Il condannato significativo, e definitivo

 

Mentre scrivevo questo post è  arrivata la richiesta di arresto per Luigi Cesaro, ex presidente della provincia di Napoli che segue di poche ore l’arresto di Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto votato ieri dal parlamento ed eseguito in serata.  Entrambi sono di casa nel partito di quello che ieri Napolitano ha definito l’interlocutore significativo, ovvero il pregiudicato delinquente col quale Renzi vuole scassinare la Costituzione con la benedizione, anzi, il sollecito, di Napolitano.

Il parlamento italiano si riunisce per decidere l’arresto di qualcuno con una frequenza impressionante.
Un qualcuno che, nel peggiore dei casi, tutto quello che gli può capitare è restare in una cella il tempo necessario [ore] ai suoi avvocati per inoltrare la fatidica richiesta di concessione dei domiciliari che verrà puntualmente accolta.
In questo paese i cittadini sono costretti ad assistere alle assemblee di persone pagate per fare altro, per occuparsi dei problemi della gente e non dei loro, che devono decidere se è il caso o meno che un cittadino, eletto e dunque soggetto al rispetto di quella Costituzione che pretende che il cittadino a cui vengono affidate funzioni pubbliche adempia ad esse con disciplina ed onore, debba o meno continuare a far parte degli eletti, restare una persona libera oppure no anche quando tradisce il suo mandato e la legge.  Personalmente non mi fido di gente che, secondo coscienza, la sua, ha votato per ben due volte no all’arresto di cosentino nonostante la sua liaison con la camorra fosse un fatto ormai acclarato.
Mi piacerebbe vivere in un paese dove al politico non fosse riconosciuto lo status di privilegiato anche quando commette dei reati.
Abbiamo un articolo della Costituzione che ORDINA al funzionario di stato, quale che sia il suo ruolo e livello, di adempiere alla sua funzione con disciplina e onore. Se i politici presenti nei vari parlamenti da svariati decenni ad ora avessero dovuto essere giudicati in base al semplicissimo dogma che chi si deve occupare delle cose degli altri deve essere meglio degli altri, il parlamento sarebbe rimasto deserto.
Nessuno ha mai avuto i titoli corrispondenti a ciò che chiede la Costituzione. Non solo per disonestà ma anche per aver approfittato della carica politica per favorire parenti, amici e conoscenti. Ed ecco che anche in questo caso vengono a mancare sia la disciplina che l’onore, quel disinteresse onesto col quale approcciarsi alla politica.
Il politico che viene indagato o accusato deve tornare ad essere un cittadino come gli altri, farsi da parte e risolvere le sue beghe, in caso di innocenza, tornerà, ma basta con questa sceneggiata della seduta parlamentare per decidere l’arresto che ormai ha una cadenza fissa e anche piuttosto frequente.

 

Non date retta a Napolitano, gli spettri ci sono eccome, e ce ne sono tanti.
Firmate e fate firmare l’appello del fatto Quotidiano, non servirà ma almeno ci togliamo la soddisfazione di far sapere al presidente della repubblica che è anche un bugiardo, perché i governi di “emergenza” e di larghe intese, non eletti da nessuno non si occupano di riforme costituzionali.

Le riforme costituzionali le fanno i parlamenti scelti dai cittadini con elezioni regolari e NAZIONALI per mezzo delle quali si ottiene una maggioranza vera, non un minicaravanserraglio di incapaci e bugiardi anche loro come quello di Renzi che in forza dei dieci milioni di persone che lo hanno votato alle europee pensa di poter stravolgere le regole di un paese.

Napolitano ha imposto agli italiani Monti, nominato senatore a vita in fretta e furia senza le prerogative che prevede la Costituzione, proprio come fu nominato Napolitano a sua volta da Ciampi, ufficialmente per tirare fuori l’Italia dal disastro economico col risultato che Monti e i suoi ministri sobri, eleganti, quelli davanti ai quali la stessa informazione che oggi incensa Renzi e ieri lo faceva con Letta jr si è prodotta in orgasmi multipli e ripetuti sono riusciti solo a distruggere quel poco di stato sociale su cui potevamo ancora fare affidamento nonostante berlusconi.

Dopodiché Napolitano ha imposto le larghe intese e il governo di Letta ufficialmente per garantire una governabilità ma soprattutto perché il parlamento lavorasse ad una legge elettorale per permettere ai cittadini di potersi scegliere un parlamento e un governo ai quali delegare ANCHE, eventualmente, le riforme costituzionali.

Naturalmente, come ben sappiamo anche il governo di Letta non ha prodotto nulla di utile ma tutti, comprese le meteore sconosciute nominate ministri e sottosegretari sono state pagate e strapagate e lo saranno ancora e a vita come se avessero lavorato davvero per il bene del paese.

Ora abbiamo Renzi che ha praticamente tolto la poltrona sotto al culo di Letta pensando di averne i titoli solo perché aveva vinto le primarie del suo partito che, vale la pena di ricordare, non hanno nessuna valenza istituzionale: a nessun amministratore di condominio eletto anche col plebiscito dai residenti nel palazzo si affiderebbe la gestione di un paese.

E il governo di Renzi si sta forse impegnando a quella legge elettorale necessaria per far tornare i cittadini a votare? Ovviamente no, se ha rimesso in mano la discussione e la relazione della nuova legge anche all’autore di quella giudicata incostituzionale dalla Consulta, una contraddizione talmente enorme che ha costretto anche calderoli a riconoscerla.

Nel frattempo però Renzi si sta dando molto fare per quelle cose che lui ritiene siano necessarie a far ripartire il paese: forse lavorare per il lavoro? Ri_ovviamente no, le cose necessarie per ridare fiducia agli italiani, quelle impellenti e non più rimandabili sono l’abolizione del senato, restituire quell’immunità parlamentare a cui gli italiani avevano già detto no con un referendum, e immancabilmente quella riforma della giustizia invocata da Napolitano al quale non va giù che l’Interlocutore Significativo, quello necessario alle riforme e ben accolto nei palazzi sia diventato nel frattempo un pregiudicato, condannato in via definitiva.
Napolitano sta imponendo agli italiani delle riforme da fare con un delinquente da galera senza che nessuno provi un po’ di vergogna, i cosiddetti democratici, quelli che al delinquente si sarebbero dovuti opporre ma non l’hanno mai fatto e naturalmente la stampa a 90 che continua a descrivere l’operato di Renzi e l’appoggio incondizionato del presidente della repubblica, che invece si comporta e agisce come un capo di partito, come la miglior cosa che ci potesse capitare.  Se ancora non fosse chiara la questione, ha detto Napolitano, presidente della repubblica e capo supremo della Magistratura nonché garante della Costituzione, che Renzi può riformare la Costituzione e la  giustizia con un condannato alla galera.

 

Pertini all’età di Napolitano ha smesso il mandato e si è ritirato a vita privata.    Se la figura del presidente della repubblica restasse simbolica come dovrebbe essere secondo Costituzione andrebbe bene anche l’età avanzata, specialmente se è il giusto coronamento ad una carriera politica meritevole, mentre Napolitano non è affatto simbolico, lui ordina, interviene, suggerisce e ottiene. Per il bene del paese, s’intende. Di Napolitano inoltre non si ricorda nulla di significativo: cos’ha fatto di bello Napolitano? Per quali motivi importanti i ragazzini di domani dovranno leggerlo sui libri di Storia? Sono queste le domande,  a cui però è difficile dare una risposta.

