Italia: il paese dei santi subito

Preambolo: ogni riferimento ai disinformatori di regime, quelli con le aureole sempre a portata di mano, quelli sempre disposti a rispondere alle opportunità, convenienze, le loro e quelle di chi gli garantisce il tozzo di pane e mai alla verità è intenzionale e voluto.

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Sottotitolo: gli estimatori di Mattarella sono cresciuti in poche ore come la cicoria dopo il temporale.
Fino a due giorni fa ignoravano perfino la sua esistenza, la politica lo aveva dimenticato: oggi sono tutti lì a tifare per “la persona degna e con la schiena dritta”, lo sloganino carino carino che viene ripetuto a random dai piddini&Co. 

E’ rivoltante questo insistere sulla bontà e la giustezza del personaggio Mattarella.
Una persona e un politico di cui la politica stessa si era dimenticata, e chissà perché il decisionista Napolitano non gli ha mai proposto di avere un ruolo nell’edificio da lui costruito delle larghe intese.
Nel paese normale non dovrebbe esserci nessuna necessità di ribadire certe cose, dovrebbe essere del tutto normale che il politico sia anche una persona perbene.
Invece da due giorni veniamo tutti quanti rassicurati.  Se Mattarella è perfetto, ha le physique du rôle al punto giusto, perché mai aspettare tutto questo tempo? Una persona così si vota subito, non ci si perde nei meandri dei giochetti del palazzo.

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Solo in un paese a maggioranza di imbecilli, incapaci di elaborare un pensiero proprio senza l’imbeccata del leader, del guru o, perché semplicemente ispirati dalla malafede  può fare presa fino a diventare un luogo comune che fare inchiesta significhi “infangare”.
La differenza fra le chiacchiere da cortile che si fanno in Rete, molto spesso condite da insulti rivolti al giornalista e l’articolo del giornalista è: se il giornalista sbaglia, scrive o dice inesattezze, menzogne finalizzate alla calunnia e alla diffamazione va dritto in tribunale e a meno che non si chiami sallusti qualcosina la paga, mentre ai diffamatori per caso sparsi nei social, nei siti on line dei quotidiani nessuno chiede mai conto di quello che scrivono. Siamo tutti Charlie, ma solo quando fa comodo, quando non disturba, quando non si deve fare nessuna fatica, quando i Charlie scrivono o dicono cose che rientrano nelle nostre aspettative, preferenze, nel nostro modo di pensare. Ma, appena Charlie si azzarda a mettere in pratica sul serio la libertà di pensiero e di parola, senza essere opportuno, diplomatico e ancorché ipocrita  le cose si fanno un tantino più complicate. Per informazioni chiedere a Erri De Luca, sotto processo per aver detto delle cose e praticamente dimenticato da tutti quelli che due, tre settimane fa si sono immolati sull’altare della libertà di espressione, quelli che hanno difeso perfino il filonazista Dieudonné perché, non sia mai, tutti devono avere il diritto di esprimere le loro opinioni, anche fossero le più spregevoli. Diritto che però viene negato al giornalista che informa, che non si piega ai desiderata del dittatorello di turno, perché guai a disturbare certe splendide armonie.

In questo paese di strabici, dove si guarda sempre verso gli obiettivi sbagliati la politica farà il bello e il cattivo tempo in secula seculorum.

