Se la regola è sbagliata significa che è sbagliato il regolamento

Preambolo: la critica a Grillo per il suo atteggiamento nel famoso “confronto” con Renzi non è costata solo l’espulsione dei quattro parlamentari 5stelle. Basta partecipare ad un social network come me per accorgersi di come cambino i rapporti con le persone che si frequentano abitualmente ogni volta che si osa criticare quel che avviene all’interno del Movimento. Quando si va a toccare il tasto 5stelle anziché quelli della critica comune dove si è sempre d’accordo,  berlusconi, il vaticano. Renzi, per fare un esempio,  improvvisamente cambiano atteggiamento, spariscono, non le vedi più condividere i tuoi link né partecipare alle varie discussioni come fanno di solito. Emarginano, escludono, cancellano gente da una lista facebook  perché non  gradiscono  il dissenso  espresso nemmeno da una persona come me che non ha mai fatto mistero di non stare dalla parte di nessuno ma semplicemente, come faccio e ho sempre fatto, di osservare i fatti volta per volta e criticarli volta per volta. Questo blog e la mia bacheca facebook traboccano di post, stati nei quali ho sollevato questioni di principio anche quando andavano a favore dei 5stelle, quando ho fatto notare la parzialità dei giudizi, quando la stampa e certo, molto giornalismo  anziché svolgere la  funzione di informare diventa house organ dei partiti terrorizzati dalla presenza in parlamento dei 5stelle. E quindi non penso di dovermi giustificare né di dover dimostrare quotidianamente ai miei interlocutori, quali essi siano,  la mia assoluta buona fede e il mio disinteresse. Io qui in Rete non faccio il gioco di nessuno, non parteggio,  non per questioni di indifferenza altrimenti non sarei qui tutti i giorni ad incazzarmi per la politica  ma semplicemente perché politicamente non mi sento rappresentata da nessuno. E questo mi dà la libertà di potermi esprimere su tutti e su tutto senza dover essere poi sottoposta a nessun giudizio di merito. Chi esclude ed emargina per la diversità di pensiero dovrebbe lavorare molto su se stess*, riflettere su  quanto la filosofia di Grillo che esclude chi non si allinea abbia invaso oltremodo il suo modo di pensare e di agire. Perché escludere, emarginare, negare la parola, pensare che esista una categoria di intoccabili da non criticare mai, impedire il dissenso quando è civile, espresso coi dovuti modi, cancellare il pensiero e chi lo esprime  quando non nuoce ma è – appunto – solo un pensiero diverso è quanto di più antidemocratico si possa fare. Io non mi faccio lobotomizzare da nessuno, non scrivo per riscuotere consensi e applausi ma per esprimere esclusivamente ciò che penso, giusto o sbagliato che sia. Sono e resto una persona intellettualmente libera anche se questo a qualcuno non piace e non ha nemmeno il coraggio di venirmelo a dire.

***

Un regolamento non è un dogma religioso, le tavole dei dieci comandamenti che gli aderenti alla religione devono rispettare senza poter dissentire perché glielo ha detto Dio per mezzo di referenti terreni ai quali si permette di far dire a Dio ogni sciocchezza che torna utile ai suoi uomini. Un regolamento, qualsiasi regolamento, da quello condominiale a quelli di un club, un circolo sportivo, è fatto da uomini e donne che in quanto tali sono fallibili, ovvero possono sbagliare, e per questo si può rivedere quante volte si vuole, modificarlo, correggerlo, perfezionarlo, ottimizzarlo, modernizzarlo. Quindi il fatto che si possa cacciare qualcuno dal Movimento 5stelle solo perché ha osato dissentire dalla voce del padrone e che questo sia scritto in un regolamento  è una sciocchezza pari a quella di chi crede pedissequamente ai regolamenti di una religione e non si pone mai un dubbio sulla loro effettiva correttezza, applicabilità anche quando rispettarli significa rischiare molto di più che facendo il contrario. Regolamenti che, a dargli retta, impedirebbero di vivere una vita anche e solo semplicemente normale.

Quello che accade all’interno del M5S purtroppo, e lo sottolineo mille volte, riguarda tutti, perché i 5s non sono un gruppo di persone a se stante che può prendere tutte le decisioni che vuole per mezzo del solito referendum[ino] on line e poi pretendere che quello che scaturisce dalla decisione dei suoi iscritti non sia sottoponibile alle critiche di nessuno. Della serie “è così e basta” che non si dice nemmeno a un bambino di due anni senza spiegargli perché deve essere così. Quello che succede all’interno dei 5s riguarda, purtroppo, tutti perché fa parte della politica di tutti. E se un Movimento che in precedenza agiva al di fuori della politica è riuscito ad entrare nei palazzi della politica perché chi lo compone ha pensato e pensa di poter dare un contributo utile nella politica,  dunque di riflesso al paese, e se qualcuno ci  crede e ci ha creduto, si è fidato, ha votato quel Movimento tutto quel che avviene dentro quel Movimento riguarda per forza tutti. Quelli che ne fanno parte e anche chi invece è rimasto fuori  ad osservare la loro azione, magari interessato perché sperava che la loro energia avesse potuto realmente dare una spinta positiva verso le decisioni giuste non solo per gli aderenti al Movimento ma per tutti.  Ecco perché non si può accettare che un Movimento estrometta persone solo perché esprimono un dissenso, e quelle persone  non si estromettono  nemmeno se quel dissenso si ripete, perché se si ripete il dissenso significa che qualcuno ripete gli errori che provocano il dissenso. 

Grillo va ringraziato per molte cose, per la sua opera di sensibilizzazione di tutti questi anni, per aver contribuito a scoperchiare l’orrendo vaso di Pandora degli scempi della politica, per aver permesso a gente comune di avere voce in capitolo nella politica da sempre alla mercè delle varie caste, élites, lobbies per nulla intenzionate a fare gli interessi di tutti ma esclusivamente i propri. Va ringraziato per aver spalancato l’armadio delle vergogne degli sprechi, dei privilegi, del marcio che soffoca e opprime, impedisce a questo paese di potersi rialzare. Ma se oggi qualcuno proponesse un referendum analogo per estromettere lui dal M5S io voterei sì.  Perché  quelle che estromettono gente sulla base della diversità di opinione, perché dicono cose che al capo non piacciono saranno pure le loro regole ma io non le condivido, perché sulla libertà di opinare, parlare, dissentire, io non derogo, non concedo, non sono accomodante né comprensiva.

L’anatema e la scomunica

Sottotitolo: “pre-va-ri-ca-zió-ne: sopraffazione, abuso, prepotenza”.

Ma naturalmente se lo fa Grillo è vittoria, è “asfaltare” l’interlocutore, trattarlo come si merita, ché l’ha detto pure la Bibbissì e allora sicuramente è vero.
Roba che se qui in Rete qualcuno si permette di tentare di zittire in malo modo qualcuno che le o gli rompe i coglioni oltremodo s’invoca l’articolo 21, perché “tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero”. E questa sarebbe coerenza di cui vantarsi. La purezza di chi illumina la retta via.

***

La correttezza, la coerenza, l’onestà intellettuale trovano un riscontro in una ristretta cerchia di persone.
Quelle serie, che non pensano che si possa giocare con la dignità per svenderla all’imbonitore di turno al quale si perdona e si giustifica tutto in virtù del magnifico futuro che promette, a parole, usando il suo linguaggio, quello che la sua cultura gli consente di esprimere.
E fra quelle che non pensano che qualcuno abbia il diritto di giocare con quella altrui dandole un valore approssimativo, da misurare in base a ciò che si scrive in una bacheca facebook o in un blog. La mia è sempre uguale, proprio perché non la svendo a nessuna promessa, io sono quello che scrivo, che ho scritto e che scriverò, sempre fino al parossismo. Lo sono quando critico e lo sono stata quando bisognava criticare chi criticava troppo e male. Così è, a chi piace, e anche a chi non piace.

