Le grandi mazzette

Expo, Mose, a quando una bella retata anche per il Tav? Così almeno capiscono tutti, si spera in modo definitivo, che le grandi opere italiane servono soltanto a far ingrassare i grandi delinquenti di tutti i colori politici. Va bene che l’onestà non è più e da tempo la “condicio sine qua non” per fare politica, ad occhio però pare che qualcuno se ne sia approfittato oltremodo.   Il dramma è che ancora ci illudiamo che si possa fare una qualche differenza. Stiamo sempre ad insistere e a convincerci che no, non sono tutti uguali, ma la diversità purtroppo non la fa il nome.

La verità è che la politica dovrebbe stare lontana anni luce dai soldi di tutti.
Io non sono più garantista verso la politica, spiacente, ho terminato i bonus.
Noi gente un motivo per fare schifo lo abbiamo sempre, tutti dicono sempre che la colpa è nostra, di tutti, nessun distinguo così come si fa puntualmente per i politici: loro non sono tutti uguali ma noi sì.
E se quel motivo non c’è lo si inventa, ipotizza, un po’ come nella barzelletta del cinese che quando rientra la sera a casa picchia la moglie che sicuramente qualcosa per meritare la punizione l’ha fatta.
Ma va tutto bene. Dio salvi le regine e pure i re.

***

L’INCHIESTA SUL MOSE: 35 ARRESTI, 100 INDAGATI, 40 MILIONI SEQUESTRATI
LE CARTE/1 – DOMICILIARI PER IL SINDACO DI VENEZIA ORSONI. “500MILA EURO PER LE ELEZIONI”
LE CARTE/2 – RICHIESTA DI CUSTODIA PER GALAN: ‘PER LUI UNO ‘STIPENDIO’ DI UN MILIONE ALL’ANNO’

***

Ci dicono che i politici che rubano sono poche mele marce, la stessa cosa ce la raccontano a proposito delle forze dell’ordine violente. 
Non sono tutti ma sono tanti,  corruzione, ladrocini, anzi  “distrazioni”, come si dice ai piani alti e violenze si sono ripetuti con una cadenza pericolosamente frequente.
Digitando su google le parole pestaggio e polizia esce fuori un intero mercato di mele marce. 
Per conoscere il peso e la quantità delle mele marce in politica invece basta leggere i quotidiani tutti i giorni.
In entrambi i casi quelle mele non smetteranno di marcire finché non verrà curata la pianta, non verrà usato l’opportuno veleno che si chiama legge, giustizia, certezza della pena, lo stesso trattamento che si riserva al criminale quando è solo un cittadino. 
Ma finché il politico ladro sarà considerato come uno che non ha rubato e al poliziotto, al carabiniere violento si lascerà la divisa addosso come a chi violento non è, quegli alberi non guariranno. 
Chi tradisce lo stato, da politico o da funzionario va radiato, dal parlamento come da una caserma, da una questura, messo in condizioni di non nuocere e non tradire più.

Fassino, quello che “aveva una banca?” che garantisce per Orsoni, il sindaco di Venezia arrestato ma prontamente spedito ai domiciliari – ché non sia mai le eccellenze possano constatare “de visu” quali sono le condizioni delle carceri in Italia, per loro l’arresto è una semplice toccata e fuga da parte dello stato – è lo specchio della malattia endemica e virale di questo paese dove nella politica non si è delinquenti mai: nemmeno con le prove. berlusconi è la prova provata di uno stato che in materia di applicazione di legalità, giustizia e uguaglianza ha fallito, ceduto le armi democratiche alla disonestà e alla delinquenza nelle istituzioni.

Per tutte le altre categorie, invece, non ci sono Fassini garanti pronti a sputtanarsi per il collega che viene beccato a fare quello che non si fa.

Ed è anche la prova che quella casta che doveva modificare il suo assetto, mettersi al servizio del paese, abbassare la testa come da richieste napolitane di un paio d’anni fa non ci pensa minimamente a farlo. Da quando Napolitano sprecò un 25 aprile per illuminarci sui pericoli del populismo anziché riflettere sui motivi che hanno eroso e corroso fino ad annullarlo l’interesse dei cittadini per la politica. Come se il voltafaccia della gente fosse il frutto, il risultato di piccoli sgarbi e non di una politica che da quando esiste questa repubblica ha sempre messo l’interesse personale davanti a quello pubblico.

