Siamo sempre lì, anzi, qui

L’Italia, come dice spesso Marco Travaglio è il paese dove non bastano i cartelli con la scritta “vietato”, bisogna aggiungerci anche il “severamente”, altrimenti la gggente non capisce. E nonostante e malgrado questo molta di quella gggente riesce lo stesso ad infischiarsene delle regole: per non parlare della legge.

Penso che chi ama davvero lo sport e il calcio abbia il diritto di potersi godere la sua passione. Ma siamo sempre lì, anzi qui, in Italia, dove è la regola a non essere in linea col sentire comune. Lo dimostra anche la possibilità di fare continui ricorsi contro i vari provvedimenti disciplinari. Una multa è una multa, se passo col rosso il ricorso non lo posso fare, pago e zitta. E così dovrebbe essere per tutto. Ma, proprio come nella politica chi non rispetta e non fa rispettare le regole sono quelli che le fanno.  Il comune denominatore sono sempre  i soldi, lo spettacolo non si può fermare [e il governo che  non può cadere] per “sciocche questioni di forma”:  la violazione della regola allo stadio come i ministri che non svolgono correttamente il loro mestiere. E’ questo il dramma: ed è tutto e solo italiano.  Altrove il calcio fa il calcio e la politica la politica. Qua si mischia tutto, la politica non fa le leggi severe da applicare negli stadi dove comunque il primo giudizio è quello degli organi interni perché sa che poi i “tifosi” vanno a votare. C’è una connivenza insopportabile da sempre che con berlusconi è solo peggiorata. In Inghilterra sono riusciti a fermare gli hooligans, qua non ci riescono con dei semplici e ignorantissimi idioti?

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Juve, multa di 5mila euro per gli insulti
dei bimbi in curva al posto degli ultras

5000 euro di multa alla Juventus per le parolacce che i giovani virgulti chiamati a riempire le curve dello stadio sanzionate per razzismo hanno rivolto al portiere dell’Udinese. 

Qui lo sport, il tifo e il calcio non c’entrano niente ma c’entra, e molto, la moda tipicamente italiana di aggirare le regole invece di rispettarle. 

Se un giudice sportivo stabilisce una sanzione bisognerebbe attenersi alla sanzione proprio in virtù di quella funzione educativa che si chiede sempre allo sport.

Mentre quella funzione viene sistematicamente disattesa dai pessimi atteggiamenti di “campioni”, dirigenti, allenatori, per non parlare delle migliaia di imbecilli che siedono sugli spalti che si esibiscono nel loro squallido show sempre uguale fatto di cori razzisti, di esibizioni di vessilli fascisti; gente che usa lo sport per sfogare le proprie frustrazioni e spesso lo fa anche in modo violento perché sa che tanto dopo non succede quasi niente.

Se l’AD della Juventus permette, chissenefrega della teoria del sociologo che “il calcio senza spettatori è pari allo zero” usata quale giustificazione per non attenersi alla regola che imponeva che quella parte di stadio dovesse restare vuota. Anche nell’ambito usato spesso quale metafora per definire il paese, la gente e la politica la regola viene anestetizzata e la sanzione mascherata da festa, spettacolo gioioso; proprio come se non fosse successo quello che ha giustificato la sanzione.

E dunque l’ipocrisia non è pensare che in fin dei conti “so’ ragazzi” e che sarà mai qualche parolaccia che dicono tutti, la vera ipocrisia è pretendere il rispetto delle regole in altri ambiti della società, dello stato, dalla politica salvo poi dimenticarsi della propria coscienza civile quando di mezzo c’è il calcio.

Lo spettacolo comunque è anche quello che non si vede in tv: quello delle partite nei campetti amatoriali fra squadre di categorie inferiori. Qui da me, la squadra fa la seconda categoria mi pare, un paio di volte l’arbitro, che molto spesso ha la stessa età dei ragazzi e ragazzini che giiocano, è dovuto andare via scortato dai carabinieri. E dai genitori che nel frattempo si prendono anche a botte sulle gradinate si sente di tutto: inviti a spezzare le gambe e finezze del genere. E coi figli generalmente vale il detto che “quello che si semina, si raccoglie”.