La libera circolazione del pensiero quando è civile, espresso nei dovuti modi è il primo pilastro della civiltà; anche quando quel pensiero non raccoglie un consenso generale, ed è proprio la possibilità di essere confutato che dà valore a quel pensiero. Perché significa che è stato pensato in autonomia, senza condizionamenti di sorta. C’è gente che è morta per consentire a tutti di poter esprimere anche un  pensiero contrario a quello comune, veicolato dalla propaganda che voleva che tutti pensassero quello che tornava utile ai vari regimi per poter consentire ai regimi di esistere. Ai tempi del fascismo quattro persone che chiacchieravano per strada venivano disperse a manganellate perché ritenute pericolosi eversivi che tramavano contro mussolini.

Mi fa ribrezzo la piazzata, mi fa orrore che da un momento all’altro  chiunque abbia voglia di dire qualcosa di non allineato al comune sentire  di chi pensa di possedere l’unica verità e la purezza che indicano la retta e unica via debba essere esposto al giudizio popolare che poi avviene nei modi che ormai tristemente abbiamo imparato a conoscere. Non è civile, non è democratico, non produce nulla se non attirarsi addosso altre critiche, salvo poi criticare chi le fa e non interrompere mai questo circolo vizioso.

Sono gli integralisti a costringere a prendere una posizione.
Io vivevo benissimo barcamenandomi serenamente fra la critica e la lode. Ma da ora in poi guarderò con più attenzione solo a quel che va criticato. Ai bambini stupidi si dà sempre ragione, i genitori incapaci concedono e perdonano tutto, io non l’ho mai fatto nemmeno con mio figlio.
Figurarsi quanto mi può interessare di chi s’impermalosisce se gli tocchi il leaderino, che si chiami Grillo, Renzi o il delinquente matricolato.
Eppure vent’anni di berlusconi avrebbero dovuto insegnare qualcosa. Invece siamo ancora qui, all’idolatria incondizionata.
Da una parte l’impegno, apprezzabile e apprezzato anche da chi non ha votato il Movimento, dei parlamentari a 5stelle, dall’altra le solite idiozie quotidiane del suo fondatore, quelle che inevitabilmente  inquinano il giudizio positivo sul loro operato.

Fa più danni  Grillo al Movimento di tutto ciò che lui pensa di contrastare sottoponendolo al giudizio dei frequentatori del suo blog.
Tipo la quotidiana pagellina al giornalista o la votazione interna al clan per decidere chi deve abbandonare la casa come al grande fratello.

  

IL PREMIO DI BEPPE (Sebastiano Messina)

Per esempio, queste cazzate a chi sono utili, quale giusta causa vanno a sostenere? Sono azioni meritevoli di essere condivise, di essere applaudite, e quant’è bravo Grillo che fa la pagellina pubblica al giornalista dando la stura alla solita selva di insulti? Questo è quel che gratifica il grande movimento dei rivoluzionari del terzo millennio? Perché se è questo mi tocca stare per forza dalla parte del giornalista, anche se poi certi giornalisti, molti,  io li critico tutti i giorni da anni, da prima della pagellina di Grillo. Ma il sistema del bersaglio grosso no, non lo posso condividere mai. Lo squadrismo dei tanti contro uno, nemmeno. Perché  lo squadrismo, la gogna, l’esposizione al giudizio popolare sono fascismo, e non c’è nemmeno da ricamarci troppo intorno. Ma ovviamente chi pensa che il vaffanculo sia il viatico per il risveglio collettivo non capisce che approfittare di una visibilità per esporre gente all’insulto pubblico sia una forma di violenza. Che dare il la ad una manica di esagitati che sfogano le loro frustrazioni via web non rivoluzioni proprio niente, a parte demolire quel residuo di civiltà sul quale ancora possiamo contare.   Le pagelle sono un’istigazione all’insulto e alla violenza e non smuovono di una virgola lo stato pietoso dell’informazione, è un parlare alle pance, come fa la lega che istiga alla discriminazione e al razzismo. 
Siccome l’informazione lapida allora si risponde tirando altri sassi. Beh, ottimo, coi mezzi che ha Grillo potrebbe davvero dare un contributo utile, invece preferisce fare quello che gli fa ottenere tanti clic nel blog, perché le discussioni pacifiche in Rete non fanno share. E non fanno guadagnare con gli sponsor.
Dare della troia ad una donna com’è accaduto a Maria Novella Oppo, una professionista che come tanti può non eccellere nel suo lavoro ma non per questo si merita l’insulto pubblico espresso da chi non ci mette nemmeno una faccia non è  semplice maleducazione ma sessismo, squallido, che come tutti gli insulti relativi al genere, come alla razza, come all’orientamento sessuale, è offensivo discriminatorio, quindi fascista. Alla Oppo non sono stati fatti degli appunti circa la sua presunta  scorrettezza professionale relativa a quel che scrive sui 5stelle; è stata insultata perché brutta, cessa, perché chi se la scoperebbe e che lo dico a fare? troia di default. La gente comune non si prende a troiate in faccia, anche perché se lo facesse di persona qualcosa rischierebbe, così no. E’ facile, facilissimo. Ecco perché lo fanno gli imbecilli, i fascisti e i fascisti imbecilli.

Grillo non dovrebbe uscire dal blog ma da se stesso

Niente elezioni? Meno male che c’è il televoto  

Francesca Fornario per Il Manifesto

L’AZZERAMENTO DELLA POLITICA VA IN ONDA CON LO STREAMING (Sebastiano Messina)

MA IL MOVIMENTO SI SPACCA SU BEPPE: “BRAVO, L’HA ASFALTATO”. “NO, SI È COMPORTATO COME UN BAMBINO” (Tommaso Ciriaco)

***

Mauro Biani

 Uno che ha fatto della comunicazione il suo avamposto da combattimento non ha ancora capito bene cosa farci. Uno che fa parlare Messora e Casalino per conto del Movimento che rappresenta  di comunicazione e dei suoi effetti, conseguenze non ha capito proprio nulla e nemmeno la  sfrutta come dovrebbe. Salvo poi fare la vittima quando i suoi atteggiamenti forniscono sempre ottimi alibi ai critici tout court.
  Il primo nemico dei 5stelle è proprio Grillo. Strano che ci sia ancora chi difende il suo modo di fare. E io questo l’ho detto e scritto in tempi molto meno sospetti di questo. Un disastro totale; impedire di far parlare l’interlocutore è la strategia tipica dei berlusclowns, quelli che interrompono, che parlano sopra, che scuotono la testa e fanno le smorfie quando li inquadrano. Mi pare che non ci sia molta differenza, che non sia per nulla rivoluzionario e non è nemmeno quello che gli avevano chiesto i suoi via web anche se la maggior parte di loro è costretta a concordare sempre perché nelle dittature “morbide” non è previsto un altrettanto morbido dissenso: bisogna condividere sempre pena l’esclusione dalla setta a cinque punte. E come al solito a fare  le spese dell’esuberanza dialettica di Grillo saranno altri, i suoi in parlamento che l’impegno stanno provando a mettercelo  e noi che non vogliamo lui, Renzi né il criminale ancora a piede libero ma siamo costretti a subire questo scempio a getto continuo perché purtroppo coinvolge tutti quanti, non solo i fan sperticati di questo, quello e il tal’altro, di quei protagonisti del derby infinito fra chi cell’ha   più lungo, chi è più capace a mostrare i muscoli ma non a dire quello che vuole fare esattamente e nemmeno convincere che quello che dice poi lo farà come Renzi. Non ha vinto nessuno, perché non c’è stato nessun dibattito su cui poter sviluppare un ragionamento serio. In compenso perdiamo noi che non vogliamo Grillo, Renzi né tanto meno il convitato di pietra, il pregiudicato delinquente che continua a scorazzare nei palazzi istituzionali, ma ci ritroviamo coinvolti nostro malgrado in questo corto circuito.
Grillo doveva fare in modo che l’avversario parlasse con lui, non costringerlo a rivolgersi ad un delinquente. Se fosse stato meno accentratore, se si fosse sentito meno migliore di tutti ma più uguale agli altri ci sarebbe stato lui a fare la legge elettorale, non il criminale. Politica è anche costringere l’interlocutore al dialogo, fare in modo che lo debba fare per forza, diventare la vera alternativa al dibattito politico, non scappare come ha fatto lui che ha sempre rifiutato di parlare con tutti perché nessuno era all’altezza di sua maestà il demolitore. 
La verità è che Grillo non si sa confrontare nel vis à vis. E’ molto più facile mandarle a dire che dirle. A lui bisogna dare un palco, la gente davanti e lasciarlo al suo ruolo di guitto esperto nell’arte dell’orazione, quello che riesce a dire qualcosa che ha un senso perché oggi si è perso il senso di tutto, perfino del buon senso. Ma se gli si chiede di sedersi ad un tavolo dove devono parlare anche altri lui NON CI VA. Perché non sa sostenere un contraddittorio semplicemente parlando, non urlando, parlando sopra all’interlocutore e vaneggiando di dittature morbide come piace a molti dei suoi che si riconoscono nei suoi stessi atteggiamenti perché pensano che il  vaffanculo sistematico sia la risoluzione dei problemi e l’ingrediente necessario al dibattito politico.

