La prassi

Mauro Biani

Se anche una fanciullina come la Serracchiani si difende dietro al paravento del così fan tutti, e hanno sempre fatto tutti,  continuano a fare tutti e cioè l’uso più che disinvolto dei soldi degli italiani da parte della politica – altrimenti questo paese non sarebbe andato in rovina;  se anche lei dice che è prassi la trasferta coi voli di stato negli studi Rai come lo è portarsi i fidanzati nei viaggi di lavoro [io non sono mai andata nemmeno ad una cena di lavoro con mio marito: e quella l’avrei pagata coi miei soldi, per dire, questione di stile], penso che chi vuole abbia tutto il diritto di dire che non gradisce questa prassi. 

Specialmente dopo che Confindustria ci ha fatto sapere che i danni provocati dalla crisi sono paragonabili a quelli di una guerra.

Una guerra che gli italiani continuano a combattere da soli coi sacrifici e il rigore che gli vengono imposti, con la perdita del posto di lavoro, con la mancanza di strutture e sostegno, con una scuola e una sanità che cadono in pezzi letteralmente sbranate dallo stato che prende a quattro mani ma non restituisce, con l’impossibilità reale di far fronte alle esigenze primarie come mangiare e curarsi, far studiare i figli mentre questi lor signori vecchi e nuovi non hanno visto cambiare di una virgola il loro stile e tenore di vita, ci lasciassero almeno la possibilità di dire che non lavorare, non potersi curare, non studiare, non mangiare, non è la prassi per i cittadini di un paese civile.

Basterebbe ricordarsi i moniti pomposi di Napolitano contro il populismo, e la promessa che la politica avrebbe assunto atteggiamenti più sobri per riavvicinarsi ai cittadini, che avrebbe ridotto i suoi costi, ma a questi non gliene fregava un cazzo prima e continua a non fregargliene ora, a dispetto e sfregio della crisi. Sono sempre lì a difendersi i loro privilegi, i loro soldi, la possibilità di partecipare ad eventi sfarzosi: una volta è il 2 giugno, un’altra la prima alla Scala, un’altra ancora è Natale, eventi, cerimoniali, riti fuori tempo e fuori  luogo, ammantati di un’istituzionalità di cui non è rimasta nemmeno l’ombra.  Non rinunciano mai ad una sola delle loro tradizioni, che pagano i cittadini con le loro tasse, salvo poi andare in televisione a spese nostre a raccontare minchiate e bugie: è la prassi.

Il libro di Rizzo e Stella che ha scoperchiato l’orrendo vaso di Pandora degli sprechi intollerabili della politica, delle ruberie, degli sperperi, dei privilegi immotivati, se si guarda poi al merito della politica, praticamente nullo, è del 2007: sono passati quasi sette anni e non è cambiato nulla, anzi, le cose sono perfino peggiorate, questo è sintomo di menefreghismo e arroganza, altroché quella sobrietà che si chiede ad una classe politica e dirigente che è più o meno la stessa – cambia qualche nome e faccia ma non evidentemente le intenzioni – che ha trascinato l’Italia in questa follia chiamata crisi.

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LA CASTA SOTTO L’ALBERO – Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano

“Non sono Babbo Natale”, ha detto Enrico Letta che malgrado l’aria da studente secchione possiede senso dell’umorismo e propensione a prendere per i fondelli gli italiani. Eppure le dieci grandi sorelle delle slot machine avevano brindato in anticipo al regalone del governo, la norma che penalizza regioni e comuni se contrari a limitare l’installazione delle micidiali macchine succhiasoldi. Purtroppo per il premier nipote e compagnia la porcata è stata scoperta in tempo ma l’annunciata retromarcia non cancella il profilo di un governo volpino che privo di una maggioranza forte dopo l’uscita dei berluscones tenta di guadagnare qualche straccio di consenso distribuendo favori a piccole e grandi lobby.

É un Babbo Natale un po’ losco quello che toglie ai poveri per dare alla casta, in queste ore protagonista a Montecitorio dove gli onorevoli deputati si battono impavidi a protezione delle sostanziose indennità, con le eccezioni di M5S e della Lega che si è astenuta. É il solito gioco delle tre carte: si fa finta di cancellare il finanziamento pubblico dei partiti ma si sostituisce con un marchingegno che succhia gli stessi quattrini, a carico dei contribuenti neanche a dirlo. Mentre ai costi della politica si fa fronte restituendo a un potente immobiliarista i ricchi canoni dovuti per l’affitto di vasti uffici parlamentari, incautamente aboliti da un emendamento del solito grillino.