 

L’IMBALSAMATORE FALLITO (Marco Travaglio)

L’Amaca, Michele Serra – 4 dicembre

Forse nemmeno Jonathan Swift poteva concepire una così perfida allegoria come quella andata realmente in scena allo Juventus Stadium. Sgomberata dal giudice la curva dagli ultras che urlavano “Napoli colera”, la Juve ha voluto virtuosamente riempirla di bambini, simbolo dell’innocenza sportiva. Decisione da tutti salutata come esemplarmente pedagogica, in tipico stile Juventus. Ma i piccoli cari hanno provveduto a restituire agli adulti quanto gli adulti gli hanno insegnato, gridando in coro (sia pure un coro di voci bianche) “merda” al portiere avversario, e procurando al povero Andrea Agnelli una ulteriore multa. Ai bimbi quel coretto, udito ogni santa domenica in quello stesso stadio, doveva sembrare una piccola festa, uno scongiuro scanzonato e niente più. Si tratta di una specialità locale, sebbene già emulata in altri stadi: si attende che il portiere rinvii e gli si grida “merda”, a lui e alla sua traiettoria, all’avversario infame, al mondo nemico. Merda a tutti voi, che non siete noi. Che volete che ne sappiano, quei bimbi belli e quelle (poche) bimbe, del fair play,visto che in mezzo a quelle urla ci sono cresciuti, e chissà se il babbo che li teneva per mano gli ha spiegato che quelle cose non si dicono, oppure pure lui gridava merda?

“Non ci deludete: abbiamo $commesso su di voi”

 

Euro ’12, Italia-Spagna 1-1.

Tifosi sbeffeggiano Buffon

Striscione «scommettiamo» per il capitano azzurro

Un lungo abbraccio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con Gigi Buffon. “Bravi”, ha detto Napolitano negli spogliatoi dopo la partita con la Spagna, pareggiata dagli azzurri per 1-1. “Lei – ha detto il Capo dello Stato al portiere – una volta al Quirinale ha fatto anche un grande discorso politico”.

Napolitano dice la sua prima di Spagna-Italia:
“Il calcio è una cosa positiva, incoraggia i Paesi che sono in difficoltà”.

Il paese non si unisce con le ipocrisie retoriche, né si può riabilitare, rivalutare  grazie alle eventuali prodezze della sua nazionale di calcio che, purtroppo per Giorgio The King non risolvono i problemi della vita dei tutti giorni, un po’ più seri di un gol mancato e di un calcio di rigore non assegnato: credo, voglio sperare almeno che questo un presidente della repubblica lo sappia fin troppo bene. Così come sapeva che fosse prevedibile che la scenetta con Buffon a pochi giorni dai fatti di cronaca giudiziaria che hanno riguardato il mondo del calcio non sarebbe stata gradita da molti.

Pochi giorni fa la visita degli azzurri ai campi di sterminio con relative scene di pentimento, di dichiarazioni sul genere di “io non sapevo, non avrei mai immaginato, anche i bambini?” [Auschwitz in effetti non è esattamente uguale ad un villaggio vacanze extralusso ma sarebbe bastato conoscere un po’ la Storia per saperlo] , ieri l’abbraccio di Napolitano e il riscatto sociale è servito, degli scandali nel calcio, dell’immoralità e dell’amoralità di calciatori e dirigenti chi ne parla più? solo i coraggiosi. E, se quello di Buffon è stato un ‘grande discorso politico’, quelli che facciamo noi tutti i giorni qui e altrove da qui  cosa sono? siamo mica più stronzi o meno rispettabili del Gigi nazionale, caro presidente, anzi.