Perché Sanremo è Sanremo [ed è proprio questo il problema]

Mauro Biani

Sottotitolo: un pregiudicato di nuovo al centro della scena pubblica, purtroppo non di quella che lo dovrebbe consegnare alla sentenza che lo ha condannato ma di quella politica, delle grandi decisioni. Poi quando nel mondo ridono di noi, ci compatiscono e considerano l’Italia lo stanzino delle scope della comunità internazionale non chiediamoci il perché.
E complimenti a quei giornalisti che quando si rivolgono a lui chiamano ancora berlusconi “presidente”. Fate pietà, pena, come del resto tutti quelli che in questi mesi hanno continuato a parlare e scrivere di un “cavaliere” solo perché nessuno ha il coraggio di togliere un’onorificenza a un ladro, un abusivo, un impostore, un delinquente, un pregiudicato, un condannato: visto quanti aggettivi c’erano? manco uno ne avete trovato. Vergogna. Presidente ‘sto cazzo.

***

Se i tre quarti del paese si trasferiscono virtualmente a Sanremo, lo cominciano a fare un mese prima, per non parlare del mentre e per chissà quanto tempo ci toccherà subire gli strascichi di un festival della canzonetta che manco fosse la notte degli Oscar [che almeno è internazionale] e che non penso interrompa nessuna normale consuetudine, come ad esempio lasciare che la gente possa scegliere cosa guardarsi nelle televisioni, non obbligarla per inerzia a sintonizzarsi su Raiuno per poi vantarsi dello share [come se ci fosse un’alternativa] perché altrove è il deserto che manco a ferragosto, è normale che poi Sanremo diventi il pulpito di qualsiasi dibattito e che chiunque vada a cercarsi lì un po’ di attenzione.  Non è normale un paese dove un programma televisivo di canzonette deve entrare sempre e puntualmente nel dibattito politico, una volta perché c’è Celentano, una perché coincide con le elezioni e allora qualcuno chiede  perfino che venga spostato per non disturbarle, un’altra per le imitazioni di Crozza, un’altra ancora perché Grillo va a guardarsi il festival terrorizzando la politica e ovviamente si esibisce nel solito one man show [ma fuori dal teatro, non dentro]. Non è normale un paese considerato così fragile perché c’è sempre qualcuno che decide che debba essere protetto da quel che viene veicolato dal palcoscenico di un teatro mentre il vero dibattito politico, quello che interessa tutti  specialmente in questo momento, mentre  qualcuno sta decidendo le nostri sorti a nostra insaputa, viene interrotto perché c’è Sanremo.  Non è normale un paese dove il palcoscenico di un festival viene usato dal santone di turno pagato a peso d’oro per rivelare chissà quali verità oppure per ospitare, a spese del Comune ovvero dei cittadini, chiunque abbia un problema da segnalare manco Sanremo  fosse lo speakers’ corner di Hyde Park. Tutto questo non si fa, non succede  da nessun’altra parte e non è altro che l’ennesimo motivo, la più gigantesca arma di distrazione di massa che contribuisce all’immiseramento culturale e all’azzeramento della già scarsa qualità dell’informazione di questo paese.

***

IN NOME DELLO SHARE
Stop ai talk show, la messa di Don Fabio batte la politica
I PROGRAMMI D’INFORMAZIONE SI FERMANO TEMENDO IL CONFRONTO CON LA GARA CANORA
Andrea Scanzi, 19 febbraio

Matteo Renzi è telegenico sì, ma neanche poi tanto. E così la tivù politica italiana si ferma. Per una settimana, in onore e ossequio al rito laico della liturgia sanremese officiata da Fabio Fazio e Luciana Littizzetto. È un momento chiave per la politica, o così sembra. Non abbastanza però da disturbare i tributi deandreiani di Luciano Ligabue, le polemiche surreali su Rufus Wainwright e il sempiterno Festival della Canzone Italiana. I talk show di prima serata si fermano. Tutti o quasi. Ieri non è andato in onda Ballarò, che ha preferito anticipare a domenica: poco più del 12 per cento di share e l’ennesimo scontro con il Movimento 5 Stelle, per la presenza non autorizzata di un inconsapevolmente masochista Roberto Cotti. Al suo posto RaiTre ha trasmesso Il distinto gentiluomo, film minore con Eddie Murphy: perfetto per non erodere spettatori alla prima serata su RaiUno. Stop anche a Linea Gialla di Salvo Sottile, Le invasioni barbariche di Daria Bignardi e Servizio pubblico. Era già accaduto un anno fa e per Santoro fu una novità. Nell’ultima stagione in Rai, Annozero sparò il caso Ruby e – nonostante Roberto Benigni a Sanremo per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia – raggiunse il 14 per cento con 4 milioni di spettatori. Andrà invece avanti come nulla fosse La gabbia di Gianluigi Paragone, che stasera sfiderà non solo Sanremo ma pure gli ottavi di finale di Champions League tra Milan e Anderlecht. L’Italia è un paese che non prende sul serio nulla tranne il faceto, e in questo senso fermare larga parte dell’informazione – per giunta in un momento chiave – per ascoltare L’amore possiede il bene di Giusy Ferreri e Vivendo adesso di Francesco Renga è quasi logico. Fortuna che le eccezioni esistono e c’è chi – Enrico Mentana – prende tutti in contro-tempo sparando (ieri sera) una puntata speciale di Bersaglio Mobile: l’attualità, nonostante tutto e a rischio di farsi male.

L’EFFETTO d’insieme, una volta di più, è quello dei passeggeri del Titanic che continuano a ballare nonostante l’imminente inabissamento. La crisi economica, la formazione del governo, le promesse renziane e gli inutili idioti a destra e manca: la fredda cronaca. La dura realtà. Non troppo appassionante e ancor meno avvincente. Meglio parlare d’altro. Meglio assecondare il disimpegno, inseguendo una casa in collina senza però essere Cesare Pavese e dunque avendo al massimo la possibilità per un monolocale vista tangenziale. Mettersi contro Sanremo, in termini di ascolti, è un suicidio neanche troppo assistito: scelta logica, dunque, evitare lo scontro. È però curioso e forse sintomatico come lo spettacolo (peraltro presunto) del Festival di Sanremo offuschi lo spettacolo (peraltro desolante) della politique politicienne. Preferire i Perturbazione a Maurizio Lupi e Francesco Sarcina a Maria Elena Boschi, in fondo, è quasi involontariamente meritorio. La farsa dichiarata che offusca la tragedia farsesca. C’è pure un fenomeno di evidente semi-transustanziazione: il Crozza satirico che scompare da Ballarò per riapparire a Sanremo, chiara dimostrazione di uno spostamento di ribalta e attenzione. Il palco principale non è più il talk show politico, ma la messa laica di Don Fabio e Madamin Luciana. Non conta più sapere chi sarà il ministro dell’Economia; molto più rilevante scoprire se le canzoni di Giuliano Palma riusciranno a essere più brutte delle precedenti. Comunque vada, si parlerà di niente. Quindi di Sanremo.

