Gufi, canguri e conigli

 

Un paese in balia di una banda di ricattati e ricattatori che votano o non votano in base alle promesse che si fanno, a quello che possono guadagnare da qualcuno o togliere a qualcuno votando in un modo o in un altro.
Un governo che alla prova del voto segreto rivela tutta la sua consistenza di cartapesta.
Un presidente del senato che vista la malparata scappa. I temi etici affidati ad un emendamento della lega razzista e xenofoba.
Ma dove andiamo con questi?

Voto segreto al Senato, maggioranza sotto
Riforme, Pd: “La ricarica dei 101 traditori”

Passa un emendamento della Lega Nord sulla competenza sui temi etici delle Camere. M5S: “Ora Palazzo Madama dovrà essere elettivo”. Con il voto palese bocciata riduzione del numero dei deputati.

 

La domanda è pertinente, solo, ci vorrebbe un giornalista che gliela formulasse: Renzi chiarisca perché vuole un senato composto da persone non scelte dal popolo ma nominate dalla casta che poi non avranno nessuna facoltà di modificare il percorso delle leggi, correggerle, così come serve adesso a lui che ha detto di voler affidare proprio al senato che vuole abolire perché inutile [secondo lui]  l’ultima rilettura della porcata remix che ha concordato col delinquente condannato. 

 Perché la sensazione è che Renzi non voglia abolire il senato ma trasformarlo nella camera di sicurezza di indagati e imputati dei quali la politica non vuole, ma più che altro non può liberarsi. La riforma, cosiddetta, del senato non avrà nessuna ricaduta positiva sull’economia disastrata di questo paese, non creerà lavoro né occupazione, non farà aumentare di un euro il PIL.  In un  paese in stato comatoso  grazie a politiche criminali spacciate per il giusto rimedio alla crisi – pena la miseria, il terrore, la morte e il pianto di Gesù –  dove è stato devastato lo stato sociale, quello dei diritti, del lavoro, della casa, dell’istruzione, della sanità,  dove la pressione fiscale ha raggiunto e sfondato il muro di ogni suono rendendo impossibile ai cittadini che hanno ancora la fortuna di avere un lavoro di essere semplicemente onesti, la priorità di un governo che è lì perché avrebbe dovuto occuparsi di risolvere le emergenze,  non certo di demolire la Costituzione a immagine e somiglianza di un delinquente e di uno sbruffone miracolato,  non può e non deve essere la riorganizzazione della casta. Per le riforme che piacciono a  Napolitano, Renzi e al delinquente seriale  ci vuole un parlamento eletto dalla gente. Diversamente, nessuno dovrebbe azzardarsi a toccare la Costituzione senza l’autorizzazione del popolo che, se non ricordo male, in Italia dovrebbe essere sovrano, non schiavo o suddito. In un paese normale una maggioranza come quella di Renzi, non potrebbe decidere nemmeno il colore delle tende dei terrazzi di un condominio. Ma questo, la cosiddetta informazione si guarda bene dal raccontarlo agli italiani.

Rodotà: «Renzi aizza tutti contro le camere»

Riepilogando: un parlamento di eletti da nessuno, presenti in sede grazie ad una legge illegittima a cui la Corte, quando ha proclamato l’incostituzionalità della legge elettorale ha consentito di farsi carico unicamente della tenuta dello stato, non del suo stravolgimento, si autoproclama avente diritto alle riforme della Costituzione, l’ombrello grazie al quale questo paese poteva ripararsi proprio e soprattutto dal rischio dell’uomo al comando.

La Costituzione è nata per questo, per evitare a questo paese di poter rischiare di nuovo un regime autoritario e ancorché sanguinario qual è stato quello fascista.
E il garante della Costituzione che fa? Invece di riparare la Scrittura si mette dalla parte di chi la vuole demolire che a sua volta, per la buona riuscita dell’impresa, ha chiesto la collaborazione di un plurindagato e un pregiudicato.

Il tutto facendosi scudo col mantra ripetuto compulsivamente da Matteo Renzi e la sua corte al seguito che questo è ciò che gli hanno chiesto gli italiani, cosa assolutamente non vera.
Perché gli italiani non hanno votato nessuno a cui affidare la loro sorte.
Renzi non è lì per una scelta popolare ma per una manovra di palazzo che ha fatto diventare vincitore di checazzoneso uno che aveva vinto solo le primarie del suo partito e fatto diventare maggioranza di governo il partito che solo in seguito ha vinto delle elezioni, ma europee, non nazionali.

Il governo di Renzi – caravanserraglio di larghe intese con dentro loschi figuri come un ministro dell’interno che ha consentito e organizzato due sequestri di persona ma nessuno gli chiede di lasciare il suo posto – non ha nessuna autorità conferitagli dal popolo che gli consenta di mettere le mani sulla Costituzione, unica garanzia rimasta per i cittadini che può evitare a questo paese il tracollo definitivo.

Tutto il potere che il governo di Renzi si vanta di avere non l’ha avuto tramite elezioni regolari ma per volere di Napolitano che sarà nominato Re quando eventualmente tornerà la monarchia, per il momento la repubblica italiana è ancora in mano ai cittadini, non ad un club privé di scambisti di poltrone.

Smacchiare il canguro
Marco Travaglio

Il guaio, per Renzi e l’allegra compagnia di ventura che sta cercando di scassare il Parlamento per scassinare la Costituzione, è che sopravvivono in Italia alcuni putribondi figuri che la Costituzione l’hanno letta, e persino capita. Giuristi, intellettuali disorganici, artisti, semplici cittadini che stanno contribuendo al successo dell’appello del Fatto, giunto a 200mila firme in due settimane. L’altroieri ha aderito Gherardo Colombo, ex pm, ora presidente della Garzanti e membro indipendente del Cda Rai, impegnato da anni in un giro delle scuole e dei teatri per spiegare la Costituzione. Nell’intervista a Silvia Truzzi, Colombo si è permesso – con il suo ragionare pacato, rispettoso e argomentato – di appellarsi al presidente della Repubblica, che ha giurato non una, ma due volte sulla Costituzione: quella del 1948, non un’altra. E ha osato ricordare il percorso ideologico di Giorgio Napolitano, che fino ai 20 anni fu fascista, poi comunista dal novembre ‘45 (quando fu proprio sicuro che Mussolini fosse morto), stalinista e filosovietico nel ‘56 con l’imbarazzante elogio dei carri armati dell’Armata rossa che schiacciavano nel sangue la rivolta d’Ugheria, ma anche nel 1964 quando esaltò l’espulsione e l’esilio di Solgenitsin e nel 1969 quando partecipò all’espulsione dei compagni del Manifesto che osavano criticare Mosca per la repressione della Primavera di Praga, e infine divenne filocraxiano nei primi anni 80, attaccando frontalmente Berlinguer, reo di insistere troppo sulla “questione morale”. Colombo ricorda le radici del “centralismo democratico” e del “primato della politica” (cioè del partito e poi dei partiti), per spiegare l’appoggio del Colle al disegno antidemocratico Senato & Italicum e alle tagliole & canguri antidemocratici imposti da Grasso al Senato. E le reazioni da destra, centro e sinistra è un piccolo trattato su com’è ridotta la democrazia in Italia: la miglior conferma alle tesi di Colombo. Sul Corriere, il corazziere Paolo Franchi freme di sdegno perché Colombo “da magistrato ai tempi di Mani Pulite proponeva a se stesso e ai suoi col- leghi di ‘rovesciare l’Italia come un calzino’. I risultati sono sotto gli occhi di tutti”.
Forse confonde Colombo con Davigo, che peraltro non propose mai di “rovesciare l’Italia come un calzino”: fu accusato di volerlo fare da Giuliano Ferrara. Il fatto poi che la corruzione sia sopravvissuta all’inchiesta su Tangentopoli non è certo colpa del pool di Milano (“i risultati sotto gli occhi di tutti”): a meno che Franchi non ritenga che la sopravvivenza della mafia sia colpa del pool di Falcone e Borsellino. Non contento, Franchi si avventura poi nella difesa del passato più indifendibile di Napolitano, dando a Colombo del “cocomeraio” che fa “un’immangiabile marmellata di marcia su Roma, Stalin, Ungheria” e accusando Silvia Truzzi di non avergli domandato che c’entri tutto ciò con la riforma costituzionale. Se sapesse leggere, il corazziere scoprirebbe che la nostra giornalista quella domanda l’ha fatta, e Colombo ha risposto. Se poi a Franchi la risposta non garba, affari suoi. Ma non si comprende cosa voglia, anzi lo si comprende benissimo: vorrebbe che ci allineassimo al giornalismo italiota, che censura i fatti per non disturbare il manovratore. Come Massimo Bordin del Foglio, che dipinge Colombo come un rampollo dell’“élite milanese che negli anni 60-70 trovava posto dietro i ritratti di Stalin portati in processione da Capanna”: forse lo confonde col suo direttore Ferrara, lui sì ex comunista togliattiano. Il meglio però lo dà il fu Giornale, che registra una ridicola nota del Quirinale: “La storia del presidente parla da sola” (appunto). E riprende le tragicomiche difese d’ufficio dei pidini, letteralmente sgomenti dalla comparsa di un uomo libero. Miguel Gotor invita Colombo a “rileggersi la biografia di Napolitano” (riappunto). E tale Stella Bianchi trova “impossibile che quelle frasi inaccettabili vengano da un uomo delle istituzioni”. Giusto: un uomo delle istituzioni dovrebbe usare la propria libertà di parola solo per incensare chi comanda. Resta da capire la differenza fra le istituzioni e Cosa Nostra.

Una rotonda sul male

Sottotitolo: “queste leggi, questa gente che voleva la purezza della razza erano cristiani, sono leggi sancite dai battezzati. Vi chiedo perdono per questo”. [papa Francesco]

Rotonda Almirante a Latina: la rivolta di Pd,Pennacchi e partigiani – Il Corriere della Sera

Napolitano e Bertinotti omaggiano Giorgio Almirante: vergogna!  da www.ecn.org/antifa/

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il 26 giugno scorso, ha inviato un messaggio al Convegno organizzato alla Camera in occasione del centenario della nascita di Giorgio Almirante, in cui ha affermato che Almirante «ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti antiparlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane […] a dimostrazione di un SUPERIORE SENSO dello STATO che ancora oggi rappresenta un esempio».
Dal canto suo, nell’occasione, l’ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti, ha pensato bene recarsi in visita dalla vedova, già periodicamente frequentata, al pari di Valeria Marini e del principe Sforza Ruspoli, nel suo andirivieni tra i salotti romani.

 

Sappiamo benissimo tutti che il dovere di un papa è quello di cercare consenso promuovendo il bene con tante belle parole a cui non seguono mai  le azioni,  ma siamo così in debito d’ossigeno di parole sane che  non si può fare a meno di evidenziare che il papa almeno ci prova a sollevare certe questioni di cui la politica non si occupa e non si preoccupa più, e anche quando sembrava che lo facesse i risultati sono stati insufficienti, per usare un eufemismo. Ad esempio di mafia e di lotta alla mafia in questi ultimi mesi ne ha parlato più il papa che Renzi, e al papa tocca anche mettere bocca su faccende passate che sono più che mai attuali come, sempre ad esempio, porre l’accento sul fascismo che di cose buone non ne ha fatte nemmeno una, nonostante quello che voleva farci credere il pregiudicato impostore che ha riempito il parlamento,  oltre a quella semplicemente delinquente come e peggio di lui composta da mafiosi, corruttori, corrotti, indagati, inquisiti e imputati, anche di feccia fascista che un paese antifascista per Costituzione avrebbe dovuto relegare da tempo nell’armadio delle vergogne. Invece qui si restituisce e si rinnova una dignità anche ai fascisti sostenitori dell’unico regime sanguinario che l’Italia ha subito, così, giusto per anticipare la solita corbelleria secondo cui “fascisti e comunisti pari sono”. Col cazzo, parlando senza pardon.

