A trovarla, una coscienza

Sottotitolo: fra una settimana esatta berlusconi potrà festeggiare i primi cento giorni della non applicazione della sentenza che lo ha condannato a quattro anni per frode fiscale. Insieme agli altri casi umani di cui si è occupata la ministra Cancellieri bisognerebbe indagare su quanti condannati in Italia abbiano potuto vedersi garantire una situazione analoga dopo una sentenza di condanna definitiva.

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Un ministro della repubblica che si comporta come Anna Maria Cancellieri dice di sentirsi a posto con la sua coscienza perché lei è talmente [e fantozzianamente] umana che si occupa proprio di tutti quelli che la interpellano [chi sono però non è dato saperlo: è un segreto di stato] e tutti si affannano a difenderla. Perfino la santanché che ha detto che siccome la vicenda è molto simile a quella di berlusconi, Ruby e la questura di Milano la Cancellieri non ha fatto niente di male. Lo stato, per bocca della ministra della giustizia, dice ad una pregiudicata condannata per uno dei reati più odiosi in ambito economico/finanziario “conta pure su di me” mentre abbandona al proprio destino quelle persone in difficoltà, alla disperazione per problemi finanziari causati soprattutto da un’economia nazionale portata allo sbando e al fallimento da faccendieri disonesti come i Ligresti che hanno le mani in pasta ovunque ci sia da razziare, sottrarre e rubare risorse allo stato.
Chi parla di solidarietà e compassione o come Lerner non capisce cos’abbia la Cancellieri da farsi perdonare chissà se ha mai sentito parlare di etica istituzionale. 

Borsellino usava dire che se un politico frequenta un mafioso il fatto in sé non costituisce nulla di penalmente rilevante ma magari dovrebbe rendere quel politico amico del mafioso meno affidabile [se per niente ancora meglio così non c’è nemmeno il rischio di trovarselo poi in parlamento a fare leggi per quelli che non hanno mafiosi per amicii]. 

Qui abbiamo una signora in carriera la cui attività, prima prefetto poi ministro è sempre stata a stretto contatto con la legge e col rispetto delle regole, e una famiglia come quella di Salvatore Ligresti che da tre decenni occupa la cronaca nera e quella giudiziaria può vantare un’amicizia di vecchia data con lei. E la cosa è talmente reciproca che la ministra rassicura, dice a gente così “conta pure su di me”. 

E questa signora, oggi ministro della giustizia non trova, non pensa di aver fatto nulla di strano nell’intercedere a favore di una che di cognome fa Ligresti per favorirle gli arresti domiciliari.
Sul figlio di Anna Maria Cancellieri liquidato proprio dai Ligresti con tre milioni e seicentomila euro [ma che potrebbero essere anche cinque] per un anno di lavoro naturalmente anche Lerner e tutti i difensori d’accatto stendono il solito velo pietoso ché non sia mai si debba rischiare di pregiudicare il bel clima delle larghe intese e la stabilità del governo e del paese. Anna Maria Cancellieri non dovrebbe dimettersi solo per il gesto da lei ritenuto doverosamente umanitario mentre altro non è che il solito squallido abusare di un potere, ma soprattutto per scusarsi con tutte le persone che dallo stato nel momento del bisogno hanno trovato solo porte chiuse in faccia. Non hanno potuto contare su nessuno. Quelle abbandonate al proprio destino solo perché non hanno un cognome “blasonato”.

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DA CRAXI AL CAVALIERE, LA FAMILY AL POTERE 

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La figlia di Mubarak
Marco Travaglio, 2 novembre

