poi, può concedere la grazia a un condannato. Ma sarebbe curioso se l'”ipotesi” che “considera” fosse la grazia a Sallusti: la grazia non può essere usata per annullare le sentenze sgradite. Infatti la prassi costante dei suoi precedessori, a cui pomposamente Napolitano si richiama a ogni piè sospinto, è sempre stata quella di concedere la grazia a condannati che avessero scontato una parte di pena.

Così fece Ciampi con il giornalista-senatore Lino Jannuzzi, condannato nel 2002 per diffamazione, spedito ai domiciliari nel 2004 e graziato nel 2005, prima che altre condanne (Jannuzzi aveva seguitato a diffamare a manetta) gli facessero superare i 3 anni di cumulo pena e lo portassero in carcere. Ma Sallusti ha iniziato a scontare la pena da appena tre giorni: dargli la grazia adesso (fra l’altro contro la sua volontà, visto che lui non intende chiederla), significherebbe sconfessare una Procura, un Tribunale, una Corte d’appello e l’intera Cassazione che l’hanno condannato, visto che la sentenza definitiva risale a due mesi fa. Con tanti saluti alla separazione dei poteri, pietra miliare dello Stato di diritto. Ma la questione è proprio questa: siamo ancora uno Stato di diritto? Da quando entrò a gamba tesa nell’inchiesta dei pm di Salerno sul verminaio politico- affaristico-giudiziario che aveva insabbiato le indagini di De Magistris a Catanzaro, chiedendo di leggere gli atti (non si sa bene a che titolo) durante la perquisizione degli uffici giudiziari calabresi, il capo dello Stato si crede il capo dei giudici, autorizzato a immischiarsi nelle indagini che gli danno noia. La scena si ripeté nell’aprile scorso quando, incalzato dallo stalking di Mancino, Napolitano e il suo consigliere mobilitarono in gran segreto il procuratore antimafia e il Pg della Cassazione per deviare le indagini di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Poi si scoprì che fra le telefonate intercettate sulle utenze di Mancino, ce n’erano anche quattro con Napolitano: allora questi scatenò un conflitto di attribuzioni alla Consulta contro la Procura, accusata di aver leso le sue prerogative per non aver distrutto le telefonate con la sua voce, The Voice. Peccato che il Codice assegni il potere di distruggerle non al pm, ma al gip. Ora Napolitano si accinge a firmare il decreto incostituzionale del governo Monti che dissequestra gli impianti inquinanti dell’Ilva, sequestrati da un gip per fermare il disastro colposo e gli omicidi colposi. Cioè fa proprio ciò che imputa falsamente ai pm di Palermo: lede le prerogative di un potere dello Stato. Ma chi si crede di essere: la Supercassazione di lorsignori? Chi gli vuol bene gli regali una copia della Costituzione e gli spieghi che non può fare così. Altrimenti i cittadini comuni, colpevoli di non avere un cognome famoso o una lobby alle spalle, dunque sprovvisti del numero verde di Sos Colle, si fanno strane idee.

La complessa vicenda?

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Il baubau Renzi è stato finalmente riportato alla sua cuccia; o a destra con l’olio di ricino e il manganello o al centro coi democratici cristiani.

Gli italiani sono fatti così. Rassicuranti.

Mai un sussulto, un guizzo, niente.

Il presidente Napolitano non potrà partecipare come di consueto alla prima della Scala perché improrogabili impegni lo trattengono a Roma; fra quegli impegni c’è anche il doversi occupare personalmente di un delinquente abituale e recidivo, come se fosse normale che il presidente della repubblica debba occuparsi personalmente dei delinquenti recidivi, lo skipper alle cime di rapa  si lamenta che i media erano contro di loro come se negli ultimi tre mesi non avessimo visto e sentito parlare solo di primarie, di Bersani e di Renzi, di Vendola e di Tabacci, della signora Puppato messa lì per chissà quale motivo, come una nota di folklore femminile in un contesto sempre, solo e unicamente maschile.

Sallusti, B: “Riformare la giustizia”
E il Colle esamina la vicenda

https://fbcdn-sphotos-h-a.akamaihd.net/hphotos-ak-ash3/60842_4893722471962_244249182_n.jpgL’ex premier: “Sta al mondo politico trovare una soluzione” (leggi)Sabato l’arresto del direttore del Giornale e l’evasione dai domiciliari (leggi). Il portavoce di Napolitano, Pasquale Cascella, fa sapere via twitter che “Il presidente sta esaminando – oggi ha visto il ministro Severino – ogni aspetto della complessa vicenda Sallusti”.

Il fatto che Napolitano senta il dovere di occuparsi di sallusti, su sollecitazione di non si sa bene chi è una legittimazione della diffamazione. Da oggi in poi tutti quelli che hanno la possibilità di scrivere e parlare da pubbliche ribalte sanno che qualsiasi cosa dicano e scrivano potrà essere giustificata, qualsiasi orrore potrà essere derubricato nella categoria delle “opinioni forti”; nessun argine fra la libertà di esprimersi e quella di offendere, calunniare e diffamare, e semmai ci dovesse essere qualche problema, qualche ostacolo, tipo un galantuomo che, stanco di essere perseguitato a mezzo stampa decide di far intervenire un giudice a stabilire se è giusto che una persona perbene possa essere oltraggiata pubblicamente da una permale tutti sapranno che il presidente Napolitano sarà disposto e disponibile a metterci su la sua amorevole pezza.

