Di bambini “sintetici”, di libertà di espressione and so on

Sottotitolo: “bambini sintetici, semi scelti da un catalogo”, chissà dov’è l’opinione in questa schifezza che rimanda all’eugenetica nazista degli esperimenti di Mengele.

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La mia generazione è quella dei figli di madri che rimanevano incinte la prima notte di nozze: posso immaginare il grado di responsabilità col quale al tempo si decideva di diventare genitori, di mettere al mondo persone nuove. Oggi che per fortuna una relazione di coppia si vive senza l’angoscia della maternità quale trofeo da mostrare ad amici e parenti, che quasi tutti hanno preso atto che i rapporti sessuali non sono finalizzati solo alla procreazione che è solo uno dei vari motivi per cui si fa sesso bisognava trovare un’altra scusa per favorire lo scontro su quella che è e dovrebbe restare una scelta personale. 

Gli uteri in affitto non li ha inventati Elton John, da che esiste il mondo ci sono sempre  state donne che hanno partorito figli per poi darli in adozione, dentro ma soprattutto fuori dalla legalità; madri che hanno prestato i loro organi riproduttivi a figlie sterili: un gesto d’amore più grande, di altruismo disinteressato è difficile anche da immaginare.

Se la natura [Dio] ha previsto che non si possano avere figli col metodo tradizionale, se un figlio non è un diritto quando si desidera e se dipendesse dagli oltranzisti del no a tutto quello che non piace a loro non sarebbe un diritto della donna nemmeno poter decidere di interrompere una gravidanza: chi si oppone alle tecniche scientifiche di riproduzione sono gli stessi che dicono no anche all’aborto sempre per la solita questione dell’etica personale, allora non deve essere un diritto nemmeno farsi curare le malattie, visto che la natura [Dio] ha previsto anche quelle. 

Però la scienza ci piace quando fa progressi per i nostri interessi personali, quando ci viene incontro per farci stare meglio, bene; quando trova nuovi strumenti e metodi di cure, cento anni fa si moriva di broncopolmonite, oggi si può guarire perfino dal cancro.

  Quando si concepiscono dei figli col metodo naturale si tiene forse conto della loro volontà di persone, adulti futuri? Noi mettiamo al mondo dei figli perché lo decidiamo ispirati dai nostri desideri, non quelli di chi verrà, quali diritti ha a disposizione una “non persona” che potrebbe anche maledire tutti i giorni della sua vita il giorno che è stata concepita?
I figli voluti sono solo il frutto degli egoismi degli adulti, dei desideri di proiezione nel futuro di persone perfettamente in grado di scegliere se averli o non averli, e lo sono sempre, non solo quando per averli si usufruisce della scienza.
Il bambino che nasce non sa in che modo è stato concepito, quando vengono al mondo lo fanno nello stesso modo sia i figli concepiti con l’atto sessuale che con la tecnica della fecondazione, il problema è a monte, ovvero se quei figli sono entrambi voluti e desiderati per amore. Cosa molto più probabile che accada al figlio cercato anche per mezzo della scienza anziché a quello che “può capitare” magari perché ha fallito l’anticoncezionale.
Un bambino non ha mai la possibilità di scegliere dove nascere e chi saranno i suoi genitori. Due adulti però hanno la possibilità di cercare di avere dei figli solo se li vogliono davvero.

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buonanno, ha potuto dire, da parlamentare tutelato più del normale cittadino anche se dice cazzate che i Rom sono la feccia dell’umanità: “ha avuto il coraggio” di dire quello che la maggior parte degli italiani pensa. 

La metà di D&G “ha avuto coraggio” perché ha espresso, da omosessuale miliardario e privilegiato, il sentire di una gran parte degli italiani contrari ad un’idea di felicità personale e che ritengono un’onta imperdonabile la scelta di avere dei figli fatta da persone, non solo omosessuali, impossibilitate ad averne col metodo naturale.
Si può quindi tranquillamente dire che c’è una gran parte di italiani che ha un concetto semplicemente aberrante del coraggio che, storicamente, non è mai servito a promuovere discriminazioni e razzismi: chi ha dimostrato nei fatti di averlo e l’ha messo a disposizione del bene comune ha sempre combattuto per sconfiggerli.

