Ci vorrebbe un miracolo, altroché

Severino: detenuti per ricostruire

  Non sapevo che le carceri italiane fossero stracolme di architetti, ingegneri, geometri, esperti muratori, abili artigiani e operai specializzati tutti colpevoli di reati minori, peraltro e dunque “non pericolosi”: chissà il ministro Severino dove avrà trovato l’ispirazione per questa ennesima boutade, per questa botta di sensazionalismo di cui questo governo si nutre a partire dal suo primo ministro.
Ovvio che se si dice “sospendiamo il calcio” il giorno dopo gli ennesimi scandali nel calcio, oppure “mandiamo i carcerati a lavorare gratis” una ola non si nega a nessuno, ma come sempre tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare; in questo caso un oceano di sciocchezze buttate nella discussione politica giusto per distrarre un po’ l’attenzione. 

La detenzione a scopo rieducativo non è un privilegio, un’opzione che si può applicare o meno: è un diritto costituzionale; quindi se i governi non la attuano compiono un’illegalità.

Far stare otto, dieci persone in tre metri quadrati è un crimine contro l’umanità che non si risolve certamente a colpi di battute, di propaganda né con i famosi indulti,  indultini  e amnistie tanto cari anche alla politica di sinistra [parlando sempre con pardon].

Ai terremotati non servono spalatori di immondizia, serve gente qualificata coadiuvata e coordinata possibilmente  da una politica che dica meno sciocchezze ma agisca. Questa non solo è una proposta irrealizzabile per mille motivi, fra i quali appunto la mancanza di competenza,  ma è anche abbastanza miserabile proprio perché fa leva sulla ricerca di consensi, così come è successo qualche giorno fa con la proposta di Monti di sospendere il calcio. Tutti a battere le mani, poca la gente che abbia provato almeno a ragionare, ma si può andare avanti così?
La Severino è riuscita a dare dignità perfino a calderoli che ha detto forse la prima cosa intelligente della sua vita.
E questi sarebbero i salvatori della patria.
Per dire.

Ci vorrebbe un tecnico
Marco Travaglio, 5 giugno

Non manca molto al giorno in cui la parola “tecnico”, da positiva e rassicurante che era, diventerà un insulto.
I “tecnici” del governo Monti ce la stanno mettendo tutta perché ci si arrivi nel minor tempo possibile. Non passa giorno senza che uno di loro, a turno, dia aria alla bocca con esternazioni estemporanee, annunci mirabolanti, proposte irrealizzabili, gaffe e cazzate. Dalle sparate delle allegre comari Fornero, Martone, Mazzamuto e Polillo alle dimissioni di Malinconico e Zoppini alle non dimissioni di Patroni Griffi, dall’inutile indultino svuota-carceri che le ha riempite vieppiù all’acquisto subito ritirato di 400 auto blu, dalle boutade sul tassare gli sms, i cani e i gatti alle promesse mancate sulla riforma Rai, dalla controriforma del Csm subito revocata ai pasticci sull’anticorruzione, dai conti sbagliati sul numero degli esodati a quelli impossibili sul calcolo dell’Imu giù giù fino all’appello agli italiani perché segnalino via mail gli sprechi da tagliare. Ora ci si mette pure la ministra Paola Severino con un’idea bislacca da film di Stanlio e Ollio: utilizzare i detenuti “non pericolosi” e “in regime di semilibertà” per ricostruire l’Emilia terremotata. Naturalmente non se ne farà nulla neanche stavolta, ma la trovata un risultato l’ha già sortito: quello di trasformare Calderoli in un genio, con la sua proposta di ovvio buonsenso di “usare invece i nostri militari ritirandoli dall’Afghanistan”. La ministra Severino deve aver visto troppi film americani sulle ferrovie della Nuova Frontiera del Far West o sui galeotti con la palla al piede nelle piantagioni di cotone. Alle popolazioni colpite dal sisma non serve manodopera purchessia, visto che c’è poco da scavare. Servono operai e muratori altamente specializzati per ricostruire edifici e centri storici e riedificare case e fabbriche sicure da rischio sismico. Una manodopera che non si trova nelle carceri, ma nelle aziende, a cominciare da quelle emiliane, che sarebbero prontissime a ripartire e a ricostruire se avessero il denaro per farlo. Se c’è una cosa che in Italia non manca sono i volontari della Protezione civile e di altre organizzazioni laiche e religiose, collaudatissime sul fronte delle catastrofi naturali. Occorrono soldi, non braccia. E poi chi sarebbero i detenuti “non pericolosi”? Quelli in semilibertà un lavoro già ce l’hanno, visto che la condizione per accedere a quel beneficio è, appunto, l’esperienza lavorativa fuori dal carcere. Restano quelli in cella. Ma in Italia, com’è noto, scontano la pena in cella solo i condannati a pene superiori a 3 anni, che tra l’indulto del 2006 e l’indultino del 2012 superano addirittura la soglia altissima di 7-8 anni. Quindi in media i detenuti in espiazione pena sono tutti pericolosi. Per trasferirli nelle zone terremotate occorrerebbe uno spiegamento straordinario di forze dell’ordine (già oggi sotto organico) per controllare che non si diano alla fuga o magari allo sciacallaggio (attività diffusissima anche tra gli insospettabili): almeno un agente di guardia — anzi, almeno due, con i turni — per ogni detenuto. Se è giusto che i reclusi lavorino in carcere, per garantirsi un’occupazione qualificata in vista del reinserimento nella società, sarebbe assurdo mandarli a fare esperienza in Emilia, trasformando i terremotati in cavie. E poi, finita la giornata di lavoro, essendo impossibile riportarli nei penitenziari di appartenenza, si porrebbe il problema dell’alloggio. Dove andrebbero a dormire? Nelle tende o nelle case sfitte che nonbastano nemmeno per gli sfollati? In hotel? E a spese di chi? Un governo decente la pianterebbe con le sparate demagogiche e inventerebbe soluzioni un po’ più serie del solito aumento della benzina. Tipo farla finita con le cattedrali nel deserto tipo Tav in Valsusa, per recuperare 15-20 miliardi da destinare al riassetto idrogeologico e alla messa in sicurezza degli edifici pubblici e storici.
Ma, per questo, ci vorrebbero dei tecnici.
Veri, però.