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Può sembrare incredibile ma non tutti agiscono animati da sentimenti negativi, ognuno nel suo quotidiano, con le persone con cui ha a che fare, nell’ambito della sua famiglia, del suo lavoro decide in che modo regolare i rapporti con tutti, nel mondo che va di fretta la maggior parte delle persone sceglie la modalità meno complicata, quella che non impegna oltremodo, che rende più fluida la convivenza fra persone, che evita quei conflitti che poi fanno perdere tempo ed energie.
In due parole: si adatta, alle persone, alle situazioni, alle circostanze.
Una semplificazione che evita di dover riflettere, di incuriosirsi, di provare a lanciare testa e cuore oltre gli ostacoli.
Quando Hannah Arendt chiese ed ottenne dal giornale per il quale collaborava di poter assistere al processo al burocrate gerarca nazista Eichmann, da persona colpita personalmente dalle nefandezze del nazismo avrebbe potuto scegliere di fare la cosa più semplice: scrivere ciò che pensava in base alla sua esperienza, sofferenza interiore, giudicare quell’uomo con tutto il disprezzo che avrebbe meritato.
Invece no, è stata coraggiosa, intelligente, non ha semplificato, non immaginando nemmeno le reazioni che sarebbero scaturite dalle sue riflessioni proprio perché animata dal sentimento positivo dell’onestà intellettuale, della buona fede.
Ha fatto quello che da vittima non avrebbe fatto nessuno: ha umanizzato la figura del boia, ha in qualche modo avvisato che la malvagità non è scritta sulla faccia di nessuno, anche un ometto dall’aspetto insignificante come quello del criminale nazista, uno che la sera tornava nella sua casa come se avesse svolto la più normale delle attività era in realtà capace di mandare a morire decine, centinaia di persone perché qualcuno gli aveva ordinato di fare esattamente quello e sentirsi in pace con la sua coscienza perché “aveva rispettato la legge”.
Non ha cercato la vendetta, Hannah.
Si è concessa il lusso di pensare e non tenersi quei pensieri per sé ma di comunicarli al mondo, affinché chiunque potesse poi decidere cosa fare di quei pensieri.
Non ha scelto di essere opportuna, di tradurre i suoi pensieri nel linguaggio dell’ipocrisia, atteggiamento che le avrebbe risparmiato molti problemi, fra i quali dover spiegare pubblicamente, giustificarsi sul perché aveva scritto quelle cose: ha scelto di essere sincera.

 

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SCUSATE SE DIAMO NOTIZIE – Marco Travaglio, 31 gennaio

Prima o poi doveva capitare. Ci tocca giustificarci per il peccato mortale di dare troppe notizie. Alcuni commentatori sul nostro sito, che evidentemente preferisco non sapere e dunque hanno sbagliato giornale, ma anche Giuliano Ferrara e Giampiero Mughini, non si danno pace perché il Fatto ha raccontato gli altarini e gli scheletri negli armadi dei candidati al Quirinale. Compresi quelli di Imposimato, il prediletto del M5S di cui secondo qualche buontempone saremmo l’house organ. E soprattutto quelli di Mattarella, che oggi – salvo sorprese – dovrebbe essere eletto capo dello Stato.

Apriti cielo, lesa maestà. Se la prendono con noi che facciamo il nostro mestiere, anzichè con i lecchini preventivi dei giornaloni che si portano avanti col lavoro e allungano le lingue per beatificare il futuro presidente come un genio, un eroe, uno statista di fama planetaria, dalla “schiena dritta”, anzi “di fil di ferro”, “sobrio” come e più di Monti, capace perfino di “sorridere” (così almeno giura un compagno di scuola scovato prodigiosamente dalla Stampa), senza spiegare come fu che cotale pepita d’oro sia rimasta per tutti questi anni a prender polvere e muffa nelle soffitte del Palazzo. Abbiamo già detto e ripetiamo volentieri che Sergio Mattarella è un brav’uomo e non risulta aver commesso reati (è stato assolto nell’unico processo subìto). Ma in Italia ci sono decine di milioni di brav’uomini e brave donne come lui, magari anche un po’ meno incolori, inodori e insapori, che però non diventeranno mai presidenti della Repubblica, e nemmeno di una bocciofila, perché per diventare capo dello Stato si richiede forse qualcosa in più. Probabilmente Mattarella sarà un discreto presidente, com’è stato un discreto politico, un discreto ministro, un discreto giudice costituzionale. Come sempre, lo giudicheremo da quel che farà.