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Forza nuova manda due tessere ai filosofi della mutanda in evidenza per complimentarsi del coraggio avuto nel sostenere la famiglia tradizionale.E questo chiude qualsiasi discorso sul fascismo/totalitarismo del pensiero,  accusa mossa a chi come me non pensa che tutto ciò che si pensa possa e debba essere candeggiato dietro il diritto alla libera espressione, alla libertà di discriminare e offendere persone che fanno delle scelte che non danneggiano nessuno e che non tolgono a nessuno la possibilità di comportarsi come vogliono. Perché quando un pensiero è approvato e premiato da forza nuova non dovrebbe essere condiviso da nessuno di quelli che hanno a cuore la vera libertà, non solo quella del pensiero, che non dovrebbero avere niente in comune con le ideologie di forza nuova.

Il pensiero discriminante, omofobo, razzista non fa parte di nessuna libertà di opinione/espressione/pensiero ma, soprattutto poterlo esprimere non rientra affatto in quel diritto inalienabile, intoccabile col quale va protetta la vera libertà di espressione: quella che non discrimina e non offende chi fa semplicemente delle scelte diverse da quelle di altri. Maggiore è il pubblico a cui ci si rivolge e maggiore è la responsabilità di misurare quello che si dice in previsione dell’impatto che avrà in chi ascolta e legge. Questo nascondere ogni sconcezza, istigazione, apologia dietro la libertà di opinione è sintomatico della consapevolezza che hanno tutti quelli che sanno perfettamente che non tutto è opinione, pensiero libero da accogliere con rispetto.   

I morti di Charlie non ci ricordano la difesa della libertà totale di parola ma la difesa del diritto di poter smontare, semplicemente ridicolizzandole, teorie basate sulla suggestione e la seduzione che poi diventano un intralcio e un pericolo al vivere civile.

I liberi pensatori non hanno mai difeso la libertà di oltraggio e ingiuria, Giordano Bruno non è andato a finire sul rogo per difendere la libertà di dire scemenze offensive, menzogne, falsità ma proprio per il motivo contrario: per impedire che si continuassero a dire. Il signor Barilla ha dovuto chiedere scusa e fare un’opportuna quanto salutare marcia indietro per il bene della ditta quando disse che mai avrebbe permesso a degli omosessuali di interpretare gli spot dei suoi prodotti. Taormina, l’avvocato delle cause perse è stato addirittura condannato da un tribunale per aver affermato che non avrebbe mai assunto degli omosessuali a lavorare con lui. Quindi è evidente che fra la chiacchiera dei quattro amici al bar e la dichiarazione pubblica di personaggi famosi, in grado di fare tendenza nell’opinione pubblica qualche differenza c’è. Se Dolce come Taormina avessero detto quelle cose mentre erano a cena con gli amici nessuno avrebbe montato la polemica né ci sarebbe stato l’intervento di un giudice. Il problema quindi non è tanto quello che si dice ma in quale contesto lo si dice.  Io sono contraria ad una discreta quantità di cose che però nella società vanno accettate, anche obtorto collo, perché non danneggiano nessuno, il signor Dolce avrebbe potuto semplicemente dire che lui non farebbe, non avrebbe fatto quello che invece fanno altri. E allora sì, sarebbe stata libertà di pensiero. Lui invece ha giudicato e con disprezzo, tant’è che la sua dichiarazione è stata premiata da forza nuova.

A me preoccupa molto di più la vita di bambini fatti e finiti col metodo tradizionale, non la tecnica con cui si permette a chi non può di avere dei figli. Bambini soldato, che muoiono di fame e di stenti, di malattie curabili se il mondo fosse più giusto per tutt*, bambini  sfruttati anche sessualmente, e di cosa ci dovremmo preoccupare? Di ciò che la legge, evidentemente, ha permesso di fare a Elton John e a suo marito alla luce del sole: avere dei figli, non far mancare loro nulla e potergli garantire un futuro senza problemi.  

