Miche’, che fai, lo cacci?

 

Se b ha affidato Ruby alla Minetti sapeva che fosse minorenne, altrimenti non sarebbe stato necessario nessun affidamento, quando la portava alle cene eleganti no? Quella sentenza è una vergogna, altroché le sentenze che si rispettano.

In un paese dove nemmeno i reati e le relative condanne, anche definitive riescono a mettere fuori gioco i delinquenti della politica c’era giusto da declassare l’abuso, neutralizzarlo, renderlo un non reato per scagionare il solito criminale dalle sue responsabilità.

Ha fatto benissimo il giudice Tranfa ad abbandonare la Magistratura dopo l’assurda sentenza che ha assolto berlusconi dall’accusa di essere uno sfruttatore di ragazzine.
Questo è dimostrare di avere una coscienza civile.
La giusta risposta ad uno stato che non sa, perché non può, far uscire definitivamente dalla scena pubblica e politica un delinquente abituale che dello stato si è fatto beffe violando tutte le leggi che regolano la civile convivenza, lo ha derubato, lo ha rinnegato quando ha scelto di avere protezione per sé e per i suoi figli da quell’antistato che si chiama mafia ma continua ad avere tutela, riconoscimento anche politico e protezione, che ad altri cittadini nella sua stessa condizione di pregiudicati e traditori dello stato sono negati, proprio dallo stato.

***

Per essere sicura di aver capito la dinamica dei fatti mi sono riguardata il delizioso siparietto altre due volte oltre la diretta. Ma conoscendo i precedenti di Santoro, il suo carattere, l’aver fatto il professorino permaloso già con altri suoi collaboratori e colleghi i dubbi si sono sciolti come neve al sole. Di Travaglio si può dire tutto ma è innegabile che sia il giornalista più insultato d’Italia. A me il tutti contro uno, lo squadrismo di chi si coalizza contro qualcuno sulla base della persona e non delle cose che dice e scrive come sarebbe giusto fare riguardo ad un giornalista non è mai piaciuto, forse perché spesso l’ho subito e non è una sensazione piacevole.

Spero che Marco Travaglio, anche se ci credo poco, non torni più a Servizio Pubblico, troppo libero per la figura di maniera che si è ritagliato Santoro in questo ultimo periodo solo perché deve – in ogni trasmissione – infilare il contenzioso con Grillo che ha inserito pure lui nella sua lista dei giornalisti canaglia.

Anche se Travaglio avesse avuto torto marcio Santoro non lo doveva zittire, chiedere a qualcuno in malo modo di tacere è cattiva educazione e pessimo stile.

Specialmente se si fa in pubblico, che sia uno studio televisivo o davanti ad una pizza con gli amici.

Le ragioni di quello che è successo a Servizio Pubblico fra Marco Travaglio e Michele Santoro non sono però nella trasmissione di ieri sera.
E’ una storia che parte da lontano, da quando Santoro dopo essere stato cacciato dalla Rai per i motivi che ormai tutti conoscono ha deciso di sdoganare televisivamente Marco Travaglio e metterselo al fianco ANCHE per dare un segnale a chi lo aveva fatto cacciare dalla Rai.
La leggenda di Santoro e Travaglio, i giornalisti più invisi e odiati da berlusconi che hanno ridato ossigeno a berlusconi nella famosa puntata di Servizio Pubblico è, appunto, una leggenda.
Una favoletta che si raccontano quelli che delle dinamiche da talk sanno poco e niente e spesso si riducono a guardarne gli stralci in Rete anziché seguire tutta la puntata.
Quella fra Santoro e Travaglio è una questione caratteriale, quei due non si prendono proprio, troppo diverso il modo di fare giornalismo e troppo dirompenti entrambe le personalità.
Travaglio è uno che entra nel dettaglio delle cose, Santoro è uno a cui piace interrompere chi sta cercando di spiegare.
E allora finché Travaglio si limitava ai suoi dieci minuti di lettura lasciando poi che si scannassero gli altri presenti in studio è andato tutto bene.
Da quando, invece, Marco Travaglio partecipa anche al dibattito sono uscite fuori man mano tutte le problematiche di convivenza fra i due.
E ha fatto benissimo Travaglio, cinquant’anni compiuti qualche giorno fa, non i dieci o dodici più adatti per la cazziata, la ramanzina, in pubblico poi, che dopo essere stato interrotto milioni di volte da Santoro a proposito della qualunque e di fronte a chiunque, aver sempre pazientato per professionalità ieri sera al rimprovero si è alzato e se ne è andato.
Ha fatto benissimo Marco Travaglio a lasciare lo studio del conduttore Santoro che, per proteggere il politico Burlando in evidenti difficoltà nel rapportarsi con la signora in collegamento da Genova come sempre accade ai politici quando si trovano davanti i cittadini senza filtri – Burlando che, insieme al sindaco Doria è stato giudicato persona non gradita al funerale del poveretto morto nell’alluvione al quale i familiari hanno preferito che non partecipassero, anziché tenere botta e sostenere il collega nella tesi descritta benissimo da Marco Travaglio sulle responsabilità politiche delle alluvioni di Genova, ha pensato che fosse più opportuno prendersela col collega.
La questione è più o meno la stessa di quando qualche imbecille viene a fare le scenate nelle bacheche di facebook: le persone civili, educate, quelle che hanno realmente l’intenzione di confrontarsi, di chiedere qualcosa a qualcuno quando hanno qualche problema scrivono in privato, non rovesciano idiozie che le persone non si meritano in piazza per farsi notare e per far parlare di loro.
Michele Santoro è stato scortese, maleducato, ha messo Marco Travaglio in una condizione di inferiorità senza motivo perché lui non aveva offeso proprio nessuno, lo ha zittito, e nel luogo democratico che è Servizio Pubblico di cui si vanta Santoro nel quale hanno parlato tutti: cani, porci e perfino la santanchè, non si zittisce nessuno.

L’allegra estate di Matteo Renzi

I piddini saranno contenti che con la riforma testè approvata Maria Elena Boschi si è aggiudicata il titolo di statista a tutti gli effetti.
Che grande cosa avete fatto, votando Renzi.
Nemmeno Dio vi perdonerà.

E il premier dice ‘in vacanza belli allegri’

berlusconi vuole riavere l’agibilità politica.
Perché, fino ad ora che è stato, l’apericena?
 Quanto diventano piccole, quasi spariscono figure come quelle di Tavecchio, Corona dei quali si sta parlando molto in questi giorni, perfino quella di Schettino seppure col suo bagaglio di morte.
Questo è un paese da buttare, non c’è da salvare nulla in un posto dove un delinquente di quella portata ad un anno da una condanna definitiva per un reato grave quanto ignobile come il furto allo stato invece di essere dimenticato da tutti può permettersi di tenere tutti ancora sotto scacco, essere considerato dalla politica e dalle istituzioni, presentarsi davanti ai giornalisti, essere addirittura cercato e inseguito da loro grazie ad un irresponsabile egocentrico che in uno così si rivede e si riconosce così tanto da volerlo imitare in pensieri, parole ed opere.

B: “Ora voglio riavere l’agibilità politica”

 

Democrazia è, tradotta in cifre, una decina di milioni di teste di cazzo italiane che si sono fatte abbindolare dal Rottam’attore e che per mezzo del loro voto ad elezioni europee, manco nazionali, impongono agli altri cinquanta milioni e rotti statiste del calibro di Marianna Madia, nel cui curriculum la nota più significativa è che è stata la nuora mancata di Napolitano e Maria Elena Boschi che da piccola faceva la Madonna nel presepio. Ma come dice il bugiardo 2.0: allegria, stiamo sereni, il meglio deve ancora arrivare. 

Che si tengano pure stretta la loro statista Maria Elena Boschi.
Io mi considero da oggi ufficialmente prigioniera politica.
Di una politica che non ho scelto ma mi è stata imposta da chi avrebbe dovuto garantire il popolo sovrano e la Costituzione, non il solito manipolo di privilegiati, incapaci e spesso disonesti che si sono alternati in parlamento in questi ultimi tre anni, che quella Costituzione vogliono smantellare perché intralcia i loro progetti criminali di devastare questo paese fin dalle sue fondamenta, nate sul sangue di chi per questo paese immondo e sciagurato, è morto.

Come ho già scritto nei giorni scorsi una maggioranza come quella di Renzi non potrebbe decidere nemmeno il colore delle tende da sole in un condominio, e invece le si permette di scardinare la Costituzione e la legge. Lo stato.
Basta così. Il mio voto non può valere quanto quello di chi dà il suo a scilipoti perché il suo partito poi gli garantisce assistenza a livello comunale e regionale col clientelismo e la mazzetta. E nemmeno quanto quello di chi ha votato Renzi dietro la spinta di una propaganda da regime non democratico. No, il suffragio universale è stato un danno, dare la possibilità di scegliere i governanti a chi non sa mettere due parole in fila né articolare una riflessione, un ragionamento sulla politica e non conosce nemmeno dieci articoli della Costituzione è tutto quello che ci ha portato fino a qui. Io considero gli elettori di scilipoti, di berlusconi e di Renzi, miei nemici, punto e basta. Dieci milioni di persone, molte delle quali pensanti per conto terzi, cioè della propaganda di tutti questi mesi non possono decidere per gli altri cinquanta. Non possono.

 Ci  vorrebbe un bel modo per ringraziare tutti quelli che si sono attivati, che hanno messo tutto quello che avevano per rendere facile l’ascesa al governo del bugiardo seriale 2.0.
Quelli che da tanti mesi e ancora e tutt’ora cercano in tutti i modi di far credere agli italiani che quello che abbiamo in parlamento è il meglio a cui si poteva ambire.
Quelli che ripetono “o così o la catastrofe” da più di tre anni, dall’avvento del signore in loden e delle signore tacco 5.
Quelli che ringraziano Napolitano, autore e sceneggiatore di questo orrore a ciclo continuo che vedrà il suo coronamento nella cessione definitiva del nostro paese a quelli che hanno i soldi per comprarsi il paese e dunque noi. Cosa che non preoccuperà certamente chi ha contribuito a scarnificare l’Italia fino ad arrivare all’osso.
Quelli che fino a qualche anno fa erano in prima linea ad opporsi ad un criminale che faceva strame di un paese per aggiustarselo a sua immagine e somiglianza ma oggi sono tutti lì a guardare con tenerezza il suo figlioccio naturale che ci fa lingua in bocca dopo averne dette di ogni su di lui,  su quelli che il signorotto toscano aveva promesso di togliere di mezzo con quella leggendaria rottamazione che ha sedotto e abbindolato chi gli ha dato fiducia prima alle primarie e poi alle elezioni europee ma davanti ai quali s’inchina per opportunismo politico.
Ringrazio Repubblica trasformatasi nel tempo nel più pericoloso veicolo di propaganda governativa: ad Eugenio Scalfari, Ezio Mauro e trombettieri al seguito in quel di Largo Fochetti sono andati bene tutti, prima Monti poi Letta e adesso Renzi.
Nemmeno l’ombra di quello che dicevano e scrivevano su berlusconi; l’Unità che per lo stesso motivo, ovvero rinunciare ad essere un giornale di e per tutti ma scegliendo di essere l’organo ufficiale dell’eterno inciucio fra la cosiddetta sinistra e berlusconi ha preferito arrivare al fallimento salvo poi accusare fantomatici colpevoli di non aver fatto nulla per evitarlo. 

