Radicali liberi

Bonino al Quirinale, si fa presto a dire Travaglio

Questa è miseria.
Ma non politica o istituzionale, proprio umana.
E questo può succedere solo in un paese dove la figura del giornalista e quella dell’uomo, o in questo caso della donna politica vengono equiparate.
Dove il dovere di un giornalista di informare viene confuso col discredito, e dove ancora troppa gente non ha capito che ogni volta che un politico si mette ad opinare e a battibeccare coi giornalisti compie SEMPRE un abuso, perché il gioco non è e non sarà mai ad armi pari, fra il potente e il giornalista.
Se l’Italia è un paese da buttare è anche grazie a chi a tutto questo non solo non si oppone perché non capisce, non ci arriva, ma si mette dalla parte del potente com’è accaduto con Grasso.

Nel giornalismo l’unico parametro con cui misurare e valutare un fatto e una notizia è la loro veridicità; dunque una notizia e un fatto possono essere veri e inconfutabili anche se non piacciono poi ad una parte della pubblica opinione e ai protagonisti di quella vicenda e di quel fatto.
E quando una notizia e un fatto non vengono smentiti, non ne viene chiesta la rettifica significa che quel fatto e quella notizia sono veri; diversamente esiste il reato di diffamazione che vale per tutti meno per alessandro sallusti, quello che, come il padrone che lo paga è più uguale degli altri e quindi non tenuto a rispettare leggi e regole comuni col beneplacito dell’estremo difensore di quelle regole e leggi che invece di ribadirle di fronte a certe vicende preferisce mettersi una mano sul cuore e prendere una penna per firmare com’è accaduto ieri quando ha concesso la grazia per conto terzi, e cioè di Barak Obama, ad un sequestratore di cittadini residenti sul suolo italico.
Detto ciò ribadisco, ripeterò finché avrò la possibilità di farlo e finché qualcuno me la darà, il mio totale disgusto per chi da una posizione dominante tenta di intimidire il giornalismo libero, quello che non offende, che non diffama né scredita ma ha il solo e unico difetto di rendere partecipi i cittadini italiani di cose che interessano, o perlomeno dovrebbero interessare più loro che i coinvolti nei fatti e nelle notizie ai quali, come da tradizione italica, non è mai successo nulla grazie agli esiti delle inchieste giornalistiche,   diversamente da quel che accade praticamente ogni giorno nei paesi civili dove al giornalismo è permesso di fare quel che deve e cioè vigilare sul potere, non esserne la vittima.

E quindi, stando così le cose, l’unica cosa da fare è stare dalla parte del più debole, dunque, la mia totale solidarietà a Marco Travaglio, il più bersagliato, insultato e diffamato di tutti, anche dal potere, di tutti i colori.

 

Dis_velamenti

Non c’è bisogno di firmare accordi precisi quando fra persone si instaurano rapporti di conoscenza – amicizia – confidenza. Una discreta conoscenza del genere umano, dovuta magari all’esperienza che si acquista con un’età  sempre più matura, dovrebbe far sì che si facciano sempre meno errori  quando, incontrando persone nuove si cerca di capire fra  chi merita fiducia e quelle  persone che, invece, è meglio lasciare lì dove le abbiamo trovate. 

Una delle cose più frequenti che tutti quelli che conoscono questo ambiente dicono è che la Rete favorisce il disvelamento delle persone, che qui sia più facile esprimersi rispetto a quanto lo sia nella vita di sempre fra persone che si conoscono, si guardano e si toccano. E’ assolutamente vero. Ci sono cose che non si saprebbero dire a voce nello stesso modo in cui si scrivono. Non basta avere le idee chiare, un patrimonio culturale sufficiente e sapere quello che si vuole dire, nel dialogo face to face subentrano altri fattori – soprattutto emotivi  – che possono rendere difficile dire tutto quello che si ha bisogno di tirar fuori da sé.

Quando scriviamo invece siamo soli con noi stessi e coi nostri pensieri, non ci dobbiamo preoccupare se  la nostra immagine può essere utile a dare forza alle nostre parole o se invece può essere proprio la causa della loro inutilità.