Un paese a sua insaputa

Sottotitolo: Vorrei solo ricordare a tutti quelli che “la repubblica va celebrata anche – anzi soprattutto – nei momenti di difficoltà”, secondo l’autorevole opinione del Monitore della Repubblica,  che la polemica sull’inutilità offensiva di festeggiare il 2 giugno con una parata MILITARE non è nata ieri né ieri l’altro ma si ripete puntualmente da svariati anni.
E allora se io dico che il pistacchio non mi piace ma poi qualcuno insiste nel propormi il pistacchio nel gelato le cose sono due: o quando parlo non mi sta a sentire oppure non gliene frega nulla di continuare a reiterare un torto nei miei confronti.
A me il pistacchio non piace, e non me lo farei piacere nemmeno se venisse Johnny Depp in persona a dirmi che posso, devo  mangiarlo perché piace a lui che, a differenza di Napolitano piace molto a me.

Ho sempre avuto disgusto per i nazionalisti. Nazionalismo non vuole dire ideale, vuol dire difesa delle peggiori espressioni della nazione: il clientelismo di stato, la difesa dei burocrati e dell’apparato. Dunque del cosiddetto status quo. Quello che ci ha allegramente condotti nel baratro.
 Non sopporto, trovo di un’estrema disonestà che si chieda ad un popolo di “fare” stato, paese, solo in presenza di tragedie e difficoltà ma poi quando quel popolo chiede allo stato quello che gli spetta viene ignorato.
E’ troppo comodo dire agli italiani: “la parata si farà anche se voi non la volevate [e indipendentemente dall’uso che si potrebbe fare di quei soldi: in questo paese c’è davvero l’imbarazzo della scelta]  ma per ovviare all’emergenza del terremoto vi aumentiamo [per il momento, ché mica finisce qui] di nuovo la benzina”.
Ennò, perché qui non c’è proprio niente di statale né tantomeno niente di democratico, c’è piuttosto qualcosa che riporta vagamente a quei bei regimi dove c’è uno che comanda e tutti che subiscono decisioni da cui non possono sottrarsi.
E così non funziona, non può funzionare, ma questo lo sapete pure voi, carissimi [non foss’altro che per quanto ci costate], politici e tecnici.

E lo sa anche Napolitano, estremo difensore di una pagliacciata di cui nessuno sentirebbe la mancanza.


Finanza, via il colonnello Rapetto

Sua la supermulta ai videopoker

Polemico addio su Twitter del colonnello che ha inflitto 98 miliardi di multa alle concessionarie del gioco d’azzardo di Stato. Sue anche le principali inchieste delle Fiamme gialle sul cyber crime. “Cancellati 37 anni di sacrifici, momento difficile e indesiderato”

Per quel che può valere, tutta la mia solidarietà al Colonnello Rapetto, il cui caso ricorda molto quello di Gioacchino Genchi, esperto di intercettazioni  cacciato dalla polizia di stato quando, collaborando con  De Magistris toccò – inevitabilmente –  perché dove ci sono porcherie c’è sempre l'”eccellenza” di mezzo, quei  personaggi cosiddetti  illustri, dunque intoccabili, che poi non erano (sono) altro che la solita feccia che siede in parlamento.