Lui è fatto così, in certe situazioni si sente chiamato all’intervento personale, non ce la fa a esimersi, altruista piùcchemai, ma solo con chi pare a lui. 

Il pronto intervento Colle funziona solo da una certa categoria in poi, ex ministri indagati per falsa testimonianza, ex giornalisti, cose così.

Stanno bene a parlare gli intellettuali, a dire che la politica ha bisogno di gesti positivi; nella decisione di Napolitano di occuparsi del delinquente recidivo c’è tutto il riassunto, il concentrato del peggior berlusconismo.

Non si capisce perché un presidente della repubblica si debba occupare personalmente delle vicende di un condannato recidivo per diffamazione e non delle altre migliaia di casi che riguardano le migliaia di condannati per altri reati, o di quelli che sono in galera anche senza aver commesso reati.

E magari occuparsi di Taranto dove la gente è costretta a scegliere se morire di cancro o di fame.

E, tanto per chiarire: chi evade dai domiciliari, non viene riportato ai domiciliari ma in galera. 

Intanto berlusconi pensa di dover continuare ad occuparsi del bene del paese e cioè del suo e dei suoi molteplici problemi con la giustizia: un pregiudicato che pretende di riformare la giustizia a misura di pregiudicati.
Mi pare straordinario, questa è la risposta migliore per tutti quelli che “sallusti non meritava il carcere”. 
Complici morali di uno che per cancellare le colpe ha sempre cancellato i reati.
Irresponsabili che hanno prestato il fianco all’ennesima dichiarazione scellerata di questo distruttore di democrazia e civiltà.

Non vogliono il carcere per i giornalisti che diffamano? allora che lo tolgano anche per i cittadini comuni, che diffamano,  e a chi fa un uso sconsiderato del mestiere deve essere impedito di poter continuare a svolgere quel mestiere. 
Uno come sallusti deve essere cacciato da tutte le scuole del regno e messo in condizioni di non nuocere, altro che lasciargli la possibilità di far scriver un radiato dall’albo da opinionista sotto pseudonimo e dirigere un giornale pagato coi soldi di tutti.

L’evasione non è un atto di coraggio come scrive l’ottimo Telese che si chiede se sia il caso di scioperare per dimostrare solidarietà a sallusti [ancora?], men che meno lo è quella del recidivo sallusti.

Sallusti ai domiciliari, anzi no, anzi sì

Sallusti ai domiciliari, poi evade.

Arresto convalidato: è di nuovo a casa

La polizia era andata a prelevarlo in via Negri e l’aveva portato nel suo appartamento, da dove il direttore è uscito violando la legge. Il giudice ha fissato la prossima udienza il 6 dicembre. Per questo reato si rischia una pena che va da uno a tre anni di reclusione [Il Fatto Quotidiano]

+ Sallusti ai domiciliari. Subito arrestato per evasione

Tutto sommato fa piacere, un discreto e perverso piacere considerare che uno così abbia tenuto sotto scacco per mesi politica e istituzioni, intenerito una cospicua schiera di gente che se fosse stata normale si sarebbe vergognata ad essere definita collega di questo qui. A partire naturalmente dal segretario  Siddi, uno che dovrebbe difendere e garantire per la categoria, non ridicolizzarla al motto di “siamo tutti sallusti”.
Non facciamo diventare la vicenda di sallusti l’ennesima buffonata stile tg4 però.

Perché non lo è.
In nessun paese sarebbe stato possibile assistere ad un teatrino simile.
Continuare a fare battute sui domiciliari, sulla santanché fa perdere di vista il fatto che ad un diffamatore abituale, ad un calunniatore seriale sia stato consentito di tenere per le palle un intero parlamento.
Il parlamento stava per varare  una legge per salvare il diffamatore. Uno che avrebbe voluto una legge per mandare in galera i giornalisti che pubblicano le intercettazioni.
Legalmente.

Siamo tutti sallusti non se l’è inventato la santanché ma Franco Siddi, che è il segretario generale della federazione nazionale della stampa. A seguire la solidarietà per sallusti è arrivata da pezzi da novanta del giornalismo italiano, da Ferruccio De Bortoli a Mentana passando per Gad Lerner ed  Ezio Mauro.
Io penso che in un paese normale nessuno dovrebbe associare il suo nome né tantomeno la sua solidarietà ad uno con “spiccata capacità a delinquere”, nemmeno se fosse un suo amico o parente.
E figuriamoci dunque a sallusti.
In un paese normale i sallusti si arrestano nel silenzio generale, non si invitano da ospiti ai talk show per continuare a gettare fango sulla magistratura, in un paese normale i sallusti vivrebbero ai margini, com’è giusto che sia per chi si pone fuori dalle regole e da qualsiasi contesto civile.
Il PM diffamato era disposto a ritirare la denuncia in cambio di una pubblica rettifica e di pubbliche scuse: lui ha detto no. Anzi, ha rilanciato approfittando delle ribalte pubbliche che TUTTI gli hanno messo a disposizione.
14 mesi? per me uno così è da rinchiudere e gettare via la chiave, altroché.

