Il divo Giulio

 Sottotitolo: alle spalle di Andreotti giganteggia la parola INNOCENTE sul maxischermo di Porta a porta nella famosa puntata successiva alla PRESCRIZIONE di Giulio Andreotti.
Prescrizione non vuol dire affatto assoluzione ma per bruno vespa questo fu un dettaglio ininfluente, la tv di stato, il servizio pubblico non ritenne opportuno spiegare agli italiani attraverso il suo – ahimé – programma di approfondimento politico [ari_ahimé] di spicco, non foss’altro perché si prende cinque sere a settimana da anni che Giulio Andreotti non fu assolto per innocenza ma prescritto in un processo per mafia. Che non è la stessa cosa.

Solo al pensiero di quello che dovremo leggere e sentire già mi sento male.
Santo, santo, lo faranno diventare.
Se l’hanno assolto da vivo figuriamoci che faranno adesso che è morto.

Morto a 94 anni Giulio Andreotti
Dagli incarichi di Stato ai misteri italiani

Preambolo:  Tenete il fiato, di Massimo Rocca per il Contropelo di Radio Capital

Avete presente la scena del Divo, quando Andreotti arriva alla giunta per le autorizzazioni a procedere? Nella realtà la folla delle telecamere e dei giornalisti era almeno il triplo, io quel 14 aprile del 93 ero lì in mezzo, nel meraviglioso cortile di Sant’Ivo alla Sapienza. Andreotti normalmente pallido era terreo, la bocca sottile non c’era più, più che gobbo era curvo. Fu come essere alla Concorde quando un condannato saliva alla ghigliottina. Lui aveva paura. Io ero molto ingenuo. Mi sembrò il culmine di quello che era iniziato un anno prima nel Pio Albergo Trivulzio, sedici giorni dopo avrei visto Craxi fuggire dal Raphael sotto una pioggia di monetine. Cadevano uno dopo l’altro i potenti, la magistratura diceva, trovava, provava, quello che avevamo sempre detto. Ci sembrava, in piccolo, la nostra Liberazione. Si respirava a pieni polmoni. Dimenticavo, brutto per uno storico di formazione, che in Italia si respira per poco, un paio d’anni ogni tanto. Tra il 59 e il 61 dell’ottocento, tra il 43 e il 45. Undici mesi dopo Berlusconi vinceva le elezioni.

E siamo sempre alle solite.
Alle squallide faccende di casa nostra che riguardano un’informazione viziata dalla malattia della menzogna a getto continuo.
Ecco perché poi quando qualche “folle visionario” col vizio della verità cerca di fare chiarezza viene accusato di gettare fango e di essere lui, il bugiardo.
Giulio Andreotti non è stato affatto uno statista apprezzabile e degno di una forma superiore di rispetto perché non ha fatto proprio niente di rilevante per dover passare alla storia come tale.
Ieri scrivevo sulla mia pagina di facebook che al di là di tutto, Andreotti si è fatto processare, Craxi ha preferito latitare ma nessuno dei due ha mandato un paese a carte quarantotto per i suoi guai con la giustizia.

Solo uno c’è riuscito, evidentemente perché più di qualcuno si è attivato per consentirlo.

Perché doveva andare così e deve ancora essere così.
E se berlusconi è più di Andreotti, più di Craxi e più di entrambi messi insieme questo paese è davvero in pericolo: non è una leggenda metropolitana e nemmeno qualcosa su cui si può ancora scherzare e farci su dell’ironia.

E quello che mi fa incazzare è che tutti e tre hanno la nomea di statisti, quelli morti perché rivisitati e ripuliti perbenino, quello vivo perché comunque ha la possibilità di tenere sotto scacco un paese per i fatti suoi ma tutti e tre non avranno il giudizio storico che si meritano.

Anche il Coni ha proclamato per le manifestazioni sportive il minuto di lutto nazionale, il lutto nazionale per un prescritto per mafia.

Poi dice perché berlusconi sta ancora lì.

