La carretta dei senatori

Che differenza c’è fra la pagina del Corriere della sera con cui si esprime solidarietà e vicinanza a dell’utri, collaboratore stretto della mafia e per questo condannato a sette anni di carcere, e la maglia di Genny la famosa “carogna” della serata tragica che è costata la vita a Ciro Esposito, dove, con una frase si faceva lo stesso nei confronti di un condannato per omicidio dopo un processo piuttosto ambiguo? 
Spero nessuna, anche per i moralisti tout court che si sono indignati per la maglia e per Genny che almeno il capoclan lo fa coi suoi pari, non ha messo su un partito politico su richiesta della mafia, non è stato il tramite fra la mafia e un ex presidente del consiglio per almeno diciotto anni.  Se domani qualcuno volesse comprare una pagina di giornale per Riina e Provenzano, o per mandare saluti al latitante Messina Denaro che farà il Corriere, si venderà anche a loro, per soldi?

 Quando a qualcuno verrà in mente di ritirare fuori la solita storiella degli italiani che sono privi di valori, che gli piacciono i delinquenti perché vorrebbero essere come loro e per questo si meritano quello che hanno, ricordategli questa pagina di giornale, che è quello di cui parlava Berlinguer a proposito della questione morale, quando diceva che non si doveva permettere che il Corriere della sera finisse nelle mani e nella proprietà sbagliate. Ecco, ricordate chi è stato e chi è che lavora senza sosta per la distruzione dei valori e dei principi morali che poi diventano quell’etica che dovrebbe suggerire i giusti comportamenti a tutti. Anche ad un direttore di un quotidiano che di fronte a una richiesta simile e alla relativa offerta in soldi avrebbe dovuto dire: “no, in questo giornale non si fa solidarietà ai mafiosi”.

 

Preambolo: SENATORI IN MUTANDE, di Diego Cugia, alias Jack Folla

Siamo stati eliminati a morsi, ci hanno fatti a “prandelli” e ce lo siamo meritati. 
Il calcio come la politica, gli spettacoli televisivi e la produzione industriale, è lo specchio di una nazione. I ragazzi che hanno perso contro l’Uruguay erano ombre tremule di quello stesso specchio. Importiamo dall’estero format televisivi e goleador a bizzeffe, ci ingozziamo di idee e di sogni altrui, siamo fatalmente dipendenti dalle fonti energetiche di altri paesi, produciamo una classe politica scadente, campiamo sulle vecchie glorie: della moda, dello spettacolo, del calcio. Dobbiamo cambiare, più che sistema di gioco, schema mentale. Chiederci: perché i campioni nascono nelle favelas? Rottamare non l’età, ma il circo vip, la grancassa mediatica, il velleitarismo e la boria ingiustificata di una nazione che non è più nobile e antica, ma solo spendacciona, corrotta e mentalmente sorpassata. Anche noi abbiamo le nostre favelas. Ed è qui che dobbiamo cercare. Nelle favelas geografiche ed esistenziali sorte sui disastri della “finanza creativa” e dell’ingordigia collettiva. Le eccellenze, in campo artistico, industriale, sportivo, nascono nelle avversità. Si diventa campioni dal basso e non l’inverso.
Ieri sera, nella conferenza stampa dopo la batosta, il portiere della nazionale si è parzialmente giustificato: «Solo i senatori hanno tirato la carretta». Ecco, un calciatore che si autodefinisce “senatore” è lo specchio di un paese che elegge senatore un Dell’Utri.

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Il senso di una fine (CONCITA DE GREGORIO)

Brava Concita.
Solo una piccola nota che l’informazione ha dimenticato di citare: il contratto di Abete era in scadenza, alla fine di questo mese, il che riduce di molto il valore del bel gesto delle dimissioni.

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Sottotitolo: a proposito di senatori: La pagina comprata sul Corriere della Sera con messaggi di incoraggiamento per Marcello Dell’Utri  Ma ovviamente pecunia non olet nemmeno per il quotidiano dell’alta borghesia italica, non si può dire no a chi chiede una pagina di giornale per solidarizzare con un MAFIOSO, no? Poi magari dalle stesse pagine di quel giornale si legge la morale agli italiani fatta da Battista, Cazzullo e loro compagnia. 