L’età quindi diventa un problema quando come nel caso di Napolitano, unico nella storia di questa repubblica, non solo perché rieletto una seconda volta, evidentemente alla politica serviva proprio lui, non rappresenta un simbolo ma si pone oltre quelle prerogative previste dalla Costituzione che lui dovrebbe garantire, non contribuire al suo smantellamento.
Napolitano decide, interviene, comanda con la SUA visione delle cose, che è quella di una persona di novant’anni.
Nulla da obiettare sull’anziano che fa altri mestieri: Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Andrea Camilleri, Dario Fo, persone rispettabilissime che hanno fatto il loro con onore. E’ proprio la figura del capo dello stato che mal si attaglia ad una persona di quella età che essendo vecchia impedisce un progresso moderno.

Il problema è che a 89 anni non te ne frega un cazzo di spenderti per un paese migliore, specialmente se i tuoi figli, e i figli dei loro figli hanno e avranno un futuro assicurato, niente da temere. 

A quell’età non interessa il futuro ma si vive molto attorcigliati nel proprio passato.
Quella è l’età in cui tutti gli argomenti e le situazioni sono uguali.
Non esiste più una priorità né la paura di fare brutte figure, di rovinarsi la reputazione anche per quell’assurda teoria che l’anziano va rispettato in virtù della sua età.
Nemmeno per idea, il rispetto è qualcosa che si può eventualmente raccogliere dopo averlo dato e dimostrato.  A qualsiasi età.
E l’età avanzata, lo abbiamo imparato proprio dai politici, quasi mai coincide con la saggezza.
Non c’è più niente che sia così importante, da dover difendere quando una manciata di mesi separa dalla morte.
E’ per questo che a novant’anni una persona che ha pure la fortuna di esserci arrivata in buone condizioni di salute, non foss’altro perché da più di sessanta c’è chi lavora per lei, non dovrebbe avere nessun diritto di ricoprire un ruolo così importante nello stato.
Il tetto non ci vorrebbe solo sui compensi ma anche sull’età.
A novant’anni stai a casa tua a fare altro, quello che fanno tutti i privilegiati che ci arrivano, altroché il presidente della repubblica.

 

 

FEDE SU B. “MAFIA, SOLDI, MAFIA” (Davide Milosa) [L’interlocutore significativo]

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Il raglio del Ventaglio – Marco Travaglio

Erano alcuni giorni che Giorgio Napolitano non interferiva nei lavori parlamentari e non s’impicciava in quel che resta della libera stampa, ma ieri alla cerimonia del Ventaglio ha recuperato su entrambi i fronti in una botta sola. Non contento della maggioranza più bulgara dai tempi della Cortina di Ferro e anzi allarmato dalla sopravvivenza a Palazzo Madama e nell’opinione pubblica di alcuni vagiti di opposizione al pensiero unico renzusconiano, ha pensato bene di dare una legnata a quei quattro gatti che osano sottolineare gli aspetti duceschi e castali della presunta “riforma del Senato”: “Non si agitino spettri di insidie e macchinazioni di autoritarismo”. Ce l’aveva con l’appello del Fatto, che ha superato le 150 mila firme, con i 5Stelle, con Sel e con la sparuta pattuglia di dissidenti nel Pd, nei vari centrini e nel centrodestra. Noi, per parte nostra, possiamo assicurargli che il suo monito irrituale e illegittimo ci fa un baffo: continueremo ad agitare gli spettri di autoritarismo di due controriforme che – secondo i migliori costituzionalisti – concentrano molti poteri e aboliscono molti controlli sulla figura mostruosa di un premier-padrone che fa il bello e il cattivo tempo e impediscono ai cittadini di scegliersi i deputati e addirittura di eleggere i senatori.

Non è vero – come afferma il presidente – che “la discussione sulle riforme è stata libera”: di quale discussione va cianciando? Tra chi e con chi? I cittadini sono totalmente esclusi dal processo riformatore, visto che non hanno mai votato per questa maggioranza e questo governo, non hanno mai eletto questo premier (se non a sindaco di Firenze) e l’ultima volta che andarono alle urne per il Parlamento (febbraio 2013) nessun partito sottopose loro l’idea di abolire le elezioni per il Senato e confermare le liste bloccate per la Camera. Anzi tutti i partiti promisero di abolire il Porcellum per restituire agli elettori il sacrosanto diritto di scegliersi i parlamentari, non per farne un altro chiamato Italicum. Napolitano sostiene che le critiche alle “riforme” “pregiudicherebbero ancora una volta l’esito della riforma della seconda parte della Costituzione” e il superamento del “bicameralismo paritario, un’anomalia tutta italiana, un’incongruenza costituzionale sempre più indifendibile e fonte di gravi distorsioni del processo legislativo, quasi idoleggiato come un perno del sistema di garanzie costituzionali”. E purtroppo anche qui mente: i senatori dissidenti, i costituzionalisti critici e anche noi del Fatto abbiamo avanzato fior di proposte per differenziare poteri e funzioni di Camera e Senato, quindi è falso che vogliamo conservare il bicameralismo paritario: vogliamo semplicemente un Senato elettivo, con ruoli diversi da quelli attuali, ma non degradato a dopolavoro part time per sindaci e consiglieri regionali nominati dalla Casta e coperti da immunità full time. Ed è una balla che il processo legislativo sia bloccato o distorto dal bicameralismo, come dimostrano le peggiori porcate approvate in meno di un mese. In ogni caso non spetta né al Colle né al governo, ma al Parlamento stabilire se e come la Costituzione vada cambiata: non s’è mai visto un governo cambiare la Carta fondamentale a tappe forzate, con la complicità del Quirinale. Non foss’altro perché il capo dello Stato e i membri del governo giurano sulla Costituzione esistente e si impegnano a difenderla, non a smantellarla. Senza contare che il governo sta in piedi solo grazie a un premio di maggioranza che non dovrebbe esistere, e invece gli consente di impedire – con i due terzi estrogenati – ai cittadini di esprimersi nel referendum confermativo. Non manca, e ti pareva, un monitino alla stampa: Sua Altezza intima ai giornalisti – che peraltro obbediscono in gran parte col pilota automatico – di astenersi “dal gioco sterile delle ipotesi sull’ulteriore svolgimento delle mie funzioni da presidente: una valutazione che appartiene solo a me stesso”. In realtà appartiene alla Costituzione, che fissa in 7 anni il mandato presidenziale, e pure ai cittadini, che hanno il sacrosanto diritto di sapere se e quando se ne va  Il finale è da manuale: sotto con la “riforma della giustizia”, ovviamente “condivisa”. Con chi? Con il pregiudicato, ça va sans dire. 

L’estate scorsa, dopo la condanna di B. per frode fiscale, il presidente annunciò che era venuto il gran momento; ora, dopo l’assoluzione di B. per il caso Ruby, ribadisce (con notevole coerenza) che è giunta l’ora. Cos’è cambiato? Roba forte: “È arrivato il riconoscimento espresso da interlocutori significativi per ‘l’equilibrio e il rigore ammirevoli’ che caratterizzano il silenzioso ruolo della grande maggioranza dei magistrati”. E chi sarà mai l’“interlocutore significativo”? Ma il pregiudicato B., naturalmente: il fatto che insulti i giudici che lo condannano ed esalti quelli che lo assolvono (anche perché al primo insulto finisce al gabbio) è un evento epocale, meraviglioso, balsamico che – svela il monarca – “conferma quello che ho sempre asserito”: anche Napolitano, come il Caimano, pensa che “la grande maggioranza dei magistrati fa il proprio lavoro silenziosamente, con equilibrio e rigore ammirevoli”. Viva i magistrati muti che assolvono i potenti aumma aumma. A dire il vero, ci sarebbe l’ultimo ritrattino dell’Interlocutore Significativo per la riforma della Costituzione e della Giustizia, tracciato dall’amico Emilio Fede: quattro parole icastiche, “Mafia soldi soldi mafia” col contorno di Dell’Utri & famiglia Mangano. Ma che sarà mai. Fortuna che Totò Riina non ha ancora chiesto udienza al Quirinale, a Palazzo Chigi e al Nazareno per proporsi come Interlocutore Significativo. A questo punto sarebbe difficile dirgli di no. E soprattutto spiegargli il perché.