Passano gli anni e nulla cambia. Anche se, dice la Confindustria, la crisi ha provocato “danni commisurabili solo a quelli di una guerra”, anche se i disoccupati sono raddoppiati e i poveri sono aumentati di tre milioni, lassù si fa finta di niente. Lorsignori si sentono invulnerabili, ancora di più dopo che la protesta dei forconi a Roma si è rivelata numericamente poca cosa. La verità è che una classe cosiddetta dirigente così priva di senso della misura e autocontrollo rischia di fare impazzire il Paese. Quando appaiono in televisione è l’esasperazione che leggiamo negli occhi e nelle grida degli operai senza più lavoro, dei commercianti senza più attività, degli studenti senza tutto. Dopo le feste quegli assembramenti torneranno, sempre più numerosi e arrabbiati. E allora ci sarà d’aver paura.

 

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Operazione Bianconiglio

 

Simpatico Mario Monti quando parla di un’Italia vecchia e che “non vorremmo più vedere”. 

Eppure anche lui da tanti anni è molto di più di un semplice spettatore.

E’ un economista che piace alla destra e alla sinistra, che ha già lavorato all’interno dei governi molto prima che Napolitano lo investisse del compito di “salvare” l’Italia.

Ed è singolare che durante queste collaborazioni non si sia mai accorto che c’era qualcosa, molto, che non andava.

E mi dispiace per gli speranzosi ma anch’io come Travaglio penso che sia tardi per questa strabiliante “trasformazione” , per quel recupero crediti e credito necessari a questo paese. Monti parla di innovazione digitale applicata alla burocrazia in un paese dove non s’investe un centesimo nella tecnologia avanzata, la cosiddetta banda larga che in altri paesi esiste da tanto tempo e che  ha potuto creare tante occasioni di lavoro qui sembra essere un miraggio utopistico, un terzo incomodo da sacrificare ad opere inutili e costose come il TAV.

Siamo il paese dove le connessioni alla Rete hanno ancora un costo insopportabile mentre in tanti altri dare la possibilità a tutti di collegarsi al mondo tramite il web è una semplice operazione di civiltà gratuita.
La proposta di legge popolare lanciata da Grillo cinque anni fa, quella per un parlamento pulito firmata da 350.000 italiani è stata ignorata, lasciata presuntuosamente ad ammuffire in un cassetto, non sia mai che in una repubblica democratica la cui sovranità è affidata al popolo per Costituzione qualche volta quel popolo si stia anche a sentire.

Chi partecipava e partecipa alle manifestazioni di Grillo è stato considerato ed è considerato populista con nostalgie dittatoriali, mentre tutti sanno  che  risale a molto prima di cinque anni fa  l’urgenza di ristabilire quella decenza, quel ripristino di legalità invocato non solo da Grillo e dal suo movimento, cose che in qualsiasi paese semplicemente sano  sono la regola sempre, non solo in periodi di “emergenza”, paesi dove essere dalla parte degli onesti non significa populismo, qualunquismo  né antipolitica  ma semplicemente – appunto –  una sana normalità.

E oggi questi signori che vogliono fare? permettere che a regolare le indecenze, a riparare i danni, incalcolabili, siano le stesse persone che hanno sfasciato producendo l’indecenza.

Ecco perché a differenza di Marco Travaglio io non penso che quella di Monti sia un’operazione gattopardesca, quella del  “tutto cambi affinché nulla cambi”.

Per me è più paragonabile ad un’operazione Bianconiglio: è tardi, è molto tardi.

Per tutto.

La verità è che a stipendi inferiori ma ugualmente  dignitosi specialmente in un periodo come questo, nessuno farebbe politica.

E nessuno farebbe politica se dovesse rinunciare anche ad uno solo dei privilegi, dei benefit, delle facilitazioni che l’autoreferenziale politica italiana si è sempre concessa pensando, chissà perché,  di meritarseli.

E dire  invece che anche fare politica dovrebbe essere un lavoro, anzi, una specie di missione,  non un privilegio riservato alla solita élite di signorotti di cui cambiano le facce ma mai le intenzioni.