In una società normale, equilibrata dove si rispettano i ruoli e dove occorre anche le gerarchie è altrettanto normale che i “vecchi” siano investiti da responsabilità maggiori e che servano poi a dare l’esempio alle generazioni successive, quelle che si stanno formando.
Il problema è quando la morale sulle responsabilità viene fatta da gente come Buffon che può essere qualsiasi cosa e rappresentarne altre mille per chi apprezza lo sportivo e vuole bene alla persona ma non può certo essere l’esempio per i giovani.
“Con i miei soldi faccio quello che voglio”, disse quando fu scoperto il giro di scommesse a cui partecipava anche lui che nel “quello che voleva” aveva investito un milione e mezzo di euro malgrado la regola della Figc che vieta espressamente ai tesserati di partecipare a questo tipo di attività. E per me uno che se ne frega delle regole che gli impone il mestiere non è diverso dal politico che se ne frega della Costituzione. Quindi di quali esempi si parla non lo so.
Ma il nostro è il paese dalle mille contraddizioni, quello che non si perdona al politico né al vicino di casa viene tranquillamente concesso all’idolo sportivo e alla squadra del cuore in virtù del fatto che il calcio è solo un gioco, la valvola di sfogo per le frustrazioni, il divertissement dopo una giornata, settimana di lavoro e allora guai a scrivere, provocatoriamente è chiaro, si scrive sempre per suscitare delle reazioni, di essere contenta che l’Italia abbia perso, prima di tutto perché non meritava di vincere e poi perché in questo paese ogni occasione è buona per distrarsi e distrarre come ha fatto Giovanna Cosenza [
Perché sono felice che l’Italia abbia perso] che è stata inondata di insulti probabilmente dalle stesse persone che poi partono lancia in resta contro la politica quando non dà il buon esempio e non fa il suo lavoro.

Per favore, non mordermi sul collo – Marco Travaglio

La palla è rotonda, però…

Vincere, e vinceremo! “Caro Prandelli, cari ragazzi, in questi anni la Nazionale ha dato tante soddisfazioni agli italiani, quello che vi chiediamo è di giocare con intelligenza, dignità e onore, sempre nel rispetto dei valori dello sport. Mettetecela tutta, mettiamocela tutta! Nel 2006 ero a Berlino con la squadra di Marcello Lippi a soffrire in tribuna e poi a festeggiare negli spogliatoi la vittoria del Mondiale. Due anni fa ho visto a Danzica i ragazzi di Cesare Prandelli debuttare nell’Europeo in una bellissima partita con la Spagna fino ad arrivare con pieno merito alla finale. Ho potuto apprezzare lo spirito di sacrificio e l’amore di Patria che vi uniscono. I risultati da voi conseguiti dimostrano come traguardi in partenza difficili possono essere raggiunti se si lavora insieme, con spirito di squadra, per un obiettivo comune. Il vostro impegno ha rappresentato l’immagine più bella del calcio italiano” (messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Nazionale Italiana, 12-6). 

  Pronti, via. “Siamo pronti a sorprendere. Ci siamo preparati bene fisicamente e mentalmente. Le prime partite non sono decisive, ma vincere dà una forza straordinaria” (Cesare Prandelli alla vigilia di Italia-Inghilterra, Repubblica, 14-6).

   Da Maracanà a Oronzo Canà. “Pirlo all’ultimo show: ‘Prima la finale al Maracanà poi lascio la Nazionale’” (La Stampa, 12-6).

   La perfida Albione. “Fa piacere mandare a fare… gli inglesi, boriosi e coglioni” (Maurizio Gasparri, Twitter dopo il 2-1 con l’Inghilterra, 15-6).

   Cesare e i Britanni. “Quella con l’Inghilterra è stata una partita epica, la ricorderemo per tutta la vita” (Cesare Prandelli dopo la prima e unica vittoria al Mondiale contro gli inglesi, 15-6).