Quando Anna Maria Cancellieri diventò ministro dell’Interno, poi fu candidata al Quirinale, infine divenne ministro della Giustizia, il Fatto — come sempre — segnalò i suoi potenziali conflitti d’interessi familiari legati alla vecchiaamicizia con la famiglia Ligresti, cliente da tempoimmemorabile di procure, tribunali e patriegalere; e al ruolo del figlio Piergiorgio Peluso,alto dirigente prima di Unicredit, poi di Fonsai, infine di Telecom. 
In particolare ci occupammodella tragicommedia dei “braccialetti elettronici”per controllare i detenuti in libertà, un appaltodi sette anni per centinaia di milioni rinnovatodal Viminale sotto la Cancellieri alla Telecomin cui andò a lavorare il pargolo. 
Ma laparola conflitto d’interessi, dopo vent’anni di mitridatizzazione berlusconiana, suscita noia, fastidio, sbadigli. E morta lì. Ora il conflitto d’interessi, da potenziale, diventa effettivo, concreto, reale: la ministra della Giustizia Cancellieri, amica dei Ligresti, telefona alla compagna di Salvatore Ligresti, Gabriella Fragni, appena arrestato per gravissimi reati finanziari insieme alle due figlie e a vari manager, per darle la sua solidarietà contro un provvedimento della magistratura che definisce “la fine del mondo”, “sono veramente dispiaciuta”, “c’è modo e modo”, “non è giusto”, “qualsiasi cosa io possa fare conta su di me”. 
Insomma, si mette a disposizione.
Ma non abbastanza per i gusti della Fragni, che si sfoga con la figlia: “Gli ho detto: ma non ti vergogni di farti vedere adesso? Tu sei lì perché ti ci ha messo questa persona… Ecco, capito? ‘Ah, son dispiaciuta’… No, non si è dispiaciuti! Sono stati capaci di mangiare tutti”.
Fra questi anche il rampollo Peluso. Almeno secondo Giulia Ligresti, che prima dell’arresto lo accusava di aver “distrutto la compagnia” nei pochi mesi di permanenza ai vertici di Fonsai: solo che “invece di chiedergli i danni”, “in consiglio nessuno ha fiatato” quando si decise di liquidarlo con 3,6 milioni (lei dice addirittura 5) di buonuscita dopo appena un anno, “approvato all’unanimità, che se fosse stato il nome diqualcun altro…”. Resta da capire chi sia “la persona” che “ha messo lì” la ministra. Chi siano i “tutti” che hanno “mangiato”. E in che senso il “nome” di Peluso gli abbia garantito tutti quei milioni. Basterebbe questo per consigliare alla ministra di andarsene. Ma c’è molto di più, perché il 17 agosto, quando la richiesta di scarcerazione di Giulia Ligresti per motivi di salute (anoressia e rifiuto del cibo) viene inizialmente rigettata dal gip di Torino, la Fragni chiama il
quasi-cognato Nino perché mobiliti “quella nostra amica”. 
Che è la ministra della Giustizia.
Lui la chiama, lei risponde. Poi telefona ai vicedirettori delle carceri, Cascini e Pagano, perché intervengano. Infine avverte via sms Nino Ligresti: “Ho fatto la segnalazione”. La scena ricorda parecchio le telefonate di B. da Parigi alla Questura di Milano per far liberare Ruby, appena fermata per furto, e affidarla a Nicole Minetti. E le chiamate di Nicola Mancino al consigliere di Napolitano, Loris D’Ambrosio, per influenzare o spostare l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Ma stavolta — diversamente dai funzionari della Questura e dal duo D’Ambrosio- Napolitano — Cascini e Pagano rispondono che non si può fare niente, se non affidarsi alle normali procedure giudiziarie. 
E stoppano sul nascere le pressioni della ministra, che per questo unico motivo non giungeranno mai sul tavolo dei magistrati di Torino. I quali decideranno autonomamente di scarcerare Giulia Ligresti per motivi di salute, come prevede la legge, dopo il suo patteggiamento, mentre tengono tuttora in carcere la sorella Jonella, che non è malata e non ha patteggiato: la prova che nessun favoritismo è stato fatto dalla Procura e dal gip ai Ligresti amici della ministra. La quale, due giorni dopo l’uscita della notizia, ancora finge di non cogliere lo scandalo e dice di aver fatto “il mio dovere” a scopo “umanitario”.
Ma il dovere di un ministro, quando riceve una segnalazione, è quello di dirottare il segnalatore alle autorità competenti: che, essendo la legge uguale per tutti non sono l’amica ministra ma i giudici attraverso gli avvocati difensori. Che queste cose finga di non saperle la signora Cancellieri è comprensibile: difende la poltrona e se ci riesce la reputazione. Ma che non le capiscano i politici, almeno quelli del Pd che giudicano un abuso di potere le telefonate di B per Ruby è sconcertante. Pigolano “richieste di chiarimenti” e balbettano giaculatorie sulla trasparenza, come se la lettura delle intercettazioni non fosse abbastanza chiara e trasparente. Si trincerano dietro il fatto che la Cancellieri non è indagata ( e chi se ne frega: oltre alla responsabilità penale c’è anche quella politica e morale). Sventolano il comunicato della Procura di Torino che nega di aver subito pressioni dalla ministra: ma non perché non ci siano state bensì soltanto perché furono stoppate prima. Finirà che, per salvare la madrina di Ligresti crederanno pure al padrino della nipote di Mubarak.

