Populista? sì, grazie

 Sottotitolo: se questo fosse un paese normale gli appartenenti a comunione e liberazione avrebbero la stessa considerazione di quei pazzoidi di scientology. Invece qui lo stato li sovvenziona pure  per diffondere le loro minchiate. Il mago do nascimento era molto più serio di formigoni e quell’orrida compagnia di gentaglia che nasconde dietro la fede le peggiori intenzioni e azioni;  la fede è un fatto PRIVATO, ognuno se la deve gestire in proprio e non deve interferire con tutto quel che attiene alla sfera dei diritti civili di un paese democratico, laico e dove non vige per fortuna una teocrazia.

Queste pagliacciate  sono contrarie allo spirito cristiano e offensive verso tutti quelli che credono davvero che dovrebbero essere i primi a ribellarsi alla multinazionale vaticana e a tutti i suoi affiliati.

Negli States, lo sanno tutti, esiste una corrente che si chiama “Antiobamismo”, ma non lo dite a Vendola sennò ci ricama su una delle sue strepitose narrazioni come quando ci rallegra con le sue filippiche sull’antiberlusconismo e berlusconismo.

E anche in tanti altri altri paesi esiste l’abitudine di anteporre un “anti” ai nomi dei politici quando non se ne condivide l’azione, perché sarebbe troppo semplice pensare che quando si è favore di una cosa è fisiologico e normale essere avversi al suo contrario.

La stessa cosa vale per il populismo: vuoi smontare un’opinione diversa dalla tua? è facile, basta pronunciare le paroline magiche “populismo, qualunquismo, demagogia” e il gioco è fatto.

Ironia a parte, meno male che piano piano ci arriviamo.

Perché io lo dico già da diverso tempo che le accuse di populismo sono solo una trappola, che ci sono parole che nel dibattito politico vengono usate appositamente per creare confusione, che, guarda caso, le accuse di populismo e qualunquismo arrivano sempre e solo da chi ha tutto l’interesse che non si sposti di una virgola tutto quello che ha a che fare con l’apparato dello stato; comprese le porcherie sottobanco tipo la trattativa tutt’altro che presunta dello stato con la mafia.

 La gente di sinistra dovrebbe vantarsi di essere populista, un termine che sta a significare semplicemente “stare dalla parte del popolo”, accoglierne le istanze, non, invece, appoggiare i banchieri e l’oligarchia imperante come ha scelto di fare il partito (cosiddetto) democratico.

Senza un sano populismo il mondo non sarebbe avanzato di un millimetro, tutte le rivoluzioni accadute nel corso della Storia hanno avuto come input la necessità di ristabilire quella che per noi è molto più di un’opinione, è una regola scritta sulla Carta Costituzionale: “il popolo è sovrano” e non gli si può né si deve impedirgli di poter scegliere in che modo e da chi vuole farsi governare.

 A prescindere dal fatto di andare o meno a votare io credo che sia davvero l’ora di smettere di citare termini come populismo, qualunquismo, demagogia come fossero il babau dal quale star lontani sennò morde.

E gli ultimi, ma proprio gli ultimi che possono accusare qualcuno di populismo e qualunquismo sono proprio quelli del piddì, che mai hanno fatto cose di sinistra né di centro sinistra preferendo allinearsi sempre dalla parte di chi tutto vuole e fa meno l’interesse del popolo.

E quando la politica smette di fare gli interessi del popolo, essere populisti è legittima difesa.

Siamo tutti populisti

Alessandro Gilioli nel suo blog segnala un’intervista di Luciano Violante su La Stampa, intervista che evidenzia quella che sarà la strategia elettorale designata del Partito Democratico: chi non la pensa come loro è populista. Nelle parole di Violante, è populista Grillo (il precursore), populista il giudice Ingroia e i suoi pari, populista Di Pietro, populista persino il giornale “Il Fatto Quotidiano” nonché populista Michele Santoro.

La fatidica paroletta “populismo-populista”, nel breve pezzo, viene ripetuta la bellezza di tredici volte. Se fossimo Google, sarebbe una bella keyword. E forse lo è: una paroletta estratta da severi brainstorming tra addetti alla comunicazione, la parola chiave per mettere a tacere chi si oppone al pensiero unico finanziario-liberista nonché alla presa di potere piddina. Un vocabolo inoltre di facile presa sul pubblico, insomma un’operazione di comunicazione in pieno stile berlusconiano.

Per il momento, l’accusa è rivolta a chi mette in discussione, con le parole o con i fatti (vedi i giudici), il governo del Presidente. Ma non abbiamo dubbi che si presterà benissimo ad infamare -perché di questo si tratta- chiunque proponga alternative al ferreo sistema vigente. Da chi critica l’Europa o l’euro, a chi avrà da obiettare su rigassificatori e trivelle tanto cari a Bersani e a Passera; da chi invoca pulizia nella classe politica, a chi mette in discussione lo sviluppo a suon di cemento; da chi ha qualcosa da ridire su liberalizzazioni e privatizzazioni, a chi difende il welfare state; da chi vorrebbe fermare le svendite delle proprietà pubbliche, a chi propone la ridiscussione del debito; da chi suggerisce il salario sociale a chi vuol porre un freno alle spese militari.