Ma il fatto di aver preferito accettare le regole di uno stato di diritto, o almeno di quel che ne resta non può essere un motivo per elogiare un signore che non è stato sanzionato per un abuso edilizio o per aver lasciato la macchina in divieto di sosta ma processato per mafia, nello specifico per “il reato di associazione per delinquere” commesso fino alla primavera del 1980 e assolto “per insufficienza di prove” per quello di associazione mafiosa.

E nessuna delle due sentenze significa innocenza a trecentosessanta gradi, la prescrizione interviene quando scadono i tempi regolamentari necessari ad un processo per arrivare ad una giusta sentenza, l’insufficienza di prove quando non sono state raccolte quelle prove che potrebbero produrre un altro risultato: l’insufficienza di prove potrebbe essere anche legata alla negligenza di investigatori poco capaci, ad esempio. 

Negligenti per scarsa capacità o magari perché hanno pensato che non fosse opportuno essere più precisi nella ricerca.

Ma tutto questo non sta impedendo in queste ore che seguono la dipartita di colui che sembrava esente anche dalla morte, di parlare di lui come se fosse stato determinante per il cammino di questa nostra democrazia.

E invece non è affatto così.

Andreotti si porta via, nella sua “miglior vita” molte cose e tutte importantissime, i segreti e le omissioni sulle stragi di stato e di mafia ad esempio, fare chiarezza su questi e non ricoprirli col solito alibi, paravento di quella ragion di stato che tanto male ha fatto e continua a fare a questo stato avrebbe potuto migliorare la democrazia, rendere questo un paese fatto di gente consapevole e capace di distinguere la figura di uno statista da quella di un signore il cui unico interesse è stato accumulare una quantità spropositata di potere. 
Gente che grazie alla verità sui fatti passati avrebbe magari evitato di riportare al potere persone interessate non al bene dello stato ma unicamente al loro.

E la sua frase ormai entrata nel linguaggio comune: “il potere logora chi non ce l’ha” è l’ammissione perfetta, esatta, di quello che è stato l’uomo politico  Giulio Andreotti.

Giulio, eri tutti loro
Marco Travaglio, 7 maggio

Uno straniero atterrato ieri in Italia da un paese lontano durante la lunga veglia funebre per Andreotti a reti unificate, vedendo le lacrime e ascoltando le lodi dei politici democristi e comunisti, berlusconiani e socialisti, ma anche dei giornalisti e degli intellettuali da riporto di tutte le tendenze e parrocchie, non può non pensare che l’Italia abbia perso un grande statista, il miglior politico di tutti i tempi, un padre della Patria che ha garantito al Paese buongoverno e prosperità, e ciononostante fu perseguitato con accuse false da un pugno di magistrati politicizzati, ma alla fine fu riconosciuto innocente e riabilitato agli occhi di tutti nell’ottica di una finalmente ritrovata pacificazione nazionale. 
La verità, naturalmente, è esattamente quella opposta. Non solo giudiziaria. Ma anche storica e politica. È raro trovare un politico che ha occupato tante cariche (7 volte premier, 33 volte ministro, da 13 anni senatore a vita) e ha fatto così poco per l’Italia: nessuno — diversamente che per gli altri cavalli di razza Dc, da De Gasperi a Fanfani a Moro – ricorda una sola grande riforma sociale o economica legata al suo nome, una sola scelta politica di ampio respiro per cui meriti di essere ricordato. Andreotti era il simbolo del cinismo al potere, del potere per il potere, fine a se stesso, del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Il primo responsabile, per longevità politica, dello sfascio dei conti pubblici che ancora paghiamo salato. Un politico buono a nulla, ma pronto a tutto e capace di tutto. Il principe del trasformismo, che l’aveva portato con la stessa nonchalance a rappresentare la destra, la sinistra e il centro della Dc, a presiedere governi di destra ma anche di compromesso storico, a essere l’uomo degli Usa ma anche degli arabi. Un politico convinto dell’irredimibilità della corruzione e delle collusioni, che usò a piene mani senza mai provare a combatterle, perchè – come diceva Giolitti e come gli suggeriva la natura – “un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito”. Eppure, o forse proprio per questo, era il politico più popolare. Perchè il più somigliante a quell’ “italiano medio” che non è tutto il popolo italiano. Ma ne incarna una bella porzione e al contempo la tragica maschera caricaturale. Se però Andreotti spaccava gli italiani, affratellava i politici, che han sempre visto in lui – amici e nemici – il proprio santo patrono e protettore. La sua falsa assoluzione, in fondo, era anche la loro assoluzione. Per il passato e per il futuro. Per questo, quando le Procure di Palermo e Perugia osarono processarlo per mafia e il delitto Pecorelli, si ritrovarono contro tutto il Palazzo. Il massimo che riusciva a balbettare la sinistra era che, sì, aveva qualche frequentazione discutibile, ma che stile, che eleganza in quell’aula di tribunale dove non si era sottratto al processo (il non darsi alla latitanza già diventava un titolo di merito). 
Fu parlando del suo processo che B. diede dei “matti, antropologicamente diversi dalla razza umana” a tutti i giudici. Fu quando si salvò per prescrizione che Violante criticò l’ex amico Caselli per averlo processato e la Finocchiaro esultò per l’inesistente “assoluzione”. Anche i magistrati più furbi e meno “matti”, come Grasso, si dissociarono dal processo e fecero carriera. Oggi le stesse alte e medie e basse cariche dello Stato che l’altroieri piangevano la morte di Agnese Borsellino piangono la morte di Giulio Andreotti. Ma non è vero che fingano sempre: piangendo Andreotti, almeno, sono sincere. Enrico Letta, alla notizia che la Cassazione aveva giudicato Andreotti mafioso almeno fino al 1980, si abbandonò a pubblici festeggiamenti: “Quante volte da bambino ho sentito nominare Andreotti a casa di zio Gianni. Era la Presenza e basta, venerata da tutti. Io avevo una venerazione per questa Icona!”. E giù lacrime per l'”ingiustizia” subìta dalla venerata Presenza anzi Icona, fortunatamente “andata a buon fine” tant’è che “siamo tutti qui a festeggiare” (un mafioso fino al 1980). 
L’altro giorno Letta jr. è divenuto presidente del Consiglio. 
È stato allora che il Divo ha capito di poter chiudere gli occhi tranquillo.

