En_ciclica [mente]

Mauro Biani

“Agire come se tutto dipendesse da noi, ma far credere come se dipendesse da Dio.”

Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ovvero quei gesuiti che ispirano “il papa arrivato dalla fine del mondo”.

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Sottotitolo:  cambia la pubblicità ma il prodotto è  sempre lo stesso, rifilato in tutte le salse da duemila anni. Ma il papa in presenza di una politica forte può fare e dire quello che vuole, quello che la chiesa fa e dice da più di duemila anni. Il nostro problema infatti non è il papa ma la politica che, a destra come a sinistra [parlando con pardon], non può esimersi dall’accontentare i desiderata degli ospiti d’oltretevere, ché a votare poi ci vanno pure loro e ci mandano un sacco di gente.

Chissà perché i francesi che gli hanno dato il benservito con relativo sfratto sono avanti a noi anni luce in materia di diritti civili.

In un paese normale, una democrazia occidentale sana, due leader di sinistra non citano come punto di riferimento il cardinale e il papa, i loro punti di riferimento dovrebbero essere altrove.

E i media danno alle notizie  che arrivano dal vaticano lo spazio che si meritano,  nella giusta collocazione fra la politica estera, non col consueto sensazionalismo da prima pagina che si riserva qui ad ogni fil di fiato che arriva da piazza San Pietro e dintorni.

E sempre in quel paese occidentale del terzo millennio nessuno rimetterebbe in discussione diritti civili ottenuti con fatica in altre epoche, e nessuno li negherebbe in virtù di una “normalità” imposta da un ordine sociale condizionato proprio dalle gerarchie vaticane e al quale la politica si è sempre sottomessa volentieri.

 

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Fabio Magnasciutti

Mi piacerebbe sapere come è stata commentata all’estero, e che evidenza è stata data alla notizia della prima enciclica papale scritta “per la prima volta a quattro mani” [forse perché per la prima volta nella storia moderna un papa ha chiesto il prepensionamento? po’ esse, ai tempi di Celestino e del suo gran rifiuto non c’erano i giornali e le televisioni].

E mi piacerebbe sapere cosa c’è di rilevante da meritarsi la pole position nei media se non le solite filastrocche che tutti i papi ciclicamente ripetono: ‘n omo, ‘na donna, ‘na donna e ‘n omo [cit. Carlo Verdone].

Per non parlare del decreto firmato da questo papa nuovo di zecca che a fine anno proclamerà santi Giovanni XXIII e Karol Wojtyla dei quali si parla sempre come dei papi buoni. Quindi significa che tutti gli altri non lo sono stati? ri_po’ esse.  Di quanto sia discutibile il concetto di papi “buoni” è meglio sorvolare, giusto per non rovinarsi anche il sabato mattina. Inutile ribadire che il potere cosiddetto “temporale” ha avuto bisogno del sostegno di tutti per mantenersi così longevo. E nessun sostegno è stato mai rifiutato quando si poteva tradurre in soldi.

Qual è stato il grande merito di Giovanni Paolo II, il Grande Comunicatore, quei miracoli riconosciuti da una commissione preposta [un po’ come se dei dipendenti mediaset dovessero decidere sull’onestà di berlusconi] oppure aver contribuito a sconfiggere il pericolo del comunismo? o ancora, poter vantare fra le sue amicizie un tipino come Pinochet? o ancora [e ancora] aver occultato le vicende legate allo IOR, all’omicidio di Sindona? aver impedito con ogni mezzo che si potesse far chiarezza sul perché un boss della malavita abbia potuto trovare residenza da morto in una chiesa in qualità di benefattore? non so, ma “se sbaglio, mi corigerete”.

 

 

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Il vizio della memoria
Marco Travaglio, 6 luglio