Qualcuno dica al presidente Napolitano che c’è gente che tutti i giorni fa politica e discute di politica, solo però non facendo parte di nessuna élite di privilegiati ai quali lui dedica belle parole e abbracci, non se la fila nessuno.
Ed è piuttosto fastidioso  un presidente che pensa che tutti gli italiani debbano essere coinvolti nello stesso sentire.
Io la partita non l’ho nemmeno guardata, per dire.

 

Gli altri Europei di Buffon
di Marco Travaglio per l’Espresso – 8 giugno

Otto anni fa il portiere dell’Italia si indignò contro il pareggio ‘conveniente’ tra Danimarca e Svezia. Ora invece giustifica i risultati che ‘non fanno male a nessuno’. Ecco con quale capitano scendiamo in campo.

Il 22 giugno 2004, allo stadio di Oporto, Danimarca e Svezia disputano il quarto di finale degli europei di calcio in Portogallo. Se una delle due vince, passa il turno con l’Italia di Trapattoni. Se invece pareggiano, si qualificano entrambe e l’Italia torna a casa. Alla vigilia il portiere della Nazionale azzurra avverte: “Se fanno davvero 2-2, altro che Ufficio inchieste: direttamente le teste di cuoio in campo ci vogliono!”. Quella sera, sugli spalti di Oporto, le due tifoserie srotolano striscioni beffardi: “2-2 e ciao Italia”. In campo i calciatori scherzano sul pareggio annunciato e sugli italiani che sospettano il “biscotto”. Finisce puntualmente 2-2, dopo una partita molto combattuta, risolta però all’ultimo minuto con il gol dello svedese Jonson favorito da una mezza papera del portiere danese Sorensen. Seguono quattro minuti di melina, prima del fischio finale dell’arbitro. Le due squadre vanno in semifinale, gli azzurri sono eliminati.

Del Piero alla fine non vuol fare polemiche: “Non cerchiamo scuse”. Anche Trapattoni, subito esonerato, dice: “Non voglio credere a una combine”. Ma gli altri azzurri, da Panucci a Zambrotta, da Pirlo a Cannavaro, fremono di sdegno e sparano a zero sui colleghi scandinavi e il loro “biscotto” ammazza-Italia.

Il più indignato è sempre il portiere: “Il 2-2 è uno schifo, uno scandalo a livello mondiale. Ha perso soprattutto lo sport. Provo vergogna, ma non per noi: per gli svedesi e i danesi. L’hanno fatta proprio sporca. E pensare che il calcio, non essendo solo soldi e business, dovrebbe dare insegnamenti ed esempi. Ma dopo questo pareggio che cosa penseranno i giovani? Che è giusto mettersi d’accordo anche a 13 anni per vincere la coppa della parrocchia”.

E chi è questo portiere, autentica reincarnazione di Catone il Censore? Gianluigi Buffon: toh, lo stesso che l’altro giorno se l’è presa con i pm che indagano sul calcio scommesse e con i giornalisti che lo raccontano denunciando la “vergogna” della presunta giustizia a orologeria. Poi ha giustificato i pareggi in saldo da fine stagione: “Se a due squadre va bene il pareggio, possono anche pareggiare. Sono affari loro. Alcune volte, se uno ci pensa bene, che cosa devi fare? Meglio due feriti che un morto. E chiaro che le squadre le partite se le giocano. Ma ogni tanto anche qualche conto è giustificato farlo”.

Ohibò: pareggiare per convenienza non è più uno schifo? E, dopo queste dichiarazioni, che cosa penseranno i giovani? Che allora è giusto mettersi d’accordo anche a 13 anni per vincere la coppa della parrocchia? Anziché convocare Buffon e dargli qualche ripetizione di lealtà sportiva, il presidente della Figc Abete s’è affrettato a giustificarlo: “Buffon ha sempre adottato una linea di trasparenza: un conto è la necessità di vincere o pareggiare, altro l’accordo che non è accettabile”. Sarà, ma in un paese meno smemorato, Buffon dovrebbe spiegare a cosa si deve e a quando risale la sua improvvisa conversione al cinismo machiavellico. O aggiungere: “Il pareggio di convenienza va bene solo se conviene a me”. In attesa delle prove sulla giustizia a orologeria, ecco una bella prova di moralismo a orologeria.