E naturalmente, pur non votando i 5S ringrazio particolarmente tutti quelli che hanno costruito il duce del terzo millennio facendo credere che le parolacce, quella forma sì, spesso sbagliata, fossero i veri pericoli per questo paese, mentre il pericolo, quello vero, veniva riconfermato al suo posto con giubilo bipartisan.

 

Non perdonerò mai i responsabili di queste infamità a getto continuo.

Politici, giornalisti, gente che va in televisione a rincoglionire altra gente che poi va a votare come se andasse a scegliersi un vestito nuovo: nessuno.
I miei genitori sono morti portandosi dentro il sogno, la speranza che berlusconi se ne andasse, almeno dalla politica, prima di loro.
E questo io non lo dimenticherò mai, mai dimenticherò mia madre che quando lo vedeva in televisione cambiava canale.
Assassini di sogni, ecco che sono, dell’idea di un paese appena un po’ normale dove i padri e le madri non muoiono pensando che lasciano figli e nipoti in balia di un delinquente e dei suoi complici.

Riforme, via libera al Senato dei nominati
Dissidenti Pd e Fi non votano, M5S fuori

Palazzo Madama approva in prima lettura il ddl Boschi. Tiene asse con Forza Italia, ma i dem perdono
pezzi. Lega e Sel non partecipano. Renzi assente dice: “Nessuno può più fermare il cambiamento”.

Un giorno di ordinaria Italia
Marco Travaglio
L’altroieri, mercoledì 6 agosto, pareva una giornata come tante altre. Il Senato era impegnatissimo a votare a tappe forzate, h24, la propria trasformazione in bocciofila per consiglieri regionali e sindaci inquisiti. Il presidente del Consiglio si godeva le reazioni alla sua intervista settimanale a Repubblica contro i terribili gufi e intanto twittava a tutta randa contro i terribili gufi. Il sinistro dell’Interno Angelino Jolie tentava di provare la sua esistenza in vita espellendo il pericolosissimo imam di San Donà de Piave. Il Corriere della sera pubblicava un editoriale di Aldo Cazzullo dall’azzeccatissimo titolo “Come disperdere un patrimonio” che faceva pensare a una sacrosanta reprimenda a Renzi per i 7 miliardi buttati nel cesso per comprarsi milioni di voti a 80 euro l’uno: ma poi si scopriva che il ragazzo tornato dal Brasile, smaltiti il jet lag e la saudade, ce l’aveva con Grillo e i 5Stelle, senza i quali l’Italia sarebbe la locomotiva d’Europa, ma che dico d’Europa?, del mondo. Giornali e tg erano tutti intenti a illustrare le idee delle ministre Boschi e Madia, doppio ossimoro.

E menavano scandalo perché in Germania Bernie Ecclestone l’ha fatta franca in un processo per corruzione pagando la modica cifra di 100 milioni di euro, tacendo il fatto che in Italia corrotti e corruttori la fanno franca senza sborsare un euro. Gettonatissimo il nuovo gioco dell’estate, destinato a soppiantare l’hula-hoop e il cubo di Rubik: la Riforma della Giustizia del ministro Orlando.

Poi, nell’arco di alcune ore mattutine, sono giunte tre notizie all’apparenza sganciate fra loro.

1) Il vertice di 3 ore a Palazzo Chigi fra il giovane premier e un anziano pregiudicato ai servizi sociali per discutere di Costituzione, legge elettorale col contorno di soglie e preferenze, ma anche di come rimettere in ordine i conti pubblici e rilanciare l’economia, ma anche di giustizia, ma anche di quella culona della Merkel colpevole di tutto, ma anche di Milan e Fiorentina.

2) Il seminario tenuto un mese fa all’università La Sapienza di Roma da Francesco Schettino, ex comandante della Costa Concordia, imputato per l’omicidio di 33 persone e dunque invitato dalla cattedra di Psicopatologia forense a illustrare le più avanzate tecniche di “gestione del panico”.

3)Il rapporto Istat sull’Italia in recessione, con il Pil a -0,1% nel primo trimestre e a -0,2 nel secondo (quello dei balsamici 80 euro), e l’immediato crollo della Borsa.

Conseguenze della notizia n.1: nessuno stupore, nessuna indignazione per la lectio magistralis del condannato per frode fiscale e imputato per corruzione al premier che dovrebbe combattere le frodi fiscali e la corruzione e riformare la giustizia. Anzi, giusto così.

Conseguenze della notizia n.2: unanime sdegno per la lectio magistralis dell’ex comandante Schettino, al momento solo imputato e non ancora condannato.

Conseguenze della notizia n. 3: il premier Renzi dice “me l’aspettavo”. Era tutto astutamente calcolato.

Quando annunciava che gli 80 euro avrebbero dato “uno choc ai consumi” e gonfiato prodigiosamente il Pil fino all’1% o quasi, scherzava: lui l’aveva fatto apposta per portare il Pd al massimo storico e l’economia italiana al minimo storico degli ultimi 14 anni, così i gufi imparano. Intanto il ministro dell’Economia dice “spendete gli 80 euro” ai fortunati vincitori, e riesce persino a restare serio. L’agenda non cambia: il governo ha sempre ragione, è l’economia gufa che non capisce le slide. E niente panico, come direbbe Schettino. Anzi “avanti così più in fretta”: il Parlamento resterà intasato per altri mesi per abolire l’elezione dei senatori e far nominare i deputati dai partiti, perché ce lo chiede il Pil, e naturalmente l’Europa. Casomai servisse, il pregiudicato che per 11 anni su 20 ha fatto di tutto per affondare la nave e alla fine c’è quasi riuscito promette al premier che a un cenno convenuto tornerà a bordo e gli darà una mano a completare l’opera. Renzi ringrazia, ma confida di riuscirci da solo. Intanto, fa l’inchino.

I come Italia, iperbole e idiozia

Il Palacio de La Moneda sotto i bombardamenti.

Solo dei piccoli cervelli possono pensare che la critica alle esagerazioni di Grillo significhi poi ignorare gli altri problemi.

Ci sono teste in cui c’è spazio sufficiente per tutto, soprattutto per la memoria di ciò che non va dimenticato.

Se berlusconi poteva e può ancora contare sul suo esercito di yesmen anche Grillo è in ottime mani, ad esempio quelle di Andrea Scanzi che è sempre il primo a correre in soccorso dell’esagitato ogni volta che la fa fuori dal vaso ricordando al suo numeroso pubblico, la platea plaudente di facebook che sì, è vero, Grillo esagera, “però…”.

Però, un cazzo, lo dico a Scanzi col quale spesso sono stata d’accordo ma  che mi ha cacciata dalla sua bacheca facebook perché non sono una che abitualmente si unisce ai cori  e a tutti quelli che  vanno a fare la ola nella sua pagina  pensando che sia vero ciò che scrive quando con la sua solita arrogante sicumera ricorda all’orbe terracqueo che è vero, quelle di Grillo sono esagerazioni ma confrontate a quello che succede sono poca cosa. Mentre non sono affatto poca cosa ma quello che poi contribuisce ad avvelenare il dibattito pubblico dividendo l’opinione in opposte fazioni, da una parte i difensori tout court e dall’altra quelli,  me compresa, che pur condividendo molte delle battaglie del movimento di Grillo non pensano che sia utile né giusto difendere poi tutto quello che dice Grillo.  Ma è diventato perfettamente inutile cercare di spiegarlo all’esercito dei gnè gnè gnè allora le foibe, far capire che l’atteggiamento di Grillo, quello che dice, diventano una inutile prova di forza fra chi si impegna a costruire e chi poi arriva per buttare giù il castello. Rispetto alle cose dette da Grillo su Napolitano e Renzi che sono peggio di Pinochet mi sarei aspettata una diversa reazione anche dai suoi, anche da Scanzi, che in quanto opinion leader di questa nostra epoca sciagurata dovrebbe avere un senso di responsabilità diverso e  maggiore quando si esprime, non trasformarsi nell’ultras che approva e contribuisce ad agitare le pance.  

Scanzi se vuole fare un’operazione corretta, di informazione vera, invece di difendere Grillo racconti alla sua platea numerosa chi era Pinochet,  cosa è stato il regime subito dal Cile. A meno che la figura di Pinochet sia criticabile solo quando viene associata ai suoi rapporti amichevoli col papa santo Wojtyla e non invece per il suo ruolo infame nella storia: quello di un dittatore che ha rovesciato un sistema politico con un colpo di stato che ha causato la morte di migliaia di persone, una storia che dovrebbe essere di tutti, non solo di qualcuno.

Criticare il nostro sistema fatto a pezzi da una politica di impresentabili cialtroni, miserabili incapaci e ancorché delinquenti a pieno titolo non significa riconoscere poi meriti ad altri sistemi criminali, fascisti e nazisti, regimi durante i quali le persone venivano ammazzate anche e solo per un’idea contraria.
Qui ancora e per fortuna nessuno viene ammazzato se dice e scrive che non gli piacciono Napolitano e Renzi e che berlusconi in qualità di pregiudicato condannato alla galera dovrebbe stare – appunto – in una galera e non a riscrivere la legge.
Quindi, andiamoci piano con le parole, perché davanti a certe parole è inevitabile poi che qualcuno, chi la storia la conosce almeno, si risenta e gli venga poi voglia di dire che quelle parole non gli sono piaciute.

L’esagerazione, la provocazione, l’iperbole che si usano nel linguaggio per descrivere una situazione enfatizzandola, per mettere quella situazione all’attenzione dei propri interlocutori e di chiunque si voglia raggiungere col proprio messaggio, devono avere qualche riferimento anche minimo ad una realtà che sia di facile comprensione, che sia sufficientemente credibile.
Altrimenti l’unico effetto che ottengono è quello di ridicolizzare chi ne fa un uso improprio.
Quando berlusconi disse che lui e i suoi figli vivevano come sotto il regime del terzo reich tutta l’Italia civile e che un po’ si ricordava cosa fosse stato il regime nazista di hitler non gliela fece passare.
Nessuno si sognò di dire che tutto sommato l’uscita di berlusconi era appena appena un po’ fuori le righe ma di una misura accettabile per essere giustificata dalla comprensione perché, in fin dei conti, c’era del vero in quello che diceva. Semplicemente perché tutti sapevano, sapevamo che non era vero niente, che tutti sappiamo o dovremmo sapere che col regime nazista di hitler si possono paragonare soltanto altri tipi di regimi, proprio come furono quelli delle dittature sudamericane nazifasciste che nessuno dovrebbe permettersi di usare quale paragone per descrivere la situazione politica italiana.
Semplicemente perché non sono la stessa cosa, non si somigliano nemmeno.
Non è proprio la stessa cosa morire sotto un regime, per mano di un dittatore che decide le “categorie” di persone che hanno diritto alla vita e quelle che invece meritano di morire.
L’imprenditore, il padre e la madre di famiglia che si suicidano sono drammi e tragedie che fanno sì parte della situazione insostenibile di questo paese ma non sono uguali a chi veniva fatto sparire, messo su un aereo e buttato nell’oceano come usavano fare in Cile coi dissidenti politici e come facevano hitler e mussolini che non mandavano in vacanza chi si opponeva al regime ma a morire in un campo di sterminio.
berlusconi come Grillo e come la new entry Tavecchio, possono dire ciò che dicono perché sanno di poter contare su un esercito di italiani ignoranti che non conoscono la storia né certe vicende accadute nel passato, gente senza conoscenza e senza memoria che assorbe e metabolizza tutto senza alzare un sopracciglio, quando addirittura non difende e giustifica questo modo di fare. Grillo decida una volta e per tutte cosa vuole essere, se l’agitatore di popolo, il leader carismatico di un movimento che pensa anche cose buone o l’anziano rincoglionito che, come il nonno a tavola al pranzo di natale, intrattiene gli ospiti con le sue flatulenze. 