 

 

Disonestà low cost

Nei cieli d’Italia si può fare pubblicità ad un delinquente condannato? a quando le pattuglie acrobatiche per promuovere il fascismo buono e la mafia che dà lavoro?

Un imprenditore straniero che volesse investire in un affare qualsiasi in Italia lo farebbe lo stesso dopo aver visto e saputo  che in questo paese si dà licenza ad un delinquente pregiudicato di avere voce in capitolo nella politica e gli si consente di monopolizzare anche il cielo di tutti? chiedo. Perché poi quando le agenzie ci abbassano il rating relegando l’Italia nel posto in cui merita di stare, e cioè lontano da quei paesi la cui politica  non pensa che uno che viola le leggi possa continuare a far parte della politica, si dovrebbe tener conto anche di queste cose.

Berlusconi, ecco il blitz di Ferragosto
Aerei su spiagge, striscioni ‘Forza Silvio’

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Da “fatti processare buffone” a “delinquente, fatti arrestare”:  in queste due semplicissime frasi è racchiuso tutto quel che c’è da dire a proposito del valore del “leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza”.

Tutti i dittatori sono e sono stati leader incontrastati, non foss’altro perché per raggiungere e conquistare il potere si sono serviti di tutti i mezzi e degli strumenti peggiori, i più subdoli e violenti.

L’unico che sta rendendo questo una nota di merito, ovvero riconoscere un valore storico ad un volgare delinquente che appunto si è servito di tutti i mezzi per conquistare consensi e potere è Napolitano quando, parlando dell’accozzaglia di disonesti al seguito di berlusconi, ché se non fossero come lui sarebbero altrove da lui, parla di formazione politica di “innegabile importanza” come se grazie a loro questo paese avesse conosciuto un miglioramento invece del baratro in cui è scivolato soprattutto grazie a chi ha riconosciuto e legittimato il berlusconi “politico”.

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Da Ruby alla compravendita dei senatori
Tutte le grazie che servirebbero a B.

L’eventuale clemenza di Napolitano dopo la condanna nel caso Mediaset potrebbe non bastare.
al Cavaliere che a settembre dovrà affrontare altri due processi e le inchieste di Napoli e Bari.

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Luogo comune vuole che gl’imbecilli siano gli elettori del partito del pregiudicato delinquente, e allora siccome quelli convinti del pd non ci tenevano a restare indietro hanno voluto riequilibrare la percentuale e sfatare il tabù.

Alla domanda di Piero Ricca sul Fatto Quotidiano circa i primi 100 giorni del governo Letta, se avesse fatto o meno cose buone, l’elettore tipo del pd lo si riconosce dalle sue non risposte sul genere “adesso non mi viene in mente”, “devo andare” “non lo so però Letta mi piace” e via andare, verso la catastrofe, a dimostrazione che il primo problema di questo paese, l’urgenza che proprio non si può rimandare è quella di occuparsi di un’informazione che non svolge la sua funzione.

In un paese di sessanta milioni di persone non possono esserci solo due, tre quotidiani a dire le cose come stanno né ci si può consolare pensando che la Rete faccia le veci di un’informazione che non c’è.

Gli aereoplanini di ieri sono anch’essi il prodotto di aver ignorato, per opportunismi personali e propri della politica il conflitto di interessi di berlusconi, così come lo è questo governo delle larghe intese che non sa e non può fare a meno di un delinquente condannato.

La democrazia delle libertà

Liberi tutti – di Rita Pani – Mai parola più bella – LIBERTA’ – fu tanto abusata. Violentata dal degrado etico e morale di questa miserabile propaganda. Se ne è perso il senso stesso, insegnando molte cose sul significato della parola Libertà, nessuna delle quali capace di conservarne il valore. Libertà cammina al fianco del rispetto, vanno di pari passo. Il rispetto di sé stessi, delle regole, dell’altrui conduce alla Libertà. Non è essa quella parola vergognosa usata per denominare un partito politico, che per libertà intende quella di poter fare “un po’ come cazzo gli pare”; liberi di delinquere, liberi di depredare le casse dello stato, di uccidere la democrazia. Libertà è altro. E calpestando la Libertà, siamo arrivati fino al suo uso ancor più spregevole che va a sostituire l’ennesimo abuso contro i lavoratori, a favore di un padronato sempre più liberò – esso sì – di fare quel che è meglio per il proprio interesse e per il proprio capitale. “Indesit, scatta la messa in libertà per i lavoratori di Fabriano” titola Repubblica, senza vergogna alcuna. L’oltraggio che si aggiunge all’oltraggio dei LICENZIAMENTI per ritorsione, in seguito ai doverosi scioperi indetti il giorno dopo dell’annuncio – nemmeno troppo velato – dell’ennesima delocalizzazione dell’industria, parte in Turchia e parte in Polonia. 500 persone, 500 famiglie messe in libertà. Potranno scegliere come morire senza che giovanardi se ne dispiaccia, o che la Chiesa li condanni, o che le anime pietose di questo paese insensato facciano troppo caso a loro. Le parole sono importanti, ma in pochi ormai ci fermiamo a riflettere sull’uso criminale che la propaganda ne fa. Anzi, si uccide quel poco che resta della scuola e della cultura, in modo che sempre più persone, siano disposte a correggere il loro lessico e annientare ogni forma di pensiero LIBERO e indipendente, così che tutto questo abominio, domani, sia prassi accettata, condivisa, e sia sottomissione. Il momento della LIBERAZIONE è già passato da un pezzo, e che ci piaccia o no, siamo già stati sottomessi e assoggettati. Una vera lotta per la LIBERTA’, non la faremo mai. Mai ci riprenderemo il maltolto. Mai si comprenderà che l’unico modo sarebbe quello di prendere le fabbriche, mettere in libertà i padroni accompagnandoli fuori a calci nel culo. O meglio, mai avremo lo Stato capace di espropriare i beni del padrone, equiparando questi abusi ai reati di mafia, e dandoli in gestione agli operai che sarebbero finalmente sì, LIBERI di vivere. Non possiamo nulla, lo so anche io, ma possiamo fare molto per vigilare. (La vecchia cara Vigilanza Democratica, roba antica ahimè) Vigilare anche in questi casi in cui, un valore racchiuso in una parola, viene violentato e abusato. Ci viene tolto.

Per Repubblica il licenziamento di 500 persone è una restituzione di libertà.
Ecco: mi piacerebbe che lo stesso trattamento fosse riservato a chi ha pensato quella frase e a chi ha permesso che fosse stampata su un quotidiano. Ho sempre detto che la responsabilità di quello che accade, di quello che viene permesso in questo paese non è mai individuale ma che esiste una filiera ben precisa, che ha nomi e cognomi.
E finché quella gente non verrà disonorata come è giusto che sia non ne usciremo.

 

 

Sottotitolo: Anselma Dell’Olio [coniugata Ferrara]: “olgettine? meglio delle sceme di sinistra che scopano gratis”.
Eggià.
Noi abbiamo questo insano vizio.
Ci piace darla per hobby.
Pensare un po’ a chi si porta a letto lei, quello schifo immondo che non troverebbe chi gliela dà nemmeno se la pagasse tanto quanto pesa lui, no?

 Battute  a parte non finirò mai di chiedermi  a che livello infimo si possa scendere per difendere l’imputato pregiudicato condannato.

 

 

 

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berlusconi ha ragione quando dice che “se c’è un settore che deve essere riformato in Italia è quello della giustizia”.