Siamo tutti sallusti de che, ma soprattutto, perché?

“Anche se non vado in carcere e quindi non ci sarà la violenza fisica della detenzione –  resta comunque la violenza psicologica dell’essere privati della libertà”.[Alessandro Sallusti]

Giusto, ha ragione: quelli come lui trovano assai meno disdicevole privarsi della dignità. In uno dei tanti passaggi televisivi che gli sono stati concessi da amorevoli colleghi [ché non si sa mai, oggi a me domani a te] aveva dichiarato che in caso di condanna definitiva avrebbe rinunciato ai domiciliari e scelto di scontare la pena in carcere.

Caso Sallusti, cancellare le norme che puniscono con la galera i reati di opinione [Franco Siddi, presidente FNSI – 24 settembre 2012]

«Non si può andare in galera per un’opinione anzi per il mancato controllo su un’opinione altrui. È una decisione che deve suscitare scandalo» Ezio Mauro.«È davvero molto grave che si arrivi ad ipotizzare il carcere per un collega su un cosiddetto reato d’opinione» Ferruccio De Bortoli. «Questo mestiere non si può più fare. Se i giornalisti devono pagare con la propria libertà le opnioni che esprimono, non si può più fare» Maurizio Belpietro. Il segretario della Federazione Nazionale della Stampa, Franco Siddi «È sconvolgente. In questo momento siamo tutti Sallusti».

Quello di sallusti e di farina, alias betulla, alias alias dreyfus, ovvero l’estensore di quella schifezza spacciata per informazione non è un reato di opinione, si chiama DIFFAMAZIONE.

Una delle pagine più squallide della cronaca giudiziaria di questo paese.
C’è da vergognarsi ad aver sostenuto l’insostenibile a proposito di libertà di espressione e informazione nel caso di sallusti.
Per tutto ciò che si è scatenato intorno ad una sentenza giusta, ineccepibile e anzi, arrivata anche con troppo ritardo rispetto a quello che ha dovuto subire il povero PM diffamato verso il quale NESSUNO di quelli che si sono sperticati a difendere sallusti ha pensato fosse il caso di spendere una parola di solidarietà, che lì ci stava tutta.  Noi cittadini, normali e mortali, non andiamo ai domiciliari se diffamiamo qualcuno; andiamo in galera. Un direttore che fa scrivere un criminale espulso dall’ordine per reati che riguardano l’etica professionale, commissionandogli per di più un articolo diffamatorio contro un giudice, per una campagna indegna a sostegno dell’antiabortismo integralista potrebbe anche non essere punito con la privazione della libertà personale ma deve restare DISOCCUPATO.

La pena giusta è il divieto di esercitare quella professione che ha svilito e offeso. E non solo in questa occasione.

Senza passare per i talk show televisivi.

Tanto pignoli con i blogger, costretti a smentire le notizie degli altri e tutti preoccupati per sallusti, uno con una spiccata capacità a delinquere secondo una sentenza  della Cassazione e non un’opinione di qualcuno, uno che in un paese normale sarebbe finito in galera nel silenzio generale, altro che presenziare in tutti i talk show televisivi.

Ad un professionista della diffamazione e delle notizie false dovrebbero imporre le rettifiche e la liquidazione dei danni morali.

Via quell’obbrobrio dell’ordine fascista dei giornalisti  che ha permesso ad un radiato di poter ancora impiastrare un fogliaccio coi suoi delirii integralisti e via anche le rotative, quando la calunnia e la diffamzione sono il leit motiv di un giornale che, ricordo, paghiamo tutti.

14 mesi non sono niente rispetto a sei anni di attesa per avere giustizia.
La pena per un direttore di giornale che permette che qualcuno, nella fattispecie un radiato dall’albo possa diffamare un onesto professionista non può essere la partecipazione a tutti i talk show dove gli si permette di gettare fango sulla Magistratura.
Sono tutti colpevoli,  da Lerner a Santoro passando per la Gruber e Floris, gente così non s’invita in televisione, è diseducativo.