Inutile spiegare che se Renzi “non c’entra” è comunque la faccia di un partito che non può vantarsi di essere migliore di altri, e quando si entra a far parte di un’organizzazione così malconcia se non si è responsabili in prima persona delle malefatte avvenute prima un po’ complici lo si è.

Il pd è sempre quello delle larghe intese con Alfano [ancora e incredibilmente ministro dell’interno] che ieri si congratulava con la correttezza della procura di Venezia perché “gli arresti sono avvenuti dopo le elezioni”, verrebbe da chiedersi se anche gli elettori sono d’accordo con Alfano, se gli è andato bene votare “a babbo morto” un partito che ha dimostrato ampiamente di essere tal quale a quello che ha sempre fatto finta di ostacolare in parlamento, Renzi è quello che discute di legge elettorale e di riforme costituzionali con Verdini, indagato, inquisito varie volte sempre per gli stessi reati legati a truffe e corruzione e Renzi è sempre quello della profonda sintonia con un criminale, il magnifico rassemblement benedetto dall’anziano monitore che poi si commuove nelle occasioni importanti.

La Moretti, una delle vestali giovani del pd di Renzi che ieri sera dalla Gruber magnificava l’avventura di questa classe politica nuova è la stessa che un paio di giorni prima delle elezioni diceva che si potevano votare tutti, “anche Ncd e forza Italia ma non i 5stelle”.

Nardella, neo sindaco di Firenze mette già le mani avanti dicendo che “i sindaci sono persone sempre esposte”, come se l’esposizione dovesse comprendere per forza anche i legami con la criminalità e il malaffare. Non si può fare il sindaco di una grande città senza esimersi, evidentemente.

A margine di tutto c’è una grande percentuale di cittadini/elettori a cui le vicende di corruzione e tangenti non interessano. Il pd ha preso il 40,8% alle elezioni europee nonostante lo scandalo e gli arresti di Milano, l’arresto del ras di Messina Francantonio Genovese, cose accadute non un anno o dieci fa ma solo qualche giorno prima di votare, e l’IPSOS ci ha fatto sapere che il governo di Renzi gode del 68% dei consensi fra la gente.

Raffaele Fitto, ex presidente di regione in Puglia ed ex ministro di berlusconi, dunque condannato in primo grado a quattro anni ridotti ad uno grazie all’indulto per corruzione, finanziamento illecito ai partiti e abuso d’ufficio è stato l’eletto più preferito dagli italiani.

Tutto questo perché a margine del margine c’è stato il grande lavoro della cosiddetta informazione che, mentre glorificava gli splendidi scenari che si sarebbero aperti col governo di Renzi parlava d’altro, cosa che continua a fare, che ha sempre fatto da quando salvo rare eccezioni ha scelto di mettersi al servizio della politica, quale essa sia, dei governi, anziché svolgere quella funzione educativa e pedagogica qual è quella di informare correttamente i cittadini su cosa fa realmente la politica e come si comportano i politici.

***

Idea, non punire più i delinquenti: lo dice la legge  – Beatrice Borromeo, Il Fatto Quotidiano

***

#mazzettastaiSerenissima – Marco Travaglio, 5 giugno

Se esistesse ancora un minimo di decenza, milioni di persone perbene – elettori, giornalisti, intellettuali, eventuali politici e imprenditori – dovrebbero leggersi l’ordinanza dei giudici di Venezia sul caso Mose e poi chiedere umilmente scusa a Beppe Grillo e ai suoi ragazzi. Anni e anni sprecati ad analizzare il suo linguaggio, a spaccare in quattro ogni sua battuta, a deplorare il suo populismo, autoritarismo, giustizialismo, a domandarsi se fosse di destra o di centro o di sinistra, a indignarsi per le sue parolacce, a scandalizzarsi per le sue espulsioni, ad argomentare sui boccoli di Casaleggio e sul colore del suo trench, a irridere le gaffes dei suoi parlamentari, a denunciare l’alleanza con l’improbabile Farage (l’abbiamo fatto anche noi, ed era giusto farlo, ma in un paese normale: dunque non in Italia). Intanto destra, sinistra e centro – quelli che parlano forbito e non hanno i boccoli – rubavano. Rubavano e rubano tutti, e insieme, sempre, regolarmente, scientificamente, indefessamente, su ogni grande e piccola opera, grande e piccolo evento, appalto, consulenza, incarico.