La metastasi italiana si chiama conflitto di interessi

Sottotitolo: un paese in balia degli editori, regolando il conflitto di interessi questo non sarebbe mai potuto accadere. Forse adesso tutti capiranno meglio perché nessuno se ne è mai occupato. Vergogna senza fine, per loro, s’intende, perché io li avevo votati quelli che ad ogni elezione promettevano di fare la legge sul conflitto di interessi salvo poi piagnucolare di numeri, di tempo che non c’era e, che lo dico a fare? che c’erano ben altri problemi a cui pensare, che in fin dei conti il conflitto di interessi, come ci ha insegnato Fassino “non dà da mangiare”. Domandatelo a berlusconi e a De Benedetti, se non dà da mangiare. Giusto per citare i primi della lista. Il piddì che è assolutamente terrorizzato [molto di più di quanto lo sia stato qualche giorno fa quando un delinquente pregiudicato ha trovato la porta aperta al Quirinale] dall’eventuale presenza di Grillo all’Ariston di Sanremo tanto da chiedere ufficialmente al presidente della Vigilanza Rai di vigilare è sintomatico di quanto abbia intenzione la politica di mollare l’osso: di lasciare che l’informazione, la televisione e i media in generale siano davvero indipendenti dalla politica così come avviene in tutti i paesi più civili di questo dove o si fa l’imprenditore, specialmente quando ci si occupa di informazione, o si fa il politico. I due ruoli impersonati in un’unica figura non fanno pendant,  né a destra né a “sinistra”.

***

La pirateria giornalistica della Zanzara mi fa pensare all’anonimato in rete

[…] Ah scusate, credo che fra quelli cui piace questo genere “giornalistico” ci siano molti che detestano e combattono l’anonimato nella rete, quando tocca a loro essere su Twitter o su Facebook oggetto dell’altrui aggressività. E questa roba di oggi che è? Fingere di essere qualcun altro, estorcere dichiarazioni che mettono in imbarazzo quando non un diretto danno di reputazione, creare il genere narrativo dell’inganno e della presa per il culo, che è? Se vi dicessi che ci vogliono regole per il giornalismo mi sbranereste, e con ragione. Ecco, quando parlate della rete e cianciate di regole  e di inciviltà, ricordatevi delle vostre zanzare.[…]

***

 L’Italia, a differenza di quel che diceva quell’ottimista di Montanelli non si è affatto vaccinata contro il virus berlusconi, al contrario quel morbo si è trasformato in metastasi che ha infettato tutto quanto perché chi doveva applicare la terapia di contrasto si è fatto invece contagiare e infettare volentieri.
Io credo, sono convinta che Fabrizio Barca sia un galantuomo, una persona per bene, cosa che non si può dire di tante altre persone, troppe, altrimenti la politica non sarebbe scaduta così in basso. Però mi chiedo: perché non la smettono – almeno le persone serie – di legittimare un programma disgustoso qual è La zanzara di Cruciani? Quale sarebbe l’attualità senza tabù, la definizione che viene data alla trasmissione, ordire tranelli a gente che pensa di parlare con qualcuno che invece è qualcun altro e poi mandare in onda contenuti di telefonate violando la privacy? Questo, nel quale si dà la parola a cani e porci, a omofobi, razzisti e fascisti, dove si organizzano vigliaccate all’insaputa, dai contenuti paragonabili a quelli della peggior rivista di gossip e del più scadente trash televisivo, sarebbe il programma di punta della radio del Sole 24 ore, il quotidiano dell’alta finanza? 

 La zanzara andrebbe chiusa per le solite ragioni di igiene ambientale, non è informazione, non è satira, è un programma nel quale si lasciano parlare tutti a ruota libera, e poi quello che dicono viene spalmato in Rete dove se ne parla per giorni e  giorni, e poi il siparietto fisso della Ruccia sul Fatto Quotidiano per discutere ancora e ancora di tutte le scelleratezze che vengono dette in  trasmissione.

Sciacallaggi, vigliaccate, cose senza importanza, bugie, che invece trovano una eco e uno spazio esagerati ma poi, al contrario di altri argomenti non suscitano scandalo né l’indignazione di nessuno.

Chi insulta ha sempre torto

Mauro Biani

“Tra l’avallare l’operato di una presidente della camera e augurarle uno stupro di massa, ci sono diverse sfumature, anche più di cinquanta, financo per coloro che hanno le suddette sfumature come unica lettura nell’ultima decade, e parlo della copertina, ovviamente.” Fabio

***

Che in Rete si debba dare la parola a tutti e che non si possa togliere a chi ne fa un uso improprio, sconsiderato e violento è una leggenda metropolitana. Perché in Rete valgono le stesse regole del quotidiano reale, come ha spiegato benissimo il professor Rodotà. E a nessuno penso fa piacere essere preso a sberle e sputi in faccia appena apre la porta di casa per uscire. Perché la sensazione che vive sulla pelle, e in modo nient’affatto virtuale l’insultat* sistematicamente, puntualmente, quello che io chiamo il bersaglio grosso è esattamente questa. A Grillo nessuno augura che sua moglie venga stuprata e che i suoi figli vengano picchiati, gli si muovono critiche sull’operato spesso sbagliato, su un linguaggio spesso esagerato, e su questi temi si dovrebbe limitare la critica, la replica. Non andare oltre diventando poi più grave e pesante di quello che si vuole sottolineare ed evidenziare. Oggi esistono tutti i mezzi e i sistemi per tutelare i propri spazi web, strano che chi ha fatto di un blog il centro nevralgico della sua azione politica non ne abbia trovato nemmeno uno.

Rispetto all’imbecillità  di chi pensa che si possano portare avanti delle istanze serie riempiendo pagine web e social network di insulti, molti dei quali pesantissimi, a carattere sessista, minacciosi, coi quali si augura la morte violenta a qualcuno, si  riempie di parole indecenti una donna che avrà pure tanti difetti ma insomma, non è che si possono ammazzare tutti quelli antipatici o che agiscono in contrasto al nostro sentire, non basta il rimprovero bonario, la dissociazione o, come si fa coi bambini estorcere la promessa di non farlo più. E invece di stare ore a ripetere i ritornelli difensivi su chi c’entra e chi non c’entra, perché qualcuno c’entra ed è proprio Grillo che ha sciolto i cani e non ha nessuna intenzione di rimetterli a cuccia, sarebbe meglio per chi sta dentro il movimento, impegnarsi da dentro. Il mio obiettivo è e resta quello di far capire che, sebbene con modalità diverse tollerare, appropriarsi di un’inciviltà anche verbale significa non lottare ma mettersi al fianco di chi più o meno direttamente ha motivato certe reazioni. E in momenti come questi bisogna usare tutto il nostro equilibrio. Non pensare che in fin dei conti la parola è poca cosa rispetto all’affronto. Sono la prima a riconoscere che fra un gesto violento e la parolaccia c’è una differenza, ma questo non vuol dire approvare chi fa un uso sbagliato, pessimo delle parole.

***

Nella mia bacheca di facebook ogni giorno discuto con qualcuno di quelli della critica tout court ai 5stelle, perché la critica pubblica, quali che siano le ragioni e il contesto in cui si fa bisogna che abbia delle basi concrete, altrimenti quelle critiche appaiono, come spesso sono, solo il pretesto per aprire polemiche, per rovesciare altri insulti, altre parole sbagliate, esagerate nella pubblica piazza della Rete. E siccome a me più della politica, di chi ha torto o ragione interessano le questioni di principio, che quando sono giuste devono valere anche per il mio peggior nemico, vorrei poter continuare a sostenere le cose che ritengo importanti senza dovermi sentire una complice di chi avalla e minimizza gli imbecilli che insultano e minacciano. Vorrei non dovermi pentire di essermi impegnata a restare coerente con le mie idee e non prendere mai le parti di nessuno ma di aver criticato solo quello che bisognava criticare. Di non aver interpretato come una mission contro questo o contro quello la mia presenza nei social network e nella Rete tutta.

Perché non è sbagliato dire che nei confronti dei 5stelle c’è stato un attacco arrivato da più fronti, soprattutto dall’informazione cosiddetta ufficiale, quella che dovrebbe permettere alla gente di potersi formare un’opinione il più possibile sana e riferita a fatti realmente accaduti ma che invece, data la sua non indipendenza dalla politica non può assolvere alla sua funzione ma deve, come si usa dire “attaccare l’asino dove vuole il padrone”.