Ed è per questo che qui può capitare di confidare cose che mai penseremmo di dire con la stessa disinvoltura all’amico di sempre, al fratello o al compagno di una  vita per il semplice motivo che quello che vogliamo esprimere non necessita di un giudizio, di un parere ma si tratta semplicemente di qualcosa che dobbiamo estrapolare da dentro solo per sentirci meglio, più leggeri,  e l’abilità di chi scegliamo come interlocutore consiste proprio nella sua capacità di ascoltare senza giudicare e forse nemmeno  comprendere.

E quello che tutti auspicano, si aspetterebbero che accada è che quel dire, confidare cose che ad altri non si sarebbero mai dette è che restasse lì, dove lo abbiamo depositato con fiducia. Questa è la parte più difficile perché consiste nel rispetto di quel patto di fiducia implicito che due o più persone hanno stretto fra loro non firmando un contratto ma semplicemente  sulla base di affinità reciproche, somiglianza caratteriale e del piacere di condividere gli stessi valori e princìpi.

Tutto questo ovviamente non può avvenire senza quella maturità e senza l’intelligenza di chi capisce che una confidenza fatta in un momento di tristezza, delusione, in momenti nei quali tutto sembra essere contro di noi non può mai e per nessuna ragione essere usata contro chi si è fidato di noi al punto tale di considerarci degni del nostro sentire più intimo.

Ecco perché bisogna selezionare molto bene le persone prima di capire se siano in grado o meno di conservare con cura quello che abbiamo raccontato di noi, della nostra vita, di un nostro momento di debolezza. Io, questo l’ho sempre fatto stando bene attenta a chi dicevo cose e quali, e ricordo molto bene chi sono quelle persone alle quali ho detto cose di me che non avrei detto e non ho detto ad altri.

Ed ecco perché volevo dire che oggi che da molte di queste persone mi sono allontanata dopo aver capito che di quella umanità dimostrata ce ne fosse  in realtà molto meno o per niente, dopo aver visto che tante di quelle persone che in un certo senso hanno approfittato di me  pensando che bastassero due risatine  postate in un blog per ambire a traguardi che diversamente non avrebbero mai raggiunto,  che infatti non sono mai riuscite nell’impresa di raggiungere restando confinate nella loro mediocrità  e che oggi continuano a frequentare un ambiente dove più che in tanti altri lo schifo ha raggiunto livelli difficilmente prevedibili, di stare anche loro molto attente con chi parlano e di cosa, di stare attente a non farsi trascinare nei giochini pericolosi che qualcuno sta portando avanti ormai da troppo tempo. E il troppo, come dicono quelli bravi, storpia, sempre. E anche  che lo “scherzo” è bello ma solo se dura poco. 

Perché vedete? il tempo dello “scherzo” è davvero finito, e quando un giudice si trova a dover fare una constatazione di danni subìti da qualcuno non lo fa sulla base di una confidenza trasformata in  pettegolezzo ma l’unica considerazione che è chiamato a fare è se quel pettegolezzo ha assunto nel tempo e per come è stato utilizzato la dimensione di un reato che si chiama diffamazione.  E a quel giudice non interessa sapere troppe cose quando deve – appunto – giudicare chi è la parte lesa in una diatriba da risolvere.

E fino a prova contraria nella vicenda che riguarda me e il mio blog  sulla piattaforma cosiddetta libera, la prima vittima di quella che è stata una vera e propria  mattanza compiuta da chi invece sarebbe chiamato per ruolo e responsabilità a fare tutt’altre azioni tipo ripulire una cosiddetta community da gente subdola, quella che ha organizzato la vigliaccata più disgustosa e INFAME della storia di quella piattaforma, che senza un’adeguata copertura non si sarebbe mai potuta realizzare e della quale si sono accorti tutti meno chi doveva, sono io. Non bisogna nemmeno avere una laurea in Giurisprudenza per capirlo.