Dalla settimana prossima il Fatto pubblicherà ogni giovedì alcune fra le migliori interviste televisive di Enzo Biagi. La cosa non è affatto piaciuta a Pigi Battista e al Giornale di Sallusti, affetti da sindrome di Salieri. Il primo ha scaricato la sua bile contro il curatore dell’iniziativa, Loris Mazzetti, che ha collaborato per anni come regista e capostruttura ai programmi di Biagi Il Fatto (Rai1) e Rt (Rai3) e ha firmato con lui i suoi ultimi libri. “Ma perché — twitta Battista — le figlie di Biagi consentono a uno sfaccendato come Loris Mazzetti di sfruttare così il lavoro di loro (sic, ndr) padre?”. Il Giornale dedica un’intera pagina al “vizio di fare il portavoce dei morti sicuri di non essere smentiti: da Travaglio a Mazzetti, da Ingroia alla Bindi, ecco chi fa carriera grazie ai defunti eccellenti”. Scrive Maurizio Caverzan: “i portavoce dei morti non abbisognano di nomine e documentazione. Basta un pizzico di millanteria, una certa voglia di carriera e si autocertificano secondo la propria indole”. Mazzetti “ventriloquo post mortem di Biagi”, Travaglio “esegeta abusivo di Montanelli”, Ingroia “presuntissimo continuatore di Falcone e Borsellino”. Poi “le vedove inconsolabili di qualche maître à penser scomparso da decenni, da Pasolini a Antonioni, da Bobbio a Galante Garrone al Bachelet ripetutamente citato e rimpianto da Rosy Bindi”. Ecco, il Caverzan non riesce proprio a concepire che chi ha avuto la fortuna di frequentare quei grandi personaggi ne conservi e trasmetta la memoria. O forse li preferirebbe imbalsamati con teca e piedistallo, come si fa con Garibaldi e gli altri padri della patria, buoni per tutte le stagioni. E il Battista trova inaccettabile che qualcuno, diversamente da lui, rimpianga Biagi e prenda a modello il suo giornalismo libero anziché quello servile. Ciò che disturba non sono le appropriazioni indebite, ma quelle debite: Gherardo Colombo direbbe “il vizio della memoria”. Se non fossero esistiti uomini liberi, ancorché diversissimi fra loro come Pasolini, Montanelli, Biagi, Galante Garrone, Bachelet, Falcone e Borsellino, oggi sarebbe ancor più facile essere servi. Chi ricorda certi morti impedisce a certi vivi di farne dei santini bipartisan, di larghe intese. Com’è accaduto al povero De Gasperi, la cui fondazione è passata dalle mani di tal Franco Frattini (autore di una legge sul conflitto d’interessi che avrebbe fatto arrossire un cattolico liberale come l’Alcide) alle grinfie di tal Angelino Alfano: il quale tre anni fa dedicò la sua controriforma della giustizia a Falcone, che l’avrebbe usata per scopi igienici. Ma per queste tragicomiche appropriazioni indebite nessuno s’indigna. Dà noia che chi ha conosciuto quei personaggi li ricordi per quello che erano, pensavano, dicevano e scrivevano: “divisivi”, come si dice oggi nell’orrendo idioma inciucese. Bachelet era un costituzionalista che avrebbe detto e scritto cose terribili sulla deriva presidenzialista di oggi, e la Bindi, sua assistente universitaria che se lo vide ammazzare sotto gli occhi, ha continuato a difendere la Costituzione anche nel suo nome. Lo stesso vale per Falcone e Borsellino che Ingroia, avendo lavorato con entrambi, non si stanca di ricordare per quelli che erano contro ogni abuso postumo. Idem per Montanelli e Biagi, accomunati dal raro privilegio di essere stati cacciati da B.: l’uno dal giornale che aveva fondato 20 anni prima, l’altro dalla Rai che aveva servito per 41 anni. Ricordare gli editti del 1994 e del 2002 significa mettere in imbarazzo chi prese il posto di Enzo e Indro senza batter ciglio. Da un lato una serie di comparse, fra cui il Battista (i cui epici ascolti ricordiamo a imperitura memoria a pag. 7); dall’altro un trenino di berlusconiani che ha in Sallusti l’ultimo vagone. Povero Caverzan, non ha mai avuto la fortuna di lavorare con Montanelli e Biagi, però un giorno potrà raccontare ai suoi nipoti: “Pensate, ragazzi, ho lavorato con zio Tibia”. E non sarà un bel momento.

Damnatio memoriae

Ex onorevoli, addio all’immunità
per Cosentino, Tedesco e De Gregorio

Napoli batte USA 1-0:  Giggino ‘a purpetta fuori [ed è ancora in parlamento peraltro] e Nick ‘o americano dentro insieme a qualche altro suo illustre collega.

L’avvocato di Nick si dice perfino perplesso, effettivamente è un fatto storico per l’Italia che ogni tanto le patrie galere diano ospitalità ad esponenti politici. Ha ragione, l’avvocato.

Ma tanto ci sono sempre i domiciliari, tutti sconteranno la pena tra la loro refurtiva, purtroppo. 

Per la retata finale c’è da attendere ancora un po’. Motivi istituzionali impediscono l’arresto di  altri malfattori che devono comunque poter partecipare alla delicata fase politica in atto.