Interventi umanitari doverosi

Sarebbe bello se i familiari di tutti i detenuti, anche se non si chiamano Ligresti, potessero telefonare al ministro della Giustizia. [Alessandro Robecchi]

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Per Stefano Cucchi e per tutti quelli che di stato e di galera sono morti l’intervento umanitario doveroso dello stato non era previsto.

E nemmeno è previsto l’unico intervento umanitario necessario per risolvere almeno in parte le condizioni disastrose e quelle sì, disumane, delle carceri italiane ovvero l’abolizione di quelle leggi vergognose, fasciste, la bossi fini e la fini giovanardi  che mandano in galera chi non ci deve andare.
Su 60.000 e oltre residenti nelle patrie galere solo la Ligresti si è meritata il trattamento umanitario. Tutti gli altri possono dimagrire, ammalarsi, morire, suicidarsi, impazzire che allo stato non frega un cazzo. Al massimo si tira fuori l’indultino e l’amnistia solo quando c’è da riparare qualche culo flaccido eccellente.
Quelli come la cancellieri non hanno bisogno di farsi eventualmente corrompere coi soldi: l’arroganza, il pensiero che esista una categoria di persone che merita di avere più diritti di altri gli scorre nelle vene al posto del sangue. Indecenti, sporchi. Ecco che sono. Altro che sobrietà e senso dello stato.

E che dire di questi disonestissimi esponenti di una finanza morta e sepolta insieme a questo paese vergognoso dove lo stato non riesce ad applicare nemmeno per finta e per scherzo quell’uguaglianza prevista da una Costituzione stuprata tutti i giorni che appena li togli dal loro habitat, tutto ville, pellicce e tartine al caviale – perché non gli basta essere ricchi, devono anche rubare sul rubato per arricchirsi di più –  soffrono, si dimagriscono, diventano incompatibili con l’unico luogo in cui invece meritano di stare, lontani dalla gente onesta. In un paese normale nemmeno si dovrebbero chiedere le dimissioni di un ministro che intercede a favore di un pregiudicato amico di famiglia, che commette un abuso di potere, ma ormai l’arroganza è talmente incistata nelle istituzioni che nessuno fa più caso a nulla. Tutto si può fare, a beneficio e vantaggio della casta. C’è gente che ruba per dar da mangiare ai figli e in galera ci va e ci resta, ma quella non suscita la compassione del ministro dell’ingiustizia. In quel caso la sua umanità doverosa non viene nemmeno scalfita di striscio. La Ligresti non è dimagrita sei chili diventando quel caso umano di cui si è dovuta interessare nientepopodimenoché la ministra dell’italica ingiustizia: è lei che ha rifiutato il cibo. Dal giorno dell’arresto ha rifiutato scientemente di mangiare e per questo, per il capriccio della madamigella tumistufi che falsava i bilanci, la ministra cancellieri ha ritenuto opportuno dover abusare del suo potere per rimandarla a dormire a casa sua, dove il cibo pare che sia ottimo. Questo, secondo la cancellieri è un doveroso caso umano. Annamaria Cancellieri ha commesso lo stesso abuso di potere di berlusconi quando allertò la questura di Milano per intercedere a favore di Ruby.
E’ la stessa identica cosa: un funzionario dello stato che in virtù del suo ruolo chiede e ottiene di poter stravolgere a piacer suo qualcosa che doveva procedere in un altro modo già stabilito nella sede preposta. Se Giulia Ligresti era incompatibile col regime carcerario non avrebbe dovuto deciderlo un ministro previa richiesta di un parente della pregiudicata, amico di famiglia del ministro ma il medico legale che però, stando all’esito favorevole della richiesta, potrebbe essere stato sollecitato ad orientarsi verso una scelta piuttosto che un’altra.

Vergogna, solo questo.