In pratica, chiunque proponga qualcosa di sinistra è un populista. Ricordatevelo, quando andrete a votare. O siete di sinistra e quindi populisti, oppure votate per il Pd. Le due cose, e non da oggi, sono incompatibili.

Come se niente fosse

Sottotitolo: “L’espressione “fare demagogia” indica l’arte di accattivarsi il favore delle masse popolari con promesse di miglioramenti economici e/o sociali difficilmente realizzabili. Il termine si è poi esteso ad indicare più in generale i metodi e le strategie adottate in ogni campo, non solo politico, da chi per un proprio tornaconto personale cerca l’appoggio di qualcuno, allettandolo con false promesse.” [cit.]

 Chi accusa di fare demagogia le persone che cercano di contrastare la presa in giro continuata e reiterata, il vilipendio, quello sì,  lo è, nei confronti di cittadini costretti a subire ogni giorno cose e situazioni dalle quali non possono sottrarsi perché gli è stato tolto ogni strumento democratico per poterlo fare, chi si oppone a quelli che per ruolo e istituzione ma soprattutto per l’ammontare del loro stipendio non fanno quello che sono chiamati a fare, obbligati a fare, non foss’altro perché HANNO SCELTO di volersi occupare delle cose di tutti dice una cazzata.

Una sesquipedale cazzata.
Demagogia, come antipolitica, non significa nulla nel dibattito politico italiano, entrambe sono parole buttate ad arte della discussione da chi vuol darsi un tono, dimostrare una superiorità morale, intellettuale che non ha.

Da chi deve e/o vuole a tutti i costi difendere l’indifendibile e gl’indifendibili spesso [sempre] per trarne un vantaggio personale.
Quando gli argomenti finiscono si può passare all’insulto o buttarla “in caciara”; parlare di demagogie, populismi, qualunquismi e antipolitica in un periodo storico come questo per il nostro paese, è fare entrambe le cose.

 

Ha fatto benissimo Napolitano a invitare al ricevimento – sobrio –  della festa della repubblica anche Malinconico e Zoppini,  entrambi coinvolti in inchieste giudiziarie   [sicuramente grazie a complotti orditi dai soliti demagoghi, antipolitici e  “…isti …isti …isti” che infestano questo paese,  vogliono il male della politica e di questa gloriosa repubblica] e che per questo hanno dovuto abbandonare momentaneamente gli scranni parlamentari nonché Denis Verdini,  ormai un abituée dell’avviso di garanzia.

 Perché la repubblica va rappresentata bene o per niente. Festeggiare la repubblica italiana senza nemmeno una piccola rappresentanza di “onorevoli” indagati, inquisiti, imputati e condannati pareva brutto, non avrebbe descritto l’immagine reale di questo paese, di chi lo governa e lo amministra: bravo Napolitano che, con viva & vibrante soddisfazione,  ci tiene sempre a farsi portavoce dei valori importanti e degli italici sentimenti.

Buona fortuna a chi riconosce l’unità nazionale nelle facce di questi signori.

 

Come se niente fosse – Antonio Padellaro, 3 giugno 2012 – Il Fatto Quotidiano

Cosa hanno in comune la decisione di tenere ugualmente il ricevimento e la sfilata del 2 giugno (malgrado il disastroso terremoto dell’Emilia ne suggerisse la sospensione) e la scelta di procedere, comunque, con la spedizione degli Azzurri agli Europei (malgrado lo scandalo delle scommesse mieta avvisi di garanzia e sgradevoli sospetti tra i divi della Nazionale)? Le fanfare? Il tricolore? Ovvero, quel patriottismo di facciata televisiva che si serve delle piume dei bersaglieri e dei calciatori che fanno finta di cantare “l’Italia s’è desta s’è cinta la testa”?

Ieri, abbiamo letto su Repubblica una solenne reprimenda “in difesa del 2 giugno” e contro “i virus che infettano la rete”, la “disinformazione”, “la demagogia e la divisione”, con l’accusa di avere (caspita!) “strumentalizzato i morti del terremoto”. Insomma, chi ha osato domandare al Quirinale se non fosse meglio devolvere i soldi delle cerimonie alle popolazioni colpite o impegnare i militari nelle operazioni di soccorso è stato sistemato per le feste (della Repubblica e di Repubblica). Per carità, ci adeguiamo deferenti ai moniti del presidente Napolitano impegnato, leggiamo, “a garantire una cerimonia sobria in costante connessione sentimentale con le popolazioni terremotate”. Il fatto che poi le suddette popolazioni non siano entrate troppo in connessione sentimentale con il Colle (si ascoltino in proposito le irate dichiarazioni raccolte da SkyTg24) sarà certamente dovuto ai virus infetti. Così come chi ha segnalato la presenza, al sobrio pic-nic del Quirinale, degli ex sottosegretari Malinconico e Zoppini, costretti alle dimissioni da disavventure giudiziarie, e dell’esimio on. Verdini, coinvolto nelle inchieste su varie cricche, persegue certamente demagogia e divisione.