   Brrr che fresco. “La dieta anti-calore. Papaia e frutta secca. L’Italia vince a tavola” (Libero, 18-6). Che tesori. “Il tesoretto. Prandelli cambia, ecco un’Italia più esperta. Buffon si tuffa, è l’ora di Abate e Bonucci”(Corriere, 19-6).

   Panettone Motta. “Il momento di Thiago Motta, la stella che preferì l’Italia: ‘Io non mi sento brasiliano’” (Repubblica, 19-6). “Motta a centrocampo, Cesare lancia il brasiliano che servirebbe a Scolari” (Libero, 19-6). “Thiago vuol dire sicurezza: ‘Se tocca a me io sono pronto’” (Corriere, 19-6).

   Palpami il popò. “Bonolis, non vada via senza essersi fatto dare una palpatina al popò, che porta bene” (Marco Mazzocchi, Notti Mondiali, Rai1, 19-6).

   Baciami il Balo. “Se battiamo la Costa Rica voglio un bacio, ovviamente sulla guancia, dalla regina d’Inghilterra” (Mario Balotelli, Twitter, 20-6)

   Sogno o son desto. “Riprovaci, Italia. Col Costa Rica voglia di sognare” (Repubblica, 20-6). In o a fondo? “Non voglio essere una star, ma un Campione del mondo. In Brasile è scattato qualcosa in me. Guardo le altre gare per divertirmi, non mi interessa chi può andare in fondo: conta solo che in finale ci sia l’Italia” (Mario Balotelli, Repubblica, 20-6).

   Colpa del caldo. “Scoperto il vero nemico: ‘Il caldo complica le cose’” (La Stampa, 21-6). L’arguto Johnny Renzotta. “L’ufficialità del disastro è venuta alle 19:20 quando ‘nomfup’, nome twitter di Filippo Sensi, arguto portavoce del presidente del Consiglio Matteo Renzi, ammette sconsolato: ‘Quei momenti in cui non ti senti neanche CT ma resti appeso lì a una sgomenta speranza’. Se il braccio destro del premier della sesta potenza industriale al mondo (saremmo l’ottava, ma fa lo stesso, ndr), presto capo dell’Unione europea, si sentiva così, figuratevi noi… Un’Italia viva è utile al look fresco, giovane, pimpante di Renzi, gli azzurri rottamati dalla Costa Rica non fanno bene all’immagine del Paese” (Gianni Riotta, La Stampa, 21-6).

 Basta poco. “Adesso dobbiamo solo recuperare le energie: non sono enormi i nostri problemi, la qualificazione non è a rischio” (Prandelli dopo la sconfitta con la Costa Rica, La Stampa, 21-6).

   Basta il pari. “Tutto da rifare, ma per gli ottavi basta un pareggio con l’Uruguay” (La Stampa, 21-6). “Con l’Uruguay basta l’X. Ma poi c’è la Colombia” (Libero, 21-6). “Abbiamo due risultati su tre” (Gianluigi Buffon, il Giornale, 21-6) L’amuleto. “La sola nota positiva è che dopo la maledizione della seconda partita, viene la terza… Martedì a Natal, assicura Thiago Motta, tra Italia e Uruguay ‘passerà chi avrà più voglia’” (Aldo Cazzullo, Corriere, 21-6).

   Il portafortuna. “L’Italia vincerà il Mondiale” (Mick Jagger, 22-6).

   Tutto bene. “Conta la testa, non le gambe. Ma stavolta andrà bene, non faranno la nostra fine. Siamo più squadra dell’Uruguay e non abbiamo tutti gli infortunati che avevo io. Il blocco Juve e il modulo a tre non tradiranno” (Marcello Lippi, Repubblica, 23-6).

   Affogato al Buffon. “Contro l’Uruguay servono cuore caldo e testa fredda. La bravura di Prandelli è che, nonostante le assenze, trova sempre un equilibrio… Ora serve autostima. C’è la giusta preoccupazione, ma più la posta in palio è alta e meglio rispondiamo: lo dice la Storia” (Gianluigi Buffon, La Stampa e Repubblica, 23-6).