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LIGRESTI, UNA MINISTRA PER AMICA

“Non è giusto, per qualsiasi cosa possa fare conta su di me”. A parlare è Anna Maria Cancellieri.al telefono con Antonino Ligresti. Poi chiama il Dap [Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria] per “sensibilizzare” sulle condizioni di Giulia finita in carcere per l’inchiesta FonSai. “Intervento umanitario doveroso”, dice il Guardasigilli.

Il ministro “sensibilizza” per la scarcerazione
Per chiedere la scarcerazione di Giulia Maria Ligresti, in carcere da luglio nell’inchiesta FonSai, è intervenuto poi lo zio Antonio, con una nuova chiamata al ministro. Non si è fatta attendere la risposta della Cancellieri, che – come lei stessa ha ammesso ai magistrati – ha parlato a due vice capi del dipartimento per l’amministrazione penitenziaria per “sensibilizzarli” sul fatto che Giulia soffriva di anoressia. E il 28 agosto si sono aperte le porte del carcere per fare uscire la figlia dell’ingegnere, undici giorni dopo la telefonata di Antonio Ligresti.

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GRAZIE DI TUTTO, NONNA PINA. ADESSO TORNA PURE A CASA A CUCINARE IL MINESTRONE . SE AL POSTO DELLA CANCELLIERI, CARA AL CUORE DI RE GIORGIO, VI FOSSE UN ALFANOIDE O UN QUA-QUA-GLIERELLO, IL PIDDI CHIEDEREBBE SUBITO LE DIMISSIONI DEL MINISTRO . E SE QUELLE TELEFONATE DI NONNA PINA PER FAR USCIRE DALLA GALERA L’AMICA DI FAMIGLIA GIULIA LIGRESTI LE AVESSE FATTE UN PREVITI, INTERVERREBBE RE GIORGIO  DAVANTI A QUEST’EDIFICANTE STORIA DI EGUAGLIANZA DI FRONTE ALLA LEGGE, UNA DOMANDINA SORGE SPONTANEA: PERCHÉ L’OTTIMO FIGLIO DI NONNA PINA, PIERGIORGIO PELUSO USCÌ DALLA FONSAI DI LIGRESTI CON UNA BUONUSCITA MILIONARIA DI 3,6 MILIONI DI EURO? NON SARÀ CHE CON DON SALVATORE LIGRESTI I DEBITI PRIMA O POI SI PAGANO?

Arroganza istituzionale

maiali-di-statoSottotitolo:  il mio concetto di onestà, di sani comportamenti, di etica e moralità ha subito un vero trauma.

Sono confusa, arrabbiata  e smarrita, vedo un paese senz’alcun punto di riferimento. Non ho più fiducia in nessuno.

Non posso avere fiducia in chi garantisce sallusti e non mio figlio.

Caso Sallusti, Napolitano commuta
carcere in pena pecuniaria di 15mila euro

 Napolitano  grazia il diffamatore non pentito sallusti.

La legislatura delle vergogne chiude in bellezza [Il Fatto Quotidiano]

Re Giorgio ha detto sì.
Così danielina potrà organizzare il pranzo di natale a casa sua.
Io mi chiedo solo una cosa: ma che cazzo ce la mandano a fare a processo certa gente? la mandassero direttamente da Napolitano a prendersi  una sentenza cash e passa la paura. 

Almeno si evita di prendere in giro, di ridicolizzare la gente onesta e perbene, quella che non diffama e non commette reati per abitudine.

Tutto sommato si potrebbe fare davvero una class action, aprire un sito web dove postare e pubblicare quotidianamente tutto il peggio che viene in mente a chiunque a proposito di classe dirigente e politica, e non importa che sia vero o falso, offensivo o meno, il tutto si potrà derubricare nella semplice espressione di un’idea come c’insegna [anche] il bravo Matteo Renzi che ci fa sapere di essere felice e contento che la vicenda di sallusti si sia risolta positivamente, più o meno come disse quando berlusconi fu prescritto al processo Mills.

E se qualcuno ci dovesse denunciare per diffamazione potremo sempre andare a chiedere conforto e assistenza al presidente Napolitano, patteggiare una grazia e pagarla in comode rate da 1000 euro al mese. Ma in questo caso e ovviamente, nessuno farebbe in tempo a postare una virgola e il sito verrebbe chiuso con relativa denuncia nei confronti dei suoi amministratori. Mica come quei bei siti nazifascisti o integralisti fondamentalisti alla pontifex che possono diffondere le loro apologie in santa pace.