E adesso, pover’uomo?
 Marco Travaglio, 27 settembre

Nonostante gli immani sforzi compiuti per finire in carcere, è molto probabile che Sallusti non ce la faccia. Ce l’ha messa tutta, niente da dire: ci teneva. Pur di andare in galera, aveva persino rifiutato la nostra proposta di rettificare, scusarsi e risarcire il danno in cambio del ritiro della querela da parte del giudice diffamato (che aveva accettato). Ogni giorno intimava ai pm di mandarlo a prendere dai carabinieri senz’ulteriori indugi, e niente servizi sociali o domiciliari: prigione. Nei talk show s’affacciava tutto emaciato, barba lunga e occhiaie, a portata di mano lo zainetto con spazzolino, dentifricio e il necessaire del perfetto galeotto, comprese manette d’ordinanza e pigiama a strisce acquistati in un negozio di Carnevale. Ma qui i colletti bianchi non finiscono dentro neppure se insistono.
“Nemmeno se va a bussare al portone di San Vittore”, aveva vaticinato Gerardo D’Ambrosio. Piuttosto, la richiesta della Procura di Milano al giudice di sorveglianza di fargli scontare 16 mesi ai domiciliari in casa Santanchè dimostra inoppugnabilmente il perfido sadismo delle toghe rosse. Olindo e Rosa, come li chiama Feltri, saranno l’uno la punizione dell’altra (lei però, per sua fortuna, può uscire). E poi che ci fa uno come Sallusti chiuso in casa h 24? Viene in mente Fantozzi va in pensione, dove il ragionier Ugo si ritrova da un giorno all’altro recluso fra quattro mura, con l’aggravante della moglie Pina. La quale, dopo qualche giorno, vedendolo così inutile e depresso, offre denaro al megadirettore galattico perché se lo riprenda a lavorare. Pare di vederlo, zio Tibia, che si alza di buon mattino pieno di idee e dossier farlocchi. Toilette e colazione a razzo per fiondarsi al Giornale. Ma, giunto alla porta, si ricorda di non poter uscire. “Cazzo, e che faccio qui tutto il giorno?”. Infila vestaglia e babbucce, si trascina fino alla poltrona e accende la tv: solo programmi di cucina. E non lo chiamano più, da quando ha perso l’appeal del nuovo caso Tortora. Arriva la colf con i giornali: il suo, senza di lui, sembra perfino migliorato. Mezz’ora di lettura, ed è di nuovo lì che smania. Prova ad alzarsi, ma la filippina lo fulmina: “Dottoreee, abbia pazienza, devo lavorare. Non si muova e alzi i piedi, così passo l’aspirapolvere sotto la poltrona”. “Se vuole le do una mano”. “Ma va là, poi mi fa qualche disastro e la signora chi la sente”. Suonano al portone: finalmente qualcuno con cui scambiare due parole. Fa per alzarsi, ma riecco la jena delle pulizie: “Le pattine, dottoreee!”. Risponde al citofono: un rappresentante della Folletto. “Venga, si accomodi, facciamo due chiacchiere”. “No, guardi, non ho tempo da perdere, o mi compra qualcosa o la saluto”. Altro squillo. “Evvai, sarà un amico o un collega di buon cuore venuto a trovarmi”. Macché: il postino. E sono solo le 11. Ciabatta fino alla cucina.
“Dottoreee, non vede che il pavimento è bagnato? Ora mi tocca rilavare da capo. Ma non ce l’ha qualcosa da fare?”. Si spinge fino al pianerottolo e suona al vicino, vedi mai che cerchi compagnia. Viene ad aprire un vecchietto in carrozzella: “Guardi, buonuomo, ho un sacco di roba da fare. Magari un’altra volta, eh?”. Chiama il Giornale, casomai servisse un editoriale. Segretaria nuova: “Sallusti chi? Qui non risulta nessun Sallusti. Il direttore? Non scherziamo, il direttore si chiama Feltri. La saluto. E non ci riprovi, se no la denuncio per stalking”. Rientra la Daniela con le ultime notizie: “Le primarie Pdl non si fanno, Silvio non mi ricandida, il Parlamento è chiuso. Farò la casalinga”. “Tutto il giorno in casa anche tu?”. “Certo, non sei contento, teschietto mio?”. “Pronto, parlo con i Testimoni di Geova? Sono un vostro adepto, leggo tutti i numeri della Torre di Guardia. Mi tengono prigioniero in casa, non è che mandereste qualcuno a liberarmi?”.

La “spiccata capacità a delinquere” di sallusti

Sottotitolo: “Il prossimo governo sia in continuità con questo” dice Napolitano. 
Io chiedo: perché? perché un presidente della repubblica deve invocare sfacciatamente, facendo inevitabilmente leva sulla pubblica opinione la continuità con un governo non scelto dal popolo e che ha preso decisioni senza consultare la volontà del popolo? quand’è che l’Italia è stata declassata a feudo medioevale, per non dire dittatura dove le decisioni del popolo non devono avere nessuna rilevanza, importanza? Napolitano la smetta di fare l’ultrà di Monti e si ricordi che lui è il presidente di tutti gli italiani, non di una parte di loro.

 

La Suprema Corte deposita la sentenza con cui conferma il carcere per il direttore del Giornale. E’ una misura eccezionale, ma legittima, data la “spiccata capacità a delinquere”.

Salva Sallusti, ora spunta la norma contro gli editori di libri-inchiesta.

“Alessandro Sallusti squalifica il giornalismo”

24 ottobre 2012 – Ernesto Lupo, primo presidente della Corte di Cassazione, risponde al direttore del Giornale.

Preambolo: non si capisce quand’è che le sentenze “vengono rispettate”, in questo paese, a me pare che questo non succeda mai, salvo quando il politico delinquente viene prescritto perché è finito il tempo regolamentare per processarlo o quando viene assolto perché nel frattempo il reato di cui era accusato è stato opportunamente candeggiato e fatto sparire. Allora si chiudono tutti, politici in primis, in religioso silenzio e un certo giornalismo invita al rispetto per la Magistratura.