Gufi, canguri e conigli

 

Un paese in balia di una banda di ricattati e ricattatori che votano o non votano in base alle promesse che si fanno, a quello che possono guadagnare da qualcuno o togliere a qualcuno votando in un modo o in un altro.
Un governo che alla prova del voto segreto rivela tutta la sua consistenza di cartapesta.
Un presidente del senato che vista la malparata scappa. I temi etici affidati ad un emendamento della lega razzista e xenofoba.
Ma dove andiamo con questi?

Voto segreto al Senato, maggioranza sotto
Riforme, Pd: “La ricarica dei 101 traditori”

Passa un emendamento della Lega Nord sulla competenza sui temi etici delle Camere. M5S: “Ora Palazzo Madama dovrà essere elettivo”. Con il voto palese bocciata riduzione del numero dei deputati.

 

La domanda è pertinente, solo, ci vorrebbe un giornalista che gliela formulasse: Renzi chiarisca perché vuole un senato composto da persone non scelte dal popolo ma nominate dalla casta che poi non avranno nessuna facoltà di modificare il percorso delle leggi, correggerle, così come serve adesso a lui che ha detto di voler affidare proprio al senato che vuole abolire perché inutile [secondo lui]  l’ultima rilettura della porcata remix che ha concordato col delinquente condannato. 

 Perché la sensazione è che Renzi non voglia abolire il senato ma trasformarlo nella camera di sicurezza di indagati e imputati dei quali la politica non vuole, ma più che altro non può liberarsi. La riforma, cosiddetta, del senato non avrà nessuna ricaduta positiva sull’economia disastrata di questo paese, non creerà lavoro né occupazione, non farà aumentare di un euro il PIL.  In un  paese in stato comatoso  grazie a politiche criminali spacciate per il giusto rimedio alla crisi – pena la miseria, il terrore, la morte e il pianto di Gesù –  dove è stato devastato lo stato sociale, quello dei diritti, del lavoro, della casa, dell’istruzione, della sanità,  dove la pressione fiscale ha raggiunto e sfondato il muro di ogni suono rendendo impossibile ai cittadini che hanno ancora la fortuna di avere un lavoro di essere semplicemente onesti, la priorità di un governo che è lì perché avrebbe dovuto occuparsi di risolvere le emergenze,  non certo di demolire la Costituzione a immagine e somiglianza di un delinquente e di uno sbruffone miracolato,  non può e non deve essere la riorganizzazione della casta. Per le riforme che piacciono a  Napolitano, Renzi e al delinquente seriale  ci vuole un parlamento eletto dalla gente. Diversamente, nessuno dovrebbe azzardarsi a toccare la Costituzione senza l’autorizzazione del popolo che, se non ricordo male, in Italia dovrebbe essere sovrano, non schiavo o suddito. In un paese normale una maggioranza come quella di Renzi, non potrebbe decidere nemmeno il colore delle tende dei terrazzi di un condominio. Ma questo, la cosiddetta informazione si guarda bene dal raccontarlo agli italiani.

Rodotà: «Renzi aizza tutti contro le camere»

Riepilogando: un parlamento di eletti da nessuno, presenti in sede grazie ad una legge illegittima a cui la Corte, quando ha proclamato l’incostituzionalità della legge elettorale ha consentito di farsi carico unicamente della tenuta dello stato, non del suo stravolgimento, si autoproclama avente diritto alle riforme della Costituzione, l’ombrello grazie al quale questo paese poteva ripararsi proprio e soprattutto dal rischio dell’uomo al comando.

La Costituzione è nata per questo, per evitare a questo paese di poter rischiare di nuovo un regime autoritario e ancorché sanguinario qual è stato quello fascista.
E il garante della Costituzione che fa? Invece di riparare la Scrittura si mette dalla parte di chi la vuole demolire che a sua volta, per la buona riuscita dell’impresa, ha chiesto la collaborazione di un plurindagato e un pregiudicato.

Il tutto facendosi scudo col mantra ripetuto compulsivamente da Matteo Renzi e la sua corte al seguito che questo è ciò che gli hanno chiesto gli italiani, cosa assolutamente non vera.
Perché gli italiani non hanno votato nessuno a cui affidare la loro sorte.
Renzi non è lì per una scelta popolare ma per una manovra di palazzo che ha fatto diventare vincitore di checazzoneso uno che aveva vinto solo le primarie del suo partito e fatto diventare maggioranza di governo il partito che solo in seguito ha vinto delle elezioni, ma europee, non nazionali.

Il governo di Renzi – caravanserraglio di larghe intese con dentro loschi figuri come un ministro dell’interno che ha consentito e organizzato due sequestri di persona ma nessuno gli chiede di lasciare il suo posto – non ha nessuna autorità conferitagli dal popolo che gli consenta di mettere le mani sulla Costituzione, unica garanzia rimasta per i cittadini che può evitare a questo paese il tracollo definitivo.

Tutto il potere che il governo di Renzi si vanta di avere non l’ha avuto tramite elezioni regolari ma per volere di Napolitano che sarà nominato Re quando eventualmente tornerà la monarchia, per il momento la repubblica italiana è ancora in mano ai cittadini, non ad un club privé di scambisti di poltrone.

Smacchiare il canguro
Marco Travaglio

Il guaio, per Renzi e l’allegra compagnia di ventura che sta cercando di scassare il Parlamento per scassinare la Costituzione, è che sopravvivono in Italia alcuni putribondi figuri che la Costituzione l’hanno letta, e persino capita. Giuristi, intellettuali disorganici, artisti, semplici cittadini che stanno contribuendo al successo dell’appello del Fatto, giunto a 200mila firme in due settimane. L’altroieri ha aderito Gherardo Colombo, ex pm, ora presidente della Garzanti e membro indipendente del Cda Rai, impegnato da anni in un giro delle scuole e dei teatri per spiegare la Costituzione. Nell’intervista a Silvia Truzzi, Colombo si è permesso – con il suo ragionare pacato, rispettoso e argomentato – di appellarsi al presidente della Repubblica, che ha giurato non una, ma due volte sulla Costituzione: quella del 1948, non un’altra. E ha osato ricordare il percorso ideologico di Giorgio Napolitano, che fino ai 20 anni fu fascista, poi comunista dal novembre ‘45 (quando fu proprio sicuro che Mussolini fosse morto), stalinista e filosovietico nel ‘56 con l’imbarazzante elogio dei carri armati dell’Armata rossa che schiacciavano nel sangue la rivolta d’Ugheria, ma anche nel 1964 quando esaltò l’espulsione e l’esilio di Solgenitsin e nel 1969 quando partecipò all’espulsione dei compagni del Manifesto che osavano criticare Mosca per la repressione della Primavera di Praga, e infine divenne filocraxiano nei primi anni 80, attaccando frontalmente Berlinguer, reo di insistere troppo sulla “questione morale”. Colombo ricorda le radici del “centralismo democratico” e del “primato della politica” (cioè del partito e poi dei partiti), per spiegare l’appoggio del Colle al disegno antidemocratico Senato & Italicum e alle tagliole & canguri antidemocratici imposti da Grasso al Senato. E le reazioni da destra, centro e sinistra è un piccolo trattato su com’è ridotta la democrazia in Italia: la miglior conferma alle tesi di Colombo. Sul Corriere, il corazziere Paolo Franchi freme di sdegno perché Colombo “da magistrato ai tempi di Mani Pulite proponeva a se stesso e ai suoi col- leghi di ‘rovesciare l’Italia come un calzino’. I risultati sono sotto gli occhi di tutti”.
Forse confonde Colombo con Davigo, che peraltro non propose mai di “rovesciare l’Italia come un calzino”: fu accusato di volerlo fare da Giuliano Ferrara. Il fatto poi che la corruzione sia sopravvissuta all’inchiesta su Tangentopoli non è certo colpa del pool di Milano (“i risultati sotto gli occhi di tutti”): a meno che Franchi non ritenga che la sopravvivenza della mafia sia colpa del pool di Falcone e Borsellino. Non contento, Franchi si avventura poi nella difesa del passato più indifendibile di Napolitano, dando a Colombo del “cocomeraio” che fa “un’immangiabile marmellata di marcia su Roma, Stalin, Ungheria” e accusando Silvia Truzzi di non avergli domandato che c’entri tutto ciò con la riforma costituzionale. Se sapesse leggere, il corazziere scoprirebbe che la nostra giornalista quella domanda l’ha fatta, e Colombo ha risposto. Se poi a Franchi la risposta non garba, affari suoi. Ma non si comprende cosa voglia, anzi lo si comprende benissimo: vorrebbe che ci allineassimo al giornalismo italiota, che censura i fatti per non disturbare il manovratore. Come Massimo Bordin del Foglio, che dipinge Colombo come un rampollo dell’“élite milanese che negli anni 60-70 trovava posto dietro i ritratti di Stalin portati in processione da Capanna”: forse lo confonde col suo direttore Ferrara, lui sì ex comunista togliattiano. Il meglio però lo dà il fu Giornale, che registra una ridicola nota del Quirinale: “La storia del presidente parla da sola” (appunto). E riprende le tragicomiche difese d’ufficio dei pidini, letteralmente sgomenti dalla comparsa di un uomo libero. Miguel Gotor invita Colombo a “rileggersi la biografia di Napolitano” (riappunto). E tale Stella Bianchi trova “impossibile che quelle frasi inaccettabili vengano da un uomo delle istituzioni”. Giusto: un uomo delle istituzioni dovrebbe usare la propria libertà di parola solo per incensare chi comanda. Resta da capire la differenza fra le istituzioni e Cosa Nostra.

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Sottotitolo: visto che bravo il papa?
Basta aspettare, trecento, quattrocento anni e poi le scuse della chiesa arrivano.
Prima o poi chiederà scusa anche per aver lobotomizzato i tre quarti del pianeta con la balla del “regno dei cieli”. Peccato non poter assistere all’evento storico.

‘Abusi sessuali pesano sulla Chiesa’
Il Papa si scusa per i preti pedofili

Il problema è che adesso TUTTI enfatizzeranno le scuse del papa [a cui si poteva aggiungere la cacciata dell’indegno parroco calabrese, se proprio si voleva dare un segno di credibilità] e NESSUNO metterà invece l’accento su Padoan che ha riconfermato per il vaticano gli sconti comitiva sulle tasse.Mentre le famiglie continuano ad essere strangolate dallo stato, alla chiesa si continuano a concedere i bonus, ma siccome il papa è taaanto buono, basterà che si affacci un’altra volta dalla finestra per dire che la pace è “beela”, la povertà brutta e la guerra ‘nze pò guardà e tutti saranno felici, contenti e coglionati. Come al solito. Chiedere scusa è la cosa più facile da fare. Forse perché è anche una delle più inutili.
Funzionano forse per la forma, ma non per la sostanza, che resta invariata come era prima che arrivassero.