Alla politica nel suo momento peggiore fa paura un movimento di gente estranea alla politica ma che finalmente parla con un linguaggio comprensibile e molte delle iniziative che si propone di rendere concrete sono quelle che la politica non ha mai affrontato. E siccome molte delle iniziative che i parlamentari 5stelle portano avanti sono giuste, una su tutte denunciare pubblicamente ciò che avviene in parlamento, sarebbe opportuno che si dissociassero dagli imbecilli anche quei sostenitori/elettori che coi delinquenti da tastiera non hanno niente a che fare. Che si emarginasse chi usa la Rete come un cesso pubblico.

E nemmeno è sbagliato dire che non sono stati Grillo e i 5stelle il motivo dell’innalzamento dei toni ma una situazione/condizione diventata nel tempo insostenibile, soprattutto per colpa di una politica scellerata che non ha mai risposto alle esigenze dei cittadini ma si è trasformata in quella macchina del potere citata da Enrico Berlinguer nella ormai leggendaria e purtroppo dimenticata intervista sulla questione morale. E lo ha fatto senza distinzioni fra destra, sinistra e centro.

Tutti i partiti, con modalità differenti ma uniti dal comune denominatore del mantenimento e della crescita del potere hanno fatto cose che noi cittadini non abbiamo gradito per il semplice motivo che ci hanno danneggiato. E non è sbagliato dire che in presenza di un’altra politica, seria e composta di gente seria in questo paese non ci sarebbero stati berlusconi [che non poteva proprio starci: per legge] né il movimento 5stelle in parlamento.

E non è sbagliato ricordare ciclicamente quali sono stati gli errori della politica.

MA

Tutto questo non giustifica nulla di quello che è avvenuto e avviene tutti i giorni fra le pagine di social media, siti on line dei quotidiani dove, in virtù di una presunta libertà di espressione c’è una stragrande quantità di persone che pensa che sia lecito trasformare la sua rabbia in violenza verso chi ritiene sia il responsabile del suo disagio, pensa che sia più costruttivo l’insulto che un’argomentazione pensata. Si convince, perché spalleggiata da altra gente, che l’insulto sistematico sia utile, che possa produrre chissà quale risultato positivo.

E non mi unisco al coro di chi pensa che  non si debba dare troppa importanza a quello che si scrive in Rete, che in fin dei conti che sarà mai, son parole e nei social network non bisogna prendersi troppo sul serio.

Io prendo TUTTO sul serio invece, a maggior ragione quando so di avere una responsabilità PROPRIO perché so che quello che scrivo sarà poi letto da altra gente che si farà poi un giudizio su di me prim’ancora che sulle cose che scrivo.

E a me non va  di essere accomunata all’imbecillità dilagante, quella che viene poi descritta da “autorevoli” opinionisti/giornalisti che criticano una cosa dimenticandosene altre diecimila, oppure quella che presta il fianco alla politica quando ogni tanto, ciclicamente s’inventa l’idea di di regole nuove che vogliono limitare la libertà di esprimersi nel web.

Perché poi in mezzo alla melma poi ci andiamo a finire tutti. Quando poi i giornaloni e le televisioni riportano le dichiarazioni indignate di quelli lì che fanno accordi col delinquente ma poi vengono a farci la morale e ce la impongono per legge non fanno il distinguo.

Parlano dei social network pieni solo di gente ignorante e pericolosa. Gente da fermare e impedire, e io non voglio essere impedita né fermata da questi imbecilli che pensano di essere bravi perché vengono a postare insulti in Rete. E gente più imbecille di loro pensa davvero che lo siano. Non mi va di essere associata a quelli che ritengo dei veri criminali che ogni giorno si connettono alla Rete scegliendosi il proprio bersaglio e su quello rovesciano la loro subumanità, inciviltà, andando a impiastrare pagine dove il fine non è discutere ma esclusivamente quello di unirsi in un’orda di barbari incivili che sono tutto il giorno e tutti i giorni a prendere di mira qualcuno, soprattutto una, in modo volgare, al limite – ma spesso anche oltre – della denuncia penale [che in qualche caso, anzi molti, sarebbe bene che arrivasse almeno qualcuno la pianta], pensando di fare qualcosa di utile o, peggio ancora divertente.

Perché questa non è più libertà: è violenza. 

 

A proposito di gogne mediatiche

Sottotitolo: senza Marco Travaglio, ci sarebbe molto buio sulla storia italiana che si sta facendo in questi anni. Molti lo sanno: in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. Alcuni non lo sanno ancora: se vogliono una lampada, cominceranno a leggerlo presto. Poi ci sono quelli che lo sanno meglio di tutti gli altri: non c’è da stupirsi se da loro viene oggi – rancorosa, vendicativa – l’accusa di terrorismo mediatico.
Sarebbe bello se tra i giornalisti indipendenti di tutte le testate ci fosse più solidarietà: con Travaglio, con il Fatto Quotidiano, con Repubblica-Espresso. [Barbara Spinelli, 16 dicembre 2009] Questo, in risposta a Le parole vili e sciagurate dell’on. Cicchitto.

***

Così ci capiamo. E così magari prendiamo anche posizione, che sarebbe ora. Sono certo che il nuovo gruppo dirigente del Pd lo farà. Perché lo farà, vero? [Giuseppe Civati]

Sul sito dell’Unità c’è un’intera sezione dedicata ad improperi e falsità varie su Travaglio e Il Fatto Quotidiano puntualmente smentiti coi e dai fatti.
Marco Travaglio per anni ha collaborato al fu giornale di Antonio Gramsci ed è stato, insieme a Furio Colombo e Antonio Padellaro CACCIATO dal giornale per volontà del partito di riferimento, la stessa sorte è toccata a Concita de Gregorio.
Ma naturalmente nessuno legge quegli articoli né tanto meno la selva di insulti fra i commenti che vengono rivolti al giornalista e al quotidiano di cui è vicedirettore e men che meno qualcuno si sogna di parlare di gogna, di frasi oltraggiose che mettono a rischio l’incolumità di Marco Travaglio. 

Scalfari invece inaugura la gogna fatta in casa, quella mascherata da ramanzina a Barbara Spinelli che ha la grave, gravissima colpa di apprezzare da sempre il giornalismo di Marco Travaglio e per questo si merita lo sputtanamento di Scalfari sullo stesso giornale in cui scrive, e dove per anni ha scritto anche Travaglio che ancora oggi ha una sua rubrica fissa su L’Espresso. 

E, anche in questo caso nessuno si sogna di dire mezza parola circa l’attacco alla libertà di opinione di Barbara Spinelli colpevole, oltre che di apprezzare Marco Travaglio di non aver mai partecipato all’attacco mediatico sistematico e puntuale di Repubblica ai 5stelle ma di aver sempre espresso opinioni non aggressive che invitano alla riflessione.

Colpevole inoltre di non aver mai paragonato il MoVimento all’alba dorata nazista per il semplice fatto che non è vero. 

Barbara Spinelli è una giornalista di lungo corso, seria, attenta, preparata e non allineata che dunque non può trovare spazio su quella Repubblica che interpreta come una mission il sostegno a tutte le porcherie napolitane perché il suo fondatore, estimatore e amico personale di Giorgio Napolitano, ha deciso che così deve essere e nessuno si deve mettere di traverso, pena le sculacciate di Scalfari che poi pensa di cavarsela semplicemente “dimenticando” le libere opinioni di Barbara Spinelli che lui considera sgradevoli [e ‘sti cazzi non ce li mettiamo?]. Le larghe intese di Repubblica sono iniziate il giorno che Letta dichiarò che era meglio il pdl dei 5stelle in parlamento. Dichiarazione mai riportata da Repubblica, io ho smesso di comprare quel giornale il giorno dopo.

Ma naturalmente questo è giornalismo, financo eccellente, quello di Grillo è squadrismo mediatico.

Barbara Spinelli è una donna.
Come Laura Boldrini che si lamenta sempre dell’attacco sessista, ogni critica su di lei viene letta in chiave misoginica, anche quando sessismo e misoginia non c’entrano niente, e per questo riceve la solidarietà di tanta gente, soprattutto quella d’accatto. Per dire, solo per dire.