Non si capisce perché una pletora di giornalisti che nulla sa di dinamiche ambientali e scientifiche relative ai disastri debba definire una sentenza choc, anzi “shock” come l’ottima Repubblica che ormai veleggia in un mare tutto suo raccontando un paese dove accadono solo cose per dare dispiaceri al buon governo e al presidente della repubblica;  dispetti e falsità seminati apposta per destabilizzare l’Italia nel suo momento migliore.
“Su Twitter girava e ancora gira l’hashtag “Siamo tutti sallusti”. Ecco, mi piace precisare che io no, non sono sallusti. E che un giornalista che per motivi ideologici ha diffamato una persona fino a metterne in pericolo la vita, generando da parte di terzi ripetute minacce di morte, se ne deve giustamente andare in carcere. In silenzio. Altroché siamotuttisallusti.” [Aldo Nove]

Il confine fra libertà di espressione, offesa, ingiuria, diffamazione e oltraggio non è poi così labile. Dopo la lettura delle motivazioni della sentenza si può tranquillamente e serenamente dire che sallusti meritava eccome la galera, altroché storie, non perché bisogna utilizzare gli stessi sistemi dei regimi ma proprio perché nelle democrazie non dovrebbe essere consentito a nessuno inquinare l’informazione, avvelenare la  stampa e di conseguenza la pubblica opinione, scegliendosi poi un nemico da abbattere in carne ed ossa al quale bastava chiedere pubblicamente scusa e rettificare così come pubblicamente era stato diffamato per evitare di scatenare questa canea.

Cominciamo ad esempio a vietare  che un giornalista RADIATO qual è l’ottimo betulla alias farina possa ancora scrivere da opinionista, anonimamente poi, solo perché un’istituzione fascista e  ridicola qual è l’ordine dei giornalisti gli consente di farlo.
Ma sallusti essendo tutt’altro da un giornalista in una galera non ci andrà, così sarà contento tutto l’esercito bi e tri partisan dei liberali à la carte, Napolitano in testa, che si è speso per salvarlo da una giusta punizione.
Ché almeno in galera ci sarebbe andato lui, i soldi delle sanzioni invece ce li può continuare a mettere chi lo paga.
E quindi lui e chi per lui potranno continuare bellamente a diffamare come se niente fosse accaduto.
Per bilanciare una libertà di informazione che in questo paese non c’è e non c’è mai stata bisogna forse dare libero accesso alla calunnia e alla diffamazione?  
La  politica lavorasse per rendere libera l’informazione, non per difendere il diritto alla calunnia e alla diffamazione.
Ma di conflitto di interessi ormai non si parla più, non va più di moda, c’è la crisi.
Non essendo traducibile in inglese non è abbastanza “cool”.
La libertà di espressione e quindi anche quella di informazione non è libertà di diffamazione.
Se qualcuno diffama qualcun altro per fortuna lo decidono i giudici,  non i politici né i colleghi del diffamatore.

Con buona pace di chi poi, sui giornali scrive di sentenze “shock”.
Il vero choc è vivere in una finta democrazia dove tutto si può fare quando si sta dalla parte dei potenti e del potere pensando di avere anche il diritto di farlo perché tanto al momento opportuno ci sarà sempre il santo protettore a mettere una pezza su errori e infamità. sallusti ha solo fatto male i conti perché non immaginava che il suo editore/pagatore, quello per conto del quale lui e chi per lui da anni diffamano e calunniano anziché dare le notizie, avrebbe dovuto ritirarsi per il bene del paese e cioè il suo.
Complimentissimi a tutti quelli che sono partiti lancia in resta nella difesa sperticata del delinquente recidivo e che oggi si lamentano della legge fascista in progetto sulla quale, spero, la Consulta si farà una grassa risata.
E i complimenti vanno estesi, ovviamente e naturalmente anche alla gloriosa “sinistra”  italiana  che non ha mai ritenuto necessario risolvere il conflitto di interessi perché poi avrebbe inevitabilmente  toccato anche altri interessi, non solo quelli di berlusconi.