E quindi accade che mentre il papa chiede perdono per le leggi razziali a Latina si intitola una rotonda stradale a Giorgio Almirante, che di quelle leggi si fece promotore firmando il manifesto della razza e anche editore per mezzo di un giornale, “La difesa della razza” – di cui era segretario di redazione – che esaltava l’esclusione, la discriminazione e la superiorità della razza ariana.
Secondo l’assessore De Monaco, attualmente vicepresidente di giunta di Latina, Almirante merita di essere ricordato anche così in quanto “è stato un grande uomo politico, anticipatore di un linguaggio ancora attuale, legatissimo a questa nostra terra”.
Più o meno le stesse parole fatte pervenire in una lettera alla Camera da Napolitano, presidente di una repubblica antifascista per Costituzione, fondata sulla Resistenza al tiranno nazifascista, solo poche settimane fa durante la commemorazione del centenario della nascita del leader fascista. E sarebbe cosa gradita se qualcuno spiegasse perché Almirante venga ricordato con tanta enfasi istituzionale nel paese antifascista che dovrebbe essere l’Italia.
Napolitano che ha riconosciuto ad Almirante “l’espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello stato che ancora oggi rappresenta un esempio”.
Almirante, un fascista mai pentito, collaboratore stretto di mussolini in tempo di guerra, traditore dell’Italia in quanto aderente alla costituzione della fasciorepubblica di Salò dove ricopriva il ruolo di capomanipolo, responsabile ed esecutore materiale di uccisioni, torture, deportazioni nei campi di sterminio.
Dunque se un nemico di questo paese e delle sue fondamenta democratiche viene ancora commemorato nei palazzi delle istituzioni, rimpianto dal presidente dell’ordine dei giornalisti Iacopino che lo considera “amico, fratello e nel mio caso anche un po’ papà“, apprezzato con parole di stima dal presidente della repubblica, gli vengono intestate piazze e vie nel silenzio assoluto della politica che dovrebbe avere in sé quei valori della Costituzione antifascista, scritta col sangue dei morti uccisi anche per volontà di Almirante è facile comprendere il perché questo è un paese ridotto così male e destinato a diventare sempre peggio.

Il condannato significativo, e definitivo

 

Mentre scrivevo questo post è  arrivata la richiesta di arresto per Luigi Cesaro, ex presidente della provincia di Napoli che segue di poche ore l’arresto di Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto votato ieri dal parlamento ed eseguito in serata.  Entrambi sono di casa nel partito di quello che ieri Napolitano ha definito l’interlocutore significativo, ovvero il pregiudicato delinquente col quale Renzi vuole scassinare la Costituzione con la benedizione, anzi, il sollecito, di Napolitano.

Il parlamento italiano si riunisce per decidere l’arresto di qualcuno con una frequenza impressionante.
Un qualcuno che, nel peggiore dei casi, tutto quello che gli può capitare è restare in una cella il tempo necessario [ore] ai suoi avvocati per inoltrare la fatidica richiesta di concessione dei domiciliari che verrà puntualmente accolta.
In questo paese i cittadini sono costretti ad assistere alle assemblee di persone pagate per fare altro, per occuparsi dei problemi della gente e non dei loro, che devono decidere se è il caso o meno che un cittadino, eletto e dunque soggetto al rispetto di quella Costituzione che pretende che il cittadino a cui vengono affidate funzioni pubbliche adempia ad esse con disciplina ed onore, debba o meno continuare a far parte degli eletti, restare una persona libera oppure no anche quando tradisce il suo mandato e la legge.  Personalmente non mi fido di gente che, secondo coscienza, la sua, ha votato per ben due volte no all’arresto di cosentino nonostante la sua liaison con la camorra fosse un fatto ormai acclarato.
Mi piacerebbe vivere in un paese dove al politico non fosse riconosciuto lo status di privilegiato anche quando commette dei reati.
Abbiamo un articolo della Costituzione che ORDINA al funzionario di stato, quale che sia il suo ruolo e livello, di adempiere alla sua funzione con disciplina e onore. Se i politici presenti nei vari parlamenti da svariati decenni ad ora avessero dovuto essere giudicati in base al semplicissimo dogma che chi si deve occupare delle cose degli altri deve essere meglio degli altri, il parlamento sarebbe rimasto deserto.
Nessuno ha mai avuto i titoli corrispondenti a ciò che chiede la Costituzione. Non solo per disonestà ma anche per aver approfittato della carica politica per favorire parenti, amici e conoscenti. Ed ecco che anche in questo caso vengono a mancare sia la disciplina che l’onore, quel disinteresse onesto col quale approcciarsi alla politica.
Il politico che viene indagato o accusato deve tornare ad essere un cittadino come gli altri, farsi da parte e risolvere le sue beghe, in caso di innocenza, tornerà, ma basta con questa sceneggiata della seduta parlamentare per decidere l’arresto che ormai ha una cadenza fissa e anche piuttosto frequente.

 

Non date retta a Napolitano, gli spettri ci sono eccome, e ce ne sono tanti.
Firmate e fate firmare l’appello del fatto Quotidiano, non servirà ma almeno ci togliamo la soddisfazione di far sapere al presidente della repubblica che è anche un bugiardo, perché i governi di “emergenza” e di larghe intese, non eletti da nessuno non si occupano di riforme costituzionali.

Le riforme costituzionali le fanno i parlamenti scelti dai cittadini con elezioni regolari e NAZIONALI per mezzo delle quali si ottiene una maggioranza vera, non un minicaravanserraglio di incapaci e bugiardi anche loro come quello di Renzi che in forza dei dieci milioni di persone che lo hanno votato alle europee pensa di poter stravolgere le regole di un paese.

Napolitano ha imposto agli italiani Monti, nominato senatore a vita in fretta e furia senza le prerogative che prevede la Costituzione, proprio come fu nominato Napolitano a sua volta da Ciampi, ufficialmente per tirare fuori l’Italia dal disastro economico col risultato che Monti e i suoi ministri sobri, eleganti, quelli davanti ai quali la stessa informazione che oggi incensa Renzi e ieri lo faceva con Letta jr si è prodotta in orgasmi multipli e ripetuti sono riusciti solo a distruggere quel poco di stato sociale su cui potevamo ancora fare affidamento nonostante berlusconi.

Dopodiché Napolitano ha imposto le larghe intese e il governo di Letta ufficialmente per garantire una governabilità ma soprattutto perché il parlamento lavorasse ad una legge elettorale per permettere ai cittadini di potersi scegliere un parlamento e un governo ai quali delegare ANCHE, eventualmente, le riforme costituzionali.

Naturalmente, come ben sappiamo anche il governo di Letta non ha prodotto nulla di utile ma tutti, comprese le meteore sconosciute nominate ministri e sottosegretari sono state pagate e strapagate e lo saranno ancora e a vita come se avessero lavorato davvero per il bene del paese.

Ora abbiamo Renzi che ha praticamente tolto la poltrona sotto al culo di Letta pensando di averne i titoli solo perché aveva vinto le primarie del suo partito che, vale la pena di ricordare, non hanno nessuna valenza istituzionale: a nessun amministratore di condominio eletto anche col plebiscito dai residenti nel palazzo si affiderebbe la gestione di un paese.

E il governo di Renzi si sta forse impegnando a quella legge elettorale necessaria per far tornare i cittadini a votare? Ovviamente no, se ha rimesso in mano la discussione e la relazione della nuova legge anche all’autore di quella giudicata incostituzionale dalla Consulta, una contraddizione talmente enorme che ha costretto anche calderoli a riconoscerla.

Nel frattempo però Renzi si sta dando molto fare per quelle cose che lui ritiene siano necessarie a far ripartire il paese: forse lavorare per il lavoro? Ri_ovviamente no, le cose necessarie per ridare fiducia agli italiani, quelle impellenti e non più rimandabili sono l’abolizione del senato, restituire quell’immunità parlamentare a cui gli italiani avevano già detto no con un referendum, e immancabilmente quella riforma della giustizia invocata da Napolitano al quale non va giù che l’Interlocutore Significativo, quello necessario alle riforme e ben accolto nei palazzi sia diventato nel frattempo un pregiudicato, condannato in via definitiva.
Napolitano sta imponendo agli italiani delle riforme da fare con un delinquente da galera senza che nessuno provi un po’ di vergogna, i cosiddetti democratici, quelli che al delinquente si sarebbero dovuti opporre ma non l’hanno mai fatto e naturalmente la stampa a 90 che continua a descrivere l’operato di Renzi e l’appoggio incondizionato del presidente della repubblica, che invece si comporta e agisce come un capo di partito, come la miglior cosa che ci potesse capitare.  Se ancora non fosse chiara la questione, ha detto Napolitano, presidente della repubblica e capo supremo della Magistratura nonché garante della Costituzione, che Renzi può riformare la Costituzione e la  giustizia con un condannato alla galera.

 

Pertini all’età di Napolitano ha smesso il mandato e si è ritirato a vita privata.    Se la figura del presidente della repubblica restasse simbolica come dovrebbe essere secondo Costituzione andrebbe bene anche l’età avanzata, specialmente se è il giusto coronamento ad una carriera politica meritevole, mentre Napolitano non è affatto simbolico, lui ordina, interviene, suggerisce e ottiene. Per il bene del paese, s’intende. Di Napolitano inoltre non si ricorda nulla di significativo: cos’ha fatto di bello Napolitano? Per quali motivi importanti i ragazzini di domani dovranno leggerlo sui libri di Storia? Sono queste le domande,  a cui però è difficile dare una risposta.

L’età quindi diventa un problema quando come nel caso di Napolitano, unico nella storia di questa repubblica, non solo perché rieletto una seconda volta, evidentemente alla politica serviva proprio lui, non rappresenta un simbolo ma si pone oltre quelle prerogative previste dalla Costituzione che lui dovrebbe garantire, non contribuire al suo smantellamento.
Napolitano decide, interviene, comanda con la SUA visione delle cose, che è quella di una persona di novant’anni.
Nulla da obiettare sull’anziano che fa altri mestieri: Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Andrea Camilleri, Dario Fo, persone rispettabilissime che hanno fatto il loro con onore. E’ proprio la figura del capo dello stato che mal si attaglia ad una persona di quella età che essendo vecchia impedisce un progresso moderno.

Il problema è che a 89 anni non te ne frega un cazzo di spenderti per un paese migliore, specialmente se i tuoi figli, e i figli dei loro figli hanno e avranno un futuro assicurato, niente da temere. 

A quell’età non interessa il futuro ma si vive molto attorcigliati nel proprio passato.
Quella è l’età in cui tutti gli argomenti e le situazioni sono uguali.
Non esiste più una priorità né la paura di fare brutte figure, di rovinarsi la reputazione anche per quell’assurda teoria che l’anziano va rispettato in virtù della sua età.
Nemmeno per idea, il rispetto è qualcosa che si può eventualmente raccogliere dopo averlo dato e dimostrato.  A qualsiasi età.
E l’età avanzata, lo abbiamo imparato proprio dai politici, quasi mai coincide con la saggezza.
Non c’è più niente che sia così importante, da dover difendere quando una manciata di mesi separa dalla morte.
E’ per questo che a novant’anni una persona che ha pure la fortuna di esserci arrivata in buone condizioni di salute, non foss’altro perché da più di sessanta c’è chi lavora per lei, non dovrebbe avere nessun diritto di ricoprire un ruolo così importante nello stato.
Il tetto non ci vorrebbe solo sui compensi ma anche sull’età.
A novant’anni stai a casa tua a fare altro, quello che fanno tutti i privilegiati che ci arrivano, altroché il presidente della repubblica.