La priorità del pluricondannato B.
“Giustizia da riformare assolutamente”

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Perché se la giustizia avesse funzionato davvero uno come lui sarebbe ospite di una qualsiasi delle patrie galere da vent’anni.

Ma meno male, invece, che abbiamo questo bel governo di necessità, di coesione per la “pacificazione”, che sarebbe questa pessima abitudine che c’è in tutti i paesi civili dove si dà la possibilità ai cittadini e al popolo di scegliersi il modo in cui essere governati e da chi?  dove ci sono le maggioranze E le opposizioni, i partiti conservatori E quelli liberali, i governi democratici E quelli che non lo sono? uno schifo inammissibile, siamo italiani mica per niente, noi.

Meno male che ci è toccato, non una volta sola ma ben due consecutive, mai più senza, questo presidente della repubblica [218 milioni di euro l’anno] di garanzia: di cosa non è dato sapere, non ce lo vogliono dire, vogliono farci la sorpresona finale. Secondo il mio modesto parere di cittadina  Napolitano sta continuando a garantire tutto quello che ha trascinato l’Italia nel baratro. Ma a lui, data la sua età, quello che accadrà fa cinque, dieci, vent’anni non interessa. A noi invece sì, dovrebbe interessare.

Altrimenti non sapremmo come fare senza gli interventi precisi e mirati dei ministri pd e pdl uniti come un sol uomo, senza il grande senso di responsabilità del presidente del consiglio, il nipote dello zio, quello in odor di senatorialità a vita ottenuta per meriti SUL campo dopo la famosa discesa IN campo.

Meno male che paghiamo questo esercito di geniali strateghi della politica per risolvere i problemi degli italiani ma soprattutto di uno: il solito.
Altrimenti, con che faccia potremmo presentarci al mondo?

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Intanto Lele Mora imputato al processo Ruby bis lo scarica: “Abuso di potere e degrado ad Arcore”

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Le confessioni di Lele Mora non fanno parte del gossip e di quell’inutile che la cosiddetta informazione ci propina di cui ci lamentiamo tutti i giorni.

Anche se a molti non sembrerà sono cronaca, di quella più nera che c’è e che serve a capire qual è stato il contesto nel quale agiva, ma forse si può anche evitare di parlare al passato, silvio berlusconi. 

Il mondo di berlusconi è quello di lele mora. E se mora invece di tergiversare, dire e poi smentire dicesse finalmente tutto quello che sa forse è la volta buona che riusciamo a liberarci della metastasi berlusconi e di una politica che non può fare a meno di mettersi in casa la feccia della società.

Solo due mesi fa Napolitano diceva che le campagne moralizzatrici sono la causa della distruzione della politica; ovvero, secondo il presidente della repubblica e non lo scemo del villaggio, per il “bene” della politica tutto può, anzi deve restare così cos’è, compresi i ricatti, le minacce e le pretese del puttaniere incallito e dei suoi sgherri. Tutto questo in assenza di un’opposizione forte in parlamento.

Io penso invece che dovrebbe interessare tutti che la delinquenza abituale abbia avuto le chiavi di casa del potere e che in parte, in larga, larghissima parte [come le intese, per dire], ce le abbia ancora.

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Un ministro da cacciare
Marco Travaglio, 29 giugno

Il governo Letta, in appena due mesi di vita, ha perso per strada prima il sottosegretario (Biancofiore) e poi il ministro (Idem) delle Pari Opportunità. La prima per una scemenza sui gay, la seconda per una serie di pasticci edilizi e fiscali. Ma non è detto che chi resta sia meglio di chi se n’è andato, anzi quando si sente parlare il ministro della Difesa Mario Mauro viene la nostalgia non solo della Idem, ma perfino della Biancofiore. E non solo per le fesserie che continua a dire sugli F-35 (“amare la pace significa armare la pace”). Ma soprattutto quando, non si sa bene a che titolo, parla di giustizia. L’altra sera l’ex berlusconiano ora montiano ma sempre ciellino era ospite di Porta a Porta, comodamente assiso accanto alle neoalleate Paola De Micheli (Pd) e Daniela Santanchè (Pdl: indichiamo i partiti di appartenenza perché ormai è impossibile distinguerli). Il tema erano i processi di B., di cui nessuno degli ospiti sapeva assolutamente nulla, dunque ne parlavano tutti, aiutati da servizi che parevano scritti da Ghedini (uno definiva “mostruoso” il risarcimento inflitto alla Fininvest per avere scippato la Mondadori e confondeva l’attuale valore in Borsa del gruppo di Segrate con quello di un’azienda che da 22 anni dà utili a chi la scippò al legittimo proprietario). Vespa, in pieno conflitto d’interessi in quanto autore Mondadori, sosteneva il suo editore col decisivo argomento che la sentenza sul Lodo — scritta dal giudice Vittorio Metta, corrotto da Previti con soldi Fininvest — è regolare perché gli altri due giudici che non la scrissero non furono corrotti (Previti, si sa, ha il braccino corto e lascia sempre le cose a metà).

Completavano il quadro il solito inutile vendoliano, tale Stefano, che vorrebbe “separare la vicende giudiziarie da quelle politiche” e Massimo Franco del Corriere , “sconcertato perché il risarcimento deciso dal tribunale è diverso da quello deciso in appello e da quello chiesto dal Pg della Cassazione e perché il Tribunale ha
condannato B. nel caso Ruby a una pena superiore a quella chiesta dai pm” (a suo avviso i tre gradi di giudizio servono a fotocopiare tre volte le richieste dei pm, così poi i Franco accusano i magistrati di corporativismo e i giudici di appiattirsi sui pm e chiedono la separazione delle carriere). 

A quel punto toccava al cosiddetto ministro Mauro dare un po’ d’aria alla bocca: “Io non credo al racconto criminale della vita di eminenti uomini politici, da Andreotti a Berlusconi”. Cioè lui non riconosce le sentenze definitive che dichiarano Andreotti mafioso fino al 1980 e B. corruttore di giudici e testimoni, falsificatore di bilanci e frodatore fiscale, nonché falso testimone sulla P2 e finanziatore illegale di Craxi, capo di un’azienda che compra finanzieri e accumula fondi neri, né tantomeno a quelle provvisorie sulla Puttanopoli di Arcore. Poi passava direttamente alle bugie: “Mi chiedo perché tutte le vicende giudiziarie di B. sono nate nel 1994 dopo che entrò in politica”. Naturalmente non è vero niente, anzi è vero l’opposto: già processato per falsa testimonianza nel 1989 e salvato dall’amnistia, B. e il suo gruppo furono oggetto di indagini a Milano fin dal ’92 e proprio per scamparvi (oltreché per salvarsi dai debiti e dal fallimento) il Cavaliere entrò in politica nel ’94. Infine il ministro Mauro impartiva agli astanti un’imperdibile lezione di diritto costituzionale: “Se il problema è l’equilibrio dei poteri, tirar fuori questo Paese dal guado, discutere un diverso modello costituzionale, come possiamo pensare che sia privo di equilibrio sul tema giustizia?”. 

E per lui l’equilibrio fra i poteri si conquista con l'”immunità parlamentare”, che merita “un’appassionata difesa”: infatti ha scoperto che “i padri costituenti diedero la “totale indipendenza alla magistratura perché l’Italia usciva dal fascismo”, ma oggi bisogna “garantire anche la politica”, rendendola immune da indagini. Mauro la chiama “leale collaborazione fra poteri”: o la magistratura collabora insabbiando i reati dei politici, oppure restituiamo ai politici la licenza di delinquere. Altrimenti “facciamo del male al Paese e ogni cittadino, anche il più fragile, urla il suo sdegno perché non si sente certo nelle mani della nostra giustizia”. Senza contare che rischiamo “di non entrare in Europa”: non perché abbiamo il record europeo di corruzione, evasione e mafia, ma perché i magistrati perseguono politici corrotti, evasori e mafiosi.