 

 

Operazione Gattopardo
Marco Travaglio, 5 ottobre

C’ è un che di sospetto, fastidioso e ipocrita nella voluttà con cui i giornali e le tv che han tenuto il sacco alla partitocrazia senza partiti della Seconda Repubblica si sono messi all’improvviso a cavalcare il sacrosanto sdegno dei cittadini per gli scandali della cosiddetta politica. E c’è un che di stonato nelle copertine di Panorama sulla “Magna Casta”, nelle intemerate Mediaset dei Del Debbio (cofondatore di Forza Italia) e delle D’Urso: il replay dei peana di Fede-Brosio-“Sorrisi e Canzoni” a Mani Pulite per spianare la strada al Caimano. Non perché la cronaca non fornisca ogni giorno abbondante materia di scandalo.

Né perché quanto emerge dai mille rivoli dell’eterna Sprecopoli non meriti attenzione e indignazione. Ma per altri tre motivi che speriamo di riuscire a spiegare senza essere fraintesi. 1) È molto tardi per denunciare ciò che da vent’anni era sotto gli occhi di tutti, anche se quasi tutti si voltavano dall’altra parte. Fino a qualche mese fa i pochi che osavano farlo (Stella e Rizzo, Grillo, Santoro, Gabanelli, Iacona, modestamente anche noi), erano bollati da giustizialisti, manettari, antipolitici, qualunquisti. Ora che i partiti son ridotti allo stato larvale è fin troppo facile, e comodo. 2) C’è un’evidente sproporzione fra lo spazio riservato sui media, dunque nell'”immaginario collettivo”, ai furtarelli dei rubagalline alla Fiorito e ai grassatori professionisti di soldi nostri che hanno prosciugato le casse dello Stato: grande industria, alta finanza, compagnie telefoniche, proprietari di cliniche private, ras dell’energia, dei rifiuti, delle concessioni, dell’asfalto, del cemento, della sanità privata con soldi pubblici, faccendieri, burocrati e boiardi, quasi tutti (direttamente o indirettamente, tramite compassi e grembiulini) infilati nelle proprietà di giornali e tv. Gente, perlopiù nota ai mattinali di procure e questure, che non paga mai o, se paga, gode di assoluta immunità mediatica. Tant’è che è sempre in pista e in pasta, travestita da nuovo che avanza. 3) Il rimedio che occhieggia dalla grande stampa al magnamagna dei partiti è, come nel ’94, molto peggiore del male che dovrebbe curare: quello che chiamano soavemente “Monti-bis”, ma con la figura prestigiosa e competente di Monti ha poco a che fare. In realtà è un maleodorante Gattopardo travestito da tecnico che, all’ombra di Monti, accrocca poteri forti e loschi (i soliti). E, con l’aria di cambiare tutto e liberarci dal male — magari con una finta legge contro i condannati in Parlamento e qualche taglietto alla Casta — si candida ad assaltare la diligenza in forme ancor più rapinose e pericolose proprio perché più subdole e meno smaccate. Per essere ancora più chiari: Fiorito sta bene dove sta, ma merita ben altra compagnia che i soliti ergastolani. Perché non bastano mille Fiorito, nemmeno se vivessero mille vite ciascuno, per sottrarre alla collettività i miliardi ingoiati dai Gattopardi camuffati da tecnici.
Qui non si tratta di salvare i partiti che, a furia di Fiorito e Penati, si stanno suicidando da sé. Ma se la jeep di Fiorito, la festa dei porci travestiti da maiali, la fiera della castagna del consigliere Tizio, la sagra della nocciola dell’assessore Caio vanno in prima pagina, quanto spazio esigono le evasioni di Intesa, Unicredit e Montepaschi, i sussidi pubblici alla Fiat, le corruzioni dei Mercegaglia e dell’Ilva, le mazzettone della sanità lombarda, le indagini su Passera, i rapporti incestuosi fra Grilli e Orsi confinati in trafiletti a pagina 36? Attenti, siamo maestri nel ricascare sempre nello stesso errore: affidare la soluzione dei nostri problemi a chi li ha creati.
O a chi rappresenta egli stesso il problema.

 

 

 

Politica & antipolitica

Sottotitolo: Non si capisce se i politici non vogliono cambiare, non possono cambiare o non sanno cambiare, ma mi sembrano tre ottimi motivi per mandarli tutti a casa lo stesso.
[Marco Travaglio]

Ha fatto più riforme Hollande prim’ancora di sedersi in poltrona che i nostri politici [vecchi] in quarant’anni di governi.