 

 

FEDE SU B. “MAFIA, SOLDI, MAFIA” (Davide Milosa) [L’interlocutore significativo]

***

Il raglio del Ventaglio – Marco Travaglio

Erano alcuni giorni che Giorgio Napolitano non interferiva nei lavori parlamentari e non s’impicciava in quel che resta della libera stampa, ma ieri alla cerimonia del Ventaglio ha recuperato su entrambi i fronti in una botta sola. Non contento della maggioranza più bulgara dai tempi della Cortina di Ferro e anzi allarmato dalla sopravvivenza a Palazzo Madama e nell’opinione pubblica di alcuni vagiti di opposizione al pensiero unico renzusconiano, ha pensato bene di dare una legnata a quei quattro gatti che osano sottolineare gli aspetti duceschi e castali della presunta “riforma del Senato”: “Non si agitino spettri di insidie e macchinazioni di autoritarismo”. Ce l’aveva con l’appello del Fatto, che ha superato le 150 mila firme, con i 5Stelle, con Sel e con la sparuta pattuglia di dissidenti nel Pd, nei vari centrini e nel centrodestra. Noi, per parte nostra, possiamo assicurargli che il suo monito irrituale e illegittimo ci fa un baffo: continueremo ad agitare gli spettri di autoritarismo di due controriforme che – secondo i migliori costituzionalisti – concentrano molti poteri e aboliscono molti controlli sulla figura mostruosa di un premier-padrone che fa il bello e il cattivo tempo e impediscono ai cittadini di scegliersi i deputati e addirittura di eleggere i senatori.

Non è vero – come afferma il presidente – che “la discussione sulle riforme è stata libera”: di quale discussione va cianciando? Tra chi e con chi? I cittadini sono totalmente esclusi dal processo riformatore, visto che non hanno mai votato per questa maggioranza e questo governo, non hanno mai eletto questo premier (se non a sindaco di Firenze) e l’ultima volta che andarono alle urne per il Parlamento (febbraio 2013) nessun partito sottopose loro l’idea di abolire le elezioni per il Senato e confermare le liste bloccate per la Camera. Anzi tutti i partiti promisero di abolire il Porcellum per restituire agli elettori il sacrosanto diritto di scegliersi i parlamentari, non per farne un altro chiamato Italicum. Napolitano sostiene che le critiche alle “riforme” “pregiudicherebbero ancora una volta l’esito della riforma della seconda parte della Costituzione” e il superamento del “bicameralismo paritario, un’anomalia tutta italiana, un’incongruenza costituzionale sempre più indifendibile e fonte di gravi distorsioni del processo legislativo, quasi idoleggiato come un perno del sistema di garanzie costituzionali”. E purtroppo anche qui mente: i senatori dissidenti, i costituzionalisti critici e anche noi del Fatto abbiamo avanzato fior di proposte per differenziare poteri e funzioni di Camera e Senato, quindi è falso che vogliamo conservare il bicameralismo paritario: vogliamo semplicemente un Senato elettivo, con ruoli diversi da quelli attuali, ma non degradato a dopolavoro part time per sindaci e consiglieri regionali nominati dalla Casta e coperti da immunità full time. Ed è una balla che il processo legislativo sia bloccato o distorto dal bicameralismo, come dimostrano le peggiori porcate approvate in meno di un mese. In ogni caso non spetta né al Colle né al governo, ma al Parlamento stabilire se e come la Costituzione vada cambiata: non s’è mai visto un governo cambiare la Carta fondamentale a tappe forzate, con la complicità del Quirinale. Non foss’altro perché il capo dello Stato e i membri del governo giurano sulla Costituzione esistente e si impegnano a difenderla, non a smantellarla. Senza contare che il governo sta in piedi solo grazie a un premio di maggioranza che non dovrebbe esistere, e invece gli consente di impedire – con i due terzi estrogenati – ai cittadini di esprimersi nel referendum confermativo. Non manca, e ti pareva, un monitino alla stampa: Sua Altezza intima ai giornalisti – che peraltro obbediscono in gran parte col pilota automatico – di astenersi “dal gioco sterile delle ipotesi sull’ulteriore svolgimento delle mie funzioni da presidente: una valutazione che appartiene solo a me stesso”. In realtà appartiene alla Costituzione, che fissa in 7 anni il mandato presidenziale, e pure ai cittadini, che hanno il sacrosanto diritto di sapere se e quando se ne va  Il finale è da manuale: sotto con la “riforma della giustizia”, ovviamente “condivisa”. Con chi? Con il pregiudicato, ça va sans dire. 

L’estate scorsa, dopo la condanna di B. per frode fiscale, il presidente annunciò che era venuto il gran momento; ora, dopo l’assoluzione di B. per il caso Ruby, ribadisce (con notevole coerenza) che è giunta l’ora. Cos’è cambiato? Roba forte: “È arrivato il riconoscimento espresso da interlocutori significativi per ‘l’equilibrio e il rigore ammirevoli’ che caratterizzano il silenzioso ruolo della grande maggioranza dei magistrati”. E chi sarà mai l’“interlocutore significativo”? Ma il pregiudicato B., naturalmente: il fatto che insulti i giudici che lo condannano ed esalti quelli che lo assolvono (anche perché al primo insulto finisce al gabbio) è un evento epocale, meraviglioso, balsamico che – svela il monarca – “conferma quello che ho sempre asserito”: anche Napolitano, come il Caimano, pensa che “la grande maggioranza dei magistrati fa il proprio lavoro silenziosamente, con equilibrio e rigore ammirevoli”. Viva i magistrati muti che assolvono i potenti aumma aumma. A dire il vero, ci sarebbe l’ultimo ritrattino dell’Interlocutore Significativo per la riforma della Costituzione e della Giustizia, tracciato dall’amico Emilio Fede: quattro parole icastiche, “Mafia soldi soldi mafia” col contorno di Dell’Utri & famiglia Mangano. Ma che sarà mai. Fortuna che Totò Riina non ha ancora chiesto udienza al Quirinale, a Palazzo Chigi e al Nazareno per proporsi come Interlocutore Significativo. A questo punto sarebbe difficile dirgli di no. E soprattutto spiegargli il perché.

 

 

Assolto [perché i patti, sono patti]

L’assoluzione di oggi non cancella la condanna definitiva per frode.
berlusconi è e resterà per la vita che gli resta un pregiudicato. brunetta che ha già rinnovato la richiesta di grazia per berlusconi di che parla?
La grazia, per essere concessa secondo Costituzione, non – eventualmente – secondo Napolitano o la santanchè e forza Italia, ha bisogno di particolari requisiti che non risultano essere presenti nella situazione giudiziaria che riguarda berlusconi.
Se gli venisse concessa anche questa sarebbe solo la conferma che in questo paese non c’è rimasto proprio niente da salvare.

 

Se l’accordo, anzi, il patto fra berlusconi e Renzi va in porto non ce n’è più per nessuno. Nemmeno  per quegli imbecilli che non hanno ancora capito in che razza di merda schifosa sprofonderà questo paese.

Caso Ruby, Berlusconi assolto  [L’Espresso]

I giudici della seconda Corte d’Appello di Milano hanno assolto B., imputato per concussione e prostituzione minorile nel processo sulla minorenne di origini marocchine, per entrambi i capi di imputazione. In primo grado l’ex premier era stato condannato a 7 anni. 

Berlusconi assolto in appello.
E’ pieno di giudici comunisti, in Italia.

Ora qualcuno ci venga a raccontare ancora la storiella delle sentenze che vanno rispettate; dovranno essere molto convincenti, però.
Ma va bene, in fin dei conti l’amore vince sempre sull’odio, l’ha detto silvio perciò è vero.
[Mandate via i figli da qui, salvateli se potete]

 

E’ stato tutto uno scherzo.
Falcone e Borsellino non furono uccisi 20 anni fa.
Non ci fu trattativa tra Stato e mafia.
Berlusconi non fece mai sesso nelle cene eleganti.
Ruby era una dolce fanciulla in fiore maggiorenne e nipote di zio Mubarak.
E’ stato uno scherzo il patto del Nazareno ed è uno scherzo che Renzi voglia chiudere il Senato.
Il mondo intero ci guarda e noi sappiamo come farlo ridere.

[Libertà e Giustizia]

 

Non c’è stata concussione né sfruttamento di minori a sfondo sessuale, da oggi in poi se un settantenne vuole portarsi a letto previo pagamento una ragazzina di diciassette lo potrà fare senza che questo costituisca reato. 
Del resto è quello che molti auspicavano, compresi berlusconi e ghedini; abbassare l’età della maggiore età affinché i satrapi pervertiti non abbiano di che rischiare e che male c’è. 
Dunque si è trattato di pura filantropia, berlusconi davvero passava cifre sostanziose alla nipotina dello zio – ufficializzata anche dalla magistratura dopo esserlo stata in parlamento –  e alle varie frequentatrici delle cene eleganti col solo scopo [ops…] di fare un’opera di bene.  In questo paese si può morire [per eccesso di stato e anche di botte] dopo essere stati arrestati per un reato stabilito da una legge incostituzionale come è accaduto a Stefano Cucchi che, senza la legge voluta da fini e giovanardi ma approvata dal parlamento tutto intero, probabilmente ma anche certamente oggi sarebbe ancora vivo e si può essere assolti semplicemente trasformando in non reati quelli che invece sono sempre stati reati anche per la Costituzione: questo però solo se ci si chiama silvio berlusconi.

I colpi di stato oggi non si fanno più a mano armata, si mascherano dietro ad azioni perfettamente legittime e legittimate da un documento ufficiale, così come può essere la sentenza di oggi che assolve berlusconi da quelli che fino a stamattina erano reati e adesso sono invece discutibili per modalità.
Ovvero: non è concussione abusare del proprio potere per ottenere qualcosa, o per meglio dire lo sarebbe se il concussore in questione non si chiamasse silvio berlusconi e non è sfruttamento della prostituzione minorile se a pagare ragazzine per avere in cambio favori sessuali è silvio berlusconi. 
Dunque, come si può ben capire non servono i carri armati nelle piazze per sovvertire le regole che lo stato stesso si è dato. 
Perché in questo paese è sempre andata così: lo stato, per mezzo dei suoi governi, prima fa le leggi e poi le applica a discrezione. 
Se al posto di berlusconi ci fosse stato un signor Nessuno qualunque le cose sarebbero andate molto diversamente: questa non è un’ipotesi ma una certezza.
La questione comunque va oltre la sentenza, qualsiasi sentenza: i giudici devono accertare semplicemente la rilevanza penale di un fatto, ma in un qualunque paese normale silvio berlusconi sarebbe fuori dalla politica soltanto per la sua condotta pubblica e privata. 
E ad oggi nessuno vorrebbe avere a che fare con lui: eccetto Renzi.

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Sottotitolo: visto che bravo il papa?
Basta aspettare, trecento, quattrocento anni e poi le scuse della chiesa arrivano.
Prima o poi chiederà scusa anche per aver lobotomizzato i tre quarti del pianeta con la balla del “regno dei cieli”. Peccato non poter assistere all’evento storico.

‘Abusi sessuali pesano sulla Chiesa’
Il Papa si scusa per i preti pedofili

Il problema è che adesso TUTTI enfatizzeranno le scuse del papa [a cui si poteva aggiungere la cacciata dell’indegno parroco calabrese, se proprio si voleva dare un segno di credibilità] e NESSUNO metterà invece l’accento su Padoan che ha riconfermato per il vaticano gli sconti comitiva sulle tasse.Mentre le famiglie continuano ad essere strangolate dallo stato, alla chiesa si continuano a concedere i bonus, ma siccome il papa è taaanto buono, basterà che si affacci un’altra volta dalla finestra per dire che la pace è “beela”, la povertà brutta e la guerra ‘nze pò guardà e tutti saranno felici, contenti e coglionati. Come al solito. Chiedere scusa è la cosa più facile da fare. Forse perché è anche una delle più inutili.
Funzionano forse per la forma, ma non per la sostanza, che resta invariata come era prima che arrivassero.