Il sogno di tutti i genitori, praticamente.

Dolce e Gabbana e la finta famiglia naturale di Chiara Lalli, bioeticista

[…] 

Il secondo passaggio degno di nota è quello in risposta alla domanda “Avreste voluto essere padri?”. Ecco di nuovo Dolce: “Sono gay, non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia”.

“Se non c’è vuol dire che non ci deve essere”: immagino che valga anche per la salute o per la vista. I due stilisti portano entrambi gli occhiali: se uno non ci vede bene vuol dire che non ci deve vedere, perché questa hybris dell’indossare un paio di occhiali? E se vi rompete una gamba? O se vi viene qualche naturalissima malattia? Ognuno si priva di quello che vuole, ma sarebbe apprezzabile evitare queste fallacie grossolane. La natura, poi, andrebbe rispettata sempre, non solo quando fa comodo. Buttate gli occhiali, sputate le aspirine, e pure quel computer non va tanto bene. Per non parlare dei vestiti dorati. Tutte cose innaturali! Tornate nelle caverne, in quell’arcadia allucinata e piena di parassiti e bestie feroci. Non pretendete però di portarci lì insieme a voi. Preferiamo la chimica – o almeno preferiamo avere la possibilità di scegliere se e quando farvi ricorso – e i divani imbottiti.

Dall’omofobia si può guarire, volendo

Che strana malattia l’omofobia: quando un ragazzo o una ragazza decidono di fare «coming out», molti lo emarginano, amici e famiglia compresi. Come se prima del dichiararsi i ragazzi in questione non fossero «già» omosessuali o lesbiche. E allora? Prima del «coming out» siete stati «contagiati»? No, perché non è una malattia. Una piaga si è abbattuta su di voi? No, perché non è un peccato. Siete stati aggrediti sessualmente? No, perché non è violenza (anzi, la maggior parte delle violenze avviene tra le mura di casa, nelle cosiddette «famiglie tradizionali»). L’unico problema – mettetevelo in testa – siete voi.  Che strana malattia l’omofobia: ascoltate i Queen? Be’, sappiate che Freddie Mercury era omosessuale. Venerate Ricky Martin? Lo è anche lui. Usate prodotti Apple? Tim Cook è gay. E vogliamo parlare di Tiziano Ferro, Oscar Wilde, Michelangelo Buonarroti (perché la Chiesa non rinuncia ai suoi affreschi nella Cappella Sistina)? I «froci» vi fanno schifo? Cancellatevi da Facebook, visto che il co-fondatore Chris Huges è omosessuale. Eppure queste persone non sono le stesse che vi emozionano con i loro film, con i loro versi d’amore, con le loro poesie, con le loro invenzioni?
L’omofobia finirà quando la domanda «sei gay?» (come se a un etero si chiedesse: «Sei etero?»), una delle più grandi violenze che si possa fare a una persona omosessuale, non verrà più pronunciata; quando il «coming out» non avrà più motivo d’esistere; quando «l’amore che non osa pronunciare il proprio nome» potrà essere liberamente pronunciato.
Rendiamo inutile la Giornata Internazionale contro l’omofobia. Tutti insieme, ognuno con la sua «diversità» che lo caratterizza nella sua singolarità irripetibile. «Diversi», ma belli e imprescindibili. Come i colori dell’arcobaleno.  
[Pasquale Videtta]

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Ognuno guardasse alle sue miserie, prima di pensare a quello che dovrebbero fare gli altri secondo – appunto – miserabili “opinioni”.
L’omofobia, i razzismi, non sono opinioni: nei paesi civili, dove i giornalisti non corrono dietro ai giovanardi ma li evitano in quanto dannosi per la cultura e il progresso della civiltà sono reati.
Quindi, al solito, anche, soprattutto, chi si occupa di fare informazione si facesse un esame di coscienza, perché molte delle brutture e dei drammi relativi all’omofobia e ai razzismi sono incentivati da un’informazione malata. I malati non sono gli omosessuali ma chi pensa che all’Italia debbano interessare i pensieri omofobi, violenti e razzisti di giovanardi e di quelli come lui.