P.S. Nell’ultima giornata del campionato 2004-2005, il Parma pareggiò a Lecce 3-3: la Fiorentina si salvò e, dopo lo spareggio, il Bologna retrocesse. Molti giocatori leccesi, tra i fischi dei tifosi e gli urli dell’allenatore Zeman, s’impegnarono ben poco. Nel processo di Calciopoli, per quel biscotto, il tribunale di Napoli ha condannato i fratelli Della Valle, il designatore Bergamo e l’arbitro De Santis. Sentito come teste, Zeman ha spiegato: “Secondo me qualcuno del Parma ha pregato i miei giocatori di desistere, questo capita spesso. Ma salvare qualcuno per condannare un altro non è nella mia mentalità e quindi volevo che la mia squadra, che aveva giocato bene per un’ora, continuasse a giocare”. Sarà mica per questa mentalità deviata che Zeman ha allenato in serie A da dieci anni?

La retorica della demagogia

Sottotitolo: Visti gli scandali e tutto il marciume che gira intorno alle sue istituzioni, mi chiedo se non sia il caso di sospendere la religione cattolica per due o tre anni.

Mario Monti: “Gioverebbe fermare il calcio per due o tre anni”

Non credo sia una buona idea quella di togliere per due o tre anni dalla circolazione l’arma di distrazione di massa più potente che esista in Italia, c’è il rischio che poi la gente inizi a preoccuparsi e ad occuparsi davvero delle cose importanti. E questo alla politica non converrebbe.

Chissà perchè a Monti non sia venuta l’idea di sospendere cheneso, gli stipendi dei parlamentari per tre anni e convogliarli verso il risanamento della crisi: nemmeno se ne accorgerebbero e quella sì, sarebbe una saggia decisione condivisa da tutti  senza demagogie, populismi e qualunquismi.

Anche la politica dovrebbe essere l’espressione più alta dei valori positivi, dei principi sani, non solo il calcio.

Anzi, in un’ipotetica classifica la politica dovrebbe stare al di sopra di un  primo posto che non ha mai meritato perché in questo paese ha sempre  fatto tutt’altro che dare un esempio buono, di lealtà, trasparenza e onestà: quindi che si fa, insieme ai campionati sospendiamo sine die anche il parlamento?

Io ci sto.
Quando nella politica accadono fatti deprecabili che sono più o meno gli stessi che avvengono in ambito calcistico quali corruzione, connivenze con criminalità e mafie, mazzette eccetera,  sospendiamo, e ad libitum, i responsabili mandandoli  a fare un periodo di riflessione anche nelle patrie galere quand’occorre, così come succede ai calciatori che si macchiano dell’onta di un reato, anche questo gioverebbe alla maturazione di chi volesse,  eventualmente, occuparsi delle cose di tutti.
Monti ha parlato di un periodo di riflessione circa i fatti deprecabili che avvengono nell’ambito del mondo del calcio. Benissimo:  se i parametri sono questi allora la politica in Italia dovrebbe sospendersi da qui all’eternità.

Ho trovato molto fuori luogo la dichiarazione di Monti circa la sospensione del campionato di calcio a data da destinarsi, non perché me ne freghi un granché del calcio ma perché oggi nessuno ha un pulpito autorevole dal quale poter esprimere critiche e giudizi verso i vari settori della società.

Quindi, o ci mettiamo in testa tutti quanti che la politica, in quanto gestore di tutti i settori, deve essere migliore dei cittadini, che i governanti devono essere migliori dei governati o non ne usciamo.
Ma tutti però, abbandonando se possibile certe ideologie e il famoso giochino di chi ce l’ha più lungo; perché mai come in questo periodo siamo TUTTI nella stessa barca.