“Scusa” va bene quando qualcuno mi pesta un piede, perché se mi tamponano la macchina già non basta più chiedere scusa: ci vuole una denuncia.
Ovvero, un fatto, un documento che attesti una colpa e che chieda ufficialmente di assumersi la responsabilità del danno.
Le scuse applicate alle grandi colpe poi hanno anche un vago retrogusto di presa in giro.
C’è un sacco di gente che pensa di poter risolvere tutto semplicemente chiedendo scusa.
Ma chi ha avuto la vita rovinata, danneggiata per sempre non ci fa niente con le scuse.
Ci sarebbero i dovuti modi e le giuste maniere per restituire almeno una parte di giustizia a quelle vite, ma tra il dire e il fare non c’è di mezzo solo il mare.

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E’ stato molto più contrastato berlusconi che in una cosa ha ragione e bisogna riconoscergliela:  lui è stato l’ultimo presidente del consiglio scelto per mezzo del voto, poi va bene ci sarebbe ancora da parlare  all’infinito di come, grazie al suo gigantesco conflitto di interessi, sia stato molto facile ottenere ma soprattutto mantenere il suo consenso anche in virtù di quegli italiani così facilmente seducibili.

 Renzi invece non fa così paura, ha la faccia rassicurante del vicino di casa, dell’amico di famiglia, del quarto alla partita di briscola e dunque ha trovato immense praterie su cui poter scorrazzare come gli pare, un posto dove non esistono obblighi né confini. Tutto è concesso e dovuto al globetrotter toscano, e per quello che ancora non ha si sta organizzando per benino. Ma in una democrazia non funziona così, una repubblica democratica non è il frigo bar che tutti possono aprire e prendersi quello che vogliono. Ci sono delle regole che TUTTI sono obbligati a rispettare, in primis quel giuramento che i ministri fanno al momento di accettare il loro incarico che è quello di servire lo stato e i cittadini, non di servirsene per gli affaracci loro: i soliti, legati al mantenimento del potere e dello status quo. E il presidente della repubblica invece di fare il ventriloquo, il suggeritore, dovrebbe ricordarsi che il suo ruolo principale è, sarebbe, quello di farsi garante delle regole democratiche che non prevedono colpetti di stato a ciclo continuo mascherati da legittime azioni democratiche. Colpetti di stato mascherati che sono iniziati una ventina d’anni fa quando all’indegno abusivo, all’impostore elevato poi a delinquente a tutti gli effetti è stato concesso quello che la legge non permetteva ma che a lui, essendo nato più uguale degli altri ma anche molto peggio dei tutti è stato invece concesso. Colpetti di stato che si sono ripetuti con una certa frequenza anche in questi ultimi anni, dal governo di Monti, nominato in fretta e furia senatore da Napolitano,  in barba all’articolo 59 della Costituzione che pretende che i senatori a vita abbiano delle caratteristiche precise che Monti non aveva ancora fatto in tempo a maturare.  Ma Monti  serviva, altrimenti il terrore, la miseria e la morte per tutti, altroché il pelo. Colpetti di stato – ma democratici, s’intende – che si sono ripetuti con la nomina del bel governo delle larghe intese – napolitane –  perché o si faceva così oppure il paese sarebbe andato a finire nel baratro dell’ingovernabilità [ah ah].  Nel mentre, quella legge che ha riempito in questi anni il parlamento, la cosiddetta legge porcellum così definita da colui che l’ha fatta e che di porcate se ne intende, veniva giudicata incostituzionale.  Colpetti di stato a getto continuo che ci hanno portato ai giorni nostri dove a palazzo Chigi siede un signore i cui unici meriti sono stati aver governato una città da sindaco ed aver vinto le primarie del suo partito che però, tutti sanno, o almeno dovrebbero sapere,  non hanno nessuna valenza istituzionale, non riconoscono nessuna autorità a livello nazionale. Altrimenti sarebbe come se un amministratore di condominio potesse andare, in forza di chi l’ha votato, a fare il presidente della repubblica di un paese intero: parrà strano ma il paragone è pertinente. E comunque un suffragio elevato, il fatto che un politico possa ottenere un alto consenso di popolo non lo autorizza ad usarlo quale arma per fare quello che gli pare. Anche se Renzi fosse stato votato in regolari elezioni POLITICHE ottenendo la maggioranza bulgara, e non, invece, salito a palazzo per le solite manovre di palazzo, sarebbe sempre tenuto a rispettare i codici di quella democrazia che ha consentito anche a lui e ad un avanzo di galera di poter mettere piede in parlamento. Mentre, e invece, lui vuole chiudersi nel fortino e far saltare in aria la strada che ce lo ha portato. No, non si può fare. Un paese normale non può ridursi all’ultima spiaggia che si paventa e si minaccia da almeno tre anni per bocca del presidente della repubblica, non dello scemo del villaggio. Un paese, le cui istituzioni non hanno saputo rinnovarsi nemmeno sul piano della decenza ma il cui unico interesse è stato tramandarsela, quell’indecenza, basterebbe andarsi a guardare chi sono uno per uno questi cosiddetti “riformatori”, andrebbe abbattuto come un ecomostro.

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Ognuno si sceglie i suoi. Libertà e Giustizia non riconoscerà mai a Berlusconi Silvio (condannato in via definitiva per frode fiscale), Verdini Denis (indagato per false fatture, mendacio bancario, appalti G8 L’Aquila, associazione a delinquere e abuso d’ufficio), Letta Gianni (indagato dal 2008 per reati di abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata, inchiesta poi archiviata nel 2011) il diritto di mettere le loro mani sulla Costituzione nata dalla Resistenza.
Saremo pochi? Saremo gufi? Saremo professoroni e parrucconi? Sempre meglio che complici di questa congrega. [Libertà e Giustizia]

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Quando mussolini andò al potere da dittatore fascista soltanto dodici professori universitari su milleduecentocinquanta [in tutta Italia] rifiutarono di aderire al regime, non giurarono fedeltà al duce perdendo così la loro cattedra.

Forse è la paura di perdere la cattedra che fa tacere molti dei “professori” attuali, quelli che quando era berlusconi a proporre riforme pericolose per la democrazia [ma vantaggiosissime per lui che non si è mai riconosciuto nella democrazia e nella Costituzione però vuole riformare sia l’una che l’altra e qualcuno glielo sta permettendo] lo scrivevano su tutti i muri delle scuole del regno, mentre oggi preferiscono tacere e non disturbare il Grande Progetto di Napolitano e Renzi, con la supervisione del condannato alla galera berlusconi di riportare un po’ di regime in Italia.

Ovvio che parlare di regime senza le squadracce per strada che minacciano risulta esagerato, tutti siamo ancora liberi di poter gestire il nostro tempo, le nostre attività, nessuna “libertà” viene minacciata in solido, ma le dinamiche che poi portano un paese ad essere sottomesso ad una democrazia “autoritaria” sono le stesse con le quali è stato possibile instaurare il regime di mussolini.

In epoche moderne non servono i carri armati nelle piazze per far capire alla gente che qualcosa è cambiato; i cambiamenti si fanno assimilare per mezzo di altri strumenti, più pericolosi in quanto subdoli, che a occhio nudo non si vedono.

Quando non si ascoltano più le voci contrarie, quando la maggior parte della stampa e dell’informazione fa passare per buono, per ottimo tutto quello che si decide nelle segrete stanze, per tacere di quanto ci abbiano terrorizzati tutti quanti sull”ipotesi che l’uomo solo poteva essere Grillo. Evidentemente solo la solitudine di Grillo è fascista, quella di Renzi no, lui è felicemente accompagnato e si vede.

Quando per mesi si continua a ripetere che l’opzione berlusconi era necessaria perché berlusconi è il capo di un partito che porta i voti, mentre in nessuna parte del mondo civile la politica seria prende in considerazione le opinioni [e figuriamoci se gli dà modo e maniera di influire sulle leggi dello stato] di un uomo finito dal punto di vista dei diritti civili, finito per sua scelta, non perché qualcuno gli abbia negato, tolto quei diritti con la violenza. 
Per fare un piccolo esempio pratico, Bossetti, l’uomo accusato di aver ucciso Yara può ancora esercitare il diritto di voto, berlusconi no: però qualcuno, Matteo Renzi col placet di Napolitano ha messo in mano la Costituzione da riformare anche a lui.

Quando un presidente della repubblica da anni [anni!] continua a ripetere la solita filastrocca che “o così o il diluvio”, ritornello applicato prima a Monti, poi a Letta e adesso a Renzi non c’è da stare tranquilli, anche se in molti, naturalmente quelli che stanno collaborando alla “stretta” sulla democrazia applicata alle regole, si affannano a ripeterci tutti i giorni che non c’è nulla da temere.  Come dice  – e dice bene – Antonio Padellaro, “ci stanno fregando”, e se non ce ne accorgiamo nemmeno stavolta significa che questo paese una libertà vera non la merita.

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DIALOGO TRA UN GUFO E IL 40,8% (Antonio Padellaro)

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LA DEMOCRAZIA AUTORITARIA (Marco Travaglio)

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O no? – Alessandro Gilioli – Piovono rane

Immaginate il governo dei vostri sogni. Quello che secondo voi sarebbe perfetto. Ok?

Immaginate quindi che il capo di questo governo abbia un indice di gradimento popolare altissimo, l’endorsement unisono di tutti i media, l’appoggio entusiasta dei poteri economici e finanziari, un’opposizione in buona parte farlocca e nessuna possibile alternativa di governo alle viste.

Sicché il capo di governo in questione può permettersi di fare il cacchio che vuole senza rispondere a nessuno, perché il Paese si è trasformato in un gregge di belanti yesmen.

Ecco: a fronte di uno scenario del genere – e fermo restando che quello è il governo dei vostri sogni – sareste capaci di vedere che la situazione è patologica, drammaticamente patologica, perché una democrazia sana ha invece bisogno di dialettica, di conflitto, di contrappesi, di un’alternativa sempre possibile?

O no?

(sia chiaro: il riferimento non è solo ai renziani – e quindi la domanda non è posta solo a loro. Vale invece per ciascuno di noi, quale che sia il suo governo ideale; perché oggi Renzi, domani un altro: è più o meno lo stesso, in termini di cultura democratica).

Moniti e distintivo – Marco Travaglio

L’ha fatto ancora. Dopo qualche settimana di astinenza, Napolitano ha monitato di nuovo. E, siccome gli scappava da un bel po’, ha espettorato ben tre moniti in un giorno. Credendosi il re d’Italia, è andato a Redipuglia. E di lì, a 100 anni dalla grande guerra, ha tuonato contro “le guerre e i nazionalismi” (brutti) e a favore dell’“integrazione europea” (bella). Concetti forti, soprattutto nuovi. Poi s’è spostato a Monfalcone e, sempre in marcia verso la scoperta dell’acqua calda, ha rimonitato per strada: “Se non trovano lavoro i giovani, l’Italia è finita”. Perbacco, che originalità. Verrebbe da domandargli dove sia stato lui negli ultimi decenni, essendo entrato in Parlamento appena nel 1953, mentre i governi italiani facevano di tutto per desertificare i posti di lavoro.