 Il Colonnello si è evidentemente dimesso a sua insaputa.
Ma chi ha fatto in modo che lo facesse sapeva benissimo perché non doveva o poteva più rimanere al suo posto.
Essì,  è proprio una repubblica da festeggiare questa: con tanto di parata.
E chissà di chi sarà stata la mente brillante che dai piani alti delle istituzioni ha pensato che un funzionario che faceva davvero il suo dovere dovesse essere messo in condizioni di doversene andare.
I migliori si cacciano, o se ne vanno di loro “spontanea volontà”, per tutti gli altri c’è sempre un posto da sottosegretario alla sicurezza della repubblica italiana.
Ma probabilmente è giusto così, è giusto che a rappresentare l’Italia sia l’ambiguità  fatta persona (e più persone).
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla lotta all’evasione di questo governo farebbe bene a toglierseli. E’ evidente che ci sono ambiti che non si devono disturbare. 98 miliardi,  l’equivalente di quattro o cinque finanziarie,  a questo stato hanno fatto schifo, molto meglio lasciare che la GdF vada a controllare chi non fa gli scontrini del caffè, e, una tantum, qualche blitz sulle vie dello shopping o nelle località di vacanza; attività meno rischiose, per le quali il posto non lo rischia nessuno e sicuramente più redditizie dal punto di vista mediatico.
Chi pensava che, via berlusconi tolto il dolore, sarà rimasto molto deluso.
Speriamo.

Naturalmente Giorgino tace,  nessun conato di monito per questo: sarà occupato a scegliere il vestito per la festa.

 Un paese a sua insaputa, Marco Travaglio, 31 maggio

Perché un terremoto del quinto-sesto grado Richter, così come un paio di giorni di pioggia, fa strage solo in Italia (oltre, si capisce, al resto del Terzo mondo)? La risposta l’ha data a sua insaputa il neopresidente di Confindustria Giorgio Squinzi, quando ha detto che i capannoni industriali sbriciolati dalle scosse del 20 e del 29 maggio erano “costruiti a regola d’arte”. La questione, il vero spread che separa l’Italia dal mondo normale, è tutto qui: nel concetto italiota di “regola d’arte”.
La nostra regola d’arte è quella che indusse la ThyssenKrupp a non ammodernare l’impianto antincendio nella fabbrica di Torino perché, di lì a un anno, l’attività sarebbe stata trasferita a Terni. Risultato: sette operai bruciati vivi.
Mai la ThyssenKrupp si sarebbe permessa di risparmiare sulla sicurezza nei suoi stabilimenti in Germania, dove le tutele dei lavoratori sono all’avanguardia nel mondo. In Italia invece si può. Perché? Perché nessuno controlla o perché il controllore è corrotto dai controllati. Oltre all’avidità dei singoli, purtroppo ineliminabile dalla natura umana, il comune denominatore di tutti gli scandali e quasi tutte le tragedie d’Italia è questo, tutt’altro che ineluttabile: niente controlli. Salvo quelli della magistratura, che però arriva necessariamente dopo: a funerali avvenuti. Dal naufragio della Costa Concordia al crollo della casa dello studente a L’Aquila, dalle varie Calciopoli ai saccheggi miliardari della sanità pugliese, siciliana e lombarda, dal crac San Raffaele ai furti con scasso dei Lusi e dei Belsito, dalle cricche delle grandi opere e della Protezione civile alle scalate bancarie, dalla spoliazione di Finmeccanica alle ruberie del caso Penati, giù giù fino alle casse svuotate di Bpm e Mps, alle piaghe ataviche dell’evasione, degli sprechi, delle mafie e della corruzione, quel che emerge è un paese allergico ai controlli. Che, se ci fossero, salverebbero tante vite e tanto denaro, pubblico e privato. Ma la nostra regola d’arte è quella di allargare ogni volta le braccia dinanzi alla “tragica fatalità” o alle “mele marce”, per dare un senso di inevitabilità a quel che evitabilissimamente accade. Mancano i controlli a monte perché tutti si affidano alle sentenze a valle. E poi, quando arrivano le sentenze a valle, non valgono neppure quelle. Formigoni, mantenuto dagli amici faccendieri Daccò e Simone che hanno scippato 70 milioni alla fondazione Maugeri, ente privato ma farcito di fondi pubblici dalla Regione di Formigoni, non si dimette perché “non sono indagato”. E perché, anche se lo fosse cambierebbe qualcosa? Qui non tolgono il disturbo né gli indagati, né i rinviati a giudizio, né i condannati. La giustizia sportiva ha definitivamente condannato e radiato Moggi dal mondo del calcio per i suoi illeciti sportivi, revocando alla sua Juventus due scudetti vinti con la frode, poi lo stesso Moggi è stato pure condannato dalla giustizia penale (a Roma in appello e a Napoli in tribunale). Eppure il presidente Andrea Agnelli seguita a elogiarlo come “grande manager” e rivendicare i due scudetti vinti col trucco. E ora difende Conte, “solo indagato”. Perché, se fosse condannato come Moggi cambierebbe qualcosa? Battista sul Corriere minimizza il calcioscommesse: “Un pugno di partite sporcate… se qualcuno imbroglia, non sono tutti imbroglioni”, “non è vero che così fan tutti”, ergo bisogna “essere severi con chi ha violato un codice penale e un codice morale, ma non dissolvere le differenze”.
Bene bravo bis. Peccato che il 7 maggio, quando la Juve ha vinto il 28° scudetto, Battista abbia scritto che è il 30° (“tre stelle, meritate e vinte sul campo, cucite sulla maglia”) e chissenefrega delle sentenze (“nessuno ha mai pensato che una storia gloriosa fosse una storia criminale”), frutto di “processi sommari” perché c’entrava anche l’Inter. Dunque così fan tutti. Ricapitolando: niente controlli prima, niente sentenze dopo.
È il Paese dell’Insaputa.
Arrivederci al prossimo funerale.