   Mission. “Balotelli&Immobile, la missione della coppia più nuova del mondo” (Repubblica, 23-6).

   La Patria chiamò. “Ricordiamoci che giochiamo anche per la Patria, perché noi qui rappresentiamo l’Italia, la Nazione” (Cesare Prandelli, 23-6). Fattore G, come gomme. “Suarez fa paura, ma l’Uruguay non è perfetto. Il centrocampo ha poca qualità e Godin ha le gomme sgonfie” (Corriere della Sera, 23-6. L’indomani l’Italia sarà sconfitta ed eliminata dall’Uruguay con un gol di Godin a 9 minuti dalla fine).

   Li mejo. “Siamo più forti noi dell’Uruguay” (Paolo Rossi, Corriere della Sera, 24-6).

   Italia proletaria e renzista, in piedi! “L’Italia ha un vantaggio sull’Uruguay e su un’altra decina di squadreediPaesi:neimomentidifficiliècapacedi reazioni impreviste. Non ha il passo lungo della costanza e del metodo… Ma talora ha avuto, non solo nel calcio, uno scatto che l’ha portata a superare ostacoli più impervi anche della coppia Suarez-Cavani… Pure nel calcio ci sono segni che qualcosa nella coscienza del Paese è cambiata (sic, ndr). Oggi l’inno lo cantano pure i calciatori di origine argentina come Paletta o brasiliana come Motta. Se i simboli sono importanti, oggi l’Italia ha più consapevolezza di se stessa anche nel calcio” (Aldo Cazzullo, “Orgoglio e giudizio”, Corriere della Sera, 24-6).

   Per aspera ad astra. “Solonelle asperità riusciamo a dare il meglio di noi. Mescolare sport e politica è talora fuorviante, ma questo non è un fatto solo calcistico, fa parte della mentalità nazionale… Il ‘particulare’ di cui parlava già Guicciardini prevale quasi sempre sul generale. Fino a quando non scatta una scintilla che si può chiamare orgoglio, senso del dovere, talento finalmente all’altezza di se stesso. Nel calcio è più facile… La maglia azzurra è una cosa seria, e la speranza non è l’ultimo dei mali” (Cazzullo, ibidem).

   Gli Insonni. “Nessun dorma”, “SuperMario sa già come si fa”, “La generazione X è più serena dei senatori” (Corriere della Sera, 24-6).

   Siam pronti alla morte/1. “L’Italia chiamò”, “Balo-Immobile, l’Italia tira fuori il coraggio” (Libero, 24-6).

   Siam pronti alla morte/2. “Si fa l’Italia o si muore” (Il Giornale, 24-6).

   L’uomo della Provvidenza. “Finalmente Immobile. Tocca all’uomo del destino. Re dei marcatori in A, è il più in forma” (La Stampa, 24-6).

   Tutti giù dal carro. “Di nuovo bella e di successo. Riecco l’Italia che sa stupire. Il fisico risponde, la preparazione ha funzionato. Il centrocampo fa la differenza. Candreva con Darmian: l’intesa che sorprende. Balotelli c’è, se osa può segnare di più” (La Stampa, 16-6). “Quanto vale l’Italia? Solo la Germania ha un altro passo. Brasile e Olanda si sono ridimensionati. Il borsino azzurro aspettando la Costa Rica. Brasile? Il divario si è ridotto. Argentina? Noi siamo una squadra, loro Messi più dieci. L’Olanda? Avremmo delle chance contro la difesa friabile. Francia? Benzema uomo chiave ma abbiamo l’antidoto” (La Stampa, 19-6). “Pessima prestazione, azzurri a pezzi”, “Il fallimento di Cesare”, “Crolla il nostro calcio”, “Italia azzerata. Si chiude un ciclo” (La Stampa, 25-6).