Una volta si diceva che le leggi per gli amici si interpretano, per tutti gli altri si applicano.
Oggi invece le leggi per gli amici si inventano, semplicemente.
Le sentenze dei tribunali diventano strumenti di ricatto sottobanco, si concedono attenzioni e perdono in cambio di chissà quale contropartita.
Mal che vada si possono sempre aprire conflitti di attribuzione: l’istituzione, innanzitutto, del paese ce ne possiamo sbattere allegramente i coglioni, tanto è natale chi ci penserà più a sallusti, diffamatore recidivo il cui reato è stato condonato con 15.000 euro, praticamente la cifra che la sua compagna spende in due mesi fra profumi, trattamenti estetici e parrucchiere.

sallusti è stato giustificato, perdonato, difeso, condonato, graziato e non ha ancora chiesto scusa al PM Cocilovo. 
E pensare che sarebbe bastato questo e una semplice rettifica per evitare di farne un martire dell’ingiustizia coccolato da tutte le caste sopracaste e sottocaste, quelle categorie di professionisti che gestiscono i poteri e i doveri costituzionali e la libera circolazione delle informazioni.

O almeno dovrebbero, se la Costituzione ha ancora un senso o se invece  ce l’ha solo per farne uno show da lunedì sera invernale.

La vicenda di sallusti  va molto oltre i semplici concetti di casta e privilegio perché mette manifestamente noi cittadini onestamente normali o normalmente onesti ad un livello molto inferiore rispetto a quello di qualcuno che delinque, ovvero viola la legge, si pone oltre la legge  abitualmente, un recidivo, e non per opinione ma per il gesto concreto di un garante super partes, la persona che rappresenta uno stato e i suoi cittadini che dovrebbero essere tutti uguali anche se si chiamano sallusti, berlusconi e Napolitano, un presidente, un garante  che in altre situazioni che hanno riguardato altre persone – quelle che tutte uguali lo sono davvero  perché sanno di non poter contare su nessun interessamento particolare da parte di nessuna eccellenza –  non si è comportato in modo analogo e non lo farà neanche in futuro semplicemente perché non rientra nelle prerogative di un capo di stato graziare un condannato [ad una non pena ridicola] che non ha scontato nemmeno mezz’ora di galera, sallusti in queste ultime settimane ha soggiornato nella lussuosa dimora della sua compagna, ha continuato a comunicare con l’esterno attraverso un computer e i social network: arresti domiciliari? non scherziamo.

C’è stata gente che si è suicidata per una cartella equitalia, per non aver saputo sopportare la vergogna di una umiliazione e l’impossibilità di far fronte ad un debito in denaro.

Gente onesta cui nessuno ha teso una mano nemmeno per pietà.

 Napolitano invece  intercede personalmente con la collaborazione dell’appena ex ministro della giustizia, ed entrambi si arrogano il diritto di  sollevare uno che commette reati a ripetizione  dalle sue responsabilitá morali, civili e legali. Un protégé della casta a cui ieri è stata data l’assicurazione dal presidente della repubblica in persona  che  qualunque cosa faccia e può fare avrà  tutte le garanzie per farla franca. 

Cosa che non potrebbe né dovrebbe accadere se l’ambito della politica fosse pulito, esente da dubbi e sospetti, perché da ieri ognuno di noi è autorizzato a pensare che Napolitano abbia dovuto cedere a precise richieste di qualcuno.

Io almeno sì, mi autorizzo, eccome.

Proprio un bravo presidente, Napolitano.
Il miglior migliorista di tutti a mettersi  – da capo supremo del CSM – contro giudici e magistrati, da Palermo a Milano passando per Napoli. 
Il tutto per difendere  il ruolo, mica se stesso, no no ci mancherebbe, e adesso anche sallusti.
Sono soddisfazioni, vive e vibranti, e ce le abbiamo solo noi.
Schifezze come queste altrove non capitano; nessuno ci venisse a raccontare che sono azioni legittime e costituzionalmente corrette.
La Costituzione non dice che bisogna graziare [commutare una pena detentiva con qualche migliaio di euro è di fatto una grazia] i diffamatori recidivi.
Quelli “spiccatamente preposti a delinquere”,  con  tanti cari saluti a quel diritto costituzionale che voleva i cittadini tutti uguali, sia che si chiamassero sallusti, berlusconi o Napolitano.