Sulla tragicommedia pallonara, poi, non ci azzardiamo ad aggiungere una virgola dopo le robuste cazziate subìte da Monti e da Prandelli per aver preso entrambi atto che il giocattolo si è rotto e che forse bisognerebbe ricominciare tutto da zero. “Altro che modelli”, ha scritto con esemplare cinismo il Corriere della Sera definendo i calciatori “gladiatori tatuati” a cui “non tocca prosciugare lo stagno riducendo i soldi e lo spettacolo” e pazienza se a segnare i gol ci pensa la malavita organizzata. A questo punto, urge modificare l’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul come se niente fosse”.

 

E ancora…

Fabrizio Corona: “Vorrei scendere in politica”.

E’ l’unico modo per scendere ancora più in basso. (Francesco Colaiacomo per ‘viva la satira’)

E anche l’unico per non finire in galera.


Spiccioli di demagogia

Sì, lo ammetto, qualche volta mi sveglio demagogica. Che ne so? Sarà perché non faccio colazione con i biscotti del mulino bianco, sarà perché bevo troppi caffè, o forse sarà solo perché a volte sono così confusa da non riuscire a comprendere la logica delle cose.

Sarà anche perché non posso fare a meno di leggere i giornali o notare le evidenze, quelle che a volte a mezza bocca, demagogicamente, mi fanno sussurrare: “Ci vorrebbe un mitra.”

Di case a loro insaputa, di vacanze a loro insaputa, di puttane, di camorra, di sperperi, di mazzette, di corrotti e corruttori, non se ne può più.

Per risollevare il morale del cittadino medio, per fortuna ci sono gli omicidi. Quelli belli e misteriosi che avrebbero fatto scorrere la penna di Buzzati, certo, non di quelli orribili che fanno rabbrividire, avvenuti per rapina o criminalità.

Sta iniziando la stagione dei grandi processi, col rammarico di non poter vedere nemmeno una foto della ragazza accusata di aver ammazzato la cugina, in lacrime. Per fortuna però c’è Zio Michele, quello che ormai ne sa una più di una star. Lui è rubicondo, col viso tonico e lo sguardo brillante, mentre la figlia è descritta smunta, smagrita.

Ci sarà anche il processo Parolisi, il militare che ha ucciso la moglie, e intanto si può godere della disputa tra parenti per l’affido di una bimba di soli due anni, che non si potrebbe fotografare, ma di spalle va bene uguale che tanto la faccia non si vede.

Ma hanno ammazzato un padre e una figlia a Roma, e la comunità si ribella. Perché il problema del delitto non è l’efferatezza ma il movente. L’omicidio di una bambina di nove mesi avrebbe potuto essere una buona occasione per distrarre le masse, ma se c’è di mezzo il danaro o la criminalità, allora diventa mostruoso, e un caso politico, con tanto di Presidente della Repubblica in visita dalla moglie sopravvissuta. E le fiaccolate. Utili, non mancano mai.

Il ragazzo sparito prima di Natale, mentre faceva jogging e restituito dal mare barese, è un altro bel parlare. Non può essere stato un incidente, e nemmeno un suicidio, dicono i genitori senza rassegnazione, deve essere per forza un delitto, e chiedono “Chi sa parli”, chiedono giustizia.

La pietà smuove le anime. Il dolore altrui ci rende dimentichi del nostro.

I morti che portano svago, da contrapporre ai morti che ci fanno incazzare. La disperazione altrui che placa la nostra. Il bambino investito dalla madre ieri, il bambino investito dal SUV oggi. Altri due accadimenti che potranno distrarci, portarci a parlare di piccoli angeli voltai in cielo, e smettere finalmente di pensare alla vita spicciola.

Di case a loro insaputa, di vacanze a loro insaputa, di puttane, di camorra, di sperperi, di mazzette, di corrotti e corruttori, non se ne può più.

Si potrebbe parlare dell’Alcoa che chiude e finisce di piegare la schiena al sud della Sardegna, della legge elettorale che il governo non cambierà perché “è una questione politica”, delle liberalizzazioni che porteranno altre 7000 farmacie in Italia, o i Taxi che finalmente abbonderanno, della fame che s’insinua nelle nostre esistenze e inizia a mietere morti, in Italia come se fosse Africa. Ma poi ci sono le foto di Rutelli, Schifani e Casini che brindano arrostiti dal sole delle Maldive, la notte di capodanno. E torna il sussurro: “Ci vorrebbe un mitra.”

Rita Pani (APOLIDE)