La strage senza fine

Sottotitolo: Caro Bersani, prova a dirlo tu, per primo, una volta tanto.
Prova a dirlo tu di non fare la parata del 2 giugno, e di risparmiare su quel che è inutile. Tipo anche  la visita del papa a Milano che costerà un bel po’ di milioni di euro. Se  il papa anziché andare in tournée a Milano rimanesse nelle segrete stanze del vaticano a meditare su corvi e talpe, farebbe un favore a tutta l’Italia, non solo ai milanesi.
Perché fra poco lo dirà Grillo, Diliberto lo ha già detto attraverso la sua pagina di facebook e su twitter c’è il delirio: migliaia di persone che chiedono la stessa cosa,  e allora non potremo più essere d’accordo, giusto?
Dai, attacca l’ambaradan e dì una cosa di sinistra.

                                           In questi momenti tutto il resto di quel che succede assume una rilevanza pari a zero. Compresa questa politica parolaia capace solo di dire due stronzate “di assestamento” ma poi, nei fatti, incapace di mantenere la benché minima parola.
Si parlava di buon senso poco fa, altrove, ecco: se venisse davvero messo in pratica anche dalla politica che generalmente non l’ha mai fatto, oggi i rappresentanti alti (…) delle istituzioni dovrebbero dire altro, non limitarsi a un “ce la faremo anche stavolta”, oppure invitare a non perdere la speranza; frasi che risultano quasi sconce, se associate alla disperazione, alla morte, alla distruzione. Perché quelli che ce l’hanno fatta non ci sono riusciti certamente grazie alla retorica del ce la faremo di Napolitano né alle parole  di speranza di Monti, uno più abituato a spegnerle, le speranze,  né tantomeno a questo stato che non sa fronteggiare tre giorni di pioggia che diventano alluvione, terremoti che lasciano gente per decenni in abitazioni di emergenza.

E tornare con la memoria a chi  parla di costruzioni maestose, costose quanto inutili e dannose come fosse quella l’urgenza è qualcosa che ferisce nel profondo anche chi non è stato colpito da un dramma.
In questo paese non servono Tav né aereoplani da guerra ma serve, e quella sì che è l’urgenza, la messa in sicurezza di tutto il territorio. Non è più possibile tollerare che nel terzo millennio, in un paese occidentale considerato “avanzato” si debba morire sotto macerie evitabilissime se le costruzioni fossero messe a norma, così come si fa nei paesi normalmente civili, quelli dove anche la politica usa l’arma del buon senso anziché far prevalere sempre la logica dei profitti.
Napolitano, anziché banalizzare quest’ennesima tragedia con frasi fatte e noiose vada in tv, ora, a reti unificate a dire che la parata militare del 2 giugno, quell’inutile spreco di soldi, quell’ormai inconcepibile fiera della retorica desueta e ridicola non si farà perché quei soldi servono a sostenere i nuovi sfollati di questa era “moderna”.
E a seguire Monti ci dica che il governo rinuncia definitivamente al Tav perché questo paese non si può più permettere che i suoi territori vengano violati e stuprati a beneficio e vantaggio degl’interessi dei soliti pochi eletti.

Allora forse si potrà ricominciare a credere in qualcosa, e anche a sperare.

Non penso che alla gente colpita dalla tragedia del terremoto interessi poi così tanto che la Lega calcio abbia annullato la partita di stasera della Nazionale.

Forse, non basta.

Almeno quelli.

A volte, per quanto ci si sforzi, tutto appare inutile…

 059 200200 numero unico protezione civile assistenza zona #Modena #terremoto. Facciamo girare il più possibile. E’ UN DISASTRO.

Terremoto, scossa in Emilia e nel Nord
“Crolli capannoni industriali: almeno 8 morti”

“Finale, giù case”. Crolla duomo Mirandola Foto Twitter
Terrore nelle zone già colpite.Avvertita anche a Milano
L’appello: togliete le password dai vostri impianti wi-fi

Napolitano: la verità sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974 “fu ostacolata da apparati dello Stato.”

