Rosy_coni

Non so se qualcuno l’ha visto ieri sera su Raitre nello speciale di Lucarelli sulla strage di Capaci ma,  Grasso che parlava di Borsellino e Falcone alla luce delle dichiarazioni fatte a proposito del premio da dare a berlusconi circa la sua lotta antimafia mi ha provocato un grandissimo fastidio. Ecco dove cade poi la fiducia dei cittadini verso le istituzioni. Il procuratore nazionale antimafia non può dire una cosa del genere pensando che non abbia poi delle conseguenze. Però l’ha detta lo stesso.
Quello che hanno fatto a Falcone e Borsellino quando erano  vivi è orribile quanto la loro morte, e io non mi do pace perché sono convinta che con loro molte cose che hanno segnato questo paese in modo irreversibile non sarebbero mai successe. E oggi – a vent’anni da quelle stragi – sentiamo il procuratore antimafia dire che pensa di premiare chi aveva un pluriergastolano assassino  mafioso alle sue dipendenze,  un eroe,  che faceva da baby sitter ai suoi figli e che ogni tanto gli metteva qualche bombetta sul cancello di casa, per simpatia, s’intende.
(Per tutti coloro che dicono che senza finanziamenti pubblici non si può fare politica).

Sottotitolo: Non c’è nessuna ribellione «contro i partiti». C’è una sacrosanta ribellione contro i gruppi dirigenti che da vent’anni occupano i partiti. Che hanno trasformato la politica in una professione redditizia. E che sono inchiodati sulle loro poltrone. Perché il ricambio, in democrazia, non è un optional. [Michele Ainis, costituzionalista]

La ribellione si estende anche a molto altro, Ainis è un gentiluomo e non lo può dire.

Non ha parlato, infatti, di corruzione, di mignottifici e mignottocrazie,  di collusioni con le mafie, di cose e case a loro insaputa, di lauree “ad trotam” e di diamanti,  di tutta una serie di porcherie inenarrabili ma accadute sul serio  che, se questo fosse stato un paese appena appena un po’ normale, non sarebbero mai dovute accadere.

E questi vogliono pure l’applauso invece dei fischi: sacrosanto strumento di dissenso dalla notte dei tempi.

Ergo: giù il sipario.

Qualcuno spiegasse a Bindi &Co. che non esistono gli elettori di centro destra o di centro sinistra, è finita, per fortuna,  l’appartenenza su cui hanno sguazzato per decenni, esistono gli elettori e basta.
E votano come cazzo gli pare.

E nessuno si deve permettere di dire che noi gente comune quando andiamo a votare  facciamo il gioco di qualcuno visto che non riusciamo a fare neppure il nostro.
Con buona pace di chi oggi si sente vincitore, il PD, che vince solo quando si scontra col peggio del peggio. Dove invece si è scontrato con un’alternativa più credibile ha perso.
Evidentemente non è la politica ad essere sgradita ma “certa” politica, se i siciliani di Palermo dopo trent’anni hanno scelto di nuovo Orlando.
E – guardacaso – aveva il PD contro, come era già successo a Napoli con De Magistris.
Occorre quindi ribadire un concetto che sta diventando nauseante: questa classe dirigente ha fallito.
Se ne deve andare a casa.  
Ha fatto (purtroppo) il suo tempo e distrutto tutto quel che si poteva distruggere.
Monti crolla nei sondaggi proprio perché anziché smarcarsi dalla vecchia politica e dai partiti ha fatto l’esatto contrario, e la notizia è che abbia ancora il 35/40% invece di sottozero. Ma piano piano tutti capiranno che anche nel sadomaso bisogna divertirsi (almeno) in due, altrimenti è violenza carnale.
Operare col sostegno di quei partiti che sono stati la causa della crisi (e di molto altro fra cui il rifiuto di questa politica) significa non poter prendere iniziative contrarie al volere di quei partiti.

Monti, anzi, si è proprio accomodato sui partiti, ne ha perpetuato l’azione (vedi costi della politica, privilegi eccetera:  cose che non sono state minimamente toccate mentre si faceva scempio di pensionati e lavoratori a stipendi e salari), ed ecco perché non è credibile.
I cittadini si aspettavano qualcuno che lavorasse per loro, non che continuasse ancora e ancora a tenere in piedi i distruttori della democrazia di questo paese.
Ed evidentemente l’idea di passare dalla politica del bunga bunga a quella del “rigor montis” non è stata gradita.
E meno male.