“Scusa” va bene quando qualcuno mi pesta un piede, perché se mi tamponano la macchina già non basta più chiedere scusa: ci vuole una denuncia.
Ovvero, un fatto, un documento che attesti una colpa e che chieda ufficialmente di assumersi la responsabilità del danno.
Le scuse applicate alle grandi colpe poi hanno anche un vago retrogusto di presa in giro.
C’è un sacco di gente che pensa di poter risolvere tutto semplicemente chiedendo scusa.
Ma chi ha avuto la vita rovinata, danneggiata per sempre non ci fa niente con le scuse.
Ci sarebbero i dovuti modi e le giuste maniere per restituire almeno una parte di giustizia a quelle vite, ma tra il dire e il fare non c’è di mezzo solo il mare.

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E’ stato molto più contrastato berlusconi che in una cosa ha ragione e bisogna riconoscergliela:  lui è stato l’ultimo presidente del consiglio scelto per mezzo del voto, poi va bene ci sarebbe ancora da parlare  all’infinito di come, grazie al suo gigantesco conflitto di interessi, sia stato molto facile ottenere ma soprattutto mantenere il suo consenso anche in virtù di quegli italiani così facilmente seducibili.

 Renzi invece non fa così paura, ha la faccia rassicurante del vicino di casa, dell’amico di famiglia, del quarto alla partita di briscola e dunque ha trovato immense praterie su cui poter scorrazzare come gli pare, un posto dove non esistono obblighi né confini. Tutto è concesso e dovuto al globetrotter toscano, e per quello che ancora non ha si sta organizzando per benino. Ma in una democrazia non funziona così, una repubblica democratica non è il frigo bar che tutti possono aprire e prendersi quello che vogliono. Ci sono delle regole che TUTTI sono obbligati a rispettare, in primis quel giuramento che i ministri fanno al momento di accettare il loro incarico che è quello di servire lo stato e i cittadini, non di servirsene per gli affaracci loro: i soliti, legati al mantenimento del potere e dello status quo. E il presidente della repubblica invece di fare il ventriloquo, il suggeritore, dovrebbe ricordarsi che il suo ruolo principale è, sarebbe, quello di farsi garante delle regole democratiche che non prevedono colpetti di stato a ciclo continuo mascherati da legittime azioni democratiche. Colpetti di stato mascherati che sono iniziati una ventina d’anni fa quando all’indegno abusivo, all’impostore elevato poi a delinquente a tutti gli effetti è stato concesso quello che la legge non permetteva ma che a lui, essendo nato più uguale degli altri ma anche molto peggio dei tutti è stato invece concesso. Colpetti di stato che si sono ripetuti con una certa frequenza anche in questi ultimi anni, dal governo di Monti, nominato in fretta e furia senatore da Napolitano,  in barba all’articolo 59 della Costituzione che pretende che i senatori a vita abbiano delle caratteristiche precise che Monti non aveva ancora fatto in tempo a maturare.  Ma Monti  serviva, altrimenti il terrore, la miseria e la morte per tutti, altroché il pelo. Colpetti di stato – ma democratici, s’intende – che si sono ripetuti con la nomina del bel governo delle larghe intese – napolitane –  perché o si faceva così oppure il paese sarebbe andato a finire nel baratro dell’ingovernabilità [ah ah].  Nel mentre, quella legge che ha riempito in questi anni il parlamento, la cosiddetta legge porcellum così definita da colui che l’ha fatta e che di porcate se ne intende, veniva giudicata incostituzionale.  Colpetti di stato a getto continuo che ci hanno portato ai giorni nostri dove a palazzo Chigi siede un signore i cui unici meriti sono stati aver governato una città da sindaco ed aver vinto le primarie del suo partito che però, tutti sanno, o almeno dovrebbero sapere,  non hanno nessuna valenza istituzionale, non riconoscono nessuna autorità a livello nazionale. Altrimenti sarebbe come se un amministratore di condominio potesse andare, in forza di chi l’ha votato, a fare il presidente della repubblica di un paese intero: parrà strano ma il paragone è pertinente. E comunque un suffragio elevato, il fatto che un politico possa ottenere un alto consenso di popolo non lo autorizza ad usarlo quale arma per fare quello che gli pare. Anche se Renzi fosse stato votato in regolari elezioni POLITICHE ottenendo la maggioranza bulgara, e non, invece, salito a palazzo per le solite manovre di palazzo, sarebbe sempre tenuto a rispettare i codici di quella democrazia che ha consentito anche a lui e ad un avanzo di galera di poter mettere piede in parlamento. Mentre, e invece, lui vuole chiudersi nel fortino e far saltare in aria la strada che ce lo ha portato. No, non si può fare. Un paese normale non può ridursi all’ultima spiaggia che si paventa e si minaccia da almeno tre anni per bocca del presidente della repubblica, non dello scemo del villaggio. Un paese, le cui istituzioni non hanno saputo rinnovarsi nemmeno sul piano della decenza ma il cui unico interesse è stato tramandarsela, quell’indecenza, basterebbe andarsi a guardare chi sono uno per uno questi cosiddetti “riformatori”, andrebbe abbattuto come un ecomostro.

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Ognuno si sceglie i suoi. Libertà e Giustizia non riconoscerà mai a Berlusconi Silvio (condannato in via definitiva per frode fiscale), Verdini Denis (indagato per false fatture, mendacio bancario, appalti G8 L’Aquila, associazione a delinquere e abuso d’ufficio), Letta Gianni (indagato dal 2008 per reati di abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata, inchiesta poi archiviata nel 2011) il diritto di mettere le loro mani sulla Costituzione nata dalla Resistenza.
Saremo pochi? Saremo gufi? Saremo professoroni e parrucconi? Sempre meglio che complici di questa congrega. [Libertà e Giustizia]

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Quando mussolini andò al potere da dittatore fascista soltanto dodici professori universitari su milleduecentocinquanta [in tutta Italia] rifiutarono di aderire al regime, non giurarono fedeltà al duce perdendo così la loro cattedra.

Forse è la paura di perdere la cattedra che fa tacere molti dei “professori” attuali, quelli che quando era berlusconi a proporre riforme pericolose per la democrazia [ma vantaggiosissime per lui che non si è mai riconosciuto nella democrazia e nella Costituzione però vuole riformare sia l’una che l’altra e qualcuno glielo sta permettendo] lo scrivevano su tutti i muri delle scuole del regno, mentre oggi preferiscono tacere e non disturbare il Grande Progetto di Napolitano e Renzi, con la supervisione del condannato alla galera berlusconi di riportare un po’ di regime in Italia.

Ovvio che parlare di regime senza le squadracce per strada che minacciano risulta esagerato, tutti siamo ancora liberi di poter gestire il nostro tempo, le nostre attività, nessuna “libertà” viene minacciata in solido, ma le dinamiche che poi portano un paese ad essere sottomesso ad una democrazia “autoritaria” sono le stesse con le quali è stato possibile instaurare il regime di mussolini.

In epoche moderne non servono i carri armati nelle piazze per far capire alla gente che qualcosa è cambiato; i cambiamenti si fanno assimilare per mezzo di altri strumenti, più pericolosi in quanto subdoli, che a occhio nudo non si vedono.

Quando non si ascoltano più le voci contrarie, quando la maggior parte della stampa e dell’informazione fa passare per buono, per ottimo tutto quello che si decide nelle segrete stanze, per tacere di quanto ci abbiano terrorizzati tutti quanti sull”ipotesi che l’uomo solo poteva essere Grillo. Evidentemente solo la solitudine di Grillo è fascista, quella di Renzi no, lui è felicemente accompagnato e si vede.

Quando per mesi si continua a ripetere che l’opzione berlusconi era necessaria perché berlusconi è il capo di un partito che porta i voti, mentre in nessuna parte del mondo civile la politica seria prende in considerazione le opinioni [e figuriamoci se gli dà modo e maniera di influire sulle leggi dello stato] di un uomo finito dal punto di vista dei diritti civili, finito per sua scelta, non perché qualcuno gli abbia negato, tolto quei diritti con la violenza. 
Per fare un piccolo esempio pratico, Bossetti, l’uomo accusato di aver ucciso Yara può ancora esercitare il diritto di voto, berlusconi no: però qualcuno, Matteo Renzi col placet di Napolitano ha messo in mano la Costituzione da riformare anche a lui.

Quando un presidente della repubblica da anni [anni!] continua a ripetere la solita filastrocca che “o così o il diluvio”, ritornello applicato prima a Monti, poi a Letta e adesso a Renzi non c’è da stare tranquilli, anche se in molti, naturalmente quelli che stanno collaborando alla “stretta” sulla democrazia applicata alle regole, si affannano a ripeterci tutti i giorni che non c’è nulla da temere.  Come dice  – e dice bene – Antonio Padellaro, “ci stanno fregando”, e se non ce ne accorgiamo nemmeno stavolta significa che questo paese una libertà vera non la merita.

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DIALOGO TRA UN GUFO E IL 40,8% (Antonio Padellaro)

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LA DEMOCRAZIA AUTORITARIA (Marco Travaglio)

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O no? – Alessandro Gilioli – Piovono rane

Immaginate il governo dei vostri sogni. Quello che secondo voi sarebbe perfetto. Ok?

Immaginate quindi che il capo di questo governo abbia un indice di gradimento popolare altissimo, l’endorsement unisono di tutti i media, l’appoggio entusiasta dei poteri economici e finanziari, un’opposizione in buona parte farlocca e nessuna possibile alternativa di governo alle viste.

Sicché il capo di governo in questione può permettersi di fare il cacchio che vuole senza rispondere a nessuno, perché il Paese si è trasformato in un gregge di belanti yesmen.

Ecco: a fronte di uno scenario del genere – e fermo restando che quello è il governo dei vostri sogni – sareste capaci di vedere che la situazione è patologica, drammaticamente patologica, perché una democrazia sana ha invece bisogno di dialettica, di conflitto, di contrappesi, di un’alternativa sempre possibile?

O no?

(sia chiaro: il riferimento non è solo ai renziani – e quindi la domanda non è posta solo a loro. Vale invece per ciascuno di noi, quale che sia il suo governo ideale; perché oggi Renzi, domani un altro: è più o meno lo stesso, in termini di cultura democratica).

Moniti e distintivo – Marco Travaglio

L’ha fatto ancora. Dopo qualche settimana di astinenza, Napolitano ha monitato di nuovo. E, siccome gli scappava da un bel po’, ha espettorato ben tre moniti in un giorno. Credendosi il re d’Italia, è andato a Redipuglia. E di lì, a 100 anni dalla grande guerra, ha tuonato contro “le guerre e i nazionalismi” (brutti) e a favore dell’“integrazione europea” (bella). Concetti forti, soprattutto nuovi. Poi s’è spostato a Monfalcone e, sempre in marcia verso la scoperta dell’acqua calda, ha rimonitato per strada: “Se non trovano lavoro i giovani, l’Italia è finita”. Perbacco, che originalità. Verrebbe da domandargli dove sia stato lui negli ultimi decenni, essendo entrato in Parlamento appena nel 1953, mentre i governi italiani facevano di tutto per desertificare i posti di lavoro.