Liste pulite, ma solo un po’

Sottotitolo: MANNINO VS INGROIA: “LEI È UN MASCALZONE”

Mannino ebbe già occasione di dire che Ingroia non è affidabile perché in ufficio ha la foto del Che anziché quella del presidente della repubblica [grande Antonio, io il quadro del Che ce l’ho al posto della Madonna a capo a letto!]. Ieri sera a Servizio Pubblico  ha alzato il tiro dicendo che Ingroia è un mascalzone.

In questo paese l’unico Magistrato buono è quello morto, quello che non parla più e non può nemmeno dire che gli fa schifo quando ad ogni anniversario e commemorazione ci sono le consuete processioni delle cosiddette istituzioni che fanno finta di dispiacersi mentre in realtà non gliene fotte niente dell’antimafia, altrimenti tratterebbero meglio quei Magistrati quando sono vivi, sarebbero al loro fianco, non invece vicini a chi pensa che ci siano cose da non dire, che non è carino far sapere, non si limiterebbero a cianciare che la mafia va combattuta ma farebbero di tutto per eliminarla.

“I capi di governo ‘cessati dalle funzioni’ hanno diritto a conservare la scorta su tutto il territorio nazionale nel massimo dispiegamento.”

Se proteggere un condannato a quattro anni di carcere  costa agli italiani 7000 euro al giorno, cosa fa lo stato italiano per le persone oneste, la solita beata minchia?

Con 7000 euro al giorno quanti malati si possono curare? E quanti bambini – di quelli che solerti sindaci lasciano a digiuno perché i loro genitori non possono pagare la mensa scolastica  si possono sfamare? Ma certo, chissá dov’era l’opposizione mentre in parlamento si confezionava  l’ennesima legge ad personam,  forse all’ ikea con la scorta?