Poteva andare peggio? Certo, molto peggio: basta scorrere il lombrosario degli altri candidati della Casta. Poteva andare meglio? Certo, molto meglio: basta scorrere la lista dei candidati preferiti dagli italiani nei sondaggi, da Rodotà a Prodi a Zagrebelsky. Personaggi diversi fra loro, ma inattaccabili sia personalmente sia per legami familiari e frequentazioni. Ricostruire la biografia completa di Mattarella, andando oltre le agiografie dei turiferari, è per Mughini roba “da Gestapo”. Per altri, nessuno dev’essere chiamato a pagare “le colpe dei padri, dei fratelli, dei coniugi, dei nipoti”. Il che è vero, se parliamo di un privato cittadino. È falso se parliamo di un aspirante presidente della Repubblica. Tantopiù nel caso di Mattarella, di cui viene continuamente ricordato come un merito il fratello ucciso da Cosa Nostra. Manco ne avesse solo uno, di fratello. Noi ne abbiamo scoperto un secondo: Antonino, che da atti giudiziari risulta in rapporti d’affari con Enrico Nicoletti, cassiere e non solo della Banda della Magliana. E ci è parso giusto ricomporre il quadro famigliare completo. Poi, di queste informazioni, ciascuno farà l’uso che crede. Nessuno vuole mandare in galera o punire Sergio Mattarella perché ha accettato contributi elettorali da un imprenditore mafioso, perché è stato eletto in Trentino con firme false o per gli affari discutibili del fratello vivo. Ma è giusto che la gente sappia tutto di lui, specie i grandi elettori che oggi dovranno scegliere se votare per lui o per un altro candidato privo di quei talloni d’Achille.

Nelle democrazie, non nel Terzo Reich, funziona così. Jimmy Carter, l’uomo più potente del mondo ai suoi tempi, dovette rispondere dei traffici e perfino del tasso alcolico di suo fratello Bill. Margaret Thatcher finì al centro di polemiche per i business controversi del marito e poi del figlio. Yitzhak Rabin dovette lasciare la guida del governo israeliano per gli affari della moglie. L’attuale premier Bibi Netanyahu ha passato guai infiniti per le spese allegre della signora Sarah. Il penultimo presidente della Repubblica tedesco Christian Wulff ha dovuto prima difendersi dalle accuse sul passato a luci rosse della seconda moglie e poi dimettersi per presunti favori a lui e alla consorte: nella Germania della Merkel, non della Gestapo. E persino in Italia il presidente Giovanni Leone dovette lasciare anzitempo il Quirinale per una campagna politico-giornalistica sulle presunte magagne dei suoi familiari.

Oggi si parla molto del padre di Renzi, imputato per bancarotta fraudolenta, e di quello della Boschi, vicepresidente della Banca Etruria. Il privato, per l’uomo pubblico, non esiste. Soprattutto se l’interessato siede ai vertici dello Stato. E l’obiezione “non è mai stato condannato” – tipicamente giustizialista, anche se la usano i presunto antigiustizialisti – vale meno di una cicca: esistono fatti, circostanze, parentele, amicizie, frequentazioni, rapporti, conflitti d’interessi che non sono rilevanti sul piano penale, ma lo sono su quello morale, o politico, o della prudenza e dell’opportunità. In un paese di ricattatori e di ricattati, basta poco, pochissimo, per accumulare dossier e condizionare un potente. L’unico modo per sventare i ricatti e tenerne al riparo le istituzioni è pubblicare tutto, cosicché chi può ne faccia tesoro ed escluda dalle cariche pubbliche personaggi magari individualmente ineccepibili, ma potenzialmente ricattabili.

È questo il compito della libera stampa: scavare, passare ai raggi X, informare, mettere sull’avviso, fornire a chi di dovere tutti gli strumenti affinché – diceva Einaudi – possano “conoscere per deliberare”. Se poi scelgono la persona sbagliata, non potranno dire che nessuno li aveva avvertiti.

 

 

Una macchia di sangue sulla nostra umanità

“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”.

“Dal che si potrebbe concludere che più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere, più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie”.

[Hannah Arendt – La banalità del male]

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Le giornate della Memoria sono una sconfitta per la società civile, moderna, quella che avrebbe dovuto emanciparsi da ogni forma di schiavitù, in special modo quella del pensiero quando è sbagliato, quando è finalizzato alla separazione, all’esclusione, al non riconoscimento dei diritti di tutti.
Perché dai pensieri sbagliati possono scaturire solo cose sbagliate.
Finché ci sarà bisogno di queste giornate vuol dire che l’origine, quel che ha generato la necessità di ricordare non è stato elaborato con giustezza e non ne sono state neutralizzate le ragioni, e che quindi c’è il reale pericolo che ogni cosa che si ricorda si possa ripetere. 
Le giornate della Memoria sono lì a ricordarci i fallimenti del nostro essere sì esseri umani ma di saperci comportare, con una certa frequenza anche, in maniera disumana, incivile.
Il 27 gennaio serve.
Serve a tutti.

