La testa a quelli delle brioches l’hanno tagliata loro, mica noi

Quando berlusconi organizzò l’orrenda pagliacciata con tanto di sorveglianza armata pagata dai cittadini all’allora amico Gheddafi in quel di villa Pamphili, al centro di Roma, nessuno in politica e fra i cittadini si sognò di contestare e impedire l’uso privato di uno spazio pubblico. Anzi, per l’occasione un’agenzia si occupò anche del casting per noleggiare signorine di bella presenza pagate per allietare il soggiorno romano del dittatore.

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Grazie ad una petizione dall’esito velocissimo 150.000 tra francesi e residenti in Costa Azzurra costringono alla partenza il re saudita e il suo sobrio seguito di mille persone che voleva fare un uso privato di uno spazio pubblico. 

Re Salman aveva chiesto di chiudere la spiaggia antistante la sua villa, il permesso di trasformarla in un fortino blindato da nascondere ad occhi indiscreti ma è immediatamente partita la raccolta delle firme per dire di no. I cittadini hanno detto NO all’arroganza dei soldi anche di fronte alle ovvie rimostranze dei commercianti che, grazie alla presenza dell’illustre personaggio e della sua corte potevano contare su un’impennata negli incassi.
In Italia non si riesce ad impedire ai politici di fare un uso privato di un paese pubblico nemmeno con “democratiche elezioni”. 
La Francia è stata molto criticata specialmente in questo ultimo periodo per come sta affrontando la questione dei migranti, ma un paese dove ai cittadini si lascia l’ultima parola, che viene pure ascoltata, sarà sempre superiore per civiltà al nostro dove pur di non lasciarci l’ultima parola non ci mandano nemmeno più a votare.

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R-egalité – Massimo Gramellini –  La Stampa, 4 agosto

A distanza di secoli dalla gloriosa Rivoluzione il rapporto dei francesi con i re non sembra molto migliorato. Appena il monarca saudita Salman è sbarcato in Costa Azzurra con i propri cari (mille persone del seguito) e ha chiesto di transennare una spiaggia pubblica che aveva avuto l’ardire di trovarsi nei pressi della sua villetta grande come il Molise, i cittadini e i politici locali sono insorti, raccogliendo in pochi giorni centocinquantamila firme che ieri lo hanno indotto a sloggiare.  

Ho il sospetto che poche decine di chilometri più a Est le cose sarebbero andate diversamente. L’idea che un miliardario si fosse impadronito di uno spazio pubblico non avrebbe indignato nessuno. In Italia «pubblico» non significa «di tutti», ma «del primo che ci mette sopra le mani». Lungi dal cacciare il prepotente, avremmo solo cercato il modo di approfittarne. Ristoranti improvvisati da diecimila euro a coperto sarebbero sorti nei pressi della villa per sfamare le truppe vacanziere saudite.  

E il popolo estromesso dalla spiaggia sarebbe stato ben felice di andare in visita ai luoghi proibiti su appositi pedalò muniti di macchine spara-selfie. Sarebbero sorti baracchini abusivi per vendere le magliette del re, i burqa delle favorite e il famoso panino Salman, un kebab scongelato ripieno di carne scaduta. Il re, commosso, si sarebbe affacciato da un balcone della villa per lanciare petali di rosa e azioni della compagnia petrolifera di famiglia, e i giornali avrebbero sciolto inni alla sua simpatia democratica. Del resto ciascun Paese ha le sue tradizioni: noi il balcone e i francesi la ghigliottina.  

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Questo, me lo levi di mezzo

Premessa: i miei post qui dentro e i miei commenti in giro per il web spesso sono  scritti usando toni e termini duri ma mai volgari e violenti. Io non auguro a nessuno di ammalarsi, di morire, di fare una brutta fine, non minaccio, non istigo al razzismo come fa anche salvini.

I vigliacchi miserabili fanno come lui.

Ed è  un peccato che Matteo Salvini mi abbia inibito la sua bacheca facebook  [il vigliacco mi ha chiuso i commenti quando sono andata a spiegargli perché Don Gallo non si insulta, specialmente da morto], altrimenti gli avrei raccontato volentieri una storiella di scorte e di come sono state usate, visto che ieri ha criticato col solito modus operandi leghista  il ministro Kyenge che  va in giro con la scorta come tutti i ministri da sessant’anni a questa parte.

 Presumo che una scorta l’abbia anche lui in qualità di parlamentare europeo, con la differenza che lui non viene insultato e minacciato da quelli come lui così come succede ogni giorno al ministro da quando c’è: sarà mica perché è nera? chissà.
L’uso  della scorta, secondo salvini e quelli col suo stesso Q.I., va bene solo quando c’è da accompagnare mignotte e papponi su e giù per l’Italia per il sollazzo [a pagamento] del vecchio erotomane con cui è alleato anche salvini?

Chiedo.

Pare che berlusconi abbia chiesto ai servizi “segreti”- pagati dai cittadini per tutelare la sicurezza nazionale, non solo quella del manipolo di disonesti e privilegiati che si spaccia per classe dirigente di questo paese – di togliere di mezzo definitivamente Gheddafi perché gli rovinava la reputazione.
la russa, interpellato sulla questione, pare che non abbia né confermato né smentito.