***

Un paese che perde il senso delle parole di EUGENIO SCALFARI

 [Per chi avesse voglia di leggere l’inevitabile sproloquio del fondatore di Largo Fochetti: guai, se qualcuno togliesse la libertà di parola a Scalfari magari per sopraggiunti limiti di età.]
Risposta a Scalfari di BARBARA SPINELLI

***

Dal Fatto Quotidiano, 16 dicembre

Chissà se oggi i giornali e i tg, l’Ordine dei giornalisti e la Federazione della stampa, ma anche il premier Letta e la presidente della Camera Boldrini, denunceranno la nuova “gogna per giornalisti” e solidarizzeranno con la vittima.

L’interrogativo sorge spontaneo, visto che la gogna non l’ha allestita Grillo contro una penna ostile ai 5 Stelle, ma Eugenio Scalfari contro Barbara Spinelli, la più prestigiosa editorialista di Repubblica, cioè del suo stesso giornale. Finora soltanto Gad Lerner, anche lui firma illustre del quotidiano, ha osato criticare sul suo blog la “ramanzina sgradevole, impropria e di pessimo gusto”.

Diversamente dal blog Grillo, che pubblica stralci di articoli menzogneri e poi ne smonta il contenuto (talvolta insultandoli, come con la Oppo, talvolta no, come con Merlo e Battista), Scalfari fa di peggio. Insulta chi si permette di criticare Napolitano (“il fuoco dei cannoni da strapazzo… spara Grillo, spara Travaglio, spara perfino Barbara Spinelli”).

Ma non cita mai quelle critiche per contestarle nel merito, forse nel timore che i lettori le condividano. Il peccato mortale della Spinelli è di non aver partecipato alla demonizzazione di Grillo e soprattutto di aver raccontato a Marco Travaglio, per il libro “Viva il Re!”, uno scambio di lettere e un incontro con Napolitano.

Ma questo i lettori di Repubblica non devono saperlo, dunque Scalfari non lo dice. Le scrive invece di aver “ascoltato i tuoi appunti su Napolitano affidati alla ‘recitazione’ di Travaglio”. Allusione all’ultima puntata di Servizio Pubblico, in cui Travaglio non ha mai recitato alcunché: semplicemente Santoro ha affidato a un’attrice la lettura di alcuni brani dell’intervista alla Spinelli contenuta nel libro.

Invece di smentire, casomai ci riuscisse, l’allergia di Napolitano alle critiche della libera stampa descritta e documentata dalla Spinelli, Scalfari attacca personalmente la editorialista dandole dell’ignorante (“conosce poco o nulla la storia d’Italia”). Le ricorda che è “figlia di Altiero Spinelli” perchè questo è il suo “maggior bene”, manco fosse una ragazzina che deve presentarsi accompagnata dai genitori e chiedere il loro permesso per scrivere e per pensare.

Infine la informa di aver “cancellato dalla mia memoria” quanto ha scritto su Grillo e detto su Napolitano. Per molto meno, c’è chi verrebbe accusato di fascismo, squadrismo, gogna, liste di proscrizione, macchina del fango, misoginia e sessismo.

Se Barbara non fosse una signora, potrebbe ricordare a Scalfari – come fece Giorgio Bocca – che è figlio di un croupier del casinò di Sanremo, o – come fanno in pochi – che da giovane era caporedattore di “Roma Fascista”. Si attende comunque con ansia l’intervento del governo, del Parlamento, del Quirinale e possibilmente dell’Onu per il vile attentato alla libertà di stampa.

 

Nessuno salva il soldato Nino?

Per esempio Renzi che pensa delle minacce di morte a Nino Di Matteo? Non è abbastanza riformista essere antimafia nei fatti, magari e invece di andare a presentare il libro di vespa con alfano, in perfetto clima di larghe e amorose intese – che somigliano sempre di più ad un’orgia –  e far affossare al parlamento europeo la risoluzione sull’aborto e i diritti delle donne?

Nel paese dei difensori tout court, di quelli che nella politica, nelle istituzioni e nell’opinionismo d’eccellenza alzano le barricate verso tutto e tutti, anche la più ridicola e inutile delle “giuste” cause, non si sente volare una mosca riguardo l’alone di morte che circonda Nino Di Matteo da vivo.

Penso che nemmeno nell’ultimo paese allo sprofondo del mondo può succedere che un criminale assassino possa minacciare un giudice che fa il suo lavoro dal carcere dove si trova detenuto e dove non potrebbe né dovrebbe avere nessun modo di far pervenire le sue richieste a chi collabora con la mafia da fuori, e non succede niente.

Da Renzi, l’uomo del fare, del dire, dell’amare, del baciare, dello sperare e dell’incantare, l’unica cosa questa che gli è riuscita alla perfezione io non ho mai sentito pronunciare la parola mafia.

***

Craxi fu un uomo giusto secondo il più ingiusto di tutti e c’è da capirlo, senza il [da lui] corrotto latitante il destino di berlusconi sarebbe stato assai diverso, l’unico che si meritava; il fallimento con galera annessa esattamente come è capitato ad Angelo Rizzoli che, per illustri e illustresse – fra cui le note giureconsulte carfagna e la testé condannata santanchè – esponenti della cosiddetta destra moderata e liberale fu una tortura, un martirio, l’inferno, una persecuzione, iniquo perfino per il moderatino piddino Manconi dentro la commissione per i diritti umani, quella che ha definito il Kazakistan una dittatura “temperata”. 

Come fa notare Marco Travaglio nel fondo di oggi [Gli Inarrestabili], quello che fa uguali la peggior destra di berlusconi e la peggior sinistra trasformata in un ibrido, in un nonsocché disgustoso è, fra le altre e tante cose di cui si parla ogni giorno, la solita mediocrità di casta che esprimono ogni volta, raramente peraltro, che anche a qualche “eccellenza” viene ricordato nei fatti che la legge e la giustizia sono uguali per tutte e tutti. 

Ciò detto penso che ognuno di noi abbia non solo il diritto ma anche il dovere di stare sempre dalla parte opposta di chi pensa in questo modo. Di chi continua ad inquinare l’opinione pubblica col concetto che la legge e la giustizia siano una questione di ceto e di censo; lo stesso che sta permettendo ad un delinquente, a un condannato, a un pregiudicato per un reato grave qual è la frode fiscale di poter latitare da quattro mesi alla luce del sole.

***

Minacce a Di Matteo: Napolitano, B., Grillo ovvero ‘Il buono, il brutto e il cattivo’ – Loris Mazzetti, Il Fatto Quotidiano

Napolitano, Berlusconi e Grillo ovvero: “il buono, il brutto e il cattivo” della politica italiana. Che cosa hanno in comune tra loro? Napolitano, il buono, ha in ostaggio da un anno e mezzo il paese. Berlusconi, il brutto (mi piacerebbe sapere il nome dello stilista che gli cura il look: se lo conosci lo eviti), sono vent’anni che condiziona l’Italia. Tutti e due mai una parola sulla mafia(solo nei momenti delle tristi ricorrenze), mai un atto di solidarietà nei confronti del pm di Palermo Nino Di Matteo. Perché? Perché??

Berlusconi è capibile: per lui e Dell’Utri il mafioso Mangano (il reggente del mandamento di Porta Nuova), pace all’anima sua, è un eroe. Brusca recentemente nel bunker di Milano, di fronte ai magistrati siciliani (Di Matteo assente per ragioni di sicurezza e come ha scritto Travaglio è la prima volta che accade un fatto così grave) ha rivelato il luogo in cui, nel 1994 Mangano, dopo aver incontrato Dell’Utri, doveva vedere il Cavaliere, che di lì a poco avrebbe vinto le elezioni, per comunicargli le richieste che Cosa nostra voleva affidare al nuovo governo.

Napolitano che, con tutto il rispetto per l’istituzione che rappresenta, sta perdendo qualche colpo (ma non è una novità, accadeva già ai tempi del suo “sodalizio” con Craxi) non può, come presidente della Repubblica, non esprimersi sui rischi che sta correndo Di Matteo insieme agli altri magistrati siciliani. La richiesta di testimoniare al processo sulla trattativa è un dovere che il primo cittadino d’Italia deve assolvere senza nascondersi dietro la Costituzione. Lui dovrebbe dare l’esempio. E se il presidente si sente offeso per l’indagine del pm, di fronte alle minacce di Riina a Di Matteo tutto dovrebbe passare in secondo piano. Caro presidente, Di Matteo sta facendo solo il suo dovere!