O se il Napolitano che firmò ed esaltò la controriforma Fornero che manda gli italiani in pensione a 70 anni, tagliando fuori i giovani dal mercato del lavoro, fosse un suo omonimo. Del resto, c’è un Napolitano che tuona contro le guerre e uno che difende a spada tratta l’acquisto degli F-35 (che notoriamente sganciano mazzi di rose), anche dai cattivoni del Pentagono che osano lasciarli a terra per precauzione. Un Napolitano che “quando il Parlamento delibera, il Presidente tace”. E un Napolitano che ieri – terzo monito – s’impiccia nei tempi (dunque nei modi) della controriforma del Senato . Ma questo è ormai la politica italiana: una supercazzola 24 ore su 24 senz’alcun rapporto con la realtà, con la coerenza, con la decenza. Con B. credevamo di avere raggiunto il record mondiale della balla, ma non avevamo ancora visto all’opera Napo & Renzi: al confronto il Cainano è un dilettante. Tre anni fa giunse la famigerata lettera della Bce che commissariava definitivamente l’Italia, imponendoci inutili sacrifici per decine di miliardi, oltre all’anticipo del pareggio di bilancio dal 2014 al 2013. Fu allora che un certo Matteo Renzi, ancora soltanto sindaco di Firenze, il 26 ottobre 2011 dichiarò all’Ansa: “Mi ritrovo nella lettera della Bce. E non condivido l’atteggiamento prevalente del Pd che invoca l’Europa quando conviene e ne prende le distanze se propone riforme scomode. Rabbrividisco a sentire certe posizioni contro la lettera della Bce lanciate da chi non prenderebbe voti nemmeno nel suo condominio”. Chissà se è lo stesso Renzi che ora, divenuto segretario del Pd e presidente del Consiglio, fa il figo contro “l’Europa dei tecnocrati e dei banchieri”, contro il rigore in nome della flessibilità e della crescita.

   C’è il Renzi che fa lo splendido con le 12 linee-guida sulla Giustizia e bacchetta il Csm: “Chi nomina non giudica e chi giudica non nomina”. E c’è il Renzi che si tiene come sottosegretario alla Giustizia il magistrato Cosimo Ferri che fa propaganda elettorale via sms per mandare i suoi amichetti nel nuovo Csm (chi governa elegge e chi elegge governa). C’è il Renzi che trasforma il Senato in dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali perché quello attuale fa perder tempo (falso: approva le leggi in una media di 2 mesi). E c’è il Renzi che, come i predecessori, si scorda i regolamenti attuativi delle sue (pochissime) riforme, che languono nei ministeri come lettera morta. C’è il Renzi che dai 5Stelle pretende lo streaming e le risposte scritte in carta bollata, però B. & Verdini li vede di nascosto e a carte coperte, infatti il Patto del Nazareno rimane segreto di Stato. Viene in mente quel che disse Fabrizio Barca a un imitatore di Vendola che il 17 febbraio lo chiamò dalla Zanzara: “Non c’è un’idea, c’è un livello di avventurismo! Siamo agli slogan: questo mi rattrista, sto male, sono preoccupatissimo, vedo uno sfarinamento veramente impressionante”. Poi rivelò di aver rifiutato l’offerta di fare il ministro che gli giungeva da improbabili intermediari del premier, legati al quotidiano la Repubblica: “Sono colpito dall’insistenza, il segno della loro confusione e disperazione!… Sono fuori di testa!”. Pareva uno scherzo telefonico: era il migliore ritratto del renzismo reale, tutto chiacchiere e distintivo.

 

Punito per non aver commesso il fatto

Napolitano, un paio di giorni fa: “non si tratta coi facinorosi violenti”.
Coi delinquenti socialmente pericolosi però sì.
Se po’ ffà’.

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Quello che ha punito Gennaro De Tommaso detto Genny [le carogne vere sono altre, come ci ricorda stamattina Marco Travaglio]  è un provvedimento discriminatorio e fascista fondato sul nulla, deciso da un ministro dell’interno che è andato per due volte, commettendo il reato di eversione, davanti e dentro i tribunali a chiedere libertà per berlusconi. In Italia circola ancora a piede libero un diffamatore seriale che ha messo a rischio l’incolumità fisica e la reputazione umana e professionale di un giudice oltraggiandolo con la menzogna per sei anni dalle pagine di un giornale che è stato graziato da Napolitano, lo stesso che due giorni fa invocava la legalità allo stadio. Alfano dovrebbe spiegare in base a quale reato ha interdetto gli stadi per cinque anni a De Tommaso. Quale sarebbe il reato e l’istigazione  nella frase “Speziale libero”.  In quale paese libero, democratico e con una Costituzione che chiede, ordina la libertà di espressione si può limitare la libertà di un cittadino solo per aver espresso un’opinione discutibile, odiosa quanto si vuole ma che non istiga a nessuna violenza, non richiama ad atti violenti con cui chiede la libertà di un detenuto condannato fra l’altro dopo un processo e una sentenza con molti punti oscuri tant’è che la Cassazione ha stabilito che il processo che ha condannato Speziale per l’omicidio Raciti è da rifare da capo.

De Tommaso, che ha mantenuto l’ordine dentro uno stadio evitando il peggio, ovvero si è sostituito allo stato che non lo sa fare,  ha pagato la figura di merda di uno stato che coi criminali di ogni ordine e grado ci ha sempre trattato salvo poi blaterare di lotte alle varie criminalità, organizzate e non.

Gennaro De Tommaso, alias Genny, è stato inibito per cinque anni dagli stadi mentre un criminale socialmente pericoloso se ne va ancora in giro a piede quasi libero, fatta eccezione che per poche ore di notte e può imperversare nelle televisioni a dire quello che gli pare. 
Francantonio Genovese non viene ancora estromesso dal parlamento perché non si riesce a trovare un attimo di tempo per decidere il destino di uno che dovrebbe stare in galera, altroché Daspo per cinque anni.
Io credo che finché non si metterà fine a questo corto circuito di inciviltà, di disuguaglianza nel metodo non ci saranno proprio gli estremi, gli ingredienti per qualsiasi discussione che abbia un senso.
Cinque anni di limitazione di libertà a De Tommaso, condannato per il reato di checazzoneso e berlusconi condannato alla galera vera invitato nei palazzi a fare le leggi e le riforme della Costituzione. Questo non è un paese, è un’arena in cui tanta gente vuole vedere il sangue degli ultimi.  A me non frega niente se De Tommaso va allo stadio o no ma m’interessa e molto che un criminale possa ancora decidere della vita di mio figlio.

In Italia e da sempre abbiamo la classe politica e dirigente peggiore al mondo ma anche una buona parte di cittadini peggiori del mondo se, per soddisfare l’esigenza di giustizia gli basta la punizione al tifoso violento, che poi mi piacerebbe sapere quale violenza avrebbe esercitato Gennaro De Tommaso detto Genny nei fatti di sabato sera all’Olimpico.
La maglietta con la scritta? E’ un’opinione, per molti discutibile, inaccettabile ma nessuno dovrebbe vietare a nessun altro di poter esprimere con una provocazione un proprio pensiero. In Italia, paese antifascista per Costituzione e dove il fascismo è stato messo al bando, fuori legge, si dà ancora la possibilità a gruppi di nazifascisti di riunirsi – occupando pezzi d’Italia, il paese antifascista – in simpatiche manifestazioni; ci sono esercizi commerciali, banchetti al mercato che possono esporre e vendere vessilli fascisti, bottiglie di vino e altre chincaglierie con frasi e immagini inneggianti al duce, a Predappio ogni anno va in scena l’orrido teatrino della commemorazione del capoccione ma nessuno ha mai pensato di fare una legge che lo vieti, di sanzionare l’amministrazione politica di Predappio né di far chiudere per cinque anni il negoziante che vende quegli oggetti.
Eppure, si potrebbe e si dovrebbe.

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Lo Stato Carogna
Marco Travaglio, 7 maggio

Chi pensava che i peggiori pericoli per i magistrati antimafia venissero dalla mafia, soprattutto dopo le condanne a morte pronunciate da Riina, si sbagliava. Le minacce più insidiose arrivano sempre dal Palazzo. Il Csm – l’organo di autogoverno della magistratura che dovrebbe garantirne l’autonomia e l’indipendenza – ha inviato una circolare a tutte le Dda, cioè ai pool antimafia delle varie procure per raccomandare che ai pm che si sono occupati per 10 anni di mafia, camorra e ‘ndrangheta non vengano assegnate nuove inchieste in materia. Il diktat calza a pennello sulla Dda di Palermo, dove i principali pm titolari delle nuove indagini sulla trattativa Stato-mafia (rivolte al ruolo dei servizi segreti e della Falange Armata) hanno potuto finora occuparsene perché “applicati” dal procuratore Messineo. Nino Di Matteo è “scaduto” dopo i 10 anni canonici nel 2010, trasferito dalla Dda al pool “abusi edilizi” e da allora “applicato” per proseguire il lavoro sulla trattativa; Roberto Tartaglia l’ha seguito qualche tempo dopo; fra un mese scadrà anche Francesco Del Bene. La norma demenziale è contenuta nell’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella del 2007, che appiccica ai pool specializzati delle procure (mafia, reati fiscali e finanziari, ambientali, contro la Pubblica amministrazione, contro le donne e i minori, ecc.) un bollino di scadenza come agli yogurt: appena raggiungono 10 anni di esperienza, cioè diventano davvero capaci ed esperti su una materia, devono smettere e occuparsi d’altro. Una mossa geniale: come se un’azienda, dopo aver impiegato tempo e risorse per formare un dirigente, lo spedisse a fare altre cose perché è diventato troppo bravo. Vale sempre il detto di Amurri e Verde: “La criminalità è organizzata e noi no”. Se la legge fosse stata già in vigore nel 1992, Cosa Nostra avrebbe potuto risparmiare sul tritolo evitando le stragi di Capaci e via D’Amelio, visto che quando furono uccisi Falcone e Borsellino indagavano sulla mafia da ben più di due lustri. Negli anni scorsi il bollino di scadenza ha falcidiato i pool antimafia di Palermo, Bari e Napoli, quello torinese creato da Raffaele Guariniello sulla sicurezza, la salute e l’ambiente (processi Thyssen, Eternit, doping…), quello milanese coordinato da Francesco Greco sui crimini economici (Parmalat, scalate bancarie, Enel, Eni, San Raffaele, grandi evasori). P
er non disperdere enormi bagagli di esperienza e memoria storica, i procuratori capi tentavano di limitare i danni “applicando” i pm scaduti a singole indagini. Ora, con la circolare del Csm, cala la mannaia anche su quella possibilità. Col risultato che una materia delicata e intricata come la trattativa, che richiede conoscenze ed esperienze approfondite, sarà affidata a pm che mai se ne sono occupati, privi dunque di qualunque nozione sul tema e magari ammaestrati da tutti gli attacchi (mafiosi e istituzionali) subìti dai colleghi che hanno osato scoperchiarla. Il fatto che Di Matteo sia il nemico pubblico numero uno tanto di Riina quanto del Quirinale non lascerà insensibile chi dovrà raccoglierne l’eredità. Magari toccherà a qualcuno dei neomagistrati che Napolitano ha arringato l’altroieri col solito fervorino alla “pacatezza”, al “rispetto”, addirittura all’“equidistanza” (testuale), contro il “protagonismo” e gli “arroccamenti”, per “chiudere i due decenni di scontro permanente” e “tensione” (fra guardie e ladri, fra onesti e mafiosi).
Non contento, il presidente più incensato e leccato del mondo (dopo Mugabe) ha poi evocato fantomatiche “aggressioni faziose” ai suoi danni, che il Corriere – sempre ispirato – attribuisce proprio a Di Matteo&C. per “intercettazioni illegali nell’inchiesta sulla trattativa”. Naturalmente le intercettazioni erano perfettamente legali, disposte da un giudice sui telefoni dell’indagato Mancino che parlava con il Quirinale. Ma anche questa ignobile calunnia sortirà prima o poi l’effetto sperato. Nessuno s’azzarderà mai più a intercettare un indagato per la trattativa: potrebbe parlare con il capo dello Stato.