Anzi, ogni grande e piccola opera, grande e piccolo evento, appalto, consulenza, incarico servono soltanto a far girare soldi per poterli rubare. Tutti i più vieti luoghi comuni del qualunquismo bar – sono tutti d’accordo, è tutto un magnamagna – diventano esercizi di minimalismo davanti alla Cloaca Massima che si spalanca non appena si intercetta un telefono, si pedina un vip, si interroga un imprenditore. Basta sollevare un sasso a caso per veder fuggire sorci, pantegane, blatte e bacherozzi maleodoranti con i nostri soldi in bocca, o in pancia (il Mose doveva costare 2 miliardi, ne costerà 6 e ora sappiamo perché). La Grande Razzia che ha divorato l’Italia e continua a ingoiarsene le ultime spoglie superstiti è sopravvissuta a Mani Pulite, agli scandali degli ultimi vent’anni e alla crisi finanziaria, nutrendosi dell’impunità legalizzata, dell’illegalità sdoganata e dell’ipocrisia politichese di chi vorrebbe ancora convincerci che esistono i partiti, le idee, i valori della destra, del centro e della sinistra. 

   Invece esiste soltanto una gigantesca, trasversale, post-ideologica associazione per delinquere che si avventa famelica su ogni occasione per rubare, grassare e ingrassare a spese di quei pochi fessi che ancora si ostinano a pagare le tasse. A ogni scandalo ci raccontano la favola delle mele marce, la frottola della lotta alla corruzione, l’annuncio di regole più severe, la promessa del rinnovamento, della rottamazione. E intanto continuano a rubare, secondo un sistema oliato e collaudato di larghe intese del furto che precede e spiega le larghe intese di governo. E la totale mancanza di opposizione a sinistra negli anni del berlusconismo rampante e rubante. Anche l’art.27 della Costituzione, quello della presunzione di non colpevolezza, diventa una barzelletta se si leggono le carte delle indagini su Expo e sul Mose, dove i protagonisti delinquono in diretta telefonica, o a favore di telecamera: non c’è bisogno della Cassazione, e nemmeno della sentenza di primo grado, per capire che rubavano davvero. Politici, imprenditori, funzionari, generali della Finanza, giudici amministrativi e contabili. Il solito presepe di sempre, che avvera un’altra celebre battuta da bar: a certi livelli “non esistono innocenti, solo colpevoli non ancora presi”. Renzi non ruba, e i suoi fedelissimi sono lì da troppo poco tempo. Ma rischia di diventare il belletto per mascherare un partito marcio con cui – per prenderne il controllo – ha accettato troppi compromessi. Marcio nella testa prim’ancora che nelle tasche. Ieri, senz’aver letto un rigo dell’ordinanza, l’ineffabile Piero Fassino già giurava sulla leggendaria probità del sindaco Orsoni appena arrestato (“chi lo conosce non può dubitare della sua onestà e correttezza”), invitando i giudici ad appurarne al più presto l’innocenza per “consentirgli di tornare alla funzione di sindaco”. Perché, se ne appurassero la colpevolezza cosa cambierebbe? Fassino lo promuoverebbe a suo braccio destro, come ha fatto con Quagliotti pregiudicato per tangenti?

O il Pd gli restituirebbe la tessera, come ha fatto con Greganti pregiudicato per tangenti? La Cloaca Massima è così pervasiva che ogni strumento ordinario per combatterla diventa favoreggiamento. Ma davvero Renzi pensa di affrontarla con il povero Cantone e la sua “task force” di 25 (diconsi 25) collaboratori? O con qualche presunta riforma? A mali estremi, estremi rimedi: cancellare le grandi opere inutili ancora in fase embrionale, dal Tav Torino-Lione al Terzo Valico; cacciare ogni inquisito dai governi locali e nazionali; radiare dai contratti pubblici tutte le imprese coinvolte in storie di tangenti; introdurre gli agenti provocatori per saggiare la correttezza dei pubblici amministratori (come negli Usa); imporre a chi vuole concorrere ad appalti una dichiarazione in cui accettano di essere intercettati, a prescindere da ipotesi di reato (come fece Rudy Giuliani sindaco di New York); piantarla con le “svuotacarceri” (l’ultima è a pag. 7), costruire nuovi penitenziari e, nell’attesa, riattare caserme dismesse per ospitare i delinquenti che devono stare dentro; radere al suolo tutte le leggi contro la giustizia targate destra, centro e sinistra degli ultimi 20 anni. Tutto il resto non è inutile: è complice.