   Belli, no brutti. “La bella Italia si gode gli applausi. Tutti ci invidiano Balotelli e Pirlo”, “Nuovo stile Italia, addio catenaccio e contropiede” (Repubblica, 16-6). “La resa di Cesare, l’uomo che ha perso tradendo se stesso”, Un gruppo mediocre” (Repubblica, 25-6).

   Patrioti, anzi traditori. “Una partita per tutto il Paese. I nostri patrioti siete voi” (Il Giornale, 24-6). “Disastro mondiale”, “Fuori per giusta causa”, “Fallimento Italia, tradimento Balo”, “La solita mancanza di voglia e di coraggio” (il Giornale, 25-6).

   Ciak si gira, anzi no. “È una squadra che ‘gira’. Ecco perchè Cesare insiste con l’unica punta Ba-lo” (Libero, 18-6). “Prandelli fallisce e dà la colpa a Libero”, “Balo traditore azzurro scappa dalla sconfitta”, ”Addio al Ct senza coraggio e fantasia” (Libero, 25-6).

   I meglio, anzi i peggio. “Noi siamo più forti, favoriti da maggiori possibilità matematiche (due risultati su tre) e da una superiore completezza… Un pronostico: 3-1 Italia, si va agli ottavi come primi nel girone (l’Inghilterra batte la Costa Rica)” (l’Unità, 24-6. Finirà 0-1 con l’Italia fuori, mentre l’Inghilterra pareggerà 0-0 con la Costa Rica). “Traditi da Cesare”, “L’8 settembre del nostro calcio” (l’Unità, 25-6).

   Ci azzecca, no sbaglia tutto. “La lezione del calcio europeo”, “Marchio di fabbrica. Prandelli ha azzeccato gli uomini e il modulo. Ora guarda avanti: ‘Tutto bene, ma è solo l’inizio’”, “L’Italia trasformata in un diesel che resiste a ogni stress ambientale”, “Balotelli ambasciatore di una bella Nazionale che sa farsi voler bene” (Corriere della Sera, 16-6). “Fuori dai Mondiali, un caso nazionale”, “Stessa disfatta di 4 anni fa”, “Perché fallisce il nostro calcio”, “Il crollo del sistema-calcio”, “Basta alibi, è un calcio da cambiare” (Corriere della Sera, 25-6).

   W Immobile, anzi abbasso. “Hai un centravanti sopravvalutato, che ha segnato poco e parlato troppo ovunque sia stato… Come tutti i sopravvalutati, il pacco azzurro è un asso nel vendersi e nell’incantare gli innamorati dei luoghi comuni. Diventa il simbolo della squadra e segna un gol all’esordio contro una difesa di paracarri. Tutti sanno che a ogni suo rarissimo acuto seguono mesi di catalessi, eppure tanto basta per farne un titolare inamovibile. Hai un altro centravanti che ha segnato 22 gol negli ultimi sei mesi ed è circonfuso di grazia celeste: corre come un satanasso dietro a qualsiasi cosa si muova e ogni palla che lo sfiora si trasforma in una carambola imprendibile. È un bravo ragazzo del Sud, serio e lavoratore, si diceva una volta. Giovane e dalle prospettive illimitate, però forte e perbene, quindi poco spendibile sul mercato della panna montata… Hai questi due centravanti e, poiché sei italiano, preferisci il bluff patinato al benedetto dal destino. Ti meriti di perdere: la partita e Immobile. E di tenerti Balotelli” (Massimo Gramellini, La Stampa, 21-6). “Persino il mio Immobile, che in Italia si era aggirato per le aree di rigore come un lupo mannaro, sembrava un barboncino al guinzaglio della difesa uruguagia” (Massimo Gramellini, La Stampa, 25-6).