A quelle parole deliranti c’era magari da attendersi qualche pigolio della De Micheli (che però s’è appena sposata, col paggetto Confalonieri a reggerle il velo). Invece niente, tant’è che Mauro e la Santanchè si felicitavano per la rocciosa “coesione della maggioranza sulla giustizia”.Mauro concludeva che “in questi ultimi anni la giustizia è stata spesso subordinata alla politica”. Amen. Ora, che un vecchio sodale di galantuomini come B e Formigoni la pensi così è più che comprensibile. Ma siccome rappresenta il governo delle due l’una: o il premier Letta (Enrico) condivide i suoi delirii sul ritorno all’immunità, e allora dovrebbe confessare i patti occulti che ancora non ci ha detto, oppure non li condivide, e allora sarebbe cosa buona e giusta se prendesse il suo ministro e lo accompagnasse alla porta.

Sembra di vivere in un eterno déjà vu

“Un vecchio, un pezzo di merda e basta… un culo flaccido”. 
[Nicole Minetti versione 2010]
“Con berlusconi amore vero”. 
[Nicole Minetti stamattina]

Processo Ruby bis

Minetti: “Amore vero per Berlusconi”

E quando sarebbe avvenuto questo amore? prima è impossibile perché non lo conosceva, durante, direi proprio di no, dunque, quando?

Cambiare poltrona da ministro, conviene.
Si può così, da ministro dell’interno solidarizzare coi poliziotti violenti e, da ministro della giustizia farlo con le vittime dell’ingiustizia.
E brava Annamaria, sei una forza, davvero.

Cucchi, la sorella: “Medici indegni”
I camici bianchi: “Noi capro espiatorio”

Indegno è chi ha visto arrivare Stefano ridotto in quelle condizioni e ha taciuto, evidentemente.
Perché Stefano era già in condizioni disperate quando è arrivato al Pertini: quelle che abbiamo visto tutti nelle foto.
E ancora di più indegno è chi ha impedito ai familiari di poterlo visitare, assistere, forse con una persona di famiglia vicino che avesse preteso i giusti interventi, ad esempio delle semplicissime flebo per nutrire e idratare Stefano avrebbe potuto essere salvato.
E la verità, fino a prove contrarie è quella di Ilaria: Stefano è stato lasciare morire, solo come un cane e senza la giusta assistenza.

Emergenza carceri, Napolitano: “Il governo agisca rapidamente”

Il presidente della Repubblica: “Si richiedono ora decisioni non più procrastinabili per il superamento di una realtà degradante per i detenuti e per la stessa Polizia Penitenziaria”.

Le vie degli indulti e delle amnistie sono quelle brevi, quelle con cui di solito si prende la solita fava coi due piccioni.

 

L’indulto voluto da mastella quando faceva il ministro con prodi serviva a berlusconi, ed è quello che ha corretto le pene, annullandole praticamente, anche ai macellai della Diaz e agli assassini di Federico Aldrovandi.

Non si risolve il dramma della detenzione liberandone a mazzi ogni tot di anni, fra i quali ci sono gli appartenenti alla microcriminalità che tornano dentro dopo 24 ore e che i cittadini percepiscono poi come un pericolo alla loro sicurezza coi risultati che sappiamo: voti alla lega e a gente come alemanno che sulla sicurezza ci imbastiscono le loro campagne elettorali. 

Coi risultati che sappiamo.

Non servono indulti e amnistie.  Bastano due cose per svuotare le carceri, abolire quelle leggi vergognose che si chiamano bossi fini e fini giovanardi.
Quelle che non solo mandano gli innocenti a riempire le galere ma in qualche caso li condannano anche a morte.

Ma ovviamente l’obiettivo della politica è sempre lo stesso: evitare la galera a chi se la merita e continuare a mandarci, riempiendo appunto oltremodo le carceri, chi non ci dovrebbe andare.
Chissà perché ad ogni cambio di governo si ripropone sempre il problema delle carceri, mai che lo si affronti DURANTE i governi.

Per salvare B. faranno l’amnistia

di Marco Travaglio, L’Espresso, 4 giugno

Il Cavaliere rischia la condanna definitiva e l’interdizione dai pubblici uffici. Con conseguenze pesanti per il governo delle ‘larghe intese’. Ecco perché, zitti zitti, si preparano a usare l’arma finale.

L’11 aprile Ignazio La Russa, che ogni tanto confessa, disse con l’aria di scherzare: «Il prossimo capo dello Stato sarà una donna: si chiama Salva di nome e Condotto di cognome». Pensava alla ministra della Giustizia uscente Severino, che già aveva ben meritato agli occhi di Berlusconi tagliando pene e prescrizione della concussione e dicendosi favorevole all’amnistia. Poi invece restò Napolitano che il 7 febbraio disse: «Se mi fosse toccato mettere una firma sull’amnistia, l’avrei fatto non una, ma dieci volte».

Comunque la battutaccia di La Russa piacque molto al Cavaliere, che promosse l’amico ?Gnazio a presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, ora chiamata a decidere su cinque suoi processi per diffamazione e cause per danni. Ma nulla può contro l’eventuale condanna definitiva a 4 anni per frode fiscale nel processo Mediaset, con automatica interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Nel qual caso il condannato dovrebbe lasciare il Parlamento entro un anno, rinunciare a candidarsi alle prossime elezioni e trascorrere 12 mesi agli arresti domiciliari (gli altri tre anni sono condonati dall’indulto del 2006, che però salterebbe in caso di nuova condanna al processo Ruby). 

Eppure dal Pdl e dal Pd si continua a ripetere che una condanna non avrebbe effetti sul governo. Assurdità allo stato puro, visto che difficilmente il centrodestra terrebbe ferme le mani mentre il suo leader viene defenestrato dal Senato e accompagnato dai carabinieri a scontare la pena a domicilio. 

Ma, se tutti ostentano sicurezza, significa che nei protocolli segreti dell’inciucio sul governo Letta è previsto un salvacondotto. Già, ma quale? Si è parlato della nomina di Berlusconi, magari in tandem con Prodi, a senatore a vita. Sarebbe uno scandalo: il laticlavio è previsto dalla Costituzione per chi ha “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. 

Ma soprattutto non sarebbe un salvacondotto: i senatori a vita, se condannati, scontano le pene detentive e accessorie come i comuni mortali. I falchi del Pdl ogni tanto minacciano una norma che cancelli le pene accessorie, ma difficilmente passerebbe: anche Pietro Maso, ora che ha scontato la pena, potrebbe candidarsi a un ufficio pubblico. E il Pd, votando una legge ad personam per il Caimano dopo averlo riportato al governo, perderebbe pure i pochi elettori rimasti. Anche la grazia, nonostante la manica larga con cui Napolitano la elargisce, sarebbe improponibile: per la Consulta è un “provvedimento umanitario” per lenire una pena detentiva oltremodo sofferta; e in base all’ex Cirielli il Cavaliere, avendo più di 70 anni, le galere non può vederle neppure in cartolina. 

L’unico salvacondotto in grado di risparmiare a lui l’interdizione e al governo Letta la morte prematura è l’amnistia. Anche se nessuno ha il coraggio di nominarla, anzi proprio per questo. La guardasigilli Cancellieri insiste ogni due per tre sull'”emergenza carceri”. Specie dopo che l’ha citata un Berlusconi sull’orlo delle lacrime in un passaggio ignorato da tutti del comizio anti-pm a Brescia. Siccome l’uomo non è un apostolo degli ultimi e dei diseredati, è probabile che l’improvvisa commozione non riguardasse tanto gli attuali detenuti, quanto quelli futuri. Soprattutto uno: lui. Del resto, nei dati sulla popolazione carceraria, non risulta mezzo evasore fiscale. 