 

Il diritto non è una concessione: è, appunto, diritto, e quando lo è deve essere di tutti, altrimenti è privilegio. E nel diritto ad essere omosessuali, seguire ognun* la propria natura che proprio perché è tale non può mai essere “contro” esiste anche quello di vedersi riconosciuto il proprio orientamento sessuale comprensivo dei diritti che ha già chi non lo è, così come si dovrebbe fare per la propria etnia, nazionalità e colore della pelle.
La religione è una cosa a parte, perché non viene stabilita dalla natura ma fa parte della scelta personale degli individui.
Si può scegliere a un certo punto della vita di non voler essere più condizionati da un Dio e passare tranquillamente alla condizione di atei, oppure si può decidere di seguire un’altra religione e non quella che viene imposta alla nascita ormai più per tradizione che per fede vera e credo sincero.
In questo paese nessuno viene discriminato perché cattolico, anzi, è talmente radicata la convinzione che un cittadino lo è di più se è anche cattolico da renderlo perfino un privilegio.
I cattolici, in quanto seguaci di quel Dio buono e giusto che tutto ha fatto e tutto mantiene si ritengono intoccabili, e ritengono che siano intoccabili i simboli che segnano la loro religione. Guai a parlare di laicità senza che arrivi la solita sfilza di buoni motivi sul perché “laico è brutto”, mentre laico è bello, e giusto, perché garantisce tutti, religiosi, credenti, osservanti e chi pensa di non aver bisogno di speciali tutele dall’alto.
E nello stesso modo equiparare i diritti degli eterosessuali a quelli degli omosessuali diventerebbe una garanzia per tutti, per chi già li aveva prima e ne poteva usufruire e per tutti coloro che, finalmente, possono vivere la loro natura che gli e le viene riconosciuta anche come cittadini.
E nessuno si sentirebbe privato di niente. Nessuno toglierebbe niente a nessun altro. 

Molta gente è cattiva, incapace di accettare quello che non comprende, e non vuole che le persone possano essere semplicemente felici nel modo che preferiscono, seguendo la loro natura. Perché la normalità non la decidono le apologie contro. Perché chi oggi è omofobo e razzista dimostra di non avere il diritto di vivere in questo tempo. Non c’è nessuna regola scritta che imponga una unione finalizzata al proseguimento della specie, si sta insieme per mille motivi più uno che è quell’amore di cui non si capacita chi non capisce che l’amore prescinde da tutto, anche dal sesso di appartenenza. E quando non si fa del male a nessuno si ha il diritto di viversi quell’amore alla luce del sole.

Siamo sempre lì, anzi, qui

L’Italia, come dice spesso Marco Travaglio è il paese dove non bastano i cartelli con la scritta “vietato”, bisogna aggiungerci anche il “severamente”, altrimenti la gggente non capisce. E nonostante e malgrado questo molta di quella gggente riesce lo stesso ad infischiarsene delle regole: per non parlare della legge.

Penso che chi ama davvero lo sport e il calcio abbia il diritto di potersi godere la sua passione. Ma siamo sempre lì, anzi qui, in Italia, dove è la regola a non essere in linea col sentire comune. Lo dimostra anche la possibilità di fare continui ricorsi contro i vari provvedimenti disciplinari. Una multa è una multa, se passo col rosso il ricorso non lo posso fare, pago e zitta. E così dovrebbe essere per tutto. Ma, proprio come nella politica chi non rispetta e non fa rispettare le regole sono quelli che le fanno.  Il comune denominatore sono sempre  i soldi, lo spettacolo non si può fermare [e il governo che  non può cadere] per “sciocche questioni di forma”:  la violazione della regola allo stadio come i ministri che non svolgono correttamente il loro mestiere. E’ questo il dramma: ed è tutto e solo italiano.  Altrove il calcio fa il calcio e la politica la politica. Qua si mischia tutto, la politica non fa le leggi severe da applicare negli stadi dove comunque il primo giudizio è quello degli organi interni perché sa che poi i “tifosi” vanno a votare. C’è una connivenza insopportabile da sempre che con berlusconi è solo peggiorata. In Inghilterra sono riusciti a fermare gli hooligans, qua non ci riescono con dei semplici e ignorantissimi idioti?