   Cesare imperatore, anzi pippa. “A Cesare Prandelli sta accadendo quel che accade in Italia alle persone perbene, che non alzano la voce, non insultano, rispettano il prossimo. La loro correttezza viene scambiata per accondiscendenza. E alla prima difficoltà viene ritorta contro di loro. Il processo che si è aperto anzitempo contro il ct, più che ingeneroso, è grottesco. Quando mai si è visto un allenatore della Nazionale costretto a giustificarsi per non aver convocato un calciatore? Prandelli ha preso in mano una Nazionale umiliata in Sudafrica e fischiata in qualsiasi stadio si presentasse. L’ha avvicinata all’Italia profonda, portandola sui campi di provincia, sulle terre sequestrate alla mafia, nelle città provate dal terremoto… Ha riconciliato il Paese con la sua squadra di calcio… In un calcio che spesso premia la furbizia e l’italica arte di arrangiarsi, quando non la tracotanza e la violenza, Prandelli ha ripristinato le regole e la responsabilità… L’operazione è riuscita, perché i valori che Prandelli ha appreso sono quelli degli ambienti in cui è cresciuto… Che Prandelli abbia spessore tecnico e sostanza etica, questo è difficile da negare. Gli scaramantici ricordano che quando tutto va bene i Mondiali riescono malissimo, e quando si parte tra le polemiche si finisce alla grande. Ma questa non è una ragione valida per cominciare il tiro al bersaglio contro un italiano perbene” (Aldo Cazzullo, Corriere, 5-6). “Alla fine l’esito e la sostanza del nostro Mondiale confermano la mediocrità del nostro calcio… che non esprime una propria cultura calcistica e un proprio modulo tattico come in passato. E finisce inevitabilmente per rispecchiare il momento difficile di un Paese che sembra aver perso la fiducia in se stesso fino all’autodenigrazione. Prandelli paga per tutti. Ma non è un capro espiatorio. Ha le sue responsabilità, ovviamente. Anche il ct esce ridimensionato dal disastro complessivo” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 25-6).

   Riottocrazia. “È l’era del demerito. All’italiana non si vince più. Dai salvataggi aziendali allo sviluppo in Europa. Per il successo servono genio e lavoro, non furbizia” (Gianni Riotta, La Stampa, 25-6). Basta con questi scrittori allergici alla meritocrazia che si fanno finanziare i romanzi dal Consorzio del Mose.

   Partito e partente. “Prima di Renzi ho votato a destra, al centro e a sinistra. Ho sempre guardato l’uomo. Da ragazzo mi piaceva Zaccagnini. All’inizio ho creduto in Berlusconi. Poi ho guardato con interesse a Fini. In Veltroni ho trovato passione sportiva e spessore morale” (Cesare Prandelli intervistato da Aldo Cazzullo, Sette, 6-6). “Dopo il rinnovo del contratto ci hanno trattati come un partito” (Cesare Prandelli dopo l’eliminazione, 24-6).

   Prendelli. “Non ho mai rubato soldi dei contribuenti” (Cesare Prandelli, Agenzia Esticazzi, 24-6).

   Agenzia delle Uscite “Ho sempre pagato le tasse” (Cesare Prandelli, Agenzia Esticazzi, 24-6).

Ciro

Il paese va in malora e i politici responsabili sono sempre ai loro posti: guai a chi glieli tocca. Anche alfano resta sempre e incredibilmente al suo posto.
La Nazionale perde, esce – giustamente per demeriti manifesti – dai mondiali e l’allenatore la prima cosa che dice è “colpa mia, mi dimetto”. 
E insieme a lui se ne va anche un dirigente storico del calcio. 
Magari la Nazionale fosse davvero lo specchio del paese come piacerebbe a Napolitano che non manca mai di associare gli “azzurri” al paese Italia che è tutt’altro da quello splendido colore. In un paese azzurro non si muore dentro e fuori uno stadio; si muore, si rischia, quando quel paese è troppo nero di fascismo ancora  troppo tollerato per opportunismo politico, dentro, fuori e intorno alle cosiddette istituzioni di una repubblica antifascista. Napolitano, dopo aver definito “eroi italiani” due presunti assassini dovrebbe andarsi ad inginocchiare davanti alla madre di Ciro Esposito. Andare a guardare il dolore di chi si vede sparire un figlio per un atto violento e ingiustificabile molto simile a quello commesso “presuntamente” da quelli che lui ha chiamato “eroi”.