Così ha detto Giorgio, no?

Un affettuoso pensiero alle coscienze dei loro ex molto onorevoli colleghi che hanno votato no agli arresti di chi se li meritava  quando ancora si faceva in tempo a recuperare un minimo di fiducia e credibilità nell’opinione pubblica.

E una prece per l’Italia, ostaggio di gente con questo tipo di coscienza.

Ogni “nuova” Repubblica in Italia non nasce mai dalla vera voglia di rinnovarsi della politica e di una richiesta popolare che auspicherebbe una classe dirigente che pensasse davvero all’interesse del paese, indipendentemente dalle sue fasi storiche.
Un paese va gestito con responsabilità sempre, anche in assenza di una crisi profonda, anzi, andrebbe gestito meglio quando non c’è nessuna crisi affinché qualora se ne presentasse una sarebbe molto più facile affrontarla, insieme, i cittadini e la politica, non la politica contro i cittadini come sta accadendo ora.
Per la seconda volta in Italia il “rinnovamento” non sta avvenendo per una vera presa di coscienza di e fra la gente,  soprattutto quella che è riuscita a rinnovare la fiducia ad un delinquente abituale ma, in primis della classe politica che non ci pensa proprio a fare pulizia al suo interno allontanando quegli elementi che poi fanno sì che i cittadini perdano la fiducia verso chi dovrebbe occuparsi di loro e delle loro urgenze, bisogni e necessità.
Per la seconda volta è toccato alla Magistratura occuparsi delle pulizie dopo aver aspettato con pazienza che certi “lor signori” fossero pronti ad affrontare le loro responsabilità.
Questo perché la politica verso se stessa pretende di avere un trattamento di favore; a nessuno infatti è consentito delinquere e trovare sistemi di autoprotezione per evitare poi di doverne risponderne – com’è giusto e normale per tutti i cittadini – a quel popolo sovrano di fronte ad un tribunale.
Si è parlato molto di antipolitica, di populismi,  di voglia di giustizialismo, personalmente non ho visto niente di tutto questo, in compenso però ho visto una politica molto  che, quando è chiamata ad occuparsi dei cittadini trova sempre una scusa, si nasconde sempre dietro l’alibi che “c’è altro a cui pensare”, un altro molto ipotetico peraltro, la frase di Frau Elsa a proposito dei tagli ai costi della politica è diventata ormai un cult: “tagliare i costi della politica è un lavoro lungo e complesso”. 
Non lo è stato invece decimare diritti acquisiti dai cittadini in settant’anni di lotte e non lo è nemmeno confezionare leggi in ventiquattr’ore per salvare il parlamentare che delinque dalla galera.
Non è stato un lavoro lungo né complesso votare due volte no all’arresto di cosentino come non lo è generalmente votare no all’arresto di chiunque faccia parte della casta parlamentare  non per volontà o capriccio di una Magistratura impazzita ma solo grazie ad un certo agire criminale che ha reso  molti, troppi disonorevoli parlamentari  indegni del ruolo di rappresentanti della repubblica e di un paese, e farlo poi nascondendosi dietro a ridicole questioni di coscienza.

Come se lo stesso metro di giudizio, la coscienza, si potesse adottare anche in un tribunale chiamato a giudicare assassini e stupratori: la coscienza personale di fronte ad un reato non vale e non conta niente, come non dovrebbe contare quando un parlamentare  deve votare leggi che servono a tutti e non solo a qualcuno.
Che razza di coscienza può avere chi per difendere se stess* da un più che probabile identico destino pensa che sia giusto salvare chi il suo lo ha già deciso commettendo dei reati che non hanno niente a che fare con l’attività politica? corrompere e farsi corrompere, essere collusi e conniventi con mafie e criminalità, rubare i soldi dei contribuenti  hanno qualcosa a che fare con la politica?

Perché mai un politico onesto pensa che sia giusto dare la possibilità a chi delinque di farlo ancora e ancora com’è sempre successo? verdini per tre volte è stato rinviato a giudizio e sempre per lo stesso reato: è giusto che uno così possa ancora fregiarsi del titolo di onorevole e che faccia ancora parte di quel parlamento che dovrà scegliere fra poco il nuovo rappresentante dello stato?
E non è stato affatto  un lavoro complesso ma solo molto lungo e laborioso aver permesso ad un delinquente impostore di potersi sottrarre alla giustizia per vent’anni e che, ancora oggi, non appena si presenta una buona occasione per potersi finalmente liberare di lui trova non solo il sostegno grazie a leggi volute da lui e fatte apposta per lui, quello dei suoi, il che sarebbe anche comprensibile visto che se viene a mancare lui dalla scena politica  poi a cascata toccherebbe a tutti, ma lo trova anche in quella istituzione che dovrebbe tutelare la politica onesta e i cittadini onesti di questo paese.