Rischi per fiaschi
Marco Travaglio, 24 ottobre

A leggere i giornali e a sentire i politici, il giudice Marco Billi che ha condannato i sette membri della cosiddetta commissione Grandi Rischi a 6 anni di carcere per omicidio colposo, per aver disinformato la popolazione de L’Aquila sei giorni prima del terremoto che uccise 300 persone e ne ferì migliaia, è un matto. Ha emesso una “sentenza choc” (Messaggero ),anzi “shock”(Repubblica ) e fatto un “processo alla previsione” (Repubblica ), condannando gli esperti perché “non avevano sfere di cristallo” (Libero ). Poi c’è il Giornale dell’ottimo Sallusti, che non distingue il monocratico dal collegiale: “Giudici da pazzi: è tutta colpa dei sismologi” perché “non leggono il futuro”. La sentenza — sentenzia il noto giurista Cappellini sul Messaggero — “è una ferita alla logica, al buon senso e allo Stato di diritto”. Ed è pure “rischiosa” (Greco, l’Unità), “incomprensibile da un punto di vista scientifico e diseducativa” perché “d’ora in poi “sarà sempre allarme” (Tozzi, La Stampa). E ci lascia “soli di fronte alle emergenze” ( M e ldolesi, Corriere ). Schifani, altro insigne sismologo, parla di “sentenza strana e imbarazzante”, mentre il vulcanologo Casini di “follia allo stato puro”. Insomma, qui si pretende di “processare la scienza” e si condanna chi “non ha previsto il devastante terremoto d’Abruzzo” con una “singolare interpretazione del concetto di giustizia” che suscita “lo sconcerto planetario”, visto che notoriamente i terremoti non si possono prevedere. Chissà se questi commentatori del nulla (la sentenza non è stata ancora depositata, dispositivo a parte) hanno seguito una sola delle 100 udienze del processo o hanno almeno letto il capo d’imputazione. Perché basta leggere di che cos’erano accusati i sette imputati per capire che a nessun magistrato è mai saltato in mente di accusarli di non aver previsto il terremoto: semmai di aver previsto che il terremoto non ci sarebbe stato, dopo una finta riunione tecnica (durata 45 minuti) a L’Aquila, “approssimativa, generica e inefficace”, in cui non si valutarono affatto i rischi delle 400 scosse in quattro mesi di sciame sismico. E, alla fine, di aver fornito “informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, le cause, la pericolosità e i futuri sviluppi dell’attività sismica in esame”. Così rassicurati, almeno 29 aquilani non uscirono di casa, come sempre facevano negli ultimi mesi, la sera del 6 aprile: e furono sepolti vivi. Che lo scopo della riunione fosse tutto politico e per nulla scientifico, l’aveva confidato a una funzionaria Bertolaso alla vigilia: “Vengono i luminari, è più un’operazione mediatica, loro diranno: è una situazione normale, non ci sarà mai la scossa che fa male”. E, prim’ancora che i tecnici si riunissero, dichiarò: “Non c’è nessun allarme in corso”. Prima di entrare, Bernardo De Berardinis (un ingegnere idraulico che si vanta della totale incompetenza in materia sismica) già aveva stabilito che “la comunità scientifica conferma che non c’è pericolo: la situazione è favorevole”. Nessuno verbalizzò nulla (il verbale, debitamente ritoccato, fu firmato in fretta e furia sei giorni dopo, a sisma avvenuto). All’uscita De Berardinis si superò, dichiarando giulivo che gli aquilani potevano star tranquilli e “bersi un bicchiere di Montepulciano”. Eppure, nel verbale postumo, si legge: “Non ci sono strumenti per fare previsioni”. Bastava dirlo anche alla gente, magari aggiungendo che L’Aquila è la città più sismica d’Italia, e nessuno sarebbe stato processato. Perché, se non si può prevedere che un terremoto ci sarà, non si può prevedere nemmeno che non ci sarà. Invece proprio questo fecero i sette scienziati: dissero che non ci sarebbe stato alcun terremoto. Cioè non fecero gli scienziati. In perfetta coerenza col paese dei politici che non fanno i politici e dei giornalisti che non fanno i giornalisti.

Tutti per uno

Sottotitolo: uno schifo simile era difficile anche immaginarlo. Massì, depenalizziamo i reati SOLO per i politici, SOLO per i giornalisti, SOLO per i magistrati, SOLO per i notai, SOLO per gli avvocati, SOLO per i consiglieri regionali, SOLO per i sindaci, SOLO per i vip, SOLO per berlusconi, SOLO per sallusti.
Poi qualcuno magari ci racconterà ancora la favoletta che le caste non esistono: sono SOLO un’illusione della mente.

Giornalisti, politici e sindacalisti. Intervengono tutti sulla sentenza definitiva con cui la Cassazione ha condannato per diffamazione il direttore de Il Giornale. Berlusconi: “Depenalizzare il reato”. Maroni: “Resistere, resistere, resistere”, Santanchè: “Il Paese fa schifo, gli italiani scendano in piazza”. Dal Quirinale: “Esamineremo sentenza”.

Sallusti, Cassazione conferma condanna
Ma la procura di Milano: “Pena sospesa”

Il direttore dovrebbe scontare 14 mesi. I giudici: “Non è reato di opinione ma pubblicazione 
consapevole di notizie palesemente false”. Bruti Liberati: “Manca recidiva, detenzione sospesa” 
Da Ezio Mauro a Enrico Mentana, rivolta contro la sentenza. Severino: “Norma va cambiata”

 

Due giorni fa mi sono associata all’appello di Travaglio per “salvare il soldato sallusti” perché sono ancora convinta che in una democrazia civile, compiuta, evoluta e moderna un giornalista non deve rischiare la galera: esistono forme alternative di punizione che  possono essere sostituite a quella che dovrebbe essere solo l’extrema ratio. Privare qualcuno della libertà è un fatto serio che va riservato a cose ancora più serie.

E comunque sallusti in galera NON ci sarebbe mai andato, nemmeno se non si fosse mobilitato a suo favore un esercito di salvatori con in testa, che lo dico a fare, il presidente Napolitano che ultimamente sembra aver preso molto  a cuore i casi personali di cittadini che non dovrebbero essere al di sopra di nessun altro, una volta è l’ex ministro bugiardo, un’altra un diffamatore per mestiere e insomma, il presidente da quando non ha niente da firmare ha molto tempo a disposizione, evidentemente. Proprio  mentre sto scrivendo questo post e mentre in molti discutiamo se sia giusto o meno che sallusti vada in galera, sebbene virtualmente,  apprendiamo dalla viva voce di feltri [altro pezzo da novanta in fatto di calunnie e diffamazioni]  dalla terza  camera del parlamento cioè porta a porta, che il Dreyfus in questione altri non è che l’ex giornalista ed ex un po’ di tutto Farina [l’agente Betulla], radiato dall’ordine dei giornalisti. Tutto normale, tutto lecito. Oltre il diritto alla diffamazione il diritto a fottersene delle regole in generale.