O se il Napolitano che firmò ed esaltò la controriforma Fornero che manda gli italiani in pensione a 70 anni, tagliando fuori i giovani dal mercato del lavoro, fosse un suo omonimo. Del resto, c’è un Napolitano che tuona contro le guerre e uno che difende a spada tratta l’acquisto degli F-35 (che notoriamente sganciano mazzi di rose), anche dai cattivoni del Pentagono che osano lasciarli a terra per precauzione. Un Napolitano che “quando il Parlamento delibera, il Presidente tace”. E un Napolitano che ieri – terzo monito – s’impiccia nei tempi (dunque nei modi) della controriforma del Senato . Ma questo è ormai la politica italiana: una supercazzola 24 ore su 24 senz’alcun rapporto con la realtà, con la coerenza, con la decenza. Con B. credevamo di avere raggiunto il record mondiale della balla, ma non avevamo ancora visto all’opera Napo & Renzi: al confronto il Cainano è un dilettante. Tre anni fa giunse la famigerata lettera della Bce che commissariava definitivamente l’Italia, imponendoci inutili sacrifici per decine di miliardi, oltre all’anticipo del pareggio di bilancio dal 2014 al 2013. Fu allora che un certo Matteo Renzi, ancora soltanto sindaco di Firenze, il 26 ottobre 2011 dichiarò all’Ansa: “Mi ritrovo nella lettera della Bce. E non condivido l’atteggiamento prevalente del Pd che invoca l’Europa quando conviene e ne prende le distanze se propone riforme scomode. Rabbrividisco a sentire certe posizioni contro la lettera della Bce lanciate da chi non prenderebbe voti nemmeno nel suo condominio”. Chissà se è lo stesso Renzi che ora, divenuto segretario del Pd e presidente del Consiglio, fa il figo contro “l’Europa dei tecnocrati e dei banchieri”, contro il rigore in nome della flessibilità e della crescita.

   C’è il Renzi che fa lo splendido con le 12 linee-guida sulla Giustizia e bacchetta il Csm: “Chi nomina non giudica e chi giudica non nomina”. E c’è il Renzi che si tiene come sottosegretario alla Giustizia il magistrato Cosimo Ferri che fa propaganda elettorale via sms per mandare i suoi amichetti nel nuovo Csm (chi governa elegge e chi elegge governa). C’è il Renzi che trasforma il Senato in dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali perché quello attuale fa perder tempo (falso: approva le leggi in una media di 2 mesi). E c’è il Renzi che, come i predecessori, si scorda i regolamenti attuativi delle sue (pochissime) riforme, che languono nei ministeri come lettera morta. C’è il Renzi che dai 5Stelle pretende lo streaming e le risposte scritte in carta bollata, però B. & Verdini li vede di nascosto e a carte coperte, infatti il Patto del Nazareno rimane segreto di Stato. Viene in mente quel che disse Fabrizio Barca a un imitatore di Vendola che il 17 febbraio lo chiamò dalla Zanzara: “Non c’è un’idea, c’è un livello di avventurismo! Siamo agli slogan: questo mi rattrista, sto male, sono preoccupatissimo, vedo uno sfarinamento veramente impressionante”. Poi rivelò di aver rifiutato l’offerta di fare il ministro che gli giungeva da improbabili intermediari del premier, legati al quotidiano la Repubblica: “Sono colpito dall’insistenza, il segno della loro confusione e disperazione!… Sono fuori di testa!”. Pareva uno scherzo telefonico: era il migliore ritratto del renzismo reale, tutto chiacchiere e distintivo.

 

La festa dell'[imm]unità

Sottotitolo:  se per caso l’immondo schifo dell’immunità per i senatori dovesse diventare un provvedimento definitivo, una legge vera, spero che la Consulta bocci quelle che Renzi e il suo governo spacciano per riforme epocali mentre altro non sono che il sistema per il perpetuarsi delle indecenze della casta politica.
La Finocchiaro è un’altra che avrebbe dovuto chiedere scusa agli italiani e sparire dalla circolazione, invece è ancora qui e lotta insieme a loro  facendo le leggi con calderoli e berlusconi.
L’emendamento a favore dell’immunità è stato votato dal pd, la lega e forza Italia.
 

I reati commessi dai politici dal dopoguerra in poi non hanno mai, MAI avuto niente a che fare con la politica ma proprio e solo con la criminalità comune. Non era per salvare i collusi con la mafia, i tangentari, i corrotti e i corruttori e i ladri di stato che è stato pensato l’articolo 68.

Cosa che andava ripetuta tutti i giorni fino alla compulsione.
Quindi di quale immunità si parla? quella che poi consente ad un delinquente, un criminale, uno che si è messo lo stato prima sotto i piedi e poi in tasca di poter ancora pretendere e ottenere un riconoscimento politico e di essere interpellato niente meno che per riformare la Costituzione?

Che bel partito il pd: fa tutto per la gente come un vero partito di sinistra.
E che bella Italia questa di Renzi: magnifica, anzi.
E a questa gente qui Napolitano, l’estremo difensore, mette in mano la riforma della Costituzione, forse gliel’ha suggerito Almirante in sogno.
Vergogna.

“Il governo è favorevole” L’immunità al Senato c’è  – Carlo Tecce, Il Fatto Quotidiano

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Attacchi ai giudici, Berlusconi diffidato  – Emilio Randacio, Il Fatto Quotidiano

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La diffida a berlusconi dopo l’ennesima “battuta” sui giudici spiega meglio perché a berlusconi siano stati concessi i servizi sociali a cui lui non aveva il benché minimo diritto. Ormai la dinamica è chiara: lui insulta i giudici e non lo dovrebbe fare non solo per non disattendere il divieto legato proprio alla concessione dei servizi sociali ma perché se lo facesse qualcun altro non se la caverebbe col semplice cartellino giallo, i giudici incassano e poi si fanno promettere dal delinquente seriale che non succederà più pena una sculacciata la prossima volta quando invece non ci sarebbe dovuta stare nemmeno la prima.

Mentre in Francia un ex presidente della repubblica viene fermato e trattenuto nelle patrie galere senza che i suoi sostenitori politici abbiano fatto un plissè qui dobbiamo assistere all’indecenza di un delinquente frodatore, ladro, corruttore, in rapporti stretti con la mafia, già condannato in via definitiva e prossimo ad una più che probabile condanna per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile che viene trattato dalle istituzioni e dalla politica coi guanti di velluto mentre nelle carceri i delinquenti semplici condannati ad una pena da scontare per reati infinitamente meno gravi dei suoi soffrono le pene dell’inferno anche grazie alle “leggi” fatte da lui.
Con berlusconi la legge e la giustizia non vengono nemmeno interpretate così come si fa con gli amici ma proprio ignorate da chi dovrebbe far rispettare entrambe.
Ricordo che un attivista Notav è stato condannato a quattro mesi di carcere per aver pronunciato la parola “pecorella” riferita ad un carabiniere, per lui niente richiesta di scuse né la promessa di non farlo più.
Questo modo di applicare la legge e la giustizia mi offende, profondamente, e dovrebbe offendere tutti i cittadini onesti di questo paese.
Non è più possibile accettare il fatto che su sessanta milioni ed oltre di cittadini in Italia solo uno sia davvero “più uguale degli altri” pur essendo molto peggio di tutti.

Vale la pena di ricordare che i servizi sociali sono un beneficio di legge concedibile per scopi rieducativi al reo che dimostra pentimento, accettazione della sentenza di condanna e serie intenzioni di ravvedimento.  Quindi non  è il provvedimento punitivo che avrebbe meritato un ladro frodatore, un corruttore, un amico dei mafiosi, uno che oltre a quella definitiva ha una condanna in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile, uno con “un quadro di vita privata sconcertante”  riconosciuto socialmente pericoloso per sentenza che ha insultato i giudici al ritmo del suo respiro.

E vale anche la pena di ricordare che berlusconi non è in una galera perché non può andarci per sopraggiunti limiti di età: per informazioni chiedere a Tanzi, ma perché è la discrezione del giudice a decidere se applicare al reo la pena detentiva tradizionale o la misura alternativa.

Dunque aveva ragione berlusconi quando ha definito i giudici “irresponsabili”. Meglio di lui non lo può dire nessuno.

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Baci alla francese – Marco Travaglio

Che cos’abbia spinto un ragazzo sveglio come Renzi a inscenare l’imbarazzante conferenza stampa sulle “linee guida” della giustizia, cioè sul nulla mischiato con niente, in mezzo alle statue di cera del duo Orlando & Alfano, è noto: anche sulla giustizia, come su tutto, il premier non ha alcunché di pronto, di scritto, di pensato e soprattutto di concordato con il partner privilegiato B. (che ieri la Cassazione ha definito complice del “socialmente pericoloso Dell’Utri” nel “patto con la mafia”). Siccome però Matteo Supercazzola aveva promesso e ripromesso la riforma della giustizia entro e non oltre giugno (luglio è già impegnato dal fisco, come no), presentarsi a mani vuote pareva brutto. Avrebbe dato ragione ai “gufi” e “professoroni” che ancora si permettono di dubitare di lui.

Dunque ha messo giù, col consueto trust di cervelli, una lista di slogan e frasi fatte, tipo pensierini da scuola elementare, spostando avanti di due mesi la scadenza del ddl: intanto “si apre un grande dibattito fino a settembre”, anche “in rete”, pure “con i direttori di giornale”, all’insegna della “democrazia partecipata”. Tanto aveva l’assoluta certezza che i giornalisti in sala, anziché sommergerlo di risate e pernacchie, avrebbero preso buona nota tutti compunti e trasformato quello spettacolino avvilente in un momento solenne sui loro giornali e tg. Poi, siccome si crede molto spiritoso, ha condito il tutto con sapidi calembour, e tutti giù a ridere, batti un cinque, fatti un selfie. Il punto di partenza è già una balla: “per 20 anni la giustizia è stata tabù” per quello che lui definisce “il derby berlusconismo-antiberlusconismo” (cioè l’attacco ventennale dei politici alla legalità). Forse gli sfugge che dal ‘94 a oggi non c’è stata materia più “riformata” della giustizia, con ben 120 leggi che l’han ridotta all’agognata paralisi: altro che tabù. 

   Ed ecco le 12 slide, simili ai cartigli dei Baci Perugina, subito tramutate dalla stampa in “grande riforma” o “rivoluzione in 12 punti”. 1) “Giustizia civile: riduzione dei tempi. Un anno in primo grado”. È l’uovo di Colombo, eppure nessuno ci aveva pensato prima: ora arriva lui, fa una legge di un solo articolo che dica “sbrigarsi”, “fare presto”, “un anno non un giorno di più”, e oplà, è fatta. Ma che dico “un anno”? Un mese, signori, in un mese!

   2) “Giustizia civile: dimezzamento dell’arretrato”. Un gioco da ragazzi: basta una norma che dica “dimezzare l’arretrato” e la metà eccedente delle cause, come per incanto, evapora.

3) “Corsia preferenziale per imprese e famiglie”. Giusto: prima le donne, i vecchi e i bambini. E mi raccomando: non parlare al conducente e non calpestare le aiuole.

4) “Csm: più carriera per merito e non grazie all’‘appartenenza’”. Fantastico.

5) “Csm: chi giudica non nomina, chi nomina non giudica”. Perbacco. Poteva aggiungere “chi entra non esce e chi esce non entra”, “chi bagna non asciuga e chi asciuga non bagna”, per dire.

6) “Responsabilità civile modello europeo”: giusto, i fautori del modello africano o neozelandese sono sistemati. E così via, a colpi di “riforma del disciplinare”, “falso in bilancio e autoriciclaggio”, “accelerare il processo penale” (se no resta indietro sul civile), “riforma della prescrizione”, “intercettazioni: diritto all’informazione e tutela della privacy”, “informatizzazione integrale”.