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Il legale degli ultrà: “Legittime le magliette” 

«Da sempre tifoso della Roma e frequentatore della curva dell’Olimpico», Lorenzo Contucci ha cominciato a occuparsi di Daspo per caso, sollecitato da conoscenti. Dopo centinaia di casi seguiti in tutta Italia, è diventato l’avvocato italiano più esperto in materia, tanto che una nota casa editrice gli ha chiesto di scrivere un compendio giurisprudenziale con i ricorsi che ha trattato. 

 

Quale fu il primo caso?  

«Un tifoso aveva ricevuto un avviso di procedimento per un Daspo alquanto vago, senza alcuna indicazione su quando, come, perché… Andammo al Tar, che lo annullò, stabilendo un primo principio di garanzia». 

 

Il caso più strano?  

«Quello dei tifosi della Roma a cui arrivò un Daspo per non aver pagato il biglietto del treno. Naturalmente il Tar annullò». 

 

Che cosa pensa dell’evocazione del modello inglese, che ha sconfitto gli hooligans?  

«Magari! In Inghilterra il Daspo viene deciso da un giudice, non dalla polizia. È un modello molto più garantistico». 

 

Quali sono i punti più critici in Italia?  

«Si sono succedute molte modifiche legislative pessime. La peggiore quella del governo Prodi nel 2007: prima il Daspo richiedeva una condanna o almeno una denuncia, ora si può fare anche senza». 

 

Qual è la conseguenza?  

«A me non è mai capitato un Daspo successivo a condanna. In genere arriva dopo una denuncia. Nel 50 per cento dei casi, il tifoso viene poi assolto nel processo, ma nel frattempo ha già scontato il Daspo: un’ingiustizia. Ma se non c’è nemmeno una denuncia alla base del Daspo, il tifoso non può sperare di ottenere un’assoluzione da un giudice penale. Il Daspo gli resta addosso senza possibilità di difendersi: un’ingiustizia al quadrato». 

 

E la durata?  

«All’inizio il limite massimo era un anno, poi fu portato a tre, ora sono cinque anni. Nei processi a rapinatori e spacciatori non mi è mai capitato un obbligo di firma così lungo. Ma evidentemente la pericolosità dei tifosi è ritenuta dal Parlamento superiore».  

 

Che ne pensa dell’idea di Alfano del Daspo a vita? 

«Incostituzionale. Le misure di prevenzione si basano su un giudizio di pericolosità attuale. Non è ammissibile una presunzione di pericolosità a vita, tanto è vero che non esiste la sorveglianza speciale a vita nemmeno per i mafiosi».

E della proposta di Daspo collettivo? 

«Non capisco che cosa voglia dire, ma forse è il caso di riparlarne dopo le elezioni. I politici italiani, anche con responsabilità di governo, parlano spesso di cose che non conoscono. Compresa la Costituzione».

Che cosa pensa del Daspo per chi indossa la maglietta pro Speziale? 

«Appunto che non si conosce la Costituzione. La libertà di manifestazione del pensiero, quando non diventa apologia di reato, è protetta dall’ombrello dell’articolo 21. Quella maglietta non inneggia all’uccisione di Raciti, ma sostiene l’innocenza di Speziale. Cosa che è legittimo fare anche se c’è una sentenza contraria. Ci sono già diverse pronunce di Tar e giudici ordinari che affermano questo principio, annullando Daspo a tifosi per striscioni di solidarietà a Speziale, ma si finge di ignorarle».

Perché, secondo lei? 
«Perché io difendo il quisque de populo. Ma se si stabilisse il principio che chi contesta una sentenza merita un Daspo, come farebbe Berlusconi ad andare ancora allo stadio?».

 

 

In questo blog, “Bella ciao” non sono parolacce

Qualcuno provasse a dire ai Francesi che il 14 luglio la Marsigliese non si può cantare per motivi di ordine pubblico. Ci mettono un attimo a rialzare madame Guillotine a Place de la Concorde.  Del resto, l’unica Rivoluzione l’hanno fatta loro. Quella vera, più redditizia nel tempo, quando hanno spedito via dal loro territorio i papi.
La differenza fra noi e gli altri sta proprio in quell’orgoglio con cui hanno difeso le radici della loro Libertà. 

Quand’è che ci siamo distratti, permettendo che fossero la bandiera italiana e una canzone che significa libertà gli elementi di disturbo, l’una da far arrotolare su ordine della polizia di questo stato per non disturbare le manifestazioni di chi uno stato se lo è inventato mentre depredava questo, e l’altra così pericolosa che è meglio non farla sentire ai bambini in un giorno di festa?  L’Antifascismo come disvalore, in un paese la cui democrazia è nata dal sangue di una Resistenza Antifascista è la prova inconfutabile, evidente, perfetta dell’immoralità disonesta di chi lo ha governato, di chi ha lasciato fare, di chi, giorno dopo giorno non si accorgeva, faceva finta di non vedere come quella Libertà costata sangue e macerie veniva pian piano ridotta, svilita, sminuita. Il 25 aprile si celebra la vittoria dell’Italia migliore, ma per molti questa giornata viene considerata un evento da nostalgici malinconici di un tempo che fu. Quello dove a nessuno sarebbe mai venuto in mente di pensare e dire che “destra e sinistra non contano, pari sono, contano le idee,  le persone”. Col cazzo. Perché le idee di destra non potranno mai essere uguali a quelle di sinistra. La Libertà è un diritto, e come tutti i diritti non gode di un tempo indeterminato, ecco perché va difesa, tutti i giorni. Ognuno coi mezzi che ha.  La Libertà non si dice: si fa. Come il rispetto, l’amicizia, la stima, l’affetto. E come l’amore. Non solo il 25 aprile.

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Se la Costituzione rassomigliava all’Italia e ancora oggi è la più bella del mondo, è anche perché è stata fatta da poveri che stavano dalla parte dei poveri. [Raniero La Valle]

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Teresa Mattei, Comandante di Compagnia nel Fronte della Gioventù, nome di battaglia “Chicchi”, è stata la più giovane eletta nell’Assemblea Costituente, quando era una giovanissima combattente per la Libertà si fece espellere da tutte le scuole del regno perché non volle mai partecipare alle lezioni sulla “difesa della razza”.
Se oggi abbiamo un 25 aprile almeno da ricordare, perché festeggiarlo è una parola grossa, lo dobbiamo anche a lei.
E’ bella la Libertà vero? E chissà perché abbiamo permesso a tanti di ridurne il significato, la bellezza. Di riscrivere una Storia, quella della Resistenza, che dovrebbe essere un motivo di orgoglio e di vanto per tutti.
Perché è grazie a quella Storia se oggi tanti possono pensare addirittura di riscriverne una, un’altra, a modo loro.
Qualcuno ha definito la Resistenza una “guerra civile”, come dire che gli italiani ad un certo punto sono impazziti e si sono fatti la guerra fra loro così, per movimentare le loro esistenze.
Non è così. La Resistenza è il risultato di una scelta, quella di chi non ha pensato che fosse conveniente, opportuno, schierarsi al fianco del tiranno nazifascista ma, come Teresa, ha lottato per riprendersi la sua Libertà.

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Bella ciao, brutto prefetto – Giulio Cavalli

Non mi stupisce l’ennesimo caso di anti-antifascismo, no: ormai paragonare fascisti e resistenti mettendoli sullo stesso piano è un esercizio vanaglorioso di neofascisti senza storia. Ma non per questo mi adeguo: sono per la Resistenza, sono per l’antifascismo come dovere costituzionale prima che come valore e mi ingegno per inorridirmi abbastanza ogni volta, tutte le volte.La vicenda del Prefetto di Pordenone però non è solamente l’ennesimo caso di “leggerezza istituzionale” sui temi antifascisti ma è soprattutto una figuraccia istituzionale della figura prefettizia. Provate ad immaginare: a Pordenone il Prefetto convoca una riunione del Comitato di Sicurezza con Questore, Comandante dei Carabinieri e Comandante della Guardia della Finanza per arginare qualche sparuto gruppo di “anarchici” (hanno detto così eppure gli “anarchici” in questo caso mi sembrano un altro eufemismo) che potrebbe disturbare la parata del 25 aprile e cosa decidono per l’ordine pubblico? Di controllare e identificare gli eventuali “molestatori”? No, grazie. Di controllare eventuali “infiltrazioni” e modalità dei disordini passati? Figurati. Di evitare le provocazioni? Sì, forse. E quali potrebbero essere le provocazioni? Cantare “Bella ciao”. Non è una barzelletta.

Ora è vero che il Prefetto è tornato sui suoi passi (si è preso i rimproveri di mezza Italia, oltre alle risate) ma che un rappresentante del Governo (che dovrebbe, per figura, essere “super partes”) possa considerare l’antifascismo in tutte le sue forme (anzi: nella sua forma canora e corale) una provocazione la dice lunga sull’ignoranza storica. E questo basta per farne un cattivo prefetto. Che poi il sindaco di Pordenone Claudio Pedrotti abbia avvallato la scelta prefettizia nonostante sia del PD può stupire solo chi non ha ancora capito che essere antifascisti oggi in Italia significa essere brigatisti culturali, per resistere in questo marcio.

 

Work in regress

Sottotitolo: “Dal punto di vista politico abbiamo nel nostro programma delle riforme: il Senato deve essere abolito.”
[Benito Mussolini, 23 marzo 1919: dal discorso sulla fondazione dei Fasci di Combattimento] 

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 Non serviva il vaccino per berlusconi come pensava Montanelli. Serve l’antidoto per il testadicazzismo italico, piuttosto diffuso e ormai incancrenito che si fa affascinare dall’uomo della provvidenza, quali che siano la faccia e il nome. Uno vale l’altro. 

Dal bicameraLismo al bicameraTismo il passo è breve. 
Ma la storia, è evidente, non ha insegnato nulla.
Chi non rispetta le minoranze, gli intellettuali, non rispetta la democrazia.
I regimi totalitari nascono così, col disprezzo del pensiero diverso, tacitando il dissenso, togliendo di mezzo tutto quello che può ostacolare gli obiettivi di chi pensa di essere nel giusto e di agire per il bene di tutti. 
Ma al bene di tutti in politica ci deve pensare una rappresentanza dei tutti, non due o tre persone. O una sola.

Quando berlusconi chiedeva la fiducia era un antidemocratico fascista che annullava il parlamento, se la stessa cosa la fanno le larghe intese di Napolitano e del pd è per il bene  del paese, della stabilità e perché, ça va sans dire, ce lo chiede l’Europa, se berlusconi proponeva la nomina di ministri indagati, un paio perfino già condannati prontamente eseguita da Napolitano era uno scandalo: la feccia mafiosa in parlamento, ora che lo fa il pd di Renzi va bene perché non sia mai che non si debba essere garantisti fino al trecentesimo grado di giudizio. Quando berlusconi chiedeva più potere decisionale per il presidente del consiglio, quando diceva che i troppi passaggi delle leggi in parlamento erano una perdita di tempo di cui si poteva fare a meno era un reazionario, un fascista.

Ora che lo fa Renzi, fa bene, ha ragione, bisogna lasciarlo lavorare, Rodotà, Zagrebelsky, la Costituzione si devono rassegnare. 