Più che un monito, una confessione in piena regola visto che Napolitano è stato casualmente anche ministro dell’Interno in questo paese e, se avesse voluto, avrebbe potuto contribuire a sbrogliare le matasse che riguardano le stragi impunite magari agendo su quell’obbrobrio che si chiama segreto di stato. Qui tutti possono avere segreti, lo stato, la chiesa, meno noi  cittadini che possiamo essere passibili di qualsiasi controllo, che veniamo trattati da delinquenti anche quando non lo siamo mai stati.

Fa male dovere ascoltare, anno dopo anno, ad ogni commemorazione, ricorrenza tragica,  le solite parole vuote di significato e così piene,  invece e soltanto, di retorica e di una sottile, ma nemmeno tanto, presa per i fondelli verso tutti coloro che hanno perso persone care nelle stragi di stato.

OSSERVATORIO sulla REPRESSIONE: G8 Genova: La vergogna continua…. assolto De Gennaro

Chissà che emozione si prova a svegliarsi ogni giorno in uno di quei paesi [e sono tanti] dove a nessuno [tantomeno ad un capo di governo che, fino a prova contraria dovrebbe agire in nome e per conto del popolo che amministra] verrebbe in mente di promuovere, dunque premiare persone con procedimenti penali in corso, e tantomeno a quelle persone verrebbe concesso di occuparsi [nel frattempo] di politica, giustizia, pubblica sicurezza.
E tutto questo – sembra incredibile – ma accade anche quando le sentenze non sono ancora definitive.
Cioè, c’è qualche povero illuso, utopista, visionario [o populista qualunquista, chissà] ai piani alti delle istituzioni di quei paesi in giro per il mondo che pensa che non sia il caso di promuovere, premiare, concedere di fare politica, occuparsi della sicurezza dello stato e dunque dei cittadini, a gente con dei trascorsi poco chiari, e ci sono paesi dove – [ri]sembra incredibile – che la giustizia sia [davvero] uguale per tutti non è uno stupido luogo comune, una banalità da barzellette al bar ma la verità.

– Diaz Genova 2001, Agnoletto: “Tutto già scritto da anni, gli intoccabili sono salvi”

Il Manifesto

Tutto come da copione. Tutto era già scritto da molto tempo, fin da quell’ ormai lontano luglio 2001. I vertici della polizia non pagheranno mai per le violenze della scuola Diaz, sono intoccabili.

Anzi chi ha partecipato a quella mattanza, chi non è intervenuto ad interrompere lo torture, chi ha ordinato quell’assalto, chi ha costruito prove false va ringraziato e promosso. E visto che le condanne in appello hanno toccato anche i più alti vertici delle forze dell’ordine gli imputati e i condannati hanno pensato bene di promuoversi a vicenda fra loro; poi ci ha pensato la politica con logica bipartisan a promuovere chi stava in cima alla piramide. A cancellare le condanne emesse da qualche giudice che non è stato al gioco ci ha pensato (processo De Gennaro) e ci penserà (tra meno di un mese per il processo Diaz) la Cassazione. Tutto sarà cancellato, come se nulla fosse accaduto.
Le anticipazioni sulle motivazioni della sentenza con la quale la Cassazione ha assolto De Gennaro, dall’accusa di aver istigato l’ex questore di Genova alla falsa testimonianza e per la quale l’ex capo della polizia era stato condannato in appello ad un anno e quattro mesi non entrano minimamente nel merito delle specifiche accuse, non affrontano i fatti per i quali De Gennaro era stato condannato.

La questione era molto semplice: è vero che De Gennaro e Colucci, , si sono incontrati a Roma, e che De Gennaro ha spinto Colucci ha modificare la versione fornita, in modo tale da lasciare “il capo” totalmente fuori da tutta la vicenda ? Oppure Colucci nelle telefonate intercettate millantava fatti che non erano accaduti ? E’ lo stesso De Gennaro che davanti ai magistrati, spiega le ragioni del suo interessamento alla deposizione di Colucci: non certo un’interferenza,sostiene, ma un’azione tesa a trovare “la consonanza per l’accertamento della verità”. Ma fino a prova contraria per l’accertamento della verità la dovrebbero stabilire i magistrati ricostruendo i fatti e non due testimoni!!

Di tutto questo la Cassazione non parla. Ma la Cassazione sta anche ben attenta a non dire mai che non c’è prova, perché tale affermazione condurrebbe sì all’annullamento del processo d’appello, ma con rinvio ad un nuovo processo con il conseguente rischio di una nuova condanna. La Cassazione parla d’altro afferma che per De Gennaro “non si è acquisita alcuna prova o indizio di un ‘coinvolgimento’ decisionale di qualsiasi sorta nell’operazione Diaz”; ma non è questa l’accusa per la quale De Gennaro era stato condannato. L’accusa lo ripetiamo era l’istigazione alla falsa testimonianza del questore di Genova con l’obiettivo di evitare qualunque possibile coinvolgimento di De Gennaro nella notte cilena della Diaz. Ovvio che qualora la prima versione del questore fosse quella vera, ossia che fu De Gennaro a consigliarli di chiamare quella notte l’addetto stampa della polizia a tenere la conferenza stampa davanti alla Diaz sarebbe stato difficile sostenere che il capo della polizia era all’oscuro di quanto stava avvenendo. Ma I pubblici ministeri proprio per evitare di essere accusati di aver costruito dei teoremi si erano rigidamente attenuti a dei fatti, che la Cassazione ha invece totalmente ignorato.