Siamo al punto 11, che però non è cifra tonda. Ci vuole pure il 12, che fa tanto Mosè sul Sinai. Che ci mettiamo? Ritinteggiatura aule? Lucidatura pavimenti? Sostituzione serramenti? Nuovo design per le toghe? Ma no, dai: “Riqualificazione del personale amministrativo”, fa più fico. Non è dato sapere se il “modello europeo” cui si ispira il Renzi comprenda il sistema francese: quello che ieri ha portato al fermo (“garde a vue”) dell’ex presidente della Repubblica Sarkozy, finito in guardina nel bel mezzo di un interrogatorio, dopo mesi di intercettazioni sui telefoni suoi e dei suoi avvocati e compari per uno scandalo di finanziamenti illeciti. Ma pare proprio di no: in Italia gli ex presidenti diventano ipso facto senatori, sia nel vecchio sia nel nuovo Senato, che proprio ieri si è regalato un’altra volta l’impunità. Europei sì, fessi no.

Ride bene chi ride ultimo

All’epoca li ho difesi perché ne avevano ben donde di ridere, non solo di berlusconi ma di questa Italia sciagurata che berlusconi se lo è tenuto per vent’anni e che la politica TUTTA ha reso inamovibile anche da condannato alla galera. Alla luce dei fatti recentissimi viene da pensare che già allora Sarkozy non fosse del tutto estraneo ai reati che gli vengono addebitati oggi, queste cose generalmente vengono da lontano. Quindi aveva un po’ ragione chi  diceva che sarebbe stato meglio se ognuno avesse guardato alle disgrazie che si tiene in casa. Germania compresa.

La notizia è che in Francia un ex capo di stato, non del governo, viene messo in stato di fermo  per un reato ancora da accertare, in Italia invece non basta nemmeno una condanna definitiva per mettere “in stato di fermo” e per qualche anno un ex capo del governo, non dello stato. 
La concussione è lo stesso reato, al quale è stata aggiunta per la prima volta nella storia l’aggravante della costrizione, per cui qui un ex capo del governo, sempre quello di prima, sì, quello che fa le leggi con Renzi, è ancora sotto processo e rischia una condanna a dieci anni.

 In Francia la politica è un mestiere, e Sarkozy essendo stato ridotto al rango di cittadino come gli altri non può usufruire di nessun vantaggio, a differenza di quello che accade qui dove non si è colpevoli nemmeno dopo una sentenza e il tremiliardesimo grado di giudizio. Ma solo se si fa politica, se invece ci si chiama cheneso, Bossetti, il fermo cautelare scatta anche in corso d’indagine. Mentre a Guarguaglini come a Scajola si concedono i domiciliari ché nelle carceri italiane sono sprovvisti di aria condizionata e menù di stagione.

SARKOZY IN STATO DI FERMO Accusato di concussione e violazione segreto istruttorio. È la prima volta per un ex presidente francese (FOTO) 

 

Sarkozy è proprio un tontolone.

Chissà perché non ha chiesto che si distruggessero le intercettazioni che provano l’altro reato che gli viene addebitato, la violazione del segreto istruttorio. Pare infatti che il bassetto d’oltralpe abbia cercato di estorcere informazioni ai magistrati su un’inchiesta che lo riguardava. E per questo sono finiti in manette anche il suo avvocato e due giudici.
Questa faccenda me ne ricorda un’altra dove invece le intercettazioni sono andate in fumo perché “irrilevanti”.
Altrove invece la rilevanza non la decidono i diretti interessati, evidentemente.

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Se Napolitano riabilita Almirante. Ripassiamo un po’ di storia

 Maso Notarianni, Il Fatto Quotidiano

Bravo il re Giorgio, che non manca mai di ricordarci quali sono gli esempi per questo paese.

Dice il Presidente della Repubblica che è nata dalla Resistenza e che ha l’antifascismo come valore fondante, insomma per quanto possa sembrar strano stiamo parlando di Giorgio Napolitano: «Almirante ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano periodicamente a emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi anche se spesso aspro nei toni. È stato espressione di una generazione di leader che hanno saputo confrontarsi mantenendo un reciproco rispetto a dimostrazione di un superiore senso dello Stato».

Ripassiamo un po’ di storia.

Giorgio Almirante fu tra i firmatari nel 1938 del Manifesto della razza e dal 1938 al 1942 collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Giorgio Almirante fu arruolato, ed inviato a combattere nella Campagna del Nordafrica.

Dopo l’8 settembre, Almirante aderì alla costituzione della Repubblica Sociale Italianaarruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Il 30 aprile 1944 Almirante fu nominato capo gabinetto del ministero della Cultura Popolare presieduto da Fernando Mezzasoma. Divenne poi tenente della brigata nera, dipendente sempre dal Minculpop occupandosi della lotta contro i partigiani, in particolare nella Val d’Ossola e nel grossetano.

Almirante-Notarianni2Il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi. Rimase in clandestinità dal 25 aprile 1945 fino al settembre 1946, pur non essendo ufficialmente ricercato. 

Partecipò alla fondazione dei Fasci di Azione Rivoluzionaria insieme a Pino Romualdi e Clemente Graziani nell’autunno del 1946.
Il 5 maggio 1958 al termine di un comizio a Trieste, Almirante è denunciato dalla Questura per «Vilipendio degli Organi Costituzionali dello Stato».

Il 16 giugno 1971 il Procuratore della Repubblica di Spoleto Vincenzo De Franco chiede alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per i reati di “Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione“ ed “Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato”. L’autorizzazione venne concessa il 3 luglio 1974 dalla Camera dei deputati, con la contrarietà del solo MSI. Il segretario missino aveva infatti affermato durante il congresso del partito, con chiaro riferimento ai regimi di Salazar, Papadopoulos e Franco: «I nostri giovani devono prepararsi all’attacco prima che altri lo facciano. Da esso devono conseguire risultati analoghi a quelli conquistati in altri paesi d’Europa quali il Portogallo, la Grecia e la Spagna».

Così, nel 1974 ne parla la questura di Roma: «Il dr. Giorgio Almirante, segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale italiano, già redattore capo di ‘Il Tevere’ e di ‘Difesa della razza”, capo Gabinetto del ministero della Cultura popolare della pseudo Repubblica di Salò, è stato deferito alla Commissione Provinciale per il confino quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese».

Il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso della strage di Peteano – racconta nel 1982 di un Almirante che procura 35.000 dollari al terrorista Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano, coautore della strage e autore della telefonata trappola che portò i carabinieri alla autobomba, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna con un intervento alle corde vocali. Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Pascoli verrà condannato per il fatto; Almirante invece, dopo un’iniziale condanna, si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare anche per sottrarsi agli interrogatori fin quando si avvalse di un’amnistia grazie alla quale uscì definitivamente dal processo.

Ernesto De Marzio, capogruppo del MSI alla Camera ha raccontato di aver presenziato, nel 1970, ad un incontro tra Junio Valerio Borghese ed Almirante nel corso del quale quest’ultimo, alle richieste di adesione all’imminente colpo di stato avanzate da Borghese, avrebbe risposto: «Comandante, se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive: ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni».

Almirante-NotarianniL’ammiraglio Gino Birindelli, presidente del MSI dal 1972 al 1974 e precedentemente in contatto conOrdine Nero, racconta in un’intervista del 2005, e l’ex ministro La Russa che a quei tempi frequentava i “sanbabilini” dovrebbe ricordarselo, l’atteggiamento di copertura tenuto dal partito di Almirante nei confronti degli assassini dell’agente di poliziaAntonio Marino.

Per finire, ricordiamo le felicitazioni di Almirante ad Augusto Pinochet dopo il golpe contro Allende, per le quali fu pubblicamente ringraziato dallo stesso generale.

Forse Napolitano queste cose se le è scordate. Forse è troppo vecchio per fare il presidente di questa nostra Repubblica. Forse è il caso che si dimetta. O che qualcuno ne chieda la rimozione. Prima che se ne esca con la rivalutazione storica di Benito Mussolini: “Che quando c’era lui i treni arrivavano in orario”.

Minima & [Im]moralia [riflessioni sulla vita offesa]

 

Dell’Utri che per almeno diciotto anni si fa premura di garantire l’armonia fra berlusconi e la mafia si prende sette anni e berlusconi, l’utilizzatore finale [anche] di Dell’Utri, il beneficiario dell’intesa, non c’entra niente? E, chiedo al rottam’attore: bisogna ancora fare accordi politici e magari riscrivere la Costituzione col partito di un condannato per mafia e uno per frode allo stato? 

 

E’ normale che berlusconi consideri assurdo l’arresto di un favoreggiatore di latitanti così tanto da sentirsene addolorato. Lui non ha la benché minima idea del rapporto fra i cittadini che non si chiamano berlusconi e la legge, la giustizia italiane. E ignora che in questo paese si può essere arrestati anche per il furto di piccole cose, condannati a processi che durano anni per la sottrazione di un ovetto kinder al supermercato o per aver strappato un fiore ai giardini pubblici. Ecco perché per i delinquenti inside come lui non è sufficiente la misura alternativa al carcere ma ci sarebbe voluto proprio il carcere.
Quello sì che lo avrebbe educato.

Ma meno male che ci pensano i nostri grandi statisti a ricordarci che la corruzione non è un’esclusiva italiana, bravo Napolitano che, sentendo puzza di bruciato [come se fosse una cosa nuova] dentro ai partiti che gli piacciono tanto ha subito messo in guardia per la milletrecentesima volta, contata per difetto, sui pericoli del populismo che nel linguaggio di Napolitano ha la forma di una stella ripetuta per cinque volte.
Ci fosse mai una volta che il presidente prenda il toro per le corna, che miri ai bersagli giusti. Che se la prenda coi ladri, i corrotti, i criminali.
Condannano berlusconi e chiede la riforma della giustizia, i magistrati fanno inchieste anche sui potenti e lui li avvisa, gli chiede di non essere troppo intransigenti.
Arrestano un ex ministro già colpito da diversi procedimenti giudiziari, dai quali è potuto uscire indenne solo grazie al fatto di vivere in questo paese dove a chi non è mai capitato di trovare 900.000 euro sul comò coi quali acquistare lussuosi appartamenti vista Colosseo?
Arrestano una manciata di persone vicine ma più che altro dentro ai partiti di tutti gli schieramenti e sempre per corruzione, uno dei cancri di questo paese e lui che fa? ri_avvisa, non monitando sul vizio endemico della politica di mettersi in casa delinquenti e disonesti di ogni ordine e grado e di farci affari insieme ma di stare attenti all’unico partito, movimento, che avrà pure un leader pregiudicato ma che almeno ha avuto il buon gusto di non candidarsi. 

Gli arrestati di Milano non sono alieni arrivati da un altro pianeta, è gente che è stata sempre ben presente intorno alle istituzioni, dentro la politica, vicina ad altra gente che si professa e si proclama onesta ma che poi non prova nessun disagio a frequentare e farsi frequentare da persone così, già accusate in passato di reati, fatte oggetto di provvedimenti giudiziari per gli stessi motivi, lo stesso reato, probabilmente a causa di quella catena degli affetti che non si può interrompere. Il problema non è chiedersi perché non si riesce a combattere la corruzione in Italia ma perché, malgrado ce lo chieda anche l’Europa che per altre cose viene prontamente ascoltata e accontentata, in questo paese non c’è una legge seria sulla corruzione e perché  nessuno pensa a regolare i conflitti di interesse che sono molteplici e non riguardano solo berlusconi.  E un altro problema è che in questi vent’anni sono stati troppo pochi quelli che hanno ricordato, anche a costo di sembrare noiosi, che berlusconi è il risultato di scelte politiche e di manovre di palazzo.   Altroché dare sempre la colpa alla gggente che poi, anche ignorantemente va a votare.