 

Una risata li seppellirà [speriamo]

 Credo che la politica italiana sia ormai talmente incistata in tutto ciò che è potere dei soldi da non potersi più salvare senza un radicale colpo di spugna. Qui c’è gente che da dieci, venti, trent’anni e più ha a che fare con tutti. E sempre c’è una scusa, una volta l’amicizia privata come quella di Cancellieri coi Ligresti, un’altra l’esigenza di doversi relazionare con tutti come ha fatto Vendola con l’obiettivo di salvare un “bene” dello stato quale viene ritenuta l’Ilva. Ma insomma voglio dire: ci sarà un limite sano a tutto questo, quello che fa chiudere ogni tanto la porta in faccia, abbassare la cornetta di un telefono, quando NON E’ IL CASO?

La vicenda di Vendola mi ha irritata molto di più di quelle degli altri. E se la gente di sinistra non fosse accecata dal pregiudizio dovrebbe provare la stessa sensazione, invece di prendersela col giornale che fa le inchieste e informa la gente. Invece no, la reazione per molti è stata identica a quella della destra berlusconiana, ho letto cose incredibili a proposito di linciaggio, metodo Boffo: con certa gente bisogna ricominciare dalle asticelle come alle elementari di una volta.
Spiegare che metodo Boffo [inventato da berlusconi] è infamare qualcuno con delle falsità, oppure facendo passare per chissà quali peccati imperdonabili dall’opinione pubblica cose normalissime come un paio calzini turchesi – che saranno pure orribili ma ad indossarli non si commette nessun reato – allo scopo di deturparne l’immagine e la reputazione. 
Quella del Fatto su Vendola è, piaccia o meno, una NOTIZIA.

Ho sempre diffidato della gente che di politica si droga e trasforma i suoi referenti in una sorta di dei del suo culto fino a pensare di doverli difendere ad ogni costo così come si fa con un figlio, una persona cara, un soggetto debole.
La categoria degli intoccabili non dovrebbe far parte di nessun ambito o contesto.
Soprattutto nella politica, che non è mai il soggetto debole.

 

“Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri.”

“Un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema. Perché ad essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare o gli errori del governo; una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello.”

[Joseph Pulitzer]

 Il giornalismo non guarda in faccia nessuno, e non porta acqua al mulino di nessuno. Se e quando lo fa, è un’altra cosa. Una brutta cosa. Tutto il resto, le accuse a giornalisti e giornali colpevoli di non inchinarsi al regimetto e al prepotente di turno sono aria fritta, fumo negli occhi. Che a molti piace tanto digerire perché è molto più facile prendersela col giornale e col giornalista che coi veri responsabili di un fatto. 
Questo paese non crescerà mai anche per questo: perché c’è gente che si culla e si bea nel limbo del non detto, di quelle cose che è meglio non far sapere in giro ché il paese è piccolo e la gente poi mormora. E s’incazza. Mi piacerebbe chiedere a quelli che stanno piagnucolando da ieri ma generalmente lo fanno spesso e volentieri su quant’è brutto e cattivo il Fatto se anche il fondo di Travaglio di oggi su Vendola fa parte del giornalismo “embedded”, che poi, embedded de che, se al Fatto non hanno mai risparmiato niente a nessuno? quello che scrive Travaglio corrisponde al vero o sono pure invenzioni della sua faziosa creatività? perché insomma, bisognerebbe anche crescere, smetterla di prendersela col termometro che misura la febbre e pensare che forse è il caso di curare l’infezione che è la causa della febbre.

Ilva, un provocatore chi fa domande sul cancro
Audio – ascolta le risate choc di Nichi Vendola

Buonanotte Nichi – Alessandro Gilioli, Piovono rane

Ci risiamo con quell’affettuosa complicità fra potenti, con quell’intimità compiaciuta tra il potere politico e la peggiore imprenditoria.

Ed è questo che non si tollera più.

È questo che non si tollera nel caso Cancellieri, è questo che non si può accettare nei toni di Vendola, nel suo declamato «quarto d’ora di risate» verso il giornalista che faceva il suo mestiere di cane da guardia.