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Juve, multa di 5mila euro per gli insulti
dei bimbi in curva al posto degli ultras

5000 euro di multa alla Juventus per le parolacce che i giovani virgulti chiamati a riempire le curve dello stadio sanzionate per razzismo hanno rivolto al portiere dell’Udinese. 

Qui lo sport, il tifo e il calcio non c’entrano niente ma c’entra, e molto, la moda tipicamente italiana di aggirare le regole invece di rispettarle. 

Se un giudice sportivo stabilisce una sanzione bisognerebbe attenersi alla sanzione proprio in virtù di quella funzione educativa che si chiede sempre allo sport.

Mentre quella funzione viene sistematicamente disattesa dai pessimi atteggiamenti di “campioni”, dirigenti, allenatori, per non parlare delle migliaia di imbecilli che siedono sugli spalti che si esibiscono nel loro squallido show sempre uguale fatto di cori razzisti, di esibizioni di vessilli fascisti; gente che usa lo sport per sfogare le proprie frustrazioni e spesso lo fa anche in modo violento perché sa che tanto dopo non succede quasi niente.

Se l’AD della Juventus permette, chissenefrega della teoria del sociologo che “il calcio senza spettatori è pari allo zero” usata quale giustificazione per non attenersi alla regola che imponeva che quella parte di stadio dovesse restare vuota. Anche nell’ambito usato spesso quale metafora per definire il paese, la gente e la politica la regola viene anestetizzata e la sanzione mascherata da festa, spettacolo gioioso; proprio come se non fosse successo quello che ha giustificato la sanzione.

E dunque l’ipocrisia non è pensare che in fin dei conti “so’ ragazzi” e che sarà mai qualche parolaccia che dicono tutti, la vera ipocrisia è pretendere il rispetto delle regole in altri ambiti della società, dello stato, dalla politica salvo poi dimenticarsi della propria coscienza civile quando di mezzo c’è il calcio.

Lo spettacolo comunque è anche quello che non si vede in tv: quello delle partite nei campetti amatoriali fra squadre di categorie inferiori. Qui da me, la squadra fa la seconda categoria mi pare, un paio di volte l’arbitro, che molto spesso ha la stessa età dei ragazzi e ragazzini che giiocano, è dovuto andare via scortato dai carabinieri. E dai genitori che nel frattempo si prendono anche a botte sulle gradinate si sente di tutto: inviti a spezzare le gambe e finezze del genere. E coi figli generalmente vale il detto che “quello che si semina, si raccoglie”.

 

L’IMBALSAMATORE FALLITO (Marco Travaglio)

L’Amaca, Michele Serra – 4 dicembre

Forse nemmeno Jonathan Swift poteva concepire una così perfida allegoria come quella andata realmente in scena allo Juventus Stadium. Sgomberata dal giudice la curva dagli ultras che urlavano “Napoli colera”, la Juve ha voluto virtuosamente riempirla di bambini, simbolo dell’innocenza sportiva. Decisione da tutti salutata come esemplarmente pedagogica, in tipico stile Juventus. Ma i piccoli cari hanno provveduto a restituire agli adulti quanto gli adulti gli hanno insegnato, gridando in coro (sia pure un coro di voci bianche) “merda” al portiere avversario, e procurando al povero Andrea Agnelli una ulteriore multa. Ai bimbi quel coretto, udito ogni santa domenica in quello stesso stadio, doveva sembrare una piccola festa, uno scongiuro scanzonato e niente più. Si tratta di una specialità locale, sebbene già emulata in altri stadi: si attende che il portiere rinvii e gli si grida “merda”, a lui e alla sua traiettoria, all’avversario infame, al mondo nemico. Merda a tutti voi, che non siete noi. Che volete che ne sappiano, quei bimbi belli e quelle (poche) bimbe, del fair play,visto che in mezzo a quelle urla ci sono cresciuti, e chissà se il babbo che li teneva per mano gli ha spiegato che quelle cose non si dicono, oppure pure lui gridava merda?