Dunque prepariamoci alle prossime mosse: qualche rivolta di detenuti nei mesi estivi; campagne “garantiste” contro il sovraffollamento sugli house organ di destra, seguiti a ruota dai finti ingenui di sinistra; i soliti moniti del Colle; le consuete giaculatorie cardinalizie. Poi, come per l’indulto bipartisan del 2006, una bella amnistia urbi et orbi, estesa ai reati dei colletti bianchi e alle pene accessorie. Così migliaia di detenuti usciranno per qualche mese (poi le celle torneranno a riempirsi: i delinquenti sono tanti e, per chi non lo è, nessuno ha interesse a cambiare le leggi che producono troppi reclusi).

E uno non uscirà dal Parlamento: lui.

Il sistema prostitutivo di b.

Sottotitolo: ha trasformato un paese in un troiaio a immagine e somiglianza sua e di quelle e quelli come lui e ancora ha il coraggio di parlare di odio, di pregiudizio, di considerazione malevola nei suoi confronti.
Se in questo paese ci fosse davvero  gente capace di mettere in pratica l’odio molti di quei personaggi che in tutti questi anni si sono attivati per demolire anche l’idea di un’Italia paese civile non sarebbero ancora nelle condizioni di poterlo fare.
Ma come ha ben scritto un’amica su facebook qualche giorno fa, “ognuno ha la propria coscienza con la quale dialogare, quando c’è silenzio intorno”.
E alla fine a me basta sapere che se quello è ancora lì non ci sta per colpa mia ma di chi poteva dire e non ha detto, poteva fare e non ha fatto, ovvero quella che era la cosiddetta opposizione fino a qualche settimana fa prima di portare definitivamente e finalmente alla luce la sua complicità con un delinquente  PER SENTENZE.
E ovviamente di chi in tutti questi anni l’ha sostenuta.
Perché io dieci, quindici, diciassette anni fa pensavo, dicevo e scrivevo le cose che penso dico e scrivo oggi, altri non lo facevano, difendevano il proprio partito /orticello, s’innamoravano dei segretari di partito, negavano quella che è sempre stata l’evidenza e cioè che nessuno nella politica, evidentemente coinvolto negli stessi suoi interessi, ha voluto agire concretamente per liberare l’Italia dall’anomalia impersonata da  silvio berlusconi.

In un processo, durante una requisitoria di cinque ore per stabilire che un presidente del consiglio si porta[va] a letto ragazzine minorenni e che intorno alla sua attività di tRombeurs de femme, pagante, ha costruito un sistema malavitoso, l’ennesimo peraltro, col quale faceva affari con delinquenti della sua risma col metodo del do ut des offrendo non il suo ma la roba di tutti, pezzi d’Italia, quello che salta agli occhi e alle orecchie è lo strafalcione di Ilda Boccassini sulla “furbizia orientale”.

Concordo sull’inopportunità di una frase, due parole, ma trasformarla in oggetto di critica severa prestando così il fianco a chi non aspetta altro che il passo falso per esercitare il solito vittimismo, per parlare di giudici prevenuti, mi sembra un’enormità insopportabile.

L’ossessione del politicamente corretto è la stessa che ha permesso e permette che certe questioni, parole, situazioni siano state e siano ancora  guardate e considerate come se fossero la normalità: nessuno ha chiesto conto a berlusconi, e a chi gli faceva da eco, quando parlava di giudici cancro della società, matti ché se fossero sani farebbero un altro mestiere, antropologicamente diversi dalla razza umana.

 Quando massacravano Ilda Boccassini dov’erano i politicamente corretti? gli amanti del verbo perfetto, quelli che, evidentemente, non inciampano mai in un errore?

Nessuno ha chiesto le dimissioni di ministri e vicepresidenti del consiglio eversori e terroristi che sono andati a manifestare contro la Magistratura, ad invadere un tribunale della repubblica, di quei  314 traditori dello stato che hanno giurato il falso in parlamento in nome del popolo italiano ma come al solito, nel paese che perdona solo gl’imperdonabili, il casus belli lo creano due parole di una signora perbene che fa il suo lavoro in condizioni di estrema difficoltà, ostacolata e osteggiata soprattutto da chi dovrebbe sostenere il lavoro dei giudici.

Ecco perché non ce la posso fare, né mentalmente né umanamente, ad essere severa e ad unirmi alla critica nei confronti di Ilda Boccassini.
Perché sì, i principi si devono difendere sempre ma in questo caso c’è una sperequazione troppo grande, impossibile non rendersene conto.

Ed ecco perché io ringrazio Ilda Boccassini, perché c’è un paese che non ha paura della Magistratura e di chi lavora – malgrado e nonostante eccellenti interferenze – per quel rispetto della legge uguale per tutti che impone la Costituzione; un paese che non ha mai temuto quella “deriva giustizialista” di cui molti si sono riempiti la bocca in tutti questi anni confondendo il bisogno di giustizia vera col desiderio di vendetta; gente che ancora oggi si affida ad un ipotetico e futuro giudizio storico che non basterà a rendere giustizia e non potrà mai essere uguale a quello che stabilisce un tribunale.
In un paese normale la Magistratura non fa le veci di una politica disonesta, arrogante, assente, arroccata nei suoi privilegi che rifiuta di ripulirsi dal marciume corrotto, mafioso essendosi ormai irreversibilmente incistata nel malaffare: in un paese normale Magistratura e politica lavorano fianco a fianco,  una politica onesta non avrebbe nulla da temere.
E nemmeno noi.

Ruby, chiesti 6 anni e interdizione per B.

Nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore funzionava “un sistema prostitutivo organizzato per il soddisfacimento sessuale di Silvio Berlusconi“ [Ilda Boccassini]

Lui: “Pregiudizio e odio, povera Italia”

Povera Italia, sì, ostaggio da vent’anni di un personaggio inqualificabile, disonesto,  che non avrebbe trovato nessuna residenza in un paese normalmente civile e che non è stata difesa da nessuno in tutti questi anni, nemmeno da chi era pagato per farlo.