È questo che non si può più subire, per Vendola come per qualunque altro: la sensazione di un potere che ride, si «dà garanzie» e si scambia pacche sulle spalle mentre il Paese si arrabatta, soffre, si incazza, muore.

Se l’Italia è destinata a non dover avere un partito di sinistra, un
leader vero di sinistra, qualcuno che esprima politicamente un’idea di
sinistra – non necessariamente staliniana s’intende: i bambini non li mangiamo più da un pezzo da queste parti – che la traduca
in un’azione politica che rispecchi chi si sente di sinistra e vorrebbe
trovare sulla scheda elettorale il simbolo di un partito di sinistra
noi, orfani del partito che non c’è possiamo solo tristemente prenderne atto. Rassegnarci al fatto che quella parte di elettori che non si ritrova in questa politica oscena, odiosa, disonesta, quella degli affari in combutta con quell’alta finanza a cui giorno dopo giorno si sta sacrificando lo stato sociale, con l’imprenditoria sporca, corrotta e criminale che paga tutti perché le servono i favori di tutti, non ha il diritto di essere rappresentata in parlamento. Però poi per favore, non rompeteci i coglioni quando nell’impeto dello sfogo ci viene da dire che alla fine, sono tutti uguali. Perché è difficile non fare di tutta l’erba un fascio, se il fascio è quello che abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni. Forse, se al posto di papi e cardinali questi bei politici de’ sinistra che ci ritroviamo si tenessero nel taschino non dico la foto di Che Guevara che sarebbe l’apoteosi, basterebbero quelle di Berlinguer o di Pertini, anche di entrambi e non sarebbe male, qualche ispirazione alle cose di sinistra gli verrebbe più facile.

Perché Vendola querela Il Fatto Quotidiano? Il diritto all’informazione non fa più parte dei valori e dei principi di sinistra? Anche Vendola usa il linguaggio insopportabile, arrogante della minaccia legale? Che deve fare un giornalista quando si trova davanti ad una notizia, ad un fatto, se ritiene che siano di interesse generale e nazionale, fare finta di niente per il solito quieto vivere che piace alla politica, quello dell’omissione?  Il Fatto Quotidiano sta sul cazzo alla destra, alla sinistra, anche a Napolitano, e a me basta questo per rendermelo non solo simpatico ma anche credibile. La verità è che il narratore cortese di sinistra che si tiene il cardinale sul comodino aveva incantato un sacco di gente, e pure me che Sel l’ho votata quale ultima spiaggia. Ma la politica non sa prendere le distanze da questi imprenditori criminali a cui serve, e purtroppo lo trova sempre, il sostegno di tutta la politica: di destra, di  sinistra e anche del pd. Che ne è di quei soldi che ha preso Bersani dai Riva, li ha più restituiti? Se Vendola pensa di stare nel giusto perché è andato a dire a Repubblica che avrebbe querelato Il Fatto Quotidiano?  Se la prende col Fatto e gli risponde da Repubblica, come un berlusconi qualsiasi? E’ sempre complotto? Ogni volta che qualcuno viene sorpreso a fare cose che un politico serio non dovrebbe fare c’è il complotto?

Fra tutte le separazioni dei poteri da fare, quelle di cui si parla
sempre molto e a vanvera la più urgente è quella fra il potere
economico marcio, corrotto e criminale con la politica.
E nemmeno si prendono soldi, da quel potere corrotto e criminale.
La trasparenza e l’onestà non si dicono: si fanno.
Specialmente in politica. 

Come per la Cancellieri non c’è nulla di penalmente rilevante nella conversazione di Vendola con Archinà, ma vogliamo parlare dell’atteggiamento? Come si permette Vendola di dare del provocatore a chi gli sta facendo delle domande? e questa corrispondenza di amorosi e cordiali sensi col dominus dell’Ilva agli arresti domiciliari non significa niente politicamente? Per me sì, significa. Vuol dire che di fronte al potere economico anche Vendola si toglie il cappello, e allora per me può andare a fare un’altra cosa ma non il leader di sinistra.

Nota a margine: ma quanto ridono questi politici nel loro privato? Cos’avranno mai da ridere?