Morto Ciro Esposito
Il tifoso ferito a Roma

 In una città, la capitale d’Italia, dove ci si spara con la scusa di una partita di calcio si sarebbero già dimessi il questore e il prefetto. 

Dimissioni che andrebbero estese anche al ministro dell’interno che pensa di poter trattare la sicurezza in uno stadio con un capo ultras invece delle forze dell’ordine pagate apposta per farlo. 
Perché il capo ultras l’autorità non se la prende da solo, qualcuno gliela dà, gliel’ha data, e quel qualcuno è SEMPRE la politica che chiude un occhio ma anche tutti e due laddove poi verrebbe a mancare il sostegno di una parte sostanziosa di elettori.
Negli stadi è sempre accaduto di tutto perché la politica che dovrebbe lavorare per evitare quel tutto non lo fa, non l’ha mai fatto. Il perché è facilmente comprensibile, ecco perché non sopporto i luoghi comuni sul calcio, sulle colpe da assegnare poi a tutti indistintamente. Il calcio non c’entra niente ma l’obiettivo è proprio quello di far credere che gli episodi violenti siano da ricollegare al calcio. mentre il calcio è solo il pretesto, come lo sono le manifestazioni, il concerto, la serata in discoteca, la movida estiva. Ci chiuderanno tutti in casa, così noi non rischieremo niente e la politica lassù, invece di lavorare per rendere questo un paese civile avrà più tempo per farsi gli affaracci suoi.
Chi esce di casa con una pistola senza essere autorizzato dalla professione ad averne una sempre con sé è un criminale al quale basta un pretesto minimo per scaricare la sua aggressività violenta, non è un tifoso di calcio.  Giorni fa l’ennesimo pazzo di strada ha ferito tre persone e ne ha ammazzata un’altra. Ormai l’effetto emulazione è diventato una moda come lo furono i sassi dai cavalcavia che però non hanno scoraggiato la gente a mettersi in macchina e viaggiare. Così come è impensabile doversi chiudere in casa per non rischiare di morire ammazzati fuori e dentro uno stadio, per mano di uno squilibrato che gira per le città col machete o nella propria macchina tornando a casa, perché altrimenti daremmo ragione a chi pensa e dice che se le donne si vestono di più e non escono di sera nessuno le violenta e le stupra, mentre gli stupri avvengono a tutte le ore e le vittime sono anche donne per nulla appariscenti né svestite, o a quelli che è meglio non andare alle manifestazioni per non dover rischiare le botte, magari proprio quelle di chi dovrebbe tutelare i cittadini e non ammazzarli.
Il problema della violenza che ammazza non è relativo ad una passione qual è il calcio o ad una qualsiasi altra occasione che porta la gente fra altra gente. I violenti del calcio sono ben noti alle forze dell’ordine di tutte le città che di loro sanno vita, morte e miracoli ma non intervengono mai prima che ci scappi il ferito o il morto. In questo paese non c’è prevenzione né la voglia di agire sul piano culturale contro le violenze di ogni genere perché poi è più facile per lo stato rispondere alle violenze con altre violenze, ecco perché non dobbiamo darla vinta a chi vorrebbe chiuderci in casa perché fuori ci sono i mostri cattivi.
Non c’è un posto dove è più facile morire.
Gli episodi legati alla criminalità intorno e dentro gli stadi si possono prevedere, arginare ed evitare perché le autorità hanno la possibilità di controllare e monitorare gli spostamenti, chi va dove e chi è soprattutto.
Questo non si è fatto e non si fa.
Ecco perché il calcio non c’entra niente.
Dire che il calcio è violenza è semplificazione massima, menzogna costruita ad arte, è l’alibi dietro al quale nascondere uno stato fallimentare perché rappresentato da incapaci, disonesti, interessati sempre a fare altro dalla gestione di un paese e che non sa garantire sicurezza ai cittadini sempre, non solo allo stadio.  Ciro è rimasto un’ora per terra prima di essere soccorso e assistito, a Roma, non a Baghdad.