 

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ExpoMazzette2015
Marco Travaglio, 10 maggio

Chiunque sia stato a dedicare l’Expo Milano 2015 alla mancanza di cibo in vaste zone del mondo dev’essere un genio, dotato per giunta di un sopraffino sense of humour. Come dimostrano le carte della retata, i politici, i costruttori e i faccendieri intenti a costruirlo avevano una fame da lupi e mangiavano a quattro palmenti. Una fame atavica, abbondantemente soddisfatta grazie a zanne e ganasce collaudate fin dai tempi di Tangentopoli. Il fatto stesso che se ne occupassero i Frigerio e i Grillo (Luigi, per la destra) e i Greganti (per la sinistra), tangentisti di provata fede ed esperienza, dimostra che la corruzione è ormai considerata una variabile indipendente della politica e dell’economia. La mazzetta simpaticamente lubrifica, agevola, risolve. Guai se non ci fosse. E pazienza se poi le opere costano il doppio o il triplo che negli altri paesi: i costruttori sono contenti, i politici anche, i mediatori-professionisti-consulenti pure. Ci rimettono solo i cittadini, con tasse sempre più alte e servizi sempre più scadenti, ma a distrarli e a trascinarli alle urne ci pensano i giornaloni e le tv a colpi di annunci e di slide. La corruzione ci ruba 60 miliardi di euro all’anno e l’evasione 180, però su eBay abbiamo venduto sei auto blu per 57 mila euro, mica bruscolini: basta venderne un altro milione e siamo a cavallo. La reazione dei politici agli arresti fa rimpiangere Genny ‘a Carogna, che avrebbe trovato parole più adeguate. Napolitano, per gli amici Giorgio ‘o Gnorri, apre la sua consueta campagna elettorale invitando gli italiani a evitare “il populismo” (cioè Grillo) e a non farsi influenzare dalle retate: “Non tirerei in ballo le Europee su vicende che sono strettamente italiane”. Il fatto che in Italia si rubi più che in tutto il resto d’Europa e che lui sia il presidente strettamente italiano e non di un altro paese, non lo tange (scusi il termine). Anzi, “il superamento di fenomeni di corruzione, che non sono esclusivi del nostro Paese, sono legati molto alla creazione di un impegno e di regole comuni in Europa”. Ecco: tutto il mondo è paese, così fan tutti. E, per combattere la corruzione, non bisogna smettere di rubare né emarginare i ladri, ma creare un impegno e regole comuni europee. Il conte Mascetti, con le supercazzole, era un dilettante.
Si rifà vivo anche D’Alema, che al nome “Greganti” salta su come la rana di Galvani. Nel 1993, appena finì dentro il Compagno G, Max attaccò il pool Mani Pulite chiamandolo “il soviet dei golpisti”, mentre l’amico Amato e l’amico Conso preparavano il colpo di spugna. Ora che il Compagno G torna dentro, la Volpe del Tavoliere filosofeggia: “Non è la riedizione di Tangentopoli e comunque la corruzione non è un fatto legato ai partiti, ma è endemico della società italiana”. Ah, meno male, chissà che credevamo. Poi aggiunge: “Io resto un garantista e ho preso una certa prudenza in materia: ho calcolato che il 40-45% degli accusati vengono poi prosciolti”. Forse dovrebbe cambiare pallottoliere: solo il 5% degli imputati di Tangentopoli furono dichiarati innocenti; gli altri “prosciolti” erano colpevoli e spesso rei confessi, anche se poi furono salvati da leggi che cambiavano i reati o cestinavano le prove, e dalla solita prescrizione (che fra l’altro salvò anche lui). Nemmeno una parola sulle mazzette accertate, filmate e fotografate dagl’inquirenti: sono “endemiche”. Ora però – intima il Foglio – Renzi deve “cambiare i poteri della magistratura”: in effetti fu un grave errore affidare ai giudici il potere di arrestare i ladri, bisogna rimediare. “Questa roba non fa bene”, commenta il renziano Matteo Richetti, anche se il Matteo supremo ha invitato a “non commentare”. “La cosa è preoccupante, potrebbe essere il grimaldello per scardinare tutto”, conferma Quagliariello (Ncd). E la “roba” che non fa bene, la “cosa” che li preoccupa non è la corruzione che, vista la notorietà dell’Expo, fa il giro del mondo qualificando l’Italia per quello che è; bensì il fatto che – come intonano a una sola voce Sallusti, Belpietro, Ferrara, Berlusconi (centrodestra), Cicchitto (Ncd) e Pisicchio (centrosinistra) – “gli arresti portano voti a Grillo”, dunque è “giustizia a orologeria” (Toti). Ora, per essere giusti, i giudici devono arrestare qualche grillino a caso, anche se non ruba.

Tra lo Stato e l’Italia c’è sempre stato un gigantesco «’sti cazzi»

Sottotitolo: “se Luigi Cesaro, detto “Giggino ‘a Purpetta” (l’autista di Raffaele Cutolo, il fondatore della Nuova Camorra Organizzata) è un parlamentare della Repubblica (si siede a 12 metri da noi) è ovvio che Gennaro De Tommaso, detto Genny “a carogna” possa decidere quando giocare la finale di Coppa Italia. Mi sembra coerente con la linea politica scelta dai partiti in tutti questi anni. Nulla di nuovo quindi.
Quel che è accaduto ieri all’Olimpico è uno dei tanti esempi (un altro è Francantonio Genovese, deputato PD renziano – lui si siede a 30 metri da noi – per il quale i giudici hanno chiesto l’arresto, arresto che deve essere votato dalla Camera ma la Boldrini ancora non ci fa votare) dell’assenza dello Stato. Lo Stato non esiste, o ce lo riprendiamo noi cittadini o prima o poi Genny “a carogna” verrà convocato da Renzi per riformare la Costituzione. In fondo perché Berlusconi e Verdini sì e lui no? Ah, forse perché è meno pericoloso.”
[Alessandro Di Battista – parlamentare 5stelle]

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Chissá cos’è peggio fra lo stadio frequentato anche dai delinquenti come il bar e il ristorante e uno studio televisivo del servizio pubblico – pagato coi soldi di tutti – che ospita invece, oltre alla conduttrice, SOLO un criminale.

Non si violerebbe nessuna regola evitando l’ospitata a berlusconi. Anzi, parrà strano ma sarebbe proprio l’apoteosi del rispetto della legge. 

La verità è che nessuno rinuncia ad ospitare lui per far parlare di sé. 

Proprio come l’Annunziata oggi e tutti quelli che da qui alla fine della campagna elettorale faranno credere agli italiani che berlusconi ha il diritto di essere invitato e intervistato nelle televisioni, di avere uno spazio mediatico da interdetto e condannato.
Mentre questo diritto lui non ce l’ha. Lo sa l’Annunziata e lo sanno tutti quelli che pagherebbero per avercelo seduto di fronte ma continuano a fottersene in allegria.
Naturalmente non è vero che nel 2011 fu Napolitano a chiedergli di dimettersi, lo fece, su consiglio di Confalonieri e Ghedini, quando lo spread iniziò a danneggiare anche le sue aziende; quando, tanto per non cambiare e per onorare il suo altissimo senso dello stato pensò a salvarsi la “robba”, ché a salvare l’Italia ormai non si faceva più in tempo.
Quindi non solo si dà la possibilità a un pregiudicato di invadere la televisione di stato ma gli si permette anche di continuare a mentire alla gente, di praticare l’attività a lui più congeniale, quella che gli è riuscita meglio e per mezzo della quale riesce ancora a convincere gli irriducibili estimatori di un criminale: quella del chiagni e fotti. Ancora e tutt’ora.

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Allo stadio Olimpico c’erano il presidente del consiglio e quello del senato, ex procuratore antimafia, uno che di criminalità se ne intende. Due persone che rappresentano le istituzioni più alte e che avrebbero potuto, se avessero voluto, mettere una pietra tombale sulla partita e sulla trattativa fra il capetto malavitoso e la questura evitando all’Italia tutta l’ennesima figura di merda planetaria.
Non lo hanno fatto.
E questo è quanto. Tutto il resto – razzismo verso Napoli e i napoletani in testa, è noia, e di quella più pesante fra l’altro.

Solo per ricordare agli imbecilli che in queste ore si sono espressi col loro peggio, quelli che “non sono io che sono razzista ma sono loro che sono napoletani” che la politica è in grado di regolare ogni ambito della società: stadi compresi, ma non lo fa perché da sempre le curve degli stadi, quelle brutte, cattive e violente sono un’ottima fonte da cui attingere voti. 
E allora la politica si guarda bene dall’infastidire un ambiente dove succedono cose che servono poi anche a far aprire molte bocche senza che prima siano state collegate con altrettanti cervelli che pensano. 

Non c’entrava niente la partita, lo stadio né i tifosi sabato sera a Roma, ma la tentazione del giudizio morale sul tifoso di calcio da evitare come un appestato e dell’offesa razzista verso i napoletani per molti è irresistibile, anche per quelli che poi, rispetto ad altri razzismi espressi si indignano o fanno finta di…

La violenza, gli spari non sono un’esclusiva napoletana, ma è un’esclusiva piuttosto italiana quella di definire e catalogare i napoletani come una razza a parte da emarginare con disprezzo. Nessuno si sognerebbe mai di dire che tutti i brianzoli sono ladri, corruttori, amici della mafia e sfruttatori di prostitute ragazzine solo perché berlusconi è nato in quella zona della Lombardia.  Si vergogni, e molto, chi associa il male, la criminalità e il malaffare ad una sola città nel paese dove le mafie governano da Bolzano a Palermo in una trattativa continua, che dura da 150 anni, nell’assoluta indifferenza dello stato.

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Genny ‘a Carogna merita di diventare prefetto – Arnaldo Capezzuto – Il Fatto Quotidiano

Appello al premier Matteo Renzi: nomini Prefetto Genny ‘a Carogna. E’ un atto dovuto e di serietà. Ieri sera, allo stadio Olimpico di Roma alla presenza in tribuna dello stesso presidente del Consiglio, del presidente del Senato Pietro Grasso, del presidente della Commissione AntimafiaRosy Bindi e i vertici del calcio nazionale abbiamo dovuto attendere e ringraziare Gennaro De Tommaso, alias Genny ‘a Carogna, capo degli ultras partenopei del gruppo Mastiffs e dell’interacurva A dello stadio San Paolo per aver dato l’ok all’incontro di finale di Coppa italia Napoli -Fiorentina.

Ecco: il giovanotto ha gestito magistralmente l’ordine pubblico e salvato moltissime poltrone istituzionali. Penso e credo che meriti come minimo una nomina a Prefetto della Repubblica. Seduto su una grata della curva Nord, il capo ultrà ha partecipato alla convulsa trattativa che ha ritardato di 45′ il match poi vinto dalla squadra azzurra. Certo ‘a Carogna non è uno stinco di santo. E’ giàdestinatario di Daspo ha alle spalle vari precedenti giudiziari (fu arrestato per droga).