Non è vero che la colpa è della Rete. Non facciamoci fregare dai titoloni dei giornali

Questo post è stato inoltrato via twitter a tutti i giornaloni che oggi aprono colpevolizzando la Rete: la Rete va solo usata bene, non è colpevole di niente.  Disinformare e disorientare non è utile a nessuna giusta causa.  Basta  con questa ridicola criminalizzazione della Rete per la qualunque.
La prima pagina del Fatto oggi non si può guardare, un giornale che si vanta di fare buona informazione e di difenderla non può fare un errore di quel tipo solo perché il dàgli al web è uno degli argomenti più gettonati ma peggio affrontati.
Un argomento buono per essere spalmato in tutti i talk show che nei prossimi giorni ci allieteranno ospitando i soliti opinionisti all’amatriciana che ci dispenseranno le loro perle di saggezza che poi verranno assorbite dall’opinione pubblica creando l’ennesimo corto circuito intellettuale  secondo il quale “si stava tanto meglio quando si stava peggio” ovvero: quando non esistevano il web e i social network.
Non è così, non è affatto così e non deve essere fatta passare questa teoria.
Specialmente dai quotidiani cosiddetti liberi.

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La scuola e la famiglia, luoghi e contesti entro i quali i bambini prima e i ragazzi dopo dovrebbero poter tranquillamente crescere, essere educati, istruirsi, imparare a relazionarsi possono trasformarsi invece nei peggiori teatri di violenza e di morte. Per incapacità di educare, per ignoranza. Derubricare il suicidio di un quindicenne già stanco della vita ad una conseguenza del bullismo reale e virtuale è un errore che rischia di produrre effetti devastanti. Internet come sempre utilizzato come il capro espiatorio di tutti i mali del mondo.