Divisivi e no 
Marco Travaglio, 14 maggio

Bei tempi quando giocavamo a cowboy e indiani, o a guardie e ladri e poi, crescendo, ci dividevamo fra destra e sinistra. Ora, con tutti i problemi che già abbiamo, ci tocca pure domandarci se siamo o no “divisivi” e “seminatori di odio”. E, in caso affermativo, redimerci e scusarci per avere magari inavvertitamente sabotato la “pacificazione nazionale”. Prodi e Rodotà non sono andati al Quirinale in quanto “divisivi”: conoscendo B., l’avrebbero tenuto lontano dal governo; invece Napolitano, conoscendo B., l’ha tenuto molto vicino, anzi dentro. Enrico Letta è divenuto premier proprio perché non è divisivo: anzi, è proprio indivisibile dallo zio. L’altro giorno un Comune toscano ha rinunciato a intitolare la sala consiliare a un’eroina partigiana perché la Resistenza “è divisiva”. Giusto: non c’è nulla di più partigiano dei partigiani, che osavano combattere i fascisti, per giunta con le armi, anziché abbracciarli fraternamente e farci un governo insieme. Molto divisiva la requisitoria Boccassini al processo Ruby: la toga rossa ha chiesto per il Cavaliere di Hardcore 6 anni di galera più interdizione perpetua, anziché congratularsi per le cene eleganti e soprattutto per i dopocena, così aprendo un’insanabile divisione fra puttanieri e non. Un po’ come il divisivo Battiato, saggiamente cacciato dal governatore Crocetta per aver eretto un muro invalicabile fra onorevoli troie e non. Lo stesso dicasi della divisiva pm Annamaria Fiorillo, punita dal Csm perché, dicendo la verità sulla notte di Ruby in Questura, ha scavato un profondo fossato fra chi mente e chi no. Divisiva anche la Corte d’appello di Milano che, condannando un evasore fiscale per evasione fiscale, ha innescato pericolose spaccature fra chi non paga le tasse e chi le paga anche per lui. Molto divisive le figlie di Tortora, che “facevano meglio a tacere” e a cogliere la sottile ironia nell’autoaccostamento di B. al loro genitore: egli non intendeva paragonarsi a lui per il processo (Enzo fra l’altro era innocente), ma per la decisiva importanza del fattore ornitologico nelle carriere di entrambi. Gli episodi di cui sopra servano di lezione agli italiani: ciascuno è chiamato a fare la sua parte, improntando la vita quotidiana ai più rigorosi criteri di non-divisività e pacificazione nazionale. Qualche esempio aiuterà a capire meglio la portata della sfida. Se siete in auto, fermi al semaforo, e un pirata della strada ubriaco fradicio col bottiglione di whisky in una mano e il cellulare nell’altra vi tampona violentemente sderenandovi la macchina, contate fino a dieci prima di uscire dalla carcassa; e, quando lo fate, andategli incontro a braccia aperte, domandandogli se si sia fatto male, rimborsandogli sull’unghia il danno arrecatogli e scusandovi per la vostra inopinata presenza proprio davanti al suo Suv, scevri da qualsivoglia atteggiamento odiatorio e divisivo. Se un ladro vi scippa la borsa per strada, rinunciate a rincorrerlo per recuperare il maltolto (sarebbe un sintomo inequivocabile di odio) e contribuite alla pacificazione nazionale: se possibile, mentre s’allontana, augurategli buona fortuna e dettategli al volo il pin del vostro bancomat. Se fate i vostri bisogni al bagno pubblico e un teppista vi orina addosso, abbandonate inutili odii o tentazioni divisive: lasciategli completare la minzione e congratulatevi per la splendida mira. Se, rincasando, trovate vostro marito a letto con un’altra, allontanatevi in punta di piedi per non interrompere divisivamente l’amplesso e, a cose fatte, servite alla coppia due caffè e cornetti alla crema. Se siete una bella ragazza e un tamarro vi fa la manomorta sul bus, rifuggite da gesti inconsulti e divisivi, tipo ceffone o urlo o chiamata al 113: anzi, ringraziate il nuovo corteggiatore per il gentile pensiero e invitatelo a cena. Solo così, in un futuro che tutti speriamo prossimo, avrà fine l’annosa guerra civile permanente fra palpeggiatori e palpeggiate.

Le bugie hanno le carriere corte [nei paesi normali]

Sottititolo: Verrebbe voglia di votarlo davvero il movimento, non foss’altro che per fare un dispetto a questi disgraziati disonesti che prima hanno distrutto la politica e adesso vogliono dare la colpa al “buffone dittatore” che, fino a prova contraria, colpi di stato non ne ha ancora fatti. A differenza di un parlamento che spesso ha mascherato veri e propri golpe antidemocratici e anticostituzionali con azioni legittime. schifani che ammette che una legge elettorale non può essere favorevole al movimento di Grillo fa parte di una classe politica indecente che deve andare a casa, non ci può stare gente così nel parlamento di una repubblica, capito presidente Napolitano? perché se questa è la politica tradizionale che piace tanto a lei, che difende tutti i giorni agli italiani no, non piace più;  bisognerebbe che qualcuno ne prendesse atto, e anche con una certa urgenza.

Processo Ruby, le ‘Olgettine’ rivelano
“Berlusconi ci passa 2.500 euro al mese”

Berlusconi continua a pagare le ragazze delle “cene eleganti” di Arcore. Toti, Espinoza, Visan, Polanco e De Vivo confermano: “Ci dava un aiuto allora e ce lo dà anche adesso”. Nella scorsa udienza la notizia degli acquisti immobiliari da Apicella e Mariani (leggi)

Petraeus ad Obama : “Lascio il mio incarico,  ho avuto una storia extraconiugale “.

Panico a Montecitorio: verrebbe a mancare il numero legale. [Enrico Bertolino]

Fa quasi tenerezza David Petraeus che si dimette – ufficialmente perché sembra che i motivi siano altri ma tant’è  [a me comunque va benissimo tutto quel che può essere utile a screditare questa classe politica d’indecenti che ci tocca subire. Poi è chiaro che i motivi delle dimissioni risiedono altrove e non nel tradimento che comunque non è un reato, intanto però le ha date o, per meglio dire lo hanno sollecitato a farlo, e tanto basta per fare la differenza coi fattacci di casa nostra che nessuno ha disturbato per non “violare la privacy” di un satrapo viziato al quale, invece,  nessuno ha chiesto di dimettersi] –  non da presidente del consiglio o di regione in  un paesello  ridicolo nel quale non si dimette mai nessuno per motivi molto più seri e gravi,  ma da capo della CIA perché pensa che avere una relazione extraconiugale sia motivo di disdoro per la carica che ricopre.
Avere una relazione extraconiugale invece rientra perfettamente in quella sfera della vita privata in cui a nessuno dovrebbe essere consentito ficcare il naso, non significa affatto essere persone inaffidabili e gli eventuali rimorsi e sensi di colpa sono  un fatto  altrettanto privato e  personale.
Avere un’amante non è uguale ad essere un vecchio erotomane delinquente che sfrutta ragazzine minorenni per sfogare le sue perversioni e se ne vanta, non vuol dire avere rapporti stretti coi mafiosi, non è lo stesso che rubare soldi dei contribuenti per vacanze, automobili, feste e molto, troppo altro.
Tutte cose che qui sono accadute davvero ma che non hanno provocato purtroppo  quell’effetto tabula rasa che sarebbe stato invece opportuno e assai gradito.
Come c’insegna il celeste ayatollah “la responsabilità è individuale”, e quindi dobbiamo aspettare che ne arrestino uno per volta, la retata finale può attendere.
Diverso è quando una relazione extraconiugale può diventare motivo di ricatto, e se Petraeus ha scelto l’umiliazione della confessione pubblica con conseguenti dimissioni  riguardo ad un fatto personale, significa che il suo senso di responsabilità vale il doppio indipendentemente dal  motivo,  perché vuol dire non aver ceduto ad un ricatto oppure non voler offrire nessun pretesto per essere ricattato.

Questo signore si è dimesso UFFICIALMENTE in rispetto ad un principio MORALE, checché ne pensino i fautori di quella teoria strampalata circa la difesa della vita privata di chiunque, anche di chi ha ruoli istituzionali, che ha fatto in modo che uno sciagurato che di notte faceva le orge con le ragazzine  e il giorno andava a farci fare figure indecenti nazionali e  internazionali sia potuto restare al suo posto senza che nessuno alzasse un sopracciglio  perché tutti invocavano il rispetto per la privacy di un signore che, in fin dei conti aveva solo uno stile di vita un po’ vivace. Ci sono voluti almeno due anni perché più gente capisse che quello di berlusconi era un sistema col quale stava svendendo l’Italia un tanto al pezzo a chi lo ricattava e non una faccenda da  “ognuno nel suo letto ci porta chi gli pare”.
 E non solo non si è dimesso per i fatti di HardCore e dintorni né nessuno gli ha chiesto espressamente di farlo, ma ancora oggi paga tutti – soprattutto tutte – esattamente come faceva da presidente del consiglio  praticamente alla luce del sole e non succede niente: non è meraviglioso?