Il “cattivo” Grillo, sempre contro tutto e tutti, invece, è l’unico che si è speso per il magistrato. “Guai a chi ci tocca Di Matteo”, ha detto e scritto sul blog ed è su questo che dovrebbe chiederel’impeachment del presidente della Repubblica e far portare in Parlamento dal M5S la proposta di Lirio Abbate che suggerisce di applicare a Totò Riina, dopo le minacce, il 14 bis, ben più restrittivo del 41 bis, come accadde a suo tempo con Bagarella.

Sulla difesa di Di Matteo mi piacerebbe che anche il neo segretario del Pd Renzi battesse un colpo, per dare un segno di discontinuità con i vari Violante, ma forse la campagna acquisti, all’interno e all’esterno del partito, lo sta molto impegnando. Invece di accanirsi sulla riforma della Giustizia se si pensasse di più a far applicare le leggi che già esistono per impedire che i boss in carcere parlino tra loro e smettano di far arrivare ordini all’esterno, sarebbe un bel passo avanti e un segno di solidarietà a chi quotidianamente sta in trincea e rischia la vita.

Napolitano, l’imbalsamatore incompatibile con la democrazia

Quando la politica non svolge le sue funzioni, quando si dimostra sorda e cieca alle richieste e al disagio di cittadini lasciati in balia di se stessi, privati, oltreché man mano di altri, quelli sociali, quelli civili che per non sbagliare vengono direttamente negati, del diritto fondamentale qual è quello sancito dalla Costituzione che vuole il popolo sovrano [non il monarca anziano mascherato da presidente della repubblica “democratica”]; quando viene impedito di scegliere i propri rappresentanti, di dire basta ad un governo che non rappresenta nessuno, la protesta si organizza.
E quando si organizza lo fa a modo suo.
Irresponsabili e ipocriti quelli che oggi si meravigliano, come se non se lo aspettassero.

***

Oppo, Grillo, noi giornalisti – Alessandro Gilioli

MAFIA PARLA, STATO TACE (Marco Travaglio)

IL MERLO MARTIRE (Marco Travaglio)

***

In un paese civile il giornalismo è sempre dall’altra parte del potere.

E’ quell’opposizione severa che osserva e critica, non fa il gioco di nessuno.

In un paese civile la politica, il presidente della repubblica, le istituzioni non mettono bocca e becco dappertutto, specialmente poi se tacciono davanti alle minacce di morte ai Magistrati.

Letta invece di disquisire –  in parlamento e non nel salotto di casa sua –  sul giornalismo buono e quello cattivo ci dica perché in una democrazia occidentale Nino Di Matteo è costretto a fare una vita da latitante, gli viene impedito di partecipare al processo sulla trattativa fra lo stato e la mafia per non rischiare di esplodere da qualche parte dell’Italia e a viaggiare su mezzi blindati da guerra.

Napolitano ci parli di questo, visto che non ha detto mezza parola a sostegno di Nino Di Matteo, non lo ha fatto nemmeno in qualità di capo supremo della Magistratura, non dei suoi populismi del cazzo.

In un paese civile il politico non difende i giornalisti, perché come ha spiegato benissimo Marco Travaglio ieri sera a Servizio Pubblico significa appartenenza alla politica: tutto quello che l’informazione non deve invece essere. E nel caso il politico abbia proprio la necessità di esprimere la sua solidarietà, gli scappasse  la sua giusta contrarietà alla minaccia, all’istigazione violenta dovrebbe farlo con tutti i minacciati, non solo con qualcuno e farlo a titolo personale, non politico.

In un paese civile nessun giornalista farebbe il peana ad un presidente ambiguo con ambizioni monarchiche da uomo solo al comando che tutto dispone e tutto decide come fa puntualmente Scalfari, il grande fondatore di Largo Fochetti – che ha ben più che una voce in capitolo nella politica ma è molto dentro la politica – con Napolitano.

E il contropotere per essere tale deve essere indipendente dalla politica.

In Italia invece [57°posto nel mondo per libertà di stampa e informazione] i giornalisti non di parte, una piccola manciata di coraggiosi utopisti del paese uguale per tutti, con la legge uguale per tutti, con una politica che agisce nell’interesse dei cittadini, che non fa affari con le mafie né porta i mafiosi delinquenti in parlamento diventano faziosi, giustizialisti, bersagli di insulti e minacce che non fanno sussultare nessuno.

Per loro nessuna reazione indignata da parte della politica e degli opinionisti all’amatriciana che se la prendono, OGGI, nell’anno del Signore 2013 dopo vent’anni di disinformazione inquinata dai conflitti di interesse, non solo quello di berlusconi ma anche quello ad esempio del Corriere della sera con un CDA composto da industria e alta finanza – e non si capisce come faccia poi il Corriere a vigilare sull’industria e sulla finanza – con le liste di proscrizione di Grillo.  Bisognerebbe smetterla con l’ipocrisia di chi, a differenza di come si dovrebbe fare sempre e con tutti stigmatizza  la minaccia ma poi non considera tutto l’insieme ma solo quella parte che gli torna utile per attaccare chi gli sta antipatico. Le liste di proscrizione fanno schifo, sono fasciste per natura, ma fa schifo, ed è anche quello fascista per natura quel giornalismo servo per indole, abitudine, che non concepisce un altro modo di esercitare la professione senza sdraiarsi davanti al potente.

***

Colpa dell’interprete
Marco Travaglio, 13 dicembre

L’Uomo dell’Anno si chiama Thamsanqa Jantjie e fa l’interprete per sordomuti: martedì troneggiava alla commemorazione di Mandela allo stadio di Johannesburg dietro il presidente Zuma e a due passi da Obama e dagli altri grandi e grandicelli del mondo per tradurre i loro discorsi nella lingua dei segni. Invece gesticolava a caso, col risultato di tradurre le frasi dei leader con supercazzole insensate e incomprensibili, in mondovisione. Una scena degna di Amici miei. “Avevo le allucinazioni”, si è giustificato, “vedevo angeli entrare nello stadio. È la prima volta che mi accade, ho fatto da interprete a molte conferenze e mai nessuno si era lamentato”.

Pare che l’uomo sia da tempo in cura per schizofrenia e abbia trascorso un anno in ospedale psichiatrico. Dio solo sa come sia finito al centro della cerimonia più importante dell’ultimo decennio. Ma, a ben pensarci, è molto probabile che Thamsanqa Jantjie, o un suo clone, abbia prestato servizio al Parlamento italiano per tradurre i messaggi che giungevano dal Paese alla categoria più sorda che si conosca nel nostro Paese: quella del politici.

Solo con un difetto di traduzione si può spiegare il loro comportamento di fronte ai mille segnali d’insofferenza lanciati dai cittadini al Palazzo. Gli italiani aboliscono i finanziamenti pubblici ai partiti? Il Parlamento li ripristina camuffati da “rimborsi elettorali” e, non contenti, si mettono pure a rubare sui rimborsi dei gruppi consiliari per comprarsi di tutto, dai Suv alle mutande, dai libri porno ai chupa-chupa, a spese nostre. Gli italiani vogliono scegliersi i propri rappresentanti, cioè maledicono il Porcellum? I partiti lo conservano per otto anni. La gente chiede ai politici di non far pagare la crisi ai soliti noti, ma di distribuire equamente i sacrifici? I governi fan pagare la crisi ai soliti noti, distribuendo prebende alle banche e alle grandi imprese. La gente chiede il taglio dei costi della Casta, magari delle province se non le regioni, e quelli lasciano tutto com’è. Alle ultime elezioni metà degli elettori stanno a casa o votano Grillo, bocciando le larghe intese del governo Monti?

I partiti sconfitti rieleggono un presidente di 88 anni (fino a 95), poi al Quirinale si riuniscono quattro babbioni per rieditare le larghe intese col governo Letta e tener fuori dal palazzo chi le elezioni le ha vinte. Per vent’anni i partiti si sono sentiti ripetere “attenti, di questo passo la gente verrà a prendervi con i forconi”. E ora le piazze sono piene di manifestanti chiamati a raccolta dal Movimento dei Forconi.