Gratuità fittizie

Ricomincia l’opera di seduzione con la distribuzione forsennata di stelle. Sono tanti gli utenti che in questi giorni stanno ricevendo la proposta di diventare “gold user”, così come è già accaduto in occasione dell’aggregazione con Facebook quando la gente scappava in massa perché non voleva, giustamente, subire un’imposizione, qualcosa di cui non si poteva nemmeno discutere ma solo accettare in virtù di quella gratuità fittizia di cui parlo qui sotto.  A chi mi ha chiesto consiglio ho risposto di rifiutare. Ci sono altri modi per convincere la gente (anche quella che sta scappando di nuovo a causa dei fatti recenti )  a rimanere, ad esempio, non cacciandola in malo modo, non cacciando e censurando  chi si macchia della colpa orribile di esprimere  solidarietà di fronte ad un’ingiustizia subita oppure semplicemente  trattarla come merita e non come, invece, viene trattata da chi è chiamato a far sì che si faccia “un uso civile di uno spazio pubblico”. A chiacchiere, ma non nei fatti.

L’accusa che viene rivolta molto spesso agli utenti delle piattaforme che ospitano spazi come i blog quando si viene cacciati (senz’avviso e senz’appello) è che quello spazio che viene offerto è gratuito e che quindi chi amministra il portale può arrogarsi il diritto di sospendere la “collaborazione reciproca” quando e come vuole.
Niente di più falso, quella è una trappola intimidatoria nella quale cadono i deboli, le persone che hanno paura che quello spazio possa venir loro sottratto da un momento all’altro e senza ragioni serie (succede, eh?) e allora si convincono che tutto sommato valga la pena abbassare la testa e continuare a fare il gioco di chi non mette a disposizione uno spazio per dare la possibilità alla libertà di esprimersi ma esclusivamente perché chi riempie quello spazio riempie, di conseguenza, anche i conti in banca dei signori e padroni di spazi virtuali.
Perché, come spiega benissimo Massimiliano Dona che di mestiere fa il segretario generale dell’Unione Nazionale Consumatori e quindi di leggi e regole se ne intende forse di più di chi ha come unico punto di riferimento delle discutibilissime faq di una piattaforma: “la libertà sulla quale poggia Internet è anche artificiosa, potremmo parlare di «libertà virtuale». A ben vedere, infatti, la Rete, e tutto ciò che su di essa accade, è controllato e condizionato da pochi grandi potentati spesso facenti capo a gruppi economici, collegati a volte da intese commerciali. Questi soggetti imprenditoriali decidono ciò che ciascuno di noi può o non può fare sulla Rete; spesso, in nome di una gratuità fittizia, si appropriano dei nostri dati, dei nostri gusti, delle nostre idee, consentendoci di divulgare le nostre opinioni, ma solo fino a quando lo vorranno. Sul web nessun contraddittorio è dato all’utente, le decisioni sono inappellabili come neppure nel più autoritario dei regimi. Spesso dietro la maschera dell’esigenza tecnologica, dell’automatismo che consegue a un impulso informatico, si nasconde l’arida prepotenza del più forte.”

Perché la Legge, quella vera, dice altro. Dice ad esempio che non si possono sottrarre materiali privati, personali se non in presenza di motivi gravissimi e che per chiudere uno spazio personale ci vuole qualcosa di più di un vaffanculo o di una testa di cazzo. Un blog può venire chiuso d’autorità quando si veicolano e si diffondono apologie, quando i suoi contenuti sono di carattere pedopornografico, quando in quel blog si istiga a violenze di vario genere.
Quando, insomma, in uno spazio personale ma che è però di pubblico dominio perché visibile e leggibile da tutti si commettono dei reati che sono puniti nello stesso modo in cui si sanzionano quelli compiuti da persone fisiche.
Anche la diffamazione è un reato, forse nella piattaforma cosiddetta libera questo non lo sanno visto che continuano ad ospitare chi commette quel reato tutti i giorni senza per questo veder sparire degli spazi aperti unicamente per quello scopo. Ma chi di Legge se ne intende questo lo sa, lo ha visto e poi lo giudicherà.

La Rete: strumento di Libertà

Leggo della denuncia di vasco rossi a “nonciclopedia”, la versione satirica della più celebre enciclopedia on line i cui autori si sono autosospesi oscurando il sito,  e allibisco.