La lettura delle motivazioni confermano ancora una volta che la sentenza di assoluzione di De Gennaro senza nemmeno il rinvio ad un nuovo processo prescinde totalmente da qualunque questione di diritto, ma ribadisce una verità molto semplice: nel nostro Paese c’è chi è al di sopra di ogni legge, intoccabile. E questo qualcuno è stato recentemente nominato sottosegretario alla sicurezza della Repubblica, con il plauso bipartisan del Parlamento. Se la sicurezza che tutelerà i cittadini italiani nel prossimo futuro è quella che abbiamo sperimentato la notte del 21 luglio a Genova c’e da preoccuparsi. E non poco.


Indegni i fischi?

No, indegno è un presidente del senato come schifani, indegno è un presidente del senato che – seguito dalla solita nutrita scorta di politici e politicanti – in un momento di emergenza nazionale si vanno a sedere su una poltroncina della tribuna vip di uno stadio e senza nemmeno pagare il biglietto ma anzi, facendosi accompagnare da automobili e scorte pagate da noi cittadini.
Indegno è un presidente del senato che premia una squadra di calcio, non bastano i conflitti di interessi, la politica italiana si è incistata ormai in ogni dove. Ce l’abbiamo anche nel piatto in cui mangiamo: insopportabile, nauseante, disgustosa invadenza.
Indegno è che non si sia potuta fermare una fottutissima partita di calcio ma – nel paese alla rovescia – abbiano pensato che fosse più opportuno chiudere i musei, quelli sì, luoghi di perdizione.

Indegno è uno stato che pensa di eliminare ancora sull’assistenza sociale nonostante e malgrado questo paese abbia una certa tradizione in fatto di calamità naturali.

Un paese dove alluvione significa tre giorni di pioggia e terremoto trent’anni in un container. [Ma chi ha perso tutto non sarà risarcito]
Indegno è aver costruito un personaggio come vittorio sgarbi e poi scandalizzarsi delle cose che dice vittorio sgarbi.
Indegno è che schifani abbia parlato di gesto incivile, riferendosi ai fischi allo stadio Olimpico ieri sera ma non l’abbia mai fatto quando e mentre il presidente del consiglio del governo di cui fa parte schifani trasformava l’Italia nel suo bordello personale, in una latrina a cielo aperto.
Oppure quando gli esponenti della lega, partito alleato del governo di cui fa parte schifani, vomitavano sull’Italia un giorno sì e l’altro pure.
Indegno è pretendere un nazionalismo di facciata solo quando succedono le tragedie salvo poi, nei periodi normali fregarsene allegramente di quello che succede ai nostri vicini di casa.

Un pensiero a Robin Gibb, morto di cancro. In questo miserabile mondo nemmeno la morte riesce a prendere la mira.

Quella giusta.

Il Deficiente del Senato
 Rita Pani

“Credevo che in una giornata come questa il Paese potesse dimostrare di essere unito” … [L’improbabile presidente del Senato, schifani.]

 

Ha espresso così il disappunto per i fischi ricevuti dall’Inno Nazionale, che ha preceduto la disputa della finale di Coppa Italia Napoli – Juventus, allo stadio Olimpico di Roma.

Perché l’idiozia del nostro paese è ormai consolidata al punto di essere tradizione, uso e costume. Un giorno verrà scritta anche sui libri di storia, e non sarà difficile datare la nascita del periodo che magari chiameremo “L’assurdismo”.
Che peccato, signor Deficiente del Senato, non aver colto l’occasione per tacere! Se solo avesse attivato il cervello prima di dar fiato alle fauci avrebbe ricordato come il paese si è immediatamente unito dopo l’omicidio di Brindisi. In tante città di questo paese che si conserva nonostante voi, la gente è scesa per strada a manifestare contro la violenza e contro la criminalità – anche la vostra. Migliaia di cittadini hanno camminato in silenzio per commemorare la vita di una ragazza, sprecata in nome di chissà cosa. Molti altri, nel chiuso delle proprie esistenze hanno trascinato passi stanchi, guardando fuori dalla finestra, come se dal mare potesse arrivare la risposta che stanno cercando, sul senso delle cose, anche le più orribili, quelle che una risposta non l’avranno mai.
Ma vi è ignoto il silenzio, vi è distante il rispetto, siete ormai pregni della vostra arroganza che vi proibisce di comprendere come ancora tra noi – gente normale – ci sia chi non è disposto a indietreggiare.
C’è stato un terremoto, signor Deficiente! Noi lo sappiamo, ce lo diciamo, ce lo raccontiamo. Noi non ridiamo. Non ci freghiamo le mani fiutando l’affare che verrà. Nemmeno voi, in vero, ora che non c’è speranza di vedere il danaro correre a fiumi, dato che non ce n’è, ora che ve lo siete rubato tutto. Noi siamo uniti, a volte anche nel silenzio che rispetta le cose che si possono tacere, come il dolore, non solo per la perdita delle vite umane, ma anche dei pezzi di storia cancellati dalla furia della terra, che si ribella anche lei.
Noi siamo uniti, perché sappiamo che – terremoto! Governo ladro!