No, non faceva ridere

Sottotitolo: Sembrava vivere in una commedia di Plauto, il servo agile d’ingegno che rubò il danaro al padrone, e ne odorò gli avanzi del sesso e dei bagordi. Ma il padrone non dimentica d’essere stato derubato e lo licenzia. E’ fortunato emilio crisalo … se il suo padrone avesse avuto il coraggio d’ammettere d’essere un mafioso, ora, avrebbe fatto la fine di Salvo Lima. (Rita Pani)

Rete 4, Emilio Fede
licenziato da Mediaset 

Un altro errore tipico di una buona parte di italiani, i cosiddetti italioti, è stato quello di aver considerato una burletta il tg4.
Ma c’è gente si sa, talmente presuntuosa che ha pensato che questo non fosse un pericolo, così come deve averlo pensato quando berlusconi entrò in politica, oppure quando lo stesso fece rientrare in parlamento il fascismo più bieco, e ancora, quando si consentì ad un movimento xenofobo e razzista come la lega di contribuire alla stesura di leggi che poi, come abbiamo visto, hanno condizionato e in modo pesante la nostra già fragile democrazia. Purtroppo invece il pericolo c’era. Eccome. Il tg4 di Fede come forma di propaganda ha fatto  il paio, esatto, con la rivista di Signorini  (sempre di proprietà di berlusconi) alla quale la signora Monti ha concesso un’intervista. Un giornale che molti pensano che sia innocuo, buono da leggere dal parrucchiere o sotto l’ombrellone e invece è il miglior house organ di berlusconi, quel che fanno sallusti e belpietro è nulla se considerato rispetto alla media di chi compra e legge quotidiani e chi invece si limita a sfogliare quelle rivistacce gossippare. E mi meraviglio che la signora Monti sia caduta nella trappola, voglio sperare che sia stata solo una temporanea caduta di stile. Una disattenzione da principiante.
A me Fede non ha mai fatto ridere, e ogni volta che mi è capitato di entrare in una casa che aveva il televisore sintonizzato su rete 4 mi preoccupavo molto, invece.

“L’INVENTORE DEL TG ADORANTE” di Filippo Ceccarelli –  (La Repubblica)

E così dunque, con la classica pedata nel sedere, finiscono i servitori troppo zelanti, le maschere ormai logorate dall’uso, gli adoratori ingombranti che non servono più. E la disperata incredulità con cui Emilio Fede ha accolto il licenziamento dice a tutti, grandi e piccini, che la macchina del potere berlusconiano s’è inceppata, o forse è impazzita. Mai «Lui», come il direttore del Tg4 non si vergognava di chiamare il Cavaliere, avrebbe potuto fare a meno di quest’uomo anche solo cinque o sei mesi fa. Non molti anni orsono, d’altra parte, per dare l’idea dell’importanza del personaggio alla corte di Arcore il governo varò un decreto legge che riguardava sì Retequattro, ma che alle cronache parve naturale ribattezzare «Salva-Fede» — e anche nel più torvo ed evoluto regime degli spettacoli una Repubblica che ha legiferato a vantaggio esclusivo di Fede in tal modo solennizzava il suo più indissolubile legame con un universo di finzioni e di spudoratezza.

Pare ancora di vederlo affacciato dal teleschermo e ammonire, deglutire, fare le faccette, strabuzzare gli occhi talvolta invocando addirittura un sorta di pudore, fino alla commozione terminale, con voce rotta, salvo poi cambiare bruscamente argomento. Mago del fuorionda, naciso indomito, il pubblico, non solo il più indifeso, impazziva di fronte al quell’astuto vitalismo, a quella prodigiosa capacità di stare in scena, all’energia tutta italiana della commedia, allegria e dannazione, generosissima ruffianeria e insidia mortificante. Uno che è riuscito a commuoversi a una sfilata di bellezza di provincia al pensiero che Ruby, l’adolescente nipotina del Raiss, voleva entrare nell’Arma dei carabinieri.

Un giorno, era lo scorso anno, dalla sua tribuna delle 19 invitò le forze dell’ordine a pestare i manifestanti; la sera dopo, mentre stava mangiando in un costoso ristorante di pesce di Milano, entrò imbufalito il padrone dell’Amaro Medicinale Giuliani, già suo amico, raggiunse quasi di corsa il tavolo, caricò il destro e gli mollò un cazzottone davanti a tutti, per una complessa faccenda di donne. In due facevano più di un secolo e mezzo. Ma quando tanti anni fa le Brigate rosse lo avevano aspettato sotto casa per sparargli, lui fu più lesto, e anticipò il fuoco, bang, bang, mettendo in fuga i terroristi.

Qualcosa di più di una macchietta, a volte addirittura una figura drammatica. Il potere non poteva mancare uno come lui. Berlusconi per la verità lo scoprì tardi, quando Fede era già Fede e tra le 55 righe della Garzantina sulla tv campeggiavano ben quattro soprannomi: «Sciupone l’Africano», «L’ammogliato speciale», «Il genero di prima necessità», oltre al non irresistibile «Emilio Fido». A suo dire, in Africa, aveva già salvato Moro da un leone e per diventare direttore del Tg1 già aveva pensato di fare la prima comunione a San Pietro, ultraquarantenne, per dimostrare che non era più socialdemocratico come il suocero, ma fanfaniano. Dominato e debitamente inguaiato dal gioco d’azzardo, spolpato da maghi e chiromanti, ma irresistibile nel montare un tg sanguigno ai tempi di mani Pulite per poi appuntare bandierine la notte elettorale nelle regioni che Forza Italia stava in realtà perdendo, Berlusconi lo aveva scelto, premiato e seguitava a indicarlo a esempio come un monito e al tempo stesso come una prova della sua onnipotenza.

Il potere ha bisogno di queste bislacche e sotentate dimostrazioni: quel formidabile campione di scaltra simpatia e debolezze umane funzionava come messaggio organico e subliminale dietro cui si scorgevano non solo le antiche risorse del teatro, ma anche un patto per tanti versi sciagurato, ma a breve assai conveniente. Le seratine di Arcore con le statuette di Priapo, il book di Noemi «dimenticato» sul tavolo del Cavaliere, il costante adattarsi ai gusti proibiti del suo datore di lavoro, come pure il suo orgoglioso, cannibalesco rivendicare una priorità rispetto ad alcune ospiti desiderate dal Capo («Mangia nel tuo piatto, che io mangio nel tuo»), ecco, tutto questo si accompagnava al raggiro sui soldi berlusconiani con Lele, quelle telefonate tipo il gatto e la volpe, era una partita a somma zero; nel frattempo Fede intervistava Mamma Rosa su Silvio bimbo e D’Alema sulla collezione di civette e mai perdeva l’occasione di piagnucolare che nel mausoleo di Villa San Martino non c’era un posto per lui.

Ecco, ieri quel patto è andato in frantumi, come la maschera della preziosissima, grottesca devozione e delle eterne contropartite che il potere, proprio perché potere e quindi arbitrio, capriccio, o bisogno di ingannare la morte, è autorizzato a cancellare: di punto in bianco, con un tratto di penna e un mortificante allontanamento. E allora addio povero Fede, e sul serio si chiude un’epoca d’inusitata impudicizia, ma che più istruttiva non si poteva. Si riattivano presagi, s’avverano sogni. «E intanto con Silvio andiamo per un sentiero che profuma di ginestra e di fiori di campo» ha scritto una volta. Ma poi un sussulto: l’ansia che «Lui» possa «scaricarmi» lungo l’erbosa strada, «adagiandomi su un prato o mettendomi a sedere su una panchina». E’ successo molto peggio, in realtà, ma così doveva finire perché così finiscono le storie fondate sul dominio e sul suo scivoloso declino.