Il 2 giugno? Lasciamoli soli con le loro sobrie parate

16 morti, 350 feriti, 8000 sfollati in poche ore e si ciancia ancora del 2 giugno che s’ha da fare. Il 2 giugno, e mi rivolgo a coloro che portano le figliolanze  a Piazza Venezia  a vedere non so cosa, lasciamoli SOLI  a farsi la parata e le commemorazioni.
La parata, da sempre momento molto sentito dalle istituzioni, per fortuna si farà.

Non mi piacciono i furbetti, i manipolatori e i mistificatori: non mi piace chi, a sostegno del suo dire nella discussione politica aggiunge sempre le tre paroline magiche: “demagogia, qualunquismo, populismo” che incutono terrore in tutti quelli che si ostinano a guardare sempre il dito e mai la luna.

E non mi piace che, quando qualcosa è talmente ovvia da apparire quasi fastidiosa per diminuirne il valore si dica: “epperò lo dice anche questo, quello e il tal’altro” scegliendo fra i personaggi peggiori che popolano la nostra scena politica dimodoché ci si debba vergognare di quell’opinione, solo perché è ampiamente  condivisa.

Personalmente, non me ne fotte niente di chi alza la mano per primo, se la risposta all’ interrogazione è quella giusta tutti possono meritarsi il loro 10 e lode.
E non esiste autorevolezza che tenga rispetto alla forza di un’idea, tutte le idee, quando sono buone hanno diritto alla loro dignità indipendentemente da chi le espone.
Napolitano dice che la parata del 2 giugno si farà ugualmente e che sarà dedicata alle vittime del sisma.
Peccato per chi non potrà più rispondere “no, grazie” ma anche  con un bel “chissenefrega delle vostre festicciole ipocrite e costose.”
E peccato anche per chi non ha capito che la protesta contro la passerella inutile del 2 giugno  è anche un pretesto per richiamare l’attenzione sugli altrettanto inutili e innumerevoli sprechi –  sono tanti – di cui pare che questo paese non possa proprio fare a meno.
La polemica sull’inutilità della parata del 2 giugno va avanti da anni, non è certamente nata ieri, quindi oggi nessuno può venirci a dire che chiedere l’annullamento e la sospensione di  questa manifestazione inutile, costosa, palesemente fuori luogo e fuori tempo sia demagogia.

Ma chi lo dice, chi lo ha detto che per celebrare un paese unito (unito?) c’è bisogno di una parata MILITARE?  ne ho sentite di stronzate in queste ore, ma questa è la migliore di tutte.

Vorrei sapere chi ha deciso che per celebrare una repubblica la cui Costituzione peraltro dice che ripudia la guerra – anche se i fatti poi raccontano altro, serva una parata militare.

La civiltà di un paese è tale quando si evolve, si aggiorna, e quando c’è qualcuno che insegna anche a fare a meno di quello che non serve a beneficio di quello che invece è necessario.

Non c’era bisogno di un altro terremoto per capire che a rinunciare a qualcosa in un periodo di crisi non devono né possono  essere sempre i soliti noi (noi, non noti).

Il terrorismo di chi paventa miserie  e spaventa con la  crisi, il fallimento funziona  quando si chiede un lavoro, uno stipendio decente, una pensione dignitosa;  quando però si chiede un uso equo, e sobrio, dei soldi di tutti allora è demagogia.

Il vero populismo e qualunquismo è rifiutarsi di pensare che quei soldi spesi inutilmente, e non solo per la parata militare,   potrebbero invece essere destinati, ad esempio, a rendere migliore e più efficiente  la protezione civile vista la frequenza degli eventi catastrofici che avvengono in Italia, per la messa in sicurezza di edifici e territori,  e la vera demagogia la fa chi pensa che per celebrare una repubblica [che casca e pende a prescindere da quegli  eventi catastrofici] sia necessario far sfilare fucili, mitragliatrici e carriarmati.
Nel 2012.