Ma, incuranti della nemesi storica, governo e partiti fanno gli stupiti e gli indignati: dopo aver trasformato un popolo tranquillo, paziente, a volte rassegnato e disperato, in una polveriera pronta a esplodere alla prima scintilla, si meravigliano se centinaia di migliaia di cittadini protestano. Non si accorgono di averli creati loro, come già hanno creato i 5Stelle. E spaccano il capello in quattro, alzano il ditino, monitano inviti alla legalità dopo averla calpestata per una vita, dicono che è gente “di destra”, “fascista”, “populista”, “qualunquista” e soprattutto “non ha un programma”.

È vero, non ha un programma: è solo incazzata nera. Sono i politici e i governi che dovrebbero avere un programma, li paghiamo (profumatamente) apposta per averne uno. Ma ecco la spiegazione: è stato tutto uno spiacevole equivoco. Non hanno capito niente per anni, per decenni, perché c’era un errore di traduzione. Un interprete pazzo ha fatto creder loro che la gente chiedesse a gran voce la riforma della Costituzione, il premier forte, il Senato delle regioni, le larghe intese, la separazione delle carriere dei magistrati, la fine della guerra fra politica e giustizia, la pacificazione fra guardie e ladri, l’indulto, l’amnistia, la grazia al Cainano. Il quale ora annuncia: “Se mi arrestano scoppia la rivoluzione”.

In effetti, per le strade d’Italia, è pieno di gente incazzata che grida “Nessuno tocchi Cainano”. Gliel’ha detto il suo interprete personale: Dudù.

Quando non è di sinistra né di destra, invece è proprio di destra

Mauro Biani

Mi chiedo che paese è quello dove un magistrato è costretto a fare una vita da latitante e a viaggiare su mezzi da guerra solo perché il suo lavoro consiste nel difendere lo stato.

Guardiamoci, riflettiamo, e pensiamo se la risposta anche a questo sia davvero quella del disordine sociale.

La mia solidarietà totale a Nino Matteo, per il quale nessuna delle istituzioni alte e altissime ha speso una parola nonostante le minacce di morte si ripetano ma anzi, la ministra della giustizia un po’ sì un po’ no ieri ha detto che a lei “non risultavano minacce”.  Lo stato ha il dovere di difendere i suoi funzionari. Falcone e Borsellino sono stati ammazzati quando lo stato li ha abbandonati. Quanto altro dovremo sacrificare a questa “ragion di stato?” Perché Napolitano, solitamente così loquace non dice mezza parola su Nino Di Matteo?

***

Un certo disorientamento è comprensibile, direi anche giustificato, anch’io è da tempo che dico di non avere un riferimento politico che rappresenti le mie idee. Questo però non significa attaccarmi alla canna del gas. Io non vivo di certezze, sono piena di dubbi che considero lo sprone e la spinta per migliorarsi in una continua evoluzione di se stessi. Ma di una cosa sono sicura: io sarò sempre dalla parte opposta di tutti i fascismi, vecchi e nuovi. E nessuno mi convincerà che l’istigazione sempre contro tutto sia la soluzione per stare meglio. Le tabule rase hanno un retrogusto da notte dei cristalli.

***

 “Senza aggettivi né colori politici”. L’eterno slogan di tutti i fascismi sta tutto e sempre in quel “né di destra né di sinistra”. L’abolizione delle differenze di pensiero venduta ogni volta come un fatto vantaggioso e poi diventa un incubo. Cascarci ogni volta pare impossibile, ma ogni volta c’è la coda per abboccare. Quando si organizza una manifestazione sotto l’egida del forcone qualche dubbio non viene a nessuno? Il forcone è fascista, non c’è nemmeno da discuterci troppo. Nel cosiddetto movimento dei forconi le infiltrazioni mafiose sono note già dall’anno scorso. Quest’anno si sono aggiunte quelle fasciste: forza nuova e casa pound. Prima della manifestazione sono stati fatti circolare dei volantini che chiedevano alle forze dell’ordine di scortare i cittadini in parlamento e guidare una fase transitoria fino a un nuovo governo. Che cazzo vuol dire, la presa dello stato manu militare come nel golpe fallito di Valerio Borghese? Bisogna sapere sempre che si va a fare, perché, come e con chi.  Io con forza nuova, casa pound e chi fa il saluto romano non ci dividerei niente, nemmeno una piazza. Questa dei forconi è una manifestazione corporativa che non difende nessun diritto se non quello di potersene infischiare delle regole di uno stato di diritto entro il quale tutti hanno gli stessi diritti ma anche gli stessi doveri. I problemi che questo movimento sta sollevando sono presenti in Italia da almeno vent’anni.  Finché c’era berlusconi andava bene, lui faceva il gioco di chi vuole infischiarsene delle regole dello stato. Questo delle larghe intese è un governo democraticamente ingiusto perché non scelto dal popolo, di conseguenza non rispecchia nulla se non se stesso, ma io non ce lo vedo Letta che dice che evadere le tasse è moralmente giusto: berlusconi lo ha detto chiaro e tondo. E allora viene a mancare l’appoggio, la stampella istituzionale che giustifica e fa le leggi che eliminano il dolo dall’evasione. E forse è per questo che i manifestanti che fino a ieri sera, per bocca di uno degli organizzatori intervistato da Zucconi a Radio Capital diceva che la manifestazione non ha nessuna connotazione politica oggi saranno ricevuti da chi ha fatto carta straccia dello stato di diritto istituzionalizzando pro domo sua l’illegalità che è la stessa di quelli che scendono in piazza coi forconi pensando che i problemi si risolvano inneggiando alla mafia e smettendo di far parte dello stato. Quelli che minacciano esercenti e commercianti obbligandoli ad unirsi alla loro protesta. E la minaccia è sempre fascista. 

Per interrompere le ostilità fra i cittadini e le forze dell’ordine basta chiedere ai celerini che si tolgano il casco? 

Quindi da ieri in poi chi va a manifestare in piazza può stare più tranquillo? 
Oppure dipende da chi glielo chiede? 
Perché a pensar male si fa peccato, ecco perché non mi spiego perché la polizia di stato abbia avuto quella reazione “distensiva” in una manifestazione non ipoteticamente di destra ma evidentemente fascista.

In che veste berlusconi oggi riceverà una delegazione dei manifestanti? E perché dei manifestanti per una causa che loro ritengono giusta e civile dovrebbero cercare sostegno da un pregiudicato delinquente condannato alla galera? 

Sciagurati e irresponsabili, disonesti e incapaci quelli che nella politica, ai governi invece di occuparsi di lavoro, del benessere sociale, quel tanto che sarebbe bastato per non provocare reazioni nella gente si sono occupati per vent’anni di altro. Ad esempio della sorte di un delinquente che non ha mai nascosto le sue velleità reazionarie, che si vanta di essere amico personale di capi di regime, quelli che non si chiamano presidenti ma dittatori.

Sciagurati, incapaci e irresponsabili quelli che, a danni fatti, approfittano della rabbia della gente, la trasformano in un veicolo di consenso politico e una volta ottenuto non sanno nemmeno farlo fruttare. 

Sciagurata, irresponsabile ma non incapace, bensì assolutamente consapevole del suo agire quell’informazione che invece di fare il suo puntualmente si sdraia davanti al potente prepotente pensando che sia più utile nasconderne le azioni, armonizzarle, far sembrare tutto meno grave e preoccupante invece di svolgere la funzione di sentinella del potere e mettere i cittadini sull’avviso di ciò che di grave e preoccupante accade.

Sciagurato, irresponsabile e profondamente ignorante un popolo così facilmente manovrabile da sempre alla ricerca dell’uomo forte che gli risolva i problemi perché così è più facile, non c’è nemmeno bisogno di pensare: una volta è l’uomo della provvidenza, un’altra quello dei miracoli e avanti così nella ricerca di un rappresentante politico che riassuma in sé il pensiero di tutti, ovvero quello unico e che quindi non può andare bene per tutti quelli che ancora hanno voglia di pensare in proprio, non per conto terzi e lo fa utilizzando il solito slogan “né di destra né di sinistra” approfittando dell’ignoranza di gente che non sa, non capisce e nemmeno ha mai imparato semplicemente guardandosi intorno, oltre i propri piccoli mondi, che quando non è di sinistra né di destra, invece è proprio di destra, specialmente fascista.