Quello che dovrebbe far riflettere non sono quelli che chiedono la censura, ognuno ognuno è libero di chiedere, come di dire, quello che vuole, il pericolo sono le azioni conseguenti a un certo dire.  Anche se io sono convinta che non tutto si possa inserire nella libera espressione del pensiero e che Voltaire oggi non avrebbe mai pronunciato quella frase di cui si abusa per giustificare tutto.  C’è addirittura chi invoca l’articolo 21  se non gli si dà la possibilità di insultare e diffamare chiunque come e quanto vorrebbe: davvero uno strano concetto di richiesta di libertà. Il vero pericolo è chi  mette materialmente in pratica la censura, perché  di questo passo si rischia la desertificazione in tutti gli ambiti, perché tutti abbiamo la nostra lista di indesiderati e indesiderabili, di quel che vorremmo vedere ogni giorno e di quello di cui, invece, faremmo molto volentieri a meno, pochi però la consapevolezza che in un mondo libero abbiamo – tutti –  la possibilità di scegliere. E questa non s’impara censurando, tagliando ed escludendo quello che non piace. Bisogna passarci nell’esperienza dell’esclusione voluta da una piccola minoranza di imbecilli messa poi in pratica da insospettabili funzionari preposti al rispetto di una civiltà che nei fatti non c’è e non c’è mai stata, per capire.

La Rete è uno strumento bellissimo col quale è possibile fare cose importanti coinvolgendo un gran numero di persone che sarebbe molto più complicato raggiungere senza la potenza di qualcosa in grado di arrivare lontanissimo da noi in tempo reale.

Ed essendo questo uno strumento (ahimé)  alla portata di tutti ci sono molti pericoli che risiedono nell’uso sbagliato che molti ne fanno non avendo ancora ben capito che ciò che è vietato fare nella quotidianità e in ambienti visibili e frequentabili da persone altrettanto visibili, è vietato anche qui, c’è infatti ancora troppa gente che non ha capito come funzionano certi meccanismi e continua a credere che il web sia una specie di terra di nessuno entro la quale ogni comportamento, parola e atteggiamento sono leciti, consentiti in virtù di quell’anonimato che,  grazie e per fortuna alla tecnologia che avanza e al coraggio di sempre più persone che non temono di mettere una faccia vera davanti alle loro idee, è sempre meno anonimo. Molta gente  crede ancora che il web sia un’area franca dove si è liberi di offendere, diffamare e sfogare perlopiù su gente sconosciuta la propria rabbia,  le varie frustrazioni, solitudini  e turbe psichiche  di cui purtroppo molti dei suoi frequentatori, in assenza di una vita reale soddisfacente, sono ammalati.
La legge, invece, nel frattempo è andata avanti e oggi equipara le diffamazioni e le calunnie inviate per mezzo di social network, forum e blog – luoghi che, sebbene siano virtuali sono però di pubblico dominio –  ai mezzi stampa. I rischi che si corrono sono quindi gli stessi. Come dice benissimo Travaglio  l’Italia è, oltre che un paese alla rovescia anche quello del “severamente” vietato, perché purtroppo le regole dettate dal buon senso vengono sempre meno adottate lasciando sempre più spazio all’arroganza di chi pensa di poter fare quello che vuole ovunque e con chiunque.

Questo non significa voler limitare la diffusione di opinioni proprie ma solamente di ribadire, e con forza, che non tutti i pensieri possono essere classificati come  libere espressioni delle  idee: il confine fra opinione e insulto deve essere chiaro e ben tracciato.

Perché è in questo gap che si cela la voglia di censura, ed ecco perché chi conosce il valore e la potenza della Rete deve difenderla da chi vuole metterla in pericolo limitando la libertà di dire, ma anche  tentando di mettere in discussione  quella di non essere oltraggiati, censurati, diffamati pubblicamente ed esclusi semplicemente perché quel dire può risultare sgradevole. O forse, semplicemente vero.

Tutto deve esere lecito finché non rientra nella categoria del penalmente perseguibile, quindi anche la satira verso un ex cantante, un ex autore, un ex un po’ di tutto che giunto sul viale del tramonto anziché ritirarsi  dalla scena pubblica e da signore come ha appena annunciato di voler fare Ivano Fossati, preferisce far continuare a parlare di sé ma nel modo peggiore.