Povero Ciro, morto di follia e che verrà ammazzato ancora e ancora da tutti quelli che approfitteranno per ripetere le solite storie, sempre quelle, sui violenti, sempre quelli, ovviamente senza sapere di che parlano. 
Povera madre.
Poveri tutti.

Speriamo almeno che restino tutti  a casa oggi, a fare quello che hanno fatto nei cinquanta giorni di agonia  di Ciro non trovando tempo e modo per far sentire alla famiglia di Ciro il sostegno dei romani e degli italiani.

La Germania fuori dall’Europeo. È l’Italia che glielo ha chiesto [spinoza.it]

Sottotitolo: in Italia anche il razzismo è relativo. Dipende da chi porta addosso il colore della sua pelle. Del resto le prostitute che esercitano il mestiere in questo paese ormai sono tutto meno che italiane, eppure dieci milioni di clienti l’anno ci vanno regolarmente, non ce ne sarà nemmeno uno che non assumerebbe una nigeriana, una maghrebina, una romena?  io dico di sì.

Se un nero porta la nazionale di calcio italiana alla finale degli europei qualcosa DOVREBBE succedere, non fra due mesi, alla ripresa del campionato, ma proprio stamattina. Adesso.

Preambolo: poco meno di due anni fa alla Merkel  avrei fatto governare tutto il mondo. Oggi non le farei custodire nemmeno la gabbia dei canarini, se ne avessi una. In meno di cento anni è la terza volta che la Germania devasta l’Europa. Non esiste un altro paese in cui sia così radicata l’idea di antitutto quel che sia possibile. A cominciare dallo spirito unitario che non dovrebbe essere concentrato solo sulla moneta: quella che poi fa fare anche le guerre.

La cosa più disgustosa di questi europei è stata ovviamente la strage degli animali randagi che ha preceduto l’evento.

Per il resto nulla sarebbe cambiato per l’Italia paese se l’Italia del calcio avesse perso la  partita.

Per le varie ed eventuali se opinionisti, giornalisti e fancazzisti (moltissimi, troppi) che ruotano (e mangiano) attorno al mondo del calcio non vogliono che sempre più persone si disamorino di questo sport imparassero loro a non spegnere le luci sugli scandali, sulla corruzione, sul razzismo, sul fascismo e su quanto di nauseabondo fa parte di un ambiente come quello del calcio.
E se anziché portare allo stadio striscioni ridicoli su onori, dio patrie e famiglie i tifosi imparassero a chiedere: “a che punto siamo coi processi?” forse qualcosa si potrebbe anche recuperare.
Però: se la Merkel che sta tenendo per le palle tutta
Europa in un momento del genere trova il tempo per seguire i
mondiali, va allo stadio e ai gol della sua nazionale esulta resta sempre la cancelliera di ferro, quella che guida il paese più evoluto, più moderno, quello di cui si parla sempre bene perché è un esempio di come dovrebbero essere tutti i paesi.
Sepperò ad esultare per la vittoria  dell’Italia sono gli italiani allora non va bene perché ci sono altri problemi a cui pensare,  perché gl’italiani sono il solito popolino mediocre che si fa abbindolare più dal circenses che dal panem, perché in un momento del genere non è serio pensare a cosucce come il calcio.
Io non voglio difendere nessuno, dopo più di metà della mia vita in cui seguivo il calcio da tifosa che andava allo stadio mi sono disaffezionata e me ne sono allontanata  perché ci sono troppe cose che col calcio, col mero gusto dello sport non c’entrano nulla,  però certi arriccianaso di professione, quei guastafeste che  nel bel mezzo di una  cerimonia allegra si mettono a ruttare a tavola proprio non li sopporto.

Nessuno obbliga nessuno a fare niente di che, tutti possiamo parlare dei problemi quanto, quando e come ci pare, certo è, però, che se l’Italia ieri sera avesse perso la partita oggi ci saremmo svegliati con un senso di umiliazione peggiore di quello che ci accompagna da quando è iniziata questa crisi economica.
Qualche volta, credo, si potrebbe e si dovrebbe anche saper pensare in modo più leggero, ecco.