Due cose: tagli consistenti agli stipendi dei manager e dei membri del governo, 17  [diciassette] donne ministro nel suo governo, altro che quote rosa.

Hollande taglia e toglie ai manager, ai politici, Monti invece taglia e toglie ai pensionati, ai lavoratori vantandosi anche di agire con equità.
Sono vecchi, non “longevi” come riferiva ieri  con compassione Enrico  Mentana nel suo TG  riportando gli esiti della ricerca condotta dalla Coldiretti: l’Italia ha la classe dirigente/politica più vecchia del mondo.  Obama a 46 anni è diventato l’uomo più potente della terra, Mark Zuckerberg a 28 è già una potenza mondiale, in Italia a 28 anni come a 46 puoi fare al massimo “il bamboccione”.

In questo paese  chi non ha almeno 75 anni non può fare nemmeno il presidente di un  circolo della bocciofila o del ricamo a tombolo: il paese dei giovani virgulti.

Perché nessuno investe nei giovani,  i più bravi e capaci devono andare via per trovare un posto nel mondo.

E questo può succedere solo in un paese gestito da vecchi, in testa prim’ancora che di età.

Napolitano è in politica dal 1953.

Sei decenni: un delirio.

L’ Andreotti politico  pare che sia nato ancora prima della repubblica italiana.
E dunque essendo vecchi  hanno una visione parziale delle cose; parziale perché vecchia ma  soprattutto disinteressata perché è grazie ad un sistema che TUTTI si sono ben guardati dal toccare, modificare e migliorare  se un piccolo manipolo di privilegiati ha potuto ottenere tutto quello che ha allontanandosi anni luce dai problemi della gente salvo poi arrogarsi il diritto di risolvere i problemi della gente perché qualcuno – con viva & vibrante soddisfazione [e un piccolo e impercettibile colpetto di stato] –  ha deciso che erano loro i migliori.
In secondo luogo perché molti di loro, di quelli che straparlano di crescita, non vivranno abbastanza nemmeno per  pentirsi dei disastri che hanno combinato.

Due, tre, cinque, dieci incarichi, stipendi milionari e nessuna voglia di rinunciare a niente di quello che sono riusciti ad arraffare per il solo fatto di essere italiani.
E’ strana la vita: noi  comuni italiani ogni giorno abbiamo un buon motivo per vergognarci e/o dispiacerci di essere nati in un paese così misero, piccino, loro, le caste, dovrebbero baciare ogni giorno la terra dove camminano.


Ma quand’è che in Italia sapremo se c’è qualcuno più bravo di Montezemolo, Abete, di Mastrapasqua, tanto per citare i primi che mi vengono in mente e  dei quali si è perso il conto di quanti stipendi milionari percepiscono? per non parlare delle cariatidi che sono in parlamento da venti, trenta, cinquant’anni.

L’unica riforma possibile è quella del M5S: al massimo due legislature e poi a casa, a lavorare, come tutti, non mantenuti a vita dai cittadini per due o tre generazioni.

E chissà perché  poi  la stessa persona può ricoprire più incarichi, tutti prestigiosi e strapagati però casostrano quello che va combattuto – secondo il governo dei tecnici – è il nero, il sommerso, non gli sprechi, i privilegi, questo immenso movimento di denaro pubblico che finisce nelle tasche dei soliti noti;  in questo paese se non ci si chiama, appunto, Montezemolo, Abete e Mastrapasqua  però si ha la necessità  di arrotondare lo stipendio in uno stato che più di un lavoro (quando va bene) non regolarizza non si può fare senza essere considerati e trattati dallo stato come dei  fuorilegge.
Cornuti e mazziati, sempre e comunque.

“Sono vent’anni che annunciano cambi alla politica, ma ancora niente. Tutti hanno proposto tagli alle spese ed ai parlamentari, ma nonostante una apposita commissione istituita lo scorso anno, ancora niente” E tra richieste e controproposte, i parlamentari sono sempre lo stesso numero. E i tagli ai finanziamenti ed alle spese? Se non diminuscono i parlamentari, diminuiranno mai i costi?”

[Marco Travaglio – Servizio Pubblico, 17 maggio]