Vabbè che c’entra? Ci sono vertici del nostro Stato che con ostinazione da oltre 20 anni negano o non ricordano che è avvenuta una trattativa con la mafia altri che nonostante i massacri del G8 di Genova sono stati promossi. A chi però storce il naso per via della maglietta nera che indossava ‘a Carogna con la scritta gialla : “Speziale libero” possiamo dire con serenità che è solo marketing da duro. Occorre solo ammirare il carisma e la bravura del tatuato Genny ‘a Carogna che dopo aver parlato a lungo col capitano del Napoli Hamsik e i vertici della Questura della Capitale e i rappresentanti del Prefetto ha autorizzato la disputa della finale.

Lo Stato deve ringraziare (Silvio Berlusconi per anni ha usufruito del titolo di cavaliere) attribuendo un’onorificenza a Genny ‘a Carogna se la partita non si è trasformata in tragedia. Non scherzo quando sostengo che il premier dovrebbe nominare per le attitudini dimostrate e senso dello Stato Genny ‘a Carogna, Prefetto. Le immagini in diretta tv hanno fatto il giro del Paese e d’Europa e dimostrano e provano la serietà, il carisma, l’attitudine al comando della Carogna. Tra l’altro Genny ha referenze importantissime, c’è il collaboratore di giustizia Emilio Zapata Misso che spiega:“Gli equilibri fra i gruppi di tifosi e quelli fra clan camorristici si influenzano gli uni con gli altri (…) Il capo dei “Mastiffs” è De Tommaso Gennaro, detto “Genny ‘a carogna”, figlio di Ciro De Tommasocamorrista affiliato al clan Misso (…) Così come il gruppo “Rione Sanità” è comandato da Gianluca De Marino, fratello di Ciro, componente del gruppo di fuoco del clan Misso”.

Ancora di più, ci sono anche inchieste della Digos di Napoli e della magistratura che illustrano come i componenti del gruppo organizzato dei tifosi dei “Mastiffs” sono stati più volte coinvolti in indagini giudiziarie insieme all’altro gruppo della torcida azzurra i Fedayn per tifo violento con arresti e perquisizioni. A rafforzare il quadro delle benemerenze del capo dei Mastiffs c’è anche il racconto diSalvatore Russomagno, pentito del clan Mazzarella che spiega : “Dell’esistenza di azioni punitive che avvengono quando un calciatore gioca male oppure non si presenta alle riunioni presso i circoli sportivi, ovvero parla male dei tifosi e in particolare dei Mastiffs. I Mastiffs sono violenti e non gradiscono le dichiarazioni dei calciatori contro la violenza degli stadi, talvolta gli orologi rapinati ai calciatori sono stati anche restituiti, così a Cavani e alla moglie di Hamsik, non so chi le commise ma sono stati i Mastiffs a fare avere indietro gli orologi”.

Alla fine il presidente Aurelio De Laurentiis a Coppa Italia conquistata nel corso di un’intervista lo riconosce : “A Napoli è tutto diverso”. Caro presidente non solo a Napoli ma in generale è tutto diverso in Italia. Nel paese al contrario forse il Prefetto e il Questore di Roma dovrebbero essere rimossi invece è più giusto che Genny ‘a Carogna abbia un riconoscimento istituzionale.  

 

L’indecenza

Leggo che il pd, che evidentemente non ha cose più importanti a cui pensare, ha chiesto un’interrogazione parlamentare e l’intervento della vigilanza Rai su Pelù colpevole di aver violato la par condicio. Mentre non chiede nulla per l’incandidabile delinquente che spadroneggia in televisione continuando ad infamare la magistratura, in spregio e sfregio alle regola della par condicio che offre spazi mediatici SOLO ai candidati.

 Il reality show non è stato quello di Pelù ma è quello di Renzi.
Un artista per ottenere consenso non ha bisogno di fare e farsi fare la propaganda: gli basta la sua bravura.

E se grazie a questa diventa ricco, milionario, buon per lui.
Il politico diventa ricco anche quando è tutt’altro che bravo e capace, ecco perché per avere consenso e mantenere le sue ricchezze gli serve raccontare balle e non solo.
Questa mania  di rinfacciare lo status a chi non campa di rendita sulle spalle degli altri è odiosa.
Odiosa. Che poi a me tutto sommato questa teoria del “ognuno faccia quello che sa fare, che fa di solito” starebbe anche bene. Cominciamo dalla politica? Così, giusto per dare il buon esempio.  

Renzi che per aggiungere al suo già cospicuo bottino un’altra manciata di propaganda va a chiedere la carità a mediaset che gli chiude la porta in faccia in virtù della par condicio che esiste solo perché c’è il padrone di mediaset sì, un cantante che parla sul palco di un concerto no? Evviva l’antagonismo della libertà, quella “democratica”, s’intende.

 

 

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Per quello che mi importa di Pelù – Alessandro Gilioli, Piovono rane

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Insomma: se l’attore e regista Benigni parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se lo scrittore Baricco parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il cantante Jovanotti parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il regista Placido parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il cantante Piero Pelù parla male di Renzi, è uno schifoso milionario ignorante che deve solo pensare a cantare. 
E si chiamano “democratici”. [Dino Giarrusso]

La libertà di B. è un’indecenza Firma anche tu per la revoca dei “servizi sociali”

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B. ai servizi sociali: la legge non è uguale per tutti

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Ho firmato l’appello di Micromega per la revoca dei servizi sociali di berlusconi non ispirata certamente dalla speranza che la finta sentenza da cui è scaturita la sua finta condanna si possa ribaltare ma perché ormai in questo paese l’unico modo per alzare la voce è questo: l’appello pubblico che solitamente viene inaugurato da eccellenti rappresentanti della società civile. Di quel che ne resta. Perché  noi cittadini non abbiamo più nessuna possibilità di far sapere che quello che si fa nella stanza dei bottoni non ci piace. Perché se proviamo a scendere in piazza lo stato ci fa massacrare come se i terroristi fossimo noi e non chi ha ridotto lo stato di diritto in macerie.

L’ho firmato perché non è vero che le sentenze si devono rispettare sempre nel paese in cui è più facile indovinare quale sarà il loro esito quando si tratta dei potenti delinquenti, che vincere al superenalotto.
Ho firmato perché sono stanca di questo paese ridotto a luogo comune in cui tutti sanno quello che avverrà se si prova a fare cose diverse, normali al posto di quelle consuete da paese ridicolo nel quale le istituzioni non fanno il loro dando più che l’idea che non possono.
Perché non trovo giusto che si favoleggi ancora sul presunto consenso che otterrebbe un delinquente, un eversore, un socialmente pericoloso fuori legge se venisse trattato dallo stato per quello che è.
Cominciamo a mettere un bel chissenefrega sulle ipotesi e a concentraci su come sarebbe “se”… teoria che si potrebbe applicare anche nei riguardi dei governi abusivi formati da parlamentari impostori ai quali nessuno ha chiesto di occuparsi di noi e del paese come da Costituzione.
Perché mi dà la nausea questa giustizia ridotta ormai ad una figura retorica e una democrazia che ormai non è più nemmeno il surrogato di se stessa dove si consente ad un criminale – condannato ad una pena che non sconterà mai – di poter fare non le stesse cose ma molte di più di chi è rimasto nonostante e malgrado tutto dentro lo stato.

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Il fuorilegge
Marco Travaglio, 3 maggio 


L’appello di MicroMega al Tribunale di Sorveglianza di Milano perché spedisca il pregiudicato B. ai domiciliari, revocandogli l’affidamento ai servizi sociali prima che li trasformi nella solita pagliacciata elettorale, è sacrosanto. Almeno dal punto di vista giuridico. Come ricordano Flores d’Arcais, De Monticelli, D’Orsi, Prosperi e gli altri firmatari, la legge penitenziaria consente i servizi sociali in alternativa al carcere solo se “contribuiscono alla rieducazione del reo”. Il quale dunque dovrebbe dare qualche segno tangibile di ravvedimento. I giudici di Milano si sono regolati come sempre in casi simili (e non solo per B.): siccome i servizi sociali, quando la pena da scontare è inferiore ai 3 anni, non si negano praticamente a nessuno, hanno desunto la “volontà di emenda” dal fatto che B., dopo la condanna, ha rifuso il danno di 10 milioni di euro e le spese processuali all’Agenzia delle Entrate, cioè alla vittima delle sue frodi fiscali. Ma quelli erano obblighi di legge a cui non poteva sottrarsi, e con la volontà di ravvedersi non c’entrano nulla. Si sperava almeno – così come gli avevano intimato i giudici, senza affatto violare la sua libertà di espressione, trattandosi di un detenuto vincolato da precisi obblighi – che si astenesse dall’insultare la magistratura e dal rinnegare la sua sentenza. Invece B. non perde occasione per parlare di “golpe giudiziario”, dunque che speranze ci sono che le sue visite settimanali ai malati di Alzheimer dell’ospizio Sacra Famiglia di Cesano Boscone contribuiscano a rieducarlo? Zero. Uno normale, al posto suo, sarebbe già stato spedito in galera. Già, perché l’alternativa al servizio sociale, dopo la decisione del Tribunale di sorveglianza, non sono i domiciliari. Ma il carcere. Almeno in prima battuta: soltanto dalla cella B., tramite i suoi legali, potrebbe avanzare istanza di domiciliari. E solo allora il tribunale tornerebbe a riunirsi per accordarglieli o tenerlo dentro. B. lo sa benissimo, e provoca ogni giorno i magistrati proprio perché è lì che vuole portarli: a sbatterlo in gattabuia alla vigilia delle elezioni, per riconquistare il centro della scena, allestire l’apoteosi del suo spettacolino vittimistico, trasformare la campagna elettorale europea nel solito Giudizio di Dio pro o contro se stesso e oscurare gli annunci di Renzi e la propaganda di Grillo che comunque riguardano problemi concreti (l’euro, il lavoro, le tasse, le banche) sui quali lui non ha più nulla da dire. Ancora una volta i giudici sono costretti a snaturarsi e ad assumersi responsabilità che spetterebbero ad altri. E non vorremmo trovarci nei loro panni in queste ore. Se applicano la legge alla lettera, non c’è dubbio che l’unico servizio sociale che B. può utilmente prestare è andare in galera e restarci per poco meno di un anno; ma così gli fanno un gran favore, regalandogli gratis una campagna elettorale che, senza manette, non comincerebbe neppure per mancanza di argomenti, e lo salvano dall’ennesima batosta. Se invece si pongono il problema dell’inopportunità politica di un arresto a pochi giorni dalle urne e lo lasciano a piede libero, fra una visita a Cesano Boscone e una riforma della Costituzione, cioè non lo trattano come un condannato qualsiasi, violano la Costituzione e sferrano un altro colpo mortale alla credibilità della Giustizia. Autorizzando tutti a pensare che la legge non è uguale per tutti e che la frode fiscale, quando la commettono i “signori”, è una quisquilia da “furbetti”. Lo stesso contrasto fra Legge e opportunità politica si sta consumando a proposito della par condicio televisiva: la norma del 2000 impone alle tv di dare accesso ai candidati alle elezioni, non ai leader incandidabili e privi del diritto di voto attivo e passivo. Ma se qualcuno provasse a tener fuori B. da uno studio tv gli regalerebbe un bavaglio d’oro da sventolare in campagna elettorale. Si spera che qualcuno, dinanzi a questa indecenza, alzi lo sguardo oltre le contingenze quotidiane e riconosca finalmente che B. è illegale di per sé. Dunque, tanto per cominciare, la Costituzione non deve toccarla neppure con una canna da pesca.