Ebrei, prigionieri politici, criminali comuni, immigrati e apolidi, testimoni di geova, omosessuali, “asociali”, rom e sinti. Questa è la Giornata della Memoria.

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Dove ci sono ingiustizie, discriminazioni, razzismo non ci sono amore né rispetto. E dove non ci sono amore e rispetto è più facile che accadano le tragedie. Oggi come ieri c’è qualcuno che dietro le quinte [ma anche davanti]  della politica nel mondo lavora per separare e non per unire. E quando l’obiettivo è quello di disunire, di far credere che ci siano persone con più diritti di altre, che esista ancora, nel terzo millennio, una “razza padrona” e c’è gente che a questo ci crede tutto può succedere ancora e ancora. 
In questo 27 gennaio faccio mie queste belle parole del mio amico Andrea Marinucci Foa  che in poche righe è riuscito a riassumere tutto quello che è stato, che è e che non basta dire “mai più” ma bisogna fare in modo che lo sia davvero. Questa, in mezzo alle centinaia di giornate per ricordare qualcosa è l’unica davvero importante. Perché è l’unica che sbatte in faccia agl’imbecilli, ai razzisti, agli omofobi, ai fascisti dell’ultima e penultima generazione, quelli che non sanno, quelli che vanno a scrivere nei social network che ai rom bisognerebbe dargli fuoco, che gli extracomunitari rubano case e lavoro, che il paese è mio e quindi vengo prima, io qual è il prodotto della melma che cervelli malati prima dei loro ma uguali ai loro, hanno causato.

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Immagino già i discorsi di questo 27, giorno della memoria. Gli ebrei parlano. Ci si aspetta che parlino. Lo farò anche io. E’ quasi un dovere, anche se poi il giorno della memoria serve a chi ha bisogno di ricordare quei cancelli e quello che veniva fatto al di là di essi, e noi persone per bene, qualsiasi sia la nostra origine, non possiamo dimenticare. C’è come un nodo sul fazzoletto nella mente, un nodo che non si può sciogliere finché esisterà una discriminazione delle persone per origine geografica, colore della pelle, preferenze sessuali, fede o assenza di fede religiosa. Fin quando certe piccole particolarità verranno utilizzate per giudicare a priori una persona, quello che domani ricorderemo “ufficialmente” resterà fisso in primo piano, una macchia di sangue sulla nostra umanità. Non è retorica. Il sangue è fisso lì perché scorre ancora, continua a scorrere. Nei pestaggi degli omosessuali, nelle pulizie etniche, nel razzismo. E non si fermerà finché non diremo “basta”, e impediremo le deportazioni dei nomadi e quelle dei profughi, e butteremo nel cesso le assurde proibizioni alle coppie omosessuali, e promuoveremo il dialogo, il disarmo e la pace nelle zone “calde”. 
Visto che è il giorno della memoria, ricordiamo. Ricordiamo ai razzisti e agli omofobi che non hanno cittadinanza su questa terra, non come razzisti e omofobi perché la loro non è opinione ma violenza omicida.

Andrea Marinucci Foa  

“Ausmerzen” è la strage nazista dei disabili, bambini, donne, uomini ritenuti inutili, un peso per la società solo perché malati. Gente che mangiava a sbafo, che bisognava curare e mantenere negli ospedali, gente che non produceva, quindi un costo per la società che dopo la crisi mondiale del ’29 faticava. Oggi si tagliano le necessità, quelli del “progetto Aktion T4″ tagliavano direttamente le persone. 300.000 persone – di cui più di 5000 erano bambini – gasate, avvelenate e passate per i forni crematori in modo scientifico nella più completa indifferenza della gente con la collaborazione di funzionari di stato e medici di famiglia. Erano tedeschi, non stranieri, gente della stessa gente.