E proprio in virtù della reputazione di berlusconi si potrebbe perfino ipotizzare che sia tutto vero, allora la domanda è: come mai nessuno, nemmeno anonimamente, ha pensato che fosse utile proprio per la sicurezza del paese denunciare questo fatto che pare abbastanza grave alle autorità competenti?

E inoltre verrebbe da chiedersi che succede nel backstage, considerando che quello che si vede sul palcoscenico basta e avanza per farsi un’idea delle condizioni miserevoli di questo paese.

Voglio dire: un presidente del consiglio fa una richiesta simile e nessuno se ne preoccupa? chi ha ricevuto quella richiesta ha pensato forse che si trattasse di una delle barzellette sconce che racconta berlusconi per mantenersi una buona reputazione?
E quanto possiamo stare tranquilli noi, se dietro le quinte del potere avvengono anche cose di questo tipo?

QUANDO BERLUSCONI DISSE AGLI 007: “FARESTE FUORI GHEDDAFI”?

LA RIVELAZIONE DI UNA FONTE AUTOREVOLE DELLA SICUREZZA: IL CAVALIERE TEMEVA DI ESSERE CONSIDERATO TROPPO FILO-RAÌS 
di Stefano Feltri – Il Fatto Quotidiano

NEL MEZZO DELLA CRISI LIBICA il presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, fece una richiesta un po’ irrituale ai servizi segreti guidati allora da Gianni De Gennaro: “Non è che potreste far fuori Gheddafi?”. Il Fatto Quotidiano lo apprende da una fonte diplomatica autorevole vicina agli ambienti della sicurezza. E l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia) commenta così: “Non venivano certo a raccontarlo a me, ma è possibile. Berlusconi era preoccupato di trovarsi lui stesso in difficoltà perché considerato troppo vicino al leader libico”. Difficile dire se poi ci sia stato un seguito, le cose dei servizi segreti restano, quasi sempre, segrete.

DA QUANTO SI PUÒ RICOSTRUIRE, quello di Berlusconi era un tentativo un po’ naïf di risolvere una situazione imbarazzante, visto che nel marzo 2011, quando cominciano i bombardamenti della Nato su Tripoli, i ricordi dei vertici romani (con tanto di tenda nel parco di villa Pamphili) tra il Cavaliere e il Colonnello erano ancora freschissimi. Berlusconi ha sempre vissuto con un certo fastidio la fermezza con cui il suo ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è subito schierato nel fronte degli interventisti della Nato. Ma quando le cose sono precipitate ed è diventato chiaro che il potere di Gheddafi stava crollando, Berlusconi deve aver pensato di risolvere la cosa in modo rapido, cercando di riabilitarsi all’ultimo secondo. L’Italia aveva da poco firmato anche un compromettente trattato di amicizia italo-libico che impegnava il governo a investimenti in Libia e la Banca centrale del Paese aveva mandato due dei suoi fondi di investimento in soccorso di Unicredit. Al di là degli affari, però, c’era il rapporto personale, a lungo ostentato, tra Berlusconi e Gheddafi. Avere un ruolo nella sua eliminazione poteva essere un utile argomento per il Cavaliere che attraversava già una crisi di legittimità a livello internazionale (sopravviverà, politicamente, meno di un mese alla morte del raìs). Ovviamente le cose non sono così semplici, i servizi segreti tendono a non agire direttamente, preferiscono di solito influenzare, indirizzare, procedere “per proxy”, come si dice in gergo, cioè mandare avanti i soggetti che già operano sul territorio (nel caso specifico i ribelli libici).

CHE DIETRO LA MORTE DEL LEADER LIBICO, il 20 ottobre 2011, ci possa essere l’attivismo di spie occidentali però non è un eccesso di complottismo. Negli ultimi giorni un’inchiesta di Le Monde (integrata da Fausto Biloslavo sul Giornale) ha rivelato un possibile retroscena di quegli eventi: l’allora presidente della Francia, Nicolas Sarkozy, capofila dell’intervento della Nato, era molto preoccupato che emergessero i suoi legami, altrettanto imbarazzanti, con il regime libico. “Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo”, disse Gheddafi a Biloslavo del Giornale, che ricorda: “Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle”. Anche Lorenzo Cremonesi, sul Corriere della Sera, ha raccontato a fine 2012 come a Tripoli in tanti sostenessero che dietro la morte di Gheddafi ci fosse un agente francese. In quei mesi del 2011, complici partite industriali ed economiche (dalle nomine in Bce alla Parmalat al nucleare) i rapporti tra Berlusconi e Sarkozy erano piuttosto stretti.

Chissà se il Cavaliere è poi riuscito ad avere un ruolo nell’eliminazione del Colonnello. Probabilmente no, visto che alla morte del dittatore invece che rivendicarne l’eliminazione si limitò a liquidarlo con un semplice: “Sic transit glora mundi”.