Camere di sicurezza
Marco Travaglio, 16 marzo 

Sta finendo tutto come ampiamente previsto: con le retate e i rastrellamenti. 
Come nel 1994. 
Si aprono le Camere e soprattutto le camere di sicurezza. 
Gli ex onorevoli De Gregorio, Cosentino, Tedesco e Nespoli, appena decaduti e dunque privi dell’immunità raggiungono le patrie galere, dove avrebbero dovuto soggiornare da anni se i partiti non li avessero protetti con scudi reciproci. 
Altri a breve li seguiranno, anche fra i neoeletti, perché in Parlamento, almeno sulla carta, non c’è più una maggioranza che possa permettersi i soliti giochetti. 
Il capogruppo di 5 Stelle al Senato, Vito Crimi, rispondendo l’altro giorno con aria serafica alla domanda di un giornalista, ha innescato una slavina che nemmeno lui probabilmente immaginava: ha detto che il suo gruppo, dopo aver contestato per anni la sindrome da immunodelinquenza acquisita delle Camere, è prontissimo a votare l’ineleggibilità di B., ineleggibile da 19 anni esatti, cioè da quando fu eletto la prima volta, dinanzi alla giunta per le elezioni di Palazzo Madama; ed è altrettanto pronto a votare sì a eventuali richieste di arresto nei suoi confronti. 
A quel punto il Pd, reduce da un terrificante salasso di voti verso 5 Stelle, ha dovuto
rispondere tramite il Migliavacca di turno che è pronto a fare altrettanto, onde evitare di regalare qualche altro milione di voti a Grillo. Il Migliavacca è lo stesso che ancora pochi mesi fa s’incontrava in gran segreto con Verdini al tavolo della legge elettorale, dunque è impossibile che sia rinsavito all’improvviso: semplicemente sente addosso il fiato della gente e reagisce di conseguenza. Per questo, oltreché per guadagnare qualche altro giorno prima delle sentenze del caso Mediaset e del caso Ruby, e — si capisce — per curare la gravissima forma di uveite bilaterale con scappellamento a destra che l’ha colpito da quando ha esaurito i legittimi impedimenti elettorali, il Cainano se ne sta asserragliato con gli occhiali scuri da visita fiscale in una stanza del San Raffaele, che è sempre meglio di San Vittore: perché non sa che pesci pigliare. 
I sempre geniali on. avv. Ghedini e Longo, dopo lunghe e meditate riflessioni, gli hanno partorito un’ideona mica da ridere: chiedere il trasloco dei processi da Milano a Brescia. La stessa baggianata che avevano sfoderato già dieci anni fa, con apposita legge Cirami incorporata, perché il Tribunale milanese non sarebbe sereno. Dieci anni fa c’erano i Girotondi. Ora c’è un’orda di parlamentari del Pdl, compresi gli stessi Ghedini e Longo, che marcia sul Tribunale medesimo infettandolo irreparabilmente di grave pregiudizio. Possiamo facilmente immaginare l’accoglienza che avrà questa proposta indecente quando sarà esaminata dalla Corte d’appello e dalla Cassazione: una doppia pernacchia. Ma intanto si guadagnerà qualche settimana prima delle sentenze (che lui — conoscendosi — prevede di sicura condanna), in attesa di un qualcosa che nessuno, nemmeno loro, riesce a immaginare. Potrebbero travestirlo da marò e spedirlo in India: al confronto dei suoi reati, l’omicidio colposo di due pescatori è un divieto di sosta. 
O potrebbero offrire ai giudici 3 milioni a testa come a De Gregorio, col rischio però di regalargli un altro processo. Oppure potrebbero chiedere a Mancino di chiamare il Quirinale per mobilitare la Procura della Cassazione, sperando che s’inventi qualcosa. La via maestra, cioè la fuga all’estero sulle orme di Craxi, non viene proprio considerata: in un’intervista alla lingua di Giorgio Mulè per Panorama e Giornale, il Cainano definisce”inimmaginabile” l’opzione B (come Bettino): significherebbe “consegnarsi a una damnatio memoriae”. 
Che peraltro è la sua salvezza: se ci fosse un po’ di memoria, Napolitano non gli regalerebbe tanti moniti e lui non prenderebbe tanti voti.