Trema la terra, piove, tira vento, scorreggia una formica e la storia se ne va, e sparisce per colpa vostra che non avete investito, che non avete messo in sicurezza i territori, che avete fatto in modo di lasciare che le mafie se li spartissero. Voi che avete lucrato sul cemento, sulle strade impossibili da realizzare, sulle montagne da scavare, sui rifiuti da seppellire.
Il popolo pensante per fortuna è ancora unito, e non lo avrete mai, signor Deficiente del Senato. Siamo uniti del silenzio che ci rigenera, che ci lascia a pensare, che ci impone di ignorare una partita di pallone, sedativo naturale per un popolo da domare.

Se è stato fischiato in uno stadio, pensi un po’ che accoglienza se mai le venisse in testa di andare a fare l’avvoltoio in Emilia, o a Brindisi, o dove la vita arranca sempre più accanita e stanca.
Io, per esempio, le sputerei in faccia.

Tutti contro uno

Sottotitolo: A me non spaventa Grillo quanto, invece, chi vorrebbe rendere impossibile – perlopiù a suon di menzogne – che qualcosa che nasce democraticamente possa avere lo stesso spazio della politica “tradizionale”. Oggi tutti, perfino Luxuria, hanno qualcosa da far pagare a Grillo. Fra un po’ si andrà a cercare il compagno di scuola a cui avrà copiato un compito, fregato la merendina o dato un pugno sul naso. Anche questa è macchina del fango, perché si straparla della e sulla persona, si scredita la persona ma non si discutono le proposte e si tende ad ignorare per comodità che il movimento di Grillo non è lui ma la gente che lo compone. Per fortuna pezzi da novanta della società civile come don Gallo e diversi costituzionalisti questo lo hanno capito, lo dicono e lo scrivono.

Per inciso io non ho ancora mai votato per i cinque stelle, ma non è detto che non ci sia una prima volta stavolta, francamente questa campagna mediatica terroristica contro di lui non la sopporto più. Grillo non ha gli stessi strumenti della politica, e lo spiega benissimo Travaglio nel suo editoriale di oggi sul Fatto.

Purtroppo c’è gente che vede solo quel che vuole vedere. Così almeno poi ha sempre la possibilità di dire che non aveva capito, non sapeva, non si rendeva conto. Grillo è il pretesto, ma pare che questo stia sfuggendo alla comprensione di chi intravvede in lui il pericolo di una qualche deriva, come se quella che stiamo subendo non sia GIA’ una deriva, la peggiore, la più antidemocratica.

Se Grillo ha il 7, l’8 e il 10 per cento nei sondaggi a sfavore di una politica cialtrona e incapace chi è causa del suo mal facesse mea culpa e la smettesse di fare la vittima.

Nel frattempo che si continua la campagna denigratoria contro il movimento di Grillo spero che chi si è unito alla lotta non abbia dimenticato (semmai lo sia venuto a sapere), che prossimamente a Bari si presenterà una lista denominata MFL, il grazioso acronimo ma più che altro un ossimoro cela la definizione di  “movimento fascismo e libertà”, e che a Genova uno dei candidati, tal Putti ha accettato il sostegno di quelli di forza nuova. E forse Napolitano invece di monitare sulla demagogia e di colazionare con un corruttore puttaniere potrebbe spendere anche due parole su questo. Ma forse difendere l’Antifascismo è diventato qualcosa di demodé, non è abbastanza moderno difendere sul serio quella Costituzione che vieterebbe la ricostituzione di movimenti di matrice fascista, così come ieri non è stato vietato a Latina di celebrare il funerale in stile rsi di un ex repubblichino con tanto di carabinieri a far da guardia alla salma illustre e ai vessilli fascisti che la circondavano.

Il tutti contro uno si sa,  è storicamente  roba fascista, è roba per vigliacchi che sanno di non potercela mai fare da soli e allora fanno come le squadracce, si riuniscono in gruppetti e si scelgono un obiettivo per farne il proprio bersaglio grosso.
Qualcuno lo regge e gli altri lo picchiano.