E il bello è che la galera per la diffamazione l’ha votata la casa della libertà [vigilata].  Quelli che invocano la galera per chi pubblica le intercettazioni.

berlusconi, il più interessato di tutti ad eliminare tutto quel che costituisce un reato pensa che debba essere depenalizzata anche la diffamazione, che non è un omicidio né una rapina a mano armata o uno stupro ma è comunque un atto di estrema gravità.  Specialmente se la diffamazione viene veicolata attraverso i mezzi di comunicazione.

Diffamare qualcuno significa raccontare menzogne, screditare, significa rovinare la vita a qualcuno, in molti casi ha significato la fine di una vita: tanta gente dopo essere stata diffamata si è suicidata perché non ce l’ha fatta a reggere il peso di una vergogna e di un’ingiustizia subita. La diffamazione non è un’opinione, un’idea, un punto di vista seppur becero, quando la diffamazione si fa per mezzo di media e giornali significa diffondere falsità sul conto di qualcuno: è un atto spregevole, miserabile.

E la misura di quanto sia grave la diffamazione per la quale è stato condannato il direttore di quel fogliaccio nel quale la diffamazione e le calunnie non sono una rara eccezione ma proprio il leit motiv la spiega benissimo Alessandro Robecchi, giornalista del Manifesto, in questo articolo: Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere.

E allora mi chiedo se i noi, gl’invisibili, quelli a cui si può togliere tutto e perfino – oltre a molti altri  –  il diritto  di pensare e credere (ancora) soprattutto, di vivere in un paese dove la legge sia davvero uguale per tutti avremmo in situazioni analoghe le stesse attenzioni riservate a sallusti, se le istituzioni alte,  tutto l’arco costituzionale, quasi tutto il giornalismo unito e compatto come un sol uomo,  si preoccuperebbero di difenderci, di intervenire e di interferire.
Mi chiedo se Napolitano troverebbe il tempo per spendere una buona parola per tutti i bisognosi, per tutti gli accusati DAVVERO ingiustamente.
Per tutti quelli che la galera vale con effetto retroattivo come per i devastatori di Genova.

Perché mai e dico mai a nessuno è venuto in mente di aprire un dibattito così ampio  su casi e fatti che riguardano gente meno famosa, per niente famosa e per motivi assai meno gravi di un augurio di essere impiccati sulla pubblica piazza.

Non una parola per chi  di carcere e in carcere ci muore magari  per tre grammi di fumo.
E se a un ministro venisse in mente di cambiare una legge per uno qualsiasi di quegl’invisibili.

E chi adesso, come il presidente della federazione nazionale della stampa Franco Siddi  “si sente come sallusti” non è solidale, è complice.

Marco Travaglio è un giornalista, Alessandro Sallusti, no

Ultim’ora [o quasi]: Caso Sallusti, si muove anche il Colle
“Napolitano segue la vicenda”

Il portavoce del presidente della Repubblica scrive su Twitter che il Quirinale “segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione”. Mercoledì prossimo il verdetto dei giudici della Cassazione sulla vicenda che ha coinvolto il direttore de Il Giornale. [Il Fatto Quotidiano]

Ultimamente il quirinale sembra l’ufficio reclami, vanno tutti a frignare da Napolitano.

Sottotitolo: Nessuno,  nelle istituzioni si è occupato di questo povero caso umano, eppure, guardaunpo’, ai convegni tutti quando parlano fra loro lo fanno per difendere il malcapitato di turno, per lui, pover’uomo  non si è scomodato nessuno, manco il ministro per una revisione del codice piccola piccola, una leggina ad Sallusti, ecco. Si tratta proprio di una persecuzione, prima un magistrato e poi addirittura un altro hanno stabilito che fra libertà di espressione e diiffamazione qualche differenza c’è.

Che chi ha la responsabilità di scrivere su un giornale non può usarlo per scriverci tutte le stronzate che passano in certi cervelli bacati o, peggio ancora, pagati per esserlo.  E farlo poi sotto pseudonimo non mettendoci un nome né una faccia.

Colpirne uno per educarne cento? eppure questa teoria dovrebbe essere gradita a tutta la pattuglia dei diffamatori che lavorano in nome e per conto di berlusconi visto che è la più applicata da chi si  si spaccia per giornalista ma in realtà fa tutt’altro quando c’è da mettere in moto la macchina del fango. 
Uno era Boffo, una la Boccassini, uno Vendola, uno Fini, uno il giudice Mesiano e i suoi ormai leggendari calzini azzurri, e via via per tutti quelli che sono stati  manganellati in tutti questi anni per conto terzi e cioè di berlusconi. 
La libertà di espressione non ha niente a che fare col lavoro che si fa nelle redazioni di Libero e Il Giornale, ma siccome in questo blog la libertà si difende sempre perché le questioni di principio e la libertà  non hanno colori politici né editori né tanto meno padroni da servire,  perché tanta gente è morta per difendere i principi di libertà,  ma soprattutto perché l’Italia è l’unico paese europeo dove un giornalista rischia il carcere – i primati in negativo ce li abbiamo tutti –  punire  col carcere un pensiero è roba da regime cileno, noi dovremmo essere se non sbaglio una democrazia,  anche le punizioni devono essere all’altezza di una democrazia,  e in un paese civile  e democratico nessuno deve rischiare il carcere per aver espresso anche la più becera delle opinioni,  dunque anch’io mi associo all’appello di Marco Travaglio: salviamo il soldato Sallusti.