Preambolo: mi fa sinceramente ridere leggere un po’ ovunque il terrore per il ritorno dello zombie.
Tutti a preoccuparsi di lui e non delle condizioni che gli sono state offerte un po’ da tutti, da chi lo ha legittimato, da chi lo considera ancora oggi l’interlocutore con cui confrontarsi e che lo hanno fatto arrivare fino a qui, ad oggi.
E pensare che in un paese normale non ci sarebbe stata nemmeno una prima volta per lui, figuriamoci una quinta.
Nei paesi dove non servono leggi per stabilire chi è adeguato o meno – per onestà – al ruolo politico e nei paesi dove se la legge dice che il proprietario di mezzi di comunicazione non può fare politica, quel proprietario non fa politica, e se la vuol fare deve rinunciare alle sue proprietà senza nemmeno l’apposita legge per regolare i conflitti di interesse [per informazioni citofonare Bloomberg].

LISTE PULITE, OK A DECRETO: ORA CHI VIENE CONDANNATO DECADE DALL’INCARICO

Fuori lista i condannati a oltre 2 anni
Quasi tutti salvi. Anche Dell’Utri

Liste pulite, ma solo un po’.

Una legge che non ce la fa, che è stata pensata per non  estromettere dell’utri dal parlamento, un condannato per mafia che si può ancora fregiare del titolo di senatore,  è una legge che non serve a niente.

Incandidabilità sopra ai due anni, ci va di lusso.

Si salverebbe solo un’eventuale candidatura di sallusti;  una cosa ridicola,  assurdo stabilire per legge che chi ha violato la legge non può far parte di chi poi è chiamato a fare le leggi.
Prendiamo appunto – ad esempio –  il caso di sallusti, un recidivo condannato ad una non pena ridicola per aver diffamato e per aver permesso che si diffamasse per conto suo e quello di chi gli paga lo stipendio.
Sarebbe così giusto che in un ipotetico futuro gli venisse concessa l’opportunità di diventare parlamentare? per me no.
Per me ci sono tanti mestieri e professioni che si possono fare o continuare a fare una volta reinseriti nella società, la politica però no: quella va lasciata a chi ha ben chiaro in mente il confine fra onestà e disonestà, non c’è una misura, non serve pensare che la diffamazione in fin dei conti non è un omicidio.

Questa legge ci dice che una brava persona in Italia, una che può andare in parlamento a fare le leggi per tutti, è anche chi ha avuto una condanna a due anni di carcere,  una a cui verrebbe impedito di partecipare ad un concorso pubblico ma che può invece candidarsi per andare a gestire la cosa pubblica, al pari di chi una condanna non l’ha avuta.  
In Germania, Svezia, Inghilterra, Stati Uniti ministri e presidenti si dimettono per questioni che confrontate ai reati odiosi di cui si macchiano i nostri politici anche prima delle “discese in campo” che spesso è l’extrema ratio per non finire in galera [per informazioni citofonare silvio]  sono veniali marachelle  e qui ci dobbiamo porre il problema di fare addirittura  una legge ridicola, offensiva per le persone oneste, che non c’è da nessun’altra parte del mondo civile e che non impedisce affatto  la candidatura  ma si limita ad attenuare l’entità del reato commesso – pregiudicati sì ma solo un po’ – sia o meno necessaria e  opportuna.
Se sia opportuno o meno che un condannato, uno con precedenti penali  possa o no entrare in parlamento a legiferare per chi condannato non è.
Un delirio, come al solito, tutto e solo italiano.  

Come facciamo poi a stare nelle classifiche internazionali al pari di paesi che almeno non hanno l’ardire di definirsi repubblica democratica? negli altri paesi – quelli normali – nemmeno si pone il problema del “se”, è subito NO, senza bisogno di una legge.

E’ vero che ci sono condanne e condanne, ma l’Italia non è nelle condizioni di poter decidere se una condanna è meno peggio di un’altra. Non ce lo possiamo permettere ‘sto lusso, dopo quello che è stato concesso fino ad ora. E finché non ci metteranno in condizione di scegliere chi mandare a rappresentarci in parlamento ci vogliono le porte sbarrate per i lusi, i fiorito, per chi ruba, per chi corrompe, per chi ha vicinanze strette con le mafie, altro che accuse di  “forcaiolismo”.
Nei paesi normali, civili e seri una legge così non c’è, nell’Italia asilo Mariuccia sì.