Mentre invece i problemi di questo paese sono altri e non viaggiano in Rete.
Questo è un paese che galleggia nella retorica della tolleranza come se bastasse non prendere a calci in bocca qualcuno per sentirsi fuori dalla dinamica criminale dell’ignoranza che porta un ragazzino a suicidarsi a quindici anni perché è già stanco di doversi confrontare con la discriminazione, di doverla subire.
TOLLERANZA è una parola che fa schifo, è l’anticamera, la madre di tutti i razzismi, il suo significato dovrebbe far rabbrividire e invece qualcuno si vanta pure di essere tollerante anziché essere ACCOGLIENTE. Stravolgere il significato delle parole è diventata la moda più seguita in Italia tant’è che gentaglia fascista può avere l’ardire di definirsi moderata senza che nessuno risponda, almeno, con una selva di pernacchie, a cominciare dai conduttori di quelle trasmissioni dove le peggiori idee, anche quelle pericolose delle peggiori persone vengono veicolate e spacciate per informazione o, peggio ancora per libere espressioni dei pensieri..
La parola tolleranza non ha niente a che fare con la civiltà, col saper convivere in un mondo che cambia, che si evolve, in un mondo dove le barriere saranno sempre più invisibili malgrado e nonostante chi ha fatto e fa di tutto per chiudersi nei suoi piccoli recinti razzisti dove qualsiasi diversità viene considerata una minaccia, un pericolo.
In un mondo che cambia, che si evolve, l’unica parola da mettere in pratica è RISPETTO, e questo è un paese arretrato proprio e soprattutto perché l’idea del rispetto non è contemplata a partire da chi fa le leggi che non si occupa né si preoccupa di prevenire, arginare, sconfiggere tutte le emarginazioni e le disuguaglianze ma al contrario le incentiva e le promuove ogni volta che la politica si rifiuta di regolare l’ambito civile, perché questo significherebbe rischiare di perdere il consenso di chi ha tutto l’interesse che l’Italia resti il paesello border line che è, e che a certi livelli è sempre stato a prescindere dal disastro prodotto dall’era di berlusconi. I politici, non tutti ma la maggioranza sì hanno capito benissimo che la politica dell’ipocrisia rende.
A loro il pregiudizio non offende, non discrimina, non emargina, possono tranquillamente dichiararsi cattolici mentre si tengono il bordello in casa ed essere perfino contestualizzati dall’eminenza, perdonati fino all’ultimo dei peccati, possono presenziare al family day mentre hanno una moglie e una compagna – incinta –  in simultanea;  il problema come sempre è chi non fa notare, di chi si rende complice e permette che personaggi squallidi, ignoranti che non hanno niente di utile da dire imperversino in tutte le trasmissioni televisive ad impartire lezioni della serie “non ho un cazzo da dire ma lo voglio dire [finché me lo fanno dire]”.
Questo paese va liberato da quella politica troppo sensibile all’influenza della chiesa alla quale ha permesso e permette tutto, di invadere, interferire, dire questo si può fare e questo no. Il discorso è sempre lo stesso, c’è gente che è incapace di comprendere tutto quello che non fa parte del suo piccolo mondo, ed è esattamente lì che deve intervenire la politica, che invece non lo fa, insieme alla Grecia siamo il paese europeo più arretrato proprio nell’ambito dei diritti civili, e non è più possibile che un paese intero continui ad essere ostaggio dell’ignoranza e del pregiudizio perché la politica non è mai abbastanza coraggiosa nel favorire il percorso verso una civiltà che sia rispettosa per tutti a prescindere da qualsiasi orientamento.  
La discriminazione è SEMPRE un danno per la collettività, l’essere in qualche modo classificati dei “diversi” in senso negativo, dispregiativo, offensivo costringe a fare dei distinguo che generano delle differenze mentre i diritti sono diritti per TUTTI.
Le scelte di vita, quando  sono private e non intaccano il diritto degli altri, quando non sono pericolose per gli altri, quando non provocano danni agli altri DEVONO essere  accettate e lecite, ed è un dovere di tutti rispettarle, perché è un diritto di tutti essere rispettati, la laicità e il suo rispetto garantisce tutti.
Ed ecco perché sarebbe meglio, è meglio, se i leader di partiti che si dichiarano riformisti e progressisti dichiarassero pubblicamente di avere altri punti riferimento, al posto di papi e cardinali.

Ora pro vobis

Profumo: scuola multietnica, programmi di religione da rivedere

La scuola è figlia dei tempi. Non si stanca di ripeterlo il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo. Oggi è più «aperta e multietnica» di ieri, dice. Pertanto «i programmi» vanno «revisionati in questa direzione».

Nelle scuole pubbliche e statali l’ora di religione non ci deve stare.
Prima di tutto perché tutti sanno che è un’ora persa, buttata, utilizzata per fare altro e cioè niente, in secondo luogo perché – ha ragione il ministro Profumo, quando ce l’hanno bisogna dargliela – la società è cambiata e se dovessimo dar retta agli appartenenti di tutti i credo religiosi non basterebbero tutte le ore a disposizione per studiare […] TUTTE le religioni.  Spiegare ad un bambino che non tutti i mussulmani vanno in giro imbottiti di tritolo penso sia molto più utile che raccontargli la favoletta della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Insegnargli a non avere paura di chi è diverso da loro non perché abbia scelto di esserlo ma semplicemente perché è nato in un paese diverso dal nostro, idem.

La chiesa cattolica controlla direttamente qualcosa come 20.000 insegnanti, pagati dallo stato cioè da tutti noi per propagandare la SUA  religione.