Questa sottile metafora per spiegare cosa sta succedendo a e con Beppe Grillo: Napolitano è quello che lo ha tenuto fermo dicendo un mucchio di sciocchezze a proposito di demagoghi e demagogia nel discorso del 25 aprile (nel discorso del 25 aprile!) e chi lo picchia quelli che sono andati a ruota, in primis Bersani che non ha le idee molto chiare a proposito di “insulti”: sono tutti talmente arroganti e supponenti da non aver capito che in politica l’insulto peggiore è tradire i propri elettori, esattamente come hanno fatto tutti i rappresentanti politici che prima hanno mandato in malora la politica che avrebbero dovuto esercitare  per mezzo della quale rendere questo paese migliore e non invece la latrina a cielo aperto in cui l’hanno trasformato,  e poi  si sono inginocchiati al governo di Monti senza opporre nessuna resistenza per il bene del paese (dunque soprattutto  il loro), sia a destra che a sinistra.

Grillo contro Maciste
 Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 28 aprile

Le accaldate dichiarazioni dei politici su Beppe Grillo sono uno spettacolo impagabile, da scompisciarsi. Tutti contro uno, come contro la Lega delle origini. Sono talmente terrorizzati da non notare la ridicolaggine di un’intera classe politica, seduta su 2,5 miliardi di soldi pubblici camuffati da rimborsi, padrona del governo e del Parlamento nonché di tutti gli enti locali, ben protetta da Rai, Mediaset e giornaloni, infiltrata in banche, assicurazioni, aziende pubbliche e private, Tav, Cl, P2, P3, P4, ospedali, università, sindacati, coop bianche e rosse, confindustrie, confquesto e confquello che strilla come un ossesso contro un comico e un gruppo di ragazzi squattrinati, magari ingenui, ma armati solo delle proprie idee e speranze.
Il presidente della Repubblica che commemora la Liberazione dal nazifascismo lanciando moniti, anzi anatemi contro un comico (“il qualunquista di turno”), è cabaret puro. Dice che “i partiti non hanno alternative”: ma quando mai, forse per lui che entrò in Parlamento nel ’53 senza più uscirne. Tuona contro l'”antipolitica” (e ci mancherebbe pure, vive di politica da 60 anni). Ma non si accorge che nessuno ha mai delegittimato i partiti e la politica quanto lui, che sei mesi fa prese un signore mai eletto da nessuno, lo promosse senatore a vita e capo di un governo con una sola caratteristica: nessun ministro eletto, tutti tecnici più qualche politico travestito da tecnico. E non se ne avvedono neppure i giornaloni che dedicano all’ultimo monito pensosi editoriali dal titolo “Il tempo è scaduto”.

Se un comico parla del capo dello Stato e lo sbeffeggia, è normale, mentre non s’è mai visto un capo dello Stato che parla di un comico, per giunta neppure candidato, per dirgli quel che deve fare o dire. Napolitano contro Grillo è roba da “Totò contro Maciste”. Ma il meglio, come sempre, lo danno i partiti. Anche una personcina ammodo come Guido Crosetto del fu Pdl riesce a dire che Grillo gli ricorda “il fascismo”, anzi “il razzismo”, anzi “il nazifascismo”, anzi “Goebbels ” in persona.
Le pazze risate. Grillo dice che, se Napolitano difende i partiti, è “il presidente dei partiti”: logica pura, ma per Bersani è “insulto”.

Segue minacciosa diffida per leso monito: “Grillo non si permetta di insultare Napolitano, non si arrischi a dire cosa direbbero i partigiani se tornassero: loro saprebbero cosa dire dell’Uomo Qualunque”.
Brrr che paura.
Livia Turco lacrima in tv perché la gente ce l’ha con i politici e non si capacita del perché.
Casini intima a Grillo di “entrare in Parlamento a misurarsi coi problemi concreti” e “smetterla con le chiacchiere”. Perché se no? Forse dimentica che Grillo in Parlamento entrò tre anni fa, per portare le firme di 300 mila cittadini su tre leggi d’iniziativa popolare: ma, siccome prevedevano l’incandidabilità dei pregiudicati, il limite di due legislature per i parlamentari e una legge elettorale democratica al posto del Porcellum, i partiti le imboscarono tutte e tre. Anche perché, con quelle, l’Unione dei Condannati si sarebbe estinta e gli altri partiti quasi. Siccome Dio acceca chi vuole rovinare, i partitocrati seguitano a confondere le cause con gli effetti. Grillo l’hanno creato loro: rifiutando le sue proposte, asserragliandosi a palazzo, barricando porte e finestre,
alzando i ponti levatoi per tenere lontani dalla politica i cittadini e rovesciando su di loro pentoloni d’olio, anzi di merda bollente. E ora che, al borsino della fiducia, raccolgono tutti insieme il 2%, non trovano di meglio che fare l’ammucchiata: ABC, il Trio Alfanobersanicasini, vanno in giro a braccetto per far numero e volume, annunciando riforme elettorali, leggi sui partiti, tagli alla casta, norme anti-corruzione e misure per la crescita che nessuno farà mai.

Più gli elettori si allontanano, più i capi si avvicinano, illudendosi di riempire il vuoto da essi stessi creato.
Sfilano al proprio funerale come se il morto fosse un altro.