Bisogna specificare – PER LEGGE – non che per fare politica si debba essere onesti e basta, incensurati e basta, avere la fedina penale pulita e basta ma che per fare politica la  modica quantità di delinquenza non è un legittimo impedimento.
Essere incensurati è una nota di demerito per fare politica in Italia, diventa istituzionalmente  qualcosa di eticamente scorretto.

Non spetta di omettere 
Marco Travaglio, 7 dicembre

Da quando la Consulta ha stabilito che “non spetta alla Procura di Palermo di valutare” le intercettazioni Mancino-Napolitano né “di omettere di chiederne l’immediata distruzione”, nelle Procure e nelle polizie giudiziarie di tutt’Italia regna il terrore: oddio, e se intercettiamo un rapinatore, pedofilo, narcotrafficante, assassino che chiama il Presidente, che si fa? Breve prontuario delle cose da non omettere di fare, o da omettere di non fare. 

1.Tizio chiama il Presidente per dirgli che i pm lo perseguitano e chiedergli di fermarli. Siccome c’è il rischio che il Presidente gli dia retta e si attivi per far insabbiare o avocare l’inchiesta, e che di ciò resti traccia in successive telefonate intercettate, non spetta all’intercettatore omettere di interrompere subito la registrazione e di ingoiare i nastri già registrati.

2.Tizio chiama il Presidente per confidargli di aver rapinato una banca. Siccome è una notizia e una prova di reato, c’è il rischio che un giudice la ritenga interessante per processare Tizio e condannarlo per rapina e il Presidente per omessa denuncia e favoreggiamento, rammentare l’art. 271 del Codice di procedura che impone l’immediata distruzione delle intercettazioni che svelano colloqui fra medico e paziente, confessore e penitente, avvocato e cliente in barba al segreto professionale. All’ovvia obiezione che l’art. 271 non fa alcun cenno al Presidente, non omettere di sostenere che è chiaro dal tenore della conversazione che il Presidente è un medico che sta curando Tizio, anzi un prete che sta confessando Tizio, anzi un avvocato che sta difendendo Tizio. Si potrebbe anche non omettere di sostenere che il Presidente, o anche Tizio, è il nipote di Mubarak, ma la giustificazione difetterebbe di originalità.

3.Tizio chiama il Presidente e gli rivela: “Lo sa che mia moglie l’ho ammazzata io, ma stanno processando un innocente al posto mio?”. Siccome è una prova a discarico di un imputato che sta per essere condannato ingiustamente, c’è il rischio che il giudice che processa l’innocente sia tentato di usare la telefonata per scagionare l’imputato e imputare il marito al suo posto. Dunque non spetta all’intercettatore omettere di gettare nella stufa la bobina, altrimenti il Presidente s’incazza e la Consulta pure.

4.Tizio chiama il Presidente per due chiacchiere e il Presidente gli confessa che sta preparando un colpo di Stato, invitandolo a dargli una mano. Siccome anche questa è una notizia di reato, l’attentato alla Costituzione, cioè uno dei due reati per cui il Presidente è imputabile nell’esercizio delle sue funzioni (l’altro è l’alto tradimento), c’è il rischio che il giudice sia tentato di usare il nastro per chiedere al Parlamento di metterlo in stato d’accusa. Dunque non spetta all’intercettatore valutare l’intercettazione e di omettere di chiederne l’immediata distruzione. Perchè è vero che la Costituzione prevede la messa in stato d’accusa del Presidente per alto tradimento e attentato alla Costituzione, ma basta distruggere le prove e nessun Presidente verrà mai messo in stato d’accusa per alto tradimento e attentato alla Costituzione.

5.Tizio chiama il Presidente, i due si dicono una a caso delle cose sopra citate, l’intercettatore non omette di distruggere il relativo nastro, ma resta un problema irrisolto: oltre a Tizio e al Presidente, che non riveleranno mai quello che si son detti, c’è un terzo soggetto a conoscenza della conversazione: l’intercettatore. Il quale, sebbene assicuri che non spetta a lui omettere di non dire nulla a nessuno, anzi che ha perso la memoria, anzi non ricorda nemmeno le sue generalità, potrebbe sempre omettere di non parlarne con qualcuno.

A questo punto è pronto un killer di Stato, al quale non spetta di omettere di sciogliere l’intercettatore nell’acido.