Boom boom boom

 Marco Travaglio, 22 maggio

Che spettacolo, ragazzi. A novembre, alla caduta dei Cainano, i partiti si erano riuniti su un noto Colle di Roma per decidere a tavolino il nostro futuro: se si vota subito, gli elettori ci asfaltano; allora noi li addormentiamo per un anno e mezzo col governo Monti, travestiamo da tecnici un pugno di banchieri e consulenti delle banche, gli facciamo fare il lavoro sporco per non pagare pegno, poi nel 2013 ci presentiamo con una legge elettorale ancor più indecente del Porcellum che non ci costringa ad allearci prima e, chiuse le urne, scopriamo che nessuno ha la maggioranza e dobbiamo ammucchiarci in un bel governissimo per il bene dell’Italia; intanto Alfano illude i suoi che B. non c’è più, Bersani fa finta di essere piovuto da Marte, Piercasinando si nasconde dietro Passera e/o Montezemolo o un altro Gattopardo per far dimenticare Cuffaro, la gente ci casca e la sfanghiamo un’altra volta, lasciando fuori dalla porta i disturbatori alla Grillo, Di Pietro e Vendola in nome del “dialogo “. Purtroppo per lorsignori, il dialogo fa le pentole ma non i coperchi. Gli elettori, tenuti a debita distanza dalle urne nazionali, si son fatti vivi alle amministrative, e guardacaso nei tre maggiori comuni hanno premiato proprio i candidati dei disturbatori: Pizzarotti (M5S) a Parma, Orlando (Idv) a Palermo, Doria (Sel) a Genova. Tre città che più diverse non potrebbero essere, ma con un comune denominatore: vince il candidato più lontano dalla maggioranza ABC che tiene in piedi il governo. Nemmeno il ritorno del terrorismo e dello stragismo a orologeria li hanno spaventati, come sperava qualcuno, inducendoli a stringersi attorno alla partitocrazia per solidarietà nazionale. Parma è un caso di scuola: il centrosinistra, dopo gli scandali e i fallimenti del centrodestra che a furia di ruberie ha indebitato il Comune di 5-600 milioni, era come l’attaccante che tira il rigore a porta vuota. Eppure è riuscito nella difficile impresa di fare autogol. Come? Candidando il presidente della provincia Bernazzoli, che s’è guardato bene dal dimettersi: ha fatto la campagna elettorale per le comunali con la poltrona provinciale attaccata al culo, così se perdeva conservava il posto. Non contento, il genio ha annunciato che avrebbe promosso assessore al Bilancio il vicepresidente di Cariparma. Sempre per la serie: la sinistra dei banchieri, detta anche “abbiamo una banca”.
Se Grillo avesse potuto costruirsi l’avversario con le sue mani, non gli sarebbe venuto così bene. Risultato: 60 a 40 per il grillino Pizzarotti, che ha speso per la campagna elettorale 6 mila euro e ha annunciato una squadra totalmente nuova e alternativa: da Maurizio Pallante a Loretta Napoleoni. Eppure il Pd era sinceramente convinto che Bernazzoli fosse il candidato ideale. E Bersani pensava davvero di sconfiggere il grillino accusandolo di trescare col Pdl, come se oggi, Anno Domini 2012, qualche elettore andasse ancora a votare perché gliel’ha detto B. o Alfano. Si sta verificando quello che avevamo sempre scritto: e cioè che la fine di B. coincide con la fine del Pdl, la fine di Bossi coincide con la fine della Lega, ma chi li ha accompagnati e tenuti in vita con finte opposizioni può sognarsi di prenderne il posto. Pdl, Pd e Udc sono partiti complementari che si tenevano in piedi a vicenda: quando cade uno, cadono anche gli altri due. I quali, non potendo più agitare lo spauracchio di B.&Bossi, dovrebbero offrire agli elettori un motivo positivo per votarli. E non ce l’hanno. Bastava sentirli cinguettare in tv di percentuali, alleanze, alternative di sinistra, rinnovamenti della destra, voti moderati, foto di Vasto, allargamenti all’Udc, per rendersi conto che non capiranno nemmeno questa lezione. Non sono cattivi: non ce la fanno proprio. Cadaveri che sfilano al funerale senz’accorgersi che i morti sono loro. Chissà se stavolta Napolitano ha sentito il boom: in caso contrario, è vivamente consigliata una visitina all’Amplifon .