QUANDO UNA RISATA CANCELLA ECOLOGIA E LIBERTA’

 

Svendola – Marco Travaglio, 16 novembre

Ci sono tanti modi per finire una carriera politica. Quello che la sorte ha riservato a Nichi Vendola è uno dei peggiori, proprio perché Nichi Vendola non era tra i politici peggiori. Aveva iniziato bene, con un impegno sincero contro le mafie e l’illegalità. Aveva pagato dei prezzi, ancor più cari di quelli che si pagano di solito mettendosi contro certi poteri, perché faceva politica da gay dichiarato in un paese sostanzialmente omofobo e da uomo di estrema sinistra in una regione sostanzialmente di destra. Ancora nel 2005, quando vinse per la prima volta le primarie del centrosinistra e poi le elezioni regionali in Puglia, attirava vastissimi consensi e altrettanti entusiasmi e speranze. E forse li meritava davvero. Poi però è accaduto qualcosa: forse il potere gli ha dato alla testa, forse la coda di paglia dell’ex giovane comunista ha avuto il sopravvento, o forse quel delirio di onnipotenza che talvolta obnubila le menti degli onesti l’ha portato a pensare che ogni compromesso al ribasso gli fosse lecito, perché lui era Nichi Vendola. S’è messo al fianco, come assessore alla Sanità (il più importante di ogni giunta regionale) un personaggio in palese e quasi dichiarato conflitto d’interessi, come Alberto Tedesco. S’è lasciato imporre come vicepresidente un dalemiano come Alberto Frisullo, poi finito nella Bicamerale del sesso di Gianpi Tarantini, a mezzadria con Berlusconi. Ha appaltato al gruppo Marcegaglia l’intero ciclo dei rifiuti, gratificato da imbarazzanti elogi del Sole 24 Ore quando la signora Emma ne era l’editore. Ha attaccato, con una lettera di chiaro stampo berlusconiano, il pm Desirée Di Geronimo che indagava su di lui. Ha incassato un’archiviazione da un gip risultata poi in rapporti amichevoli con lui e la sua famiglia. Ha stretto un patto col diavolo del San Raffaele, il famigerato e non compianto don Luigi Verzé, consegnandogli le chiavi di un nuovo ospedale a Taranto da centinaia di milioni. E si è genuflesso dinanzi al potere sconfinato della famiglia Riva, chiudendo un occhio o forse tutti e due sulle stragi dell’Ilva. Il fatto che, come ripete con troppa enfasi, non abbia mai preso un soldo dai Riva (diversamente da Berlusconi e Bersani), non è un’attenuante, anzi un’aggravante. Non c’è una sola ragione plausibile che giustifichi il rapporto di complicità “pappa e ciccia” che emerge dalla telefonata pubblicata sul sito del Fatto fra lui e lo spicciafaccende-tuttofare dei Riva: quell’Archinà che tutti sapevano essere un grande corruttore di politici, giornalisti, funzionari, persino prelati. Un signore che non si faceva scrupoli di mettere le mani addosso ai pochi giornalisti non asserviti. In quella telefonata gratuitamente volgare, fatta dal governatore per complimentarsi ridacchiando con il faccendiere della bravata contro il cronista importuno, non c’è nulla di istituzionale: nemmeno nel senso più deteriore del termine, nel più vieto luogo comune del politico scafato che deve tener conto dei poteri forti e delle esigenze occupazionali. C’è solo un rapporto ancillare e servile fra l’ex rivoluzionario che si è finalmente seduto a tavola e il potente che a tavola ha sempre seduto e spadroneggia nel vuoto della politica e dei controlli indipendenti, addomesticati a suon di mazzette. Il darsi di gomito fra gli eterni marchesi del Grillo, “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Questo ovviamente in privato, mentre in pubblico proseguivano le “narrazioni” e le “fabbriche di Nichi”. La poesia sulla scena, la prosa dietro le quinte. La telefonata con Archinà è peggio di qualunque avviso di garanzia, persino di un’eventuale condanna. Perché offende centinaia di migliaia di elettori che ci avevano creduto, migliaia di vittime dell’Ilva e i pochi politici che hanno pagato prezzi altissimi per combattere quel potere malavitoso. Perché cancella quello che di buono (capirai, in otto anni) è stato fatto in Puglia. Perché diffonde il qualunquismo del “sono tutti uguali”. Perché smaschera la doppia faccia di Nichi. Perché chi ha due facce non ce l’ha più, una faccia.