Liberainformazione: Sallusti rischia il carcere

Travaglio è un giornalista, Sallusti no, e non per colpa di Travaglio ma la sua che ha rinunciato alla sua dignità di uomo, prim’ancora che a quella professionale per servire il suo padrone.

E quando si sceglie di servire un padrone, quale che sia, e lo si fa da giornalisti  rinunciando a difendere quei principi indispensabili da rispettare quando si svolge il mestiere di informare non si può poi attaccare ogni giorno chi fa scelte diverse, scelte di libertà.

I principi come dice Marco Travaglio si difendono SEMPRE.

A parti inverse Sallusti NON avrebbe difeso Travaglio, anzi, come è già accaduto avrebbe approfittato dell’occasione per infierire, per scrivere e dire quello che dicono tutte le persone in malafede a proposito di Marco Travaglio.

Salvate il soldato Sallusti
Marco Travaglio, 22 settembre


Che cosa pensiamo di Alessandro Sallusti (non dell’ex bravo cronista del Corriere, ma del direttore di Libero e poi del Giornale), i nostri lettori lo sanno benissimo perché l’abbiamo scritto mille volte e mille volte lo scriveremo. Ma non oggi. Perché Alessandro Sallusti rischia di finire in galera o agli arresti domiciliari o ai servizi sociali, per scontare una condanna a 1 anno e 2 mesi senza condizionale: gliel’ha inflitta la Corte d’appello di Milano, aggravando il verdetto del Tribunale che gli aveva appioppato 5 mila euro di multa e 30 mila di risarcimento. Sentenza che la settimana prossima la Cassazione dovrà confermare o annullare. 

Ma l’annullamento, si sa, può avvenire solo per questioni giuridiche e non di merito (che si risolvono nei primi due gradi di giudizio). Si dirà: i giornalisti sono cittadini come gli altri (eccetto i politici, si capisce) e non c’è nulla di strano se, in caso di condanna, la scontano. Vero: ma questo dovrebbe valere per delitti dolosi. Cioè per reati gravi e intenzionali. Sallusti è stato condannato per aver diffamato su Libero un giudice tutelare di Torino, Giuseppe Cocilovo, in un articolo del 2007 scritto da un altro sotto pseudonimo, ma di cui gli è stato attribuito l'”omesso controllo” in veste di direttore responsabile. Non so cosa fosse scritto in quell’articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m’interessa, perché ciò che conta è il principio. E i principi vanno difesi quando riguardano gli altri,possibilmente i più lontani da noi, per sfuggire ai conflitti d’interessi (parolaccia che Sallusti non pronuncerebbe mai, ma noi sì). Personalmente, sono incappato quattro anni fa in un incidente simile: nel 2001 avevo sintetizzato, in un articolo troppo breve sull’Espresso, un lunghissimo verbale che citava anche Previti. Questi mi querelò. Il Tribunale di Roma condannò me a 8 mesi di carcere con la condizionale e la direttrice Daniela Hamaui a 4, più 20mila euro di risarcimento (sentenza spazzata via dalla Corte d’appello, che la ridusse a due multe di 1.000 e di 800 euro, poi prescritte). Naturalmente i giornali di B., su cui scriveva Sallusti, presentarono la notizia come la prova che ero un delinquente matricolato e non fecero alcuna campagna contro il carcere ai giornalisti. Ora che tocca a Sallusti, la fanno eccome. Ma, ripeto, contano i princìpi. Che non si possono cambiare ogni mattina come le camicie, gli slip e i calzini. Il principio, peraltro ovvio in tutti i paesi civili, è che nessun giornalista può rischiare in prima battuta il carcere (anche se finto, come da noi) per quello che scrive. Nemmeno se è sbagliato o impreciso, e neanche se è dolosamente diffamatorio (come purtroppo sono le campagne degli house organ berlusconiani contro chiunque si metta sulla strada di B., anzi contro chiunque indossi una toga). Da vent’anni, da quando in Parlamento si dicono tutti “liberali” e “garantisti”, non si contano le promesse di riformare il codice penale sulla diffamazione. La soluzione è una regoletta che imponga a chi sbaglia di ristabilire la verità e riparare all’offesa in forme e spazi proporzionati al danno arrecato, e solo in caso di rifiuto preveda la possibilità di adire le vie legali (anche, nei casi più gravi e dolosi, col carcere). Così, fra l’altro, si distingue chi sbaglia in buona fede (e rettifica) da chi lo fa in malafede (e insiste). Sappiamo come sono finite quelle promesse: come i tagli ai “costi della politica”. E sappiamo anche perché: a questa classe politica fa comodo ricattare la stampa con denunce penali e civili milionarie. In attesa di trovare, magari nel quarto millennio, una maggioranza davvero liberale, c’è un solo modo per evitare che Sallusti diventi un detenuto: il buonsenso. 
Sallusti chieda scusa e rifonda il danno al giudice diffamato. E questi ritiri la querela: dimostrerebbe fra l’altro che, con tutte le magagne, i magistrati sono ancora molto meglio dei politici.