 

Negli stracitati USA quale esempio di democrazia praticamente perfetta esistono ancora due forme di controllo che passano per il Congresso e per il Senato. I checks and balances, ovvero, controllo e  contrappeso. L’abolizione del Senato voluta da Renzi, concordata con un pregiudicato, discussa da un parlamento di nominati grazie ad una legge giudicata illegittima dalla Consulta  non ha affatto l’obiettivo di alleggerire il costo della democrazia, il fine è esattamente quello di eliminare il secondo filtro che molte volte è servito a modificare o eliminare del tutto dei disegni di legge sbagliati. L’abolizione del Senato l’aveva pensata mussolini nel 1919 ed è nel programma di Licio Gelli, il piano di rinascita democratica, la p2: non sembra quindi un’innovazione così moderna, pare piuttosto il completamento di un progetto che vuole riportare l’Italia ad un regime autoritario dove i manovratori possono essere liberi di decidere e legiferare secondo gli interessi di pochi: soprattutto dei loro,  e non dei tutti. Il tutto mascherato, così come avviene ormai da una ventina d’anni a questa parte, ovvero dal giorno in cui un abusivo, un impostore, un delinquente ha avuto libero accesso alla politica dalla politica, da decisioni perfettamente democratiche che però non risulta abbia chiesto nessuno.

Nessuno infatti aveva chiesto l’abolizione del Senato, si parlava di una riduzione dei parlamentari e dei loro stipendi, non della cancellazione di uno dei pilastri di una repubblica democratica quale dovrebbe essere l’Italia.

Il plebiscito è la forma più violenta del populismo: è fascismo nella sua essenza più pericolosa. In questo paese dovremmo aver imparato alla perfezione che la maggioranza non è sempre quella che ha ragione, anzi, le maggioranze in Italia hanno espresso sempre la peggior politica: il fascismo prima e berlusconi poi.
Figuriamoci che maggioranza può rappresentare, quale autorità può esercitare chi una maggioranza nel paese non ce l’ha perché nessuno gliel’ha accordata, al suo partito forse sì, ma non a lui come persona: il pd non è Matteo Renzi e il suo decidere in libertà, la sua e di chi suggerisce dietro le quinte né i due milioni e qualcosa di persone che hanno individuato in lui il segretario migliore. 

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Riforme, il ‘lasciatemi lavorare’ di Matteo Renzi – Marco Travaglio, 1 aprile

 

Dice Matteo Renzi ad Aldo Cazzullo del Corriere: “Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o su Zagrebelsky”. Dirà il lettore del Corriere: perché, che c’entrano Rodotà e Zagrebelsky? IlCorriere infatti, come tutti i giornaloni, si è dimenticato di informare i cittadini che da una settimana Rodotà, Zagrebelsky e altri intellettuali hanno firmato un appello di ‘Libertà e Giustizia’ contro la “svolta autoritaria” delle riforme costituzionali targate Renzusconi. Stampa e tv ne hanno parlato solo ieri, e solo perché Grillo e Casaleggio (molto opportunamente) hanno aderito all’appello. In ogni caso Renzi, che è pure laureato in Legge, dovrebbe sapere che la Costituzione su cui ha giurato non prevede la dittatura del premier: cioè il modello mostruoso che esce dal combinato disposto dell’Italicum, della controriforma del Senato e del premierato forte chiesto a gran voce dal suo partner ricostituente privilegiato (Forza Italia). All’autorevole parere dei “professoroni o presunti tali”, Renzi oppone “il Paese” che “ha voglia di cambiare”, dunque è con lui. Quindi, per favore, lasciamolo lavorare.

Grasso dissente dalla riforma del Senato? “Si ricordi che è stato eletto dal Pd”, rammenta la Serracchiani con un messaggio mafiosetto che presuppone un inesistente vincolo di mandato (o il Pd lo contesta solo se lo invoca Grillo?). Grasso tradisce la sua “terzietà”, rincara Renzi, confondendo terzietà con ignavia: come se il presidente del Senato non avesse il diritto di commentare la riforma del Senato. E aggiunge: “Se Pera o Schifani avessero fatto così, avremmo i girotondi della sinistra contro il ruolo non più imparziale del presidente del Senato”. Ora, i girotondi nacquero per difendere la Costituzione dagli assalti berlusconiani: dunque è più probabile che oggi sarebbero in piazza se B. facesse da solo quel che fa Renzi con lui.

Ma, visto che c’è di mezzo il Pd, anche i giornali di sinistra tacciono e acconsentono. E gli elettori restano ignari di tutto. Quanto poi al “Paese”: Renzi dimentica che nessuno l’ha mai eletto (se non a presidente di provincia e a sindaco) e il suo governo si regge su un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta e su una maggioranza finta, drogata dal premio incostituzionale delPorcellum. Altrimenti non avrebbe la fiducia né alla Camera né al Senato. Eppure pretende di arrivare a fine legislatura e financo di cambiare la Costituzione: ma con quale mandato popolare, visto che nel 2013 nessun partito della maggioranza aveva nel programma elettorale queste “riforme”?

Su un punto il premier ha ragione: la gente vuole cambiare. Ma cosa? E per fare cosa? Davvero Renzi incontra per strada milioni di persone ansiose di trasformare il Senato nell’ennesimo ente inutile, undopolavoro per consiglieri regionali e sindaci (perlopiù inquisiti)? Davvero la “gente” gli chiede a gran voce di sostituire il Porcellum con l’Italicum, che consentirà ai partiti di continuare a nominarsi i parlamentari come prima? Se la “gente” sapesse cosa c’è nelle “riforme”, le passerebbe la voglia di cambiare.

Prendiamo l’Italicum, approvato a Montecitorio e già rinnegato dai partiti che l’hanno votato (peraltro solo per la Camera). Pare scritto da uno squilibrato. A parte le liste bloccate, le variopinte soglie di accesso (4,5, 8 e 12%), e i candidati presentabili in 8 collegi, c’è il delirio del premio di maggioranza: chi vince al primo turno col 37% dei voti prende 340 deputati; chi vince al ballottaggio col 51% o più, ne prende solo 327 e governa con uno scarto di 6 voti. Cioè non governa. Ma levàtegli il vino. 

Prendiamo il nuovo “Senato delle autonomie”. Sarà composto da 148 membri non elettivi e non pagati: i presidenti di regione, i sindaci dei capoluoghi di regione, due consiglieri regionali e due sindaci per regione (senza distinzioni fra Val d’Aosta e Lombardia, Molise ed Emilia Romagna, regioni ordinarie e a statuto speciale), più 21 personaggi nominati dal Quirinale.

Con quali poteri? Niente più fiducia ai governi né seconda lettura sulle leggi: il Senato però voterà ancora sulle leggi costituzionali, sul capo dello Stato, sui membri del Csm e della Consulta (ma con quale legittimità democratica, visto che non sarà eletto?), ed esprimerà un parere non vincolante su ogni legge ordinaria votata dalla Camera. Ma come faranno i governatori, i sindaci e i consiglieri a fare il proprio lavoro nelle regioni e nelle città e contemporaneamente a esaminare a Roma ogni legge della Camera? Renzi racconta che la riforma farà risparmiare tempo e denaro. Mah. Sul tempo: le peggiori porcate, come il lodo Alfano, sono passate in meno di un mese. E chi l’ha detto che all’Italia servono più leggi? Ne abbiamo almeno 350 mila, spesso pessime o in contraddizione fra loro. Andrebbero ridotte e accorpate, non aumentate.

Quanto al denaro, lo strombazzato risparmio di 1 miliardo all’anno in realtà non arriva a 100 milioni: la struttura resterà in piedi, spariranno solo i 315 stipendi (ma bisognerà rimborsare le trasferte dei nuovi membri). Perché non dimezzare il numero e le indennità dei parlamentari, conservando due Camere elettive con compiti diversi (tipo Usa) e con 315 deputati e 117 senatori pagati la metà, risparmiando più di 1 miliardo (vero)? Da qualunque parte la si prenda, anche questa “riforma” non ha senso, se non quello di raccontare che “le cose cambiano”. Cavalcando il discredito delle istituzioni, Renzi ne approfitta per distruggerle definitivamente. Forse era meglio giurare su Zagrebelsky e Rodotà, anziché su Berlusconi e Verdini. 

PS. Napolitano fa sapere di essere “da tempo contrario al bicameralismo paritario”. E quando, di grazia? Quando presiedeva la Camera? Quando fu nominato da Ciampi senatore a vita? Quando fu eletto e rieletto al Colle da Camera e Senato? O quando nominò 5 senatori a vita? Ci dica, ci dica.

Boia, deh! [esclamazione che rafforza i contenuti di una frase]

Sottotitolo: da oggi la Preside Boldrini non è solo la donna con una voce che andrebbe vietata – come minimo –  dall’Onu. È anche la presidente che ha usato per prima la ghigliottina vile e orrenda contro le opposizioni. Complimenti: del comunismo ha imparato unicamente il veterofemminismo caricaturale e l’intolleranza zdanovista per il dissenso. Proprio come Re Giorgio. Lei e i tre o quattro vendoliani rimasti hanno festeggiato cantando Bella ciao (poveri partigiani). A loro modo hanno fatto bene a festeggiare: hanno appena celebrato la fine definitiva del loro (già defunto) partito, regalando peraltro ulteriori voti a chi vorrebbero cancellare dalla scena politica.
Complimenti: alla preside, e a quei meravigliosi renziani che da una parte resuscitano il Caimano e dall’altra regalano soldi pubblici alle banche private. Fenomeni mica da ridere. [Andrea Scanzi]

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Al “vecchio fan della repressione sovietica a Budapest” sarà andato bene che ieri alla camera sia stata applicata una norma eccezionale [ricordo, voluta da violante], che ha di fatto dimostrato [manco fosse la prima volta] l’inutilità del parlamento? 
Laura Bodrini ha di fatto e nei fatti creato un precedente che potrebbe ritorcersi anche contro il suo stesso partito. 
Se un domani Sel volesse applicare l’ostruzionismo verso l’approvazione di una legge di cui non condivide i contenuti, pensa che non sia utile ma dannosa che farà la Boldrini, ghigliottinerà pure quelli di Sel? 
E, a margine, quando hanno mischiato nello stesso “pacco” il ddl su Bankitalia e la cancellazione della rata dell’IMU non si sono resi conto che le due cose insieme non ci azzeccavano o l’hanno fatto apposta?

Quando molti di noi dicevano già parecchi mesi fa che Laura Boldrini si era cucita perfettamente addosso il ruolo di appartenente alla casta in tanti ci rimproveravano, si offendevano per conto terzi. 
Su facebook non si poteva nemmeno nominare senza perdersi per strada manciate di persone.
Ora spero che l’abbiano vista tutti, la presidentessa super partes de’ sinistra. 
Quella che senza una minoranza parlamentare che l’ha sostenuta e le ha permesso di arrivare dov’è oggi sarebbe a fare altro, ma durante la seduta alla camera evidentemente è stata colta da una provvidenziale ed opportuna amnesia molto politica e poco, pochissimo democratica.
Anzi, facciamo per niente democratica che è meglio. Alla presidente della camera che nella discussione su quell’obbrobrio di legge elettorale pensata da berlusconi insieme a Renzi ha sostenuto, com’era ovvio, i piccoli partiti, è andato bene, va bene che le opposizioni in parlamento contino meno anzi per niente? Quando Lauretta si occupava di diritti umani stava a scherzà, vero? perché chi conosce quelli e li rispetta, dovrebbe fare altrettanto anche con quelli civili e democratici.

 E che dopo l’oltraggio alla democrazia avvenuto ieri alla camera qualcuno abbia intonato Bella ciao, infangando la Memoria di gente che è morta non per consentire di fare scempio della democrazia di uno stato repubblicano non offende nessuno? Tutto regolare? Nessuno, nell’informazione prova vergogna per aver montato uno, dieci, cento, mille casi dove non c’erano e aver lasciato libertà d’azione ai distruttori di quel che restava della democrazia?