La religione è un fatto PRIVATO il cui insegnamento nella scuola  pubblica va a cozzare coi principi di un paese laico qual è il nostro. E in una società allo sbaraglio come la nostra in cui le cose importanti sono spesso trascurate a beneficio del futile e dell’inutile sarebbe molto più opportuno canalizzare l’insegnamento scolastico verso materie più consone a crearla davvero, una società, tipo l’educazione civica della quale ormai nelle scuole ci si occupa solo di striscio  o per niente. Materie come accoglienza e inclusione, a differenza di quello che la chiesa cattolica fa da millenni e cioè escludere  sarebbero molto più formative e pedagogiche. E perché no l’insegnamento della Costituzione, che sarebbe infinitamente  più utile del vangelo per la formazione della persona /cittadin*: questo dovrebbe essere infatti l’obiettivo della scuola, oltre ad insegnare e ad acculturare.  E oltretutto lo scandalo è che la religione fa media nei voti, senza contare che i figli di genitori che scelgono di non sottoporli ad un arbitrio sono spesso esclusi dalla comunità, dal contesto in cui vivono esattamente come quelli che non vanno al catechismo per la comunione, eccole quali sono le tradizioni cristiane, far fare cresime e comunioni, battezzare i bambini solo perché lo fanno tutti, non perché si sia realmente credenti e praticanti: per non essere esclusi da un giro che conta e che costa qualcosa  come 800 milioni l’anno (57 volte gli “sprechi” che hanno portato la polverini alle dimissioni, tanto per dare una scala alla faccenda).

L’ora di religione nelle scuole pubbliche e statali non deve essere facoltativa: deve essere abolita e sostituita con ore di studio che insegnino l’accoglienza vera in un contesto civile, un bel corso approfondito di antirazzismo, per esempio.

E non ultimo il perfezionamento delle lingue straniere la cui conoscenza è ormai indispensabile.

Peccato che come al solito la politica ‘tradizionale’ abbia perso un’altra occasione.

Perché la proposta di Profumo l’avrebbero dovuta fare Vendola o Bersani.  Se questo fosse un paese normale e non schiavo dei desiderata del capo di uno stato estero.

Continuare ad ammettere nelle scuole solo  l’insegnamento  della religione cattolica è discriminatorio per tutti gli studenti che cattolici non sono.

L’ora di religione non è solo inutile: è dannosa e non ci può più nascondere dietro l’alibi delle radici e tradizioni cristiane che nulla c’entrano con la religione, le tradizioni sono altro, non la religione, e in quanto alla cristianità beh, lasciamo perdere quanto poi tutti  i cattolici abbiano dentro di loro un’idea vera di cristianità e quanto soprattutto la mettano poi in pratica nelle azioni quotidiane.

In Italia non esiste più e per fortuna la religione di stato e in nessun paese democratico europeo l’insegnamento della religione fa parte dei programmi scolastici ecco perché oggi più che mai è necessario abolire l’obbrobrio del Concordato, dal momento che non c’è stato nessun accordo fra stato e chiesa ma solo pretese da parte di quest’ultima che i governi di tutti  i colori hanno sempre accontentato.

La storia delle religioni, dunque non la propaganda religiosa che impartiscono insegnanti che il vaticano stesso sguinzaglia nelle scuole obbligando il provveditorato ad assumerli secondo i canoni che la chiesa impone [chi è divorziato non può insegnare la religione ma fare il presidente del consiglio sì, per dire] e naturalmente a spese di tutti i contribuenti può essere benissimo unita allo studio della storia e basta.
Se poi ci sono genitori che desiderano così tanto ardentemente che i propri figli imparino già in tenera età che tanto tempo fa c’era un signore capace di trasformare l’acqua in vino e camminare sull’acqua possono sempre chiedere ai propri comuni di appartenenza di organizzare incontri, corsi di studio fuori dall’orario scolastico, i cattolici  nelle parrocchie,  gli ebrei nelle sinagoghe, i musulmani  nelle moschee e così via  in tutti i luoghi di culto che ormai sono ben presenti su tutto il territorio italiano. Ognuno a prendere lezioni sul proprio Dio.
O mandarli in una scuola privata, che problema c’è?