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LUPO (M5S): “SCHIAFFEGGIATA DA QUESTORE MONTIANO”. LUI NEGA (FOTO E VIDEO)

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Roba da Chiodi – Marco Travaglio, 30 gennaio

Massima solidarietà ai lettori del Corriere , costretti a esercizi enigmistici sempre più complicati per decrittare titoli e articoli. Ieri chi riusciva a superare indenne l’altalena di notizie sulla legge elettorale (Renzi spinge, Berlusconi apre, Alfano chiude, Quagliariello frena, Brunetta stringe, Casini rompe in tutti i sensi, Verdini telefona, la Boschi sale al Colle, stop di Cuperlo, alt di Fassina chi?, la Pascale twitta, Dudù abbaia, Napolitano monita, Tizio alza la soglia, Caio abbassa il premio, Sempronio sfonda il tetto, insomma è accordo, anzi patto, magari asse, pardon contratto, senza contare che c’è sempre uno che “gela” e non si sa mai chi lo scongela), doveva risolvere il rebus del titolo di apertura, roba da far impallidire il più arduo dei Bartezzaghi: “Sì sull’Imu oppure si paga”. In che senso? Che vor dì? Stremato, il lettore gira pagina e s’imbatte in un’altra supercazzola: “Imu-Bankitalia a rischio caos. Corsa per salvare il decreto. Ostruzionismo M5S”. Il poveretto capisce che la maggioranza, sempre più virtuosa, vuol far pagare l’Imu a Bankitalia, ma i 5Stelle, i soliti irresponsabili, per misteriosi motivi si oppongono e si rischia il caos. Solo chi fosse munito di un microscopio elettronico, o avesse acquistato anche un giornale senza banchieri nel patto di sindacato, capirebbe di che si parla: una delle più incommensurabili porcate mai viste nella porcellosa storia della politica italiana, un regalo di 7,5 miliardi alle banche private con soldi di Bankitalia, cioè nostri. Siccome la maialata rischia di non passare inosservata a causa di quei rompipalle dei 5Stelle che osano financo fare opposizione, cosa mai vista dalla notte dei tempi, ecco l’idea geniale del governo: infilarla nello stesso decreto che cancella la seconda rata dell’Imu. Così chi si oppone ai Robin Hood alla rovescia che rubano ai contribuenti per dare alle banche può essere dipinto come un affamatore del popolo perché resuscita l’Imu. Per evitare il “rischio caos” bastava separare il decreto Imu dal decreto Bankitalia, come chiesto da Napolitano in svariati moniti, sulla scorta di innumerevoli sentenze della Consulta contro i decreti omnibus. Ma, quando si tratta di banche, nessuno fiata: destra e sinistra marciano compatte, precedute dalla contraerea dei giornali dei banchieri e dei partiti sottostanti. “Ostruzionismo M5S, può tornare la seconda rata Imu”, titola Repubblica . E persino l’Unità, un tempo organo della sinistra, fa la guardia ai caveau, con titoli truffaldini tipo “5Stelle, ostruzionismo sul decreto Imu” e “Barricate grilline: torna il rischio Imu”. Lo scandalo del secolo è il peone a 5 stelle che dà del “boia” a un vecchio fan della repressione sovietica a Budapest.

Tornando al povero lettore del Corriere , la via crucis non è finita. C’è un altro titolo-sciarada da decodificare a pag. 15: “Una debolezza quella ragazza in hotel. Ma non l’ho aiutata al concorso”. Intervista allo sgovernatore d’Abruzzo, Gianni Chiodi, inquisito per truffa, falso e peculato, per lo scandalo della giunta granturismo che gira l’Italia con amanti aviotrasportate e alloggiate a spese nostre: notizia rivelata dal Fatto e mai ripresa dal Corriere . Che ora la fa commentare all’interessato senza citarla né citarci (“la debolezza del Governatore è spuntata dalle carte”: così, spontaneamente). Il noto statista marsicano “sta soffrendo, la voce gli si incrina un paio di volte”, però “cita Terenzio e poi anche Gandhi cercando conforto nella letteratura”. La colpa naturalmente è dell’“ufficio regionale o della Ragioneria” che gli hanno rimborsato le spese della gentile accompagnatrice a sua insaputa. Come la segretaria di Cota con le mutande verdi. Ergo Chiodi è “amareggiato”: qualcuno (non si dice chi) ha fatto “pura macelleria: famiglie massacrate, carriere esposte al pubblico ludibrio, per un puro obiettivo politico: il 25 maggio in Abruzzo si vota”. E il direttore del Fatto , com’è noto, sarà candidato contro di lui. Ma questo il Corriere non può dirlo, perché il Fatto è innominabile. Un po’ come con lo scandalo De Girolamo: le notizie, o le dà il Corriere , oppure “spuntano”.

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Bravi, davvero – Alessandro Gilioli

È davvero notevole lo sforzo con cui il Pd, Forza Italia, Boldrini e Napolitano stanno trasportando verso il Movimento 5 Stelle anche gli italiani meno attratti da Grillo e Casaleggio.

In un solo giorno:

1. I listini bloccati.
2. Il salva Lega.
3. Le candidature multiple.
4. La soglia di sbarramento turca che impedisce di fatto in futuro qualsiasi gruppo parlamentare diverso da Pd, Forza Italia e satelliti, Lega e M5S.
5. Un regalo miliardario alle banche private.
6. Un trucco ignobile per mescolare questo regalo alle banche con l’Imu, che non c’entra niente.
7. Una tagliola mai usata nella storia repubblicana, che svilisce il Parlamento e porta verso il governo per decreto.

No, bravi, davvero.

Dis-occupy Italia

Sottotitolo: la deriva della disperazione va sempre a destra.

Perché quando la gente è disperata non cerca il conforto nella riflessione, nell’intellighenzia tipica della sinistra, col pensiero intellettuale non si riempie il frigorifero: vuole soluzioni, e si convince che solo una politica autoritaria sia la soluzione.

Se i treni puntualmente e sistematicamente ritardano, la gente si convincerà che per risolvere il problema sia meglio qualcuno che somigli a quello che “quando c’era lui, anche i treni arrivavano in orario”. 

E nel paese degl’ignoranti storici, degli smemorati, nel paese dove la sinistra ha abdicato alla sua funzione di reggere un sistema democratico con la politica dei diritti, del lavoro, dei valori condivisi, “quelli” così troveranno sempre ampi consensi.

E i treni, continueranno a ritardare.

MA

Non siamo in guerra. 
Non c’è stata nessuna presa del palazzo da parte dei generali.

E’ giusto preoccuparsi, non abbassare la guardia, restare vigili ma soprattutto lucidi.
Restare vigili e lucidi significa non ingigantire i fatti di questi giorni, vuol dire esprimersi in base al contesto, non colorandolo di quell’immaginario con cui molti vestono le loro opinioni per affermarle, per tentare di renderle più credibili e vicine alla loro verità.

O, peggio ancora per dire che c’è un solo colpevole: i colpevoli sono tutti quelli che siedono nei palazzi. 

E quelli che c’erano prima lo sono molto di più di quelli che ci sono entrati adesso, quelli che stanno solo approfittando del disordine.

Perché quelli di prima hanno avuto tempo e modi per evitare anche chi poi inevitabilmente avrebbe approfittato del disordine: quello che è mancato è stata la volontà di evitarlo. 
La verità dei fatti non è mai demagogia, ed io non mi presterò mai al gioco di chi vuole farmi credere il contrario della realtà. 
Noi che scriviamo in pubblico abbiamo delle responsabilità, cerchiamo di non dimenticarcelo.

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Tasse, diritti d’autore e smartphone più cari
Così il governo allontana internet dai cittadini

Questi sono più pericolosi dei forconi.
Perché sono quelli che impongono l’ignoranza, la repressione culturale per legge.
A Boccia non darei le chiavi di casa per farmi annaffiare il giardino quando non sono a casa. Qualcuno però gli dà la possibilità di nazionalizzare la Rete, di mettere l’embargo sulla libera diffusione in Rete come vuole la Carta dei diritti europei.  La realtà è che continuano a volersi occupare di cose che gli sono estranee e che per questo temono, una su tutte la Rete. Questa smania della politica di allungare le mani sul web è irresistibile. Mentre le nazioni moderne hanno individuato subito nella Rete una risorsa loro, i nostri miseri politici italiani la vedono solo come l’unico ambito non controllabile e dunque da indebolire con ogni mezzo. 

C’è solo da augurarsi che Boccia riceva in risposta la pernacchia planetaria che si merita. La nazionalizzazione di Internet ci mancava, e chi ci poteva pensare? naturalmente il pd delle larghe intese.

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CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UNIONE EUROPEA:
“Articolo 11
Libertà di espressione e d’informazione
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.”

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Video I forconi: ora i militari, lo dice la legge 

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Ci credono. Gli stracciamenti di vesti che ho visto in questi giorni nemmeno quando l’Italia ha perso i mondiali ai rigori. Tutti i preoccupati di una non legge che di fatto non toglie un centesimo agli amati partiti che sennò morirebbero di inedia poverelli, come se non avessero accumulato abbastanza soldi fino ad ora. Magari imparare a spenderli e non a bruciarli dopo averli rubati sarebbe già una soluzione per cui non serve nemmeno una legge.

Non ci ho dormito stanotte.

Pensavo infatti a quale legge e a quale Costituzione appartiene il codicillo che prevede la presa dello stato manu militari come ci ha riferito ieri l’illustrissima esponente dei forconi di Modena: la forchettona ha infatti detto che “in caso di scioglimento delle camere c’è una legge che istituisce una giunta militare per mantenere l’ordine fino a nuove elezioni”.

Perché io mica me la prendo con lei, qui ormai ognuno può dire quello che vuole: me la prendo con la giornalista che l’ha intervistata e che non ha risposto con la frase fatidica che tutto risolverebbe senza creare ansie e preoccupazioni ingiustificate: “scusi, ma che cazzo dice?”

Che, al contrario, stava lì ad ascoltarla come se avesse chissà quali cose interessanti da dire. Che ha trasformato in un’intervista seria il delirio di una sconosciuta ignorantona a cui bastava rispondere con la verità, e cioè che non c’è nessuna legge che prevede una scemenza simile, che, al contrario, la nostra Costituzione è nata esattamente per evitare uno scenario simile a quello descritto dalla scimunita di Modena, quello della dittatura, dell’uomo solo al potere, per impedire la formazione di qualsiasi regime repressivo. Perché la nostra Costituzione è antifascista, nata sulle ceneri di un paese demolito dalla dittatura fascista di mussolini, è stata scritta col sangue di chi è morto per liberare l’Italia dai nazifascisti. Ecco perché su quella Costituzione non possono mettere le mani i cialtroni dell’ultim’ora. Per toccare la Costituzione ci vogliono buone intenzioni, come quelle che avevano i veri Padri di questa sciagurata patria e le mani pulite.

Ecco perché me la prendo con Repubblica che su questa immensa idiozia ci ha montato perfino un video da far circolare, ché non sia mai l’Italia dovesse perdersi le elucubrazioni di una disagiata mentale.  

Qui, più che l’occupazione manu militari si dovrebbe attuare una dis-occupazione, di politici cazzari, del giornalismo cazzaro che esalta il nulla, le balle, le finte riforme, la finta abolizione dei finanziamenti ai partiti con cui si sta facendo bello Letta in queste ore.

Perché se è vero che a tanta gente basta poco per andare dietro all’incantatore, all’illusionista di turno è anche vero che chi deve non fa nulla per la costruzione, per la diffusione di quella verità che renderebbe più difficile il progetto di demolizione della democrazia iniziato vent’anni fa,  grazie a chi ha pensato che il più cazzaro [e delinquente] di tutti fosse una persona seria e affidabile, uno a cui dare la responsabilità di governare l’Italia.

Irresponsabili tutti, la politica che continua col giochino della presa per il culo e il giornalismo che ci sguazza. 

Solo in un paese a maggioranza di imbecilli possono succedere queste cose. Le proteste vere sono quelle viste in Grecia, in sud America, in nord Africa.

Questa dei forconi è una barzelletta oscena.