E il bello poi è che ci vengono ad accusare di demagogia, di populismo.

Che mandano Benigni in tv a spiegare agli italiani quanto è bella la Costituzione, quella stessa che noi, da poveri poveracci cerchiamo di onorare ogni giorno ma che invece viene oltraggiata e stuprata tutti i giorni da chi per ruolo e istituzione dovrebbe esserne il garante, l’estremo difensore.

Il giorno dei Maya(li)
Marco Travaglio, 22 dicembre

Non è finito il mondo, ma solo il governo. E, con esso, una delle peggiori legislature della storia d’Italia. Quella delle passerelle dei ministri sui cadaveri dell’Abruzzo terremotato. Quella delle leggi vergogna imposte da B. e puntualmente firmate da Napolitano. Quella dei deputati comprati per tenere in piedi una banda senza maggioranza. Quella della mignottocrazia (copyright di Paolo Guzzanti). Quella dei giornali e delle tv padronali usati come manganelli per pestare gli avversari del regime. Quella delle istituzioni, anche le più alte, piegate alla ragion di Casta: per bastonare chi osa indagare sulle trattative Stato-mafia, per conservare i privilegi della cosca partitocratica, per cancellare il referendum anti-Porcellum, per svuotare il Parlamento dei suoi poteri a colpi di decreti, voti di fiducia, crisi extraparlamentari e scelte estero-dirette. E, infine, quella di chi strillava all’antipolitica e intanto fabbricava un governo tecnico riservato a non-politici: meglio dei predecessori, anche perché era difficile trovar di peggio, ma imperdonabilmente non-eletti. E dire che nel 2008, quando si andò a votare, la parola più ricorrente degli italiani era “casta”. Merito del best-seller di Stella e Rizzo e dei due V-Day di Grillo, che fecero da detonatori alla rabbia popolare a lungo sopita contro una classe dirigente decrepita, corrotta, screditata, mollemente adagiata nei suoi privilegi. Pareva che qualcosa dovesse cambiare, e qualcosa, quando i cittadini furono liberi di esprimersi, è cambiato: i referendum contro impunità, acqua privata e nucleare; i nuovi sindaci, da De Magistris a Doria, da Pisapia a Pizzarotti, più il seminuovo Orlando; il boom di 5Stelle in tutt’Italia, persino nell’immutabile Sicilia; le primarie del Pd. Nel Palazzo, invece, tutto come sempre. A parte qualche sforbiciatina ai “rimborsi elettorali” dei partiti, i costi folli della Casta sono rimasti intatti, e così i suoi privilegi. Affossato il taglio delle province. Silurato il divieto di riciclare politici trombati negli enti pubblici. E ieri, degno coronamento, la grazia al “giornalista” simbolo della stampa-manganello. Giornalista fra virgolette, perché da ieri è entrato ufficialmente nella Casta dei più uguali degli altri: ha diffamato un giudice, accusandolo di aver costretto una bambina ad abortire (fatto mai accaduto, totalmente inventato e mai rettificato); se la cava con 15 mila euro di multa e può tornare a diffamare chi gli pare con il viatico del Quirinale. Il tutto mentre il povero Pannella rischia la pelle per denunciare l’obbrobrio di tanti poveri cristi che marciscono in galere da terzo mondo per reatucoli da quattro soldi, tipo il possesso di un po’ di fumo o l’essere immigrati nel paese sbagliato, grazie alle leggi infami e ai “pacchetti sicurezza” dei governi di sinistra e soprattutto di destra. Leggi puntualmente firmate da Napolitano e dimenticate, fischiettando, da chi le ha votate. L’altroieri, mentre il Quirinale si mobilitava per graziare in fretta e furia il noto premio Pulitzer, il nuovo Pellico reduce dallo Spielberg, la Camera faceva gli straordinari per votare l’insindacabilità a Maurizio Gasparri, denunciato dal sottoscritto per aver detto e ripetuto in tv: “Travaglio è andato in vacanza in Sicilia a spese di un condannato per mafia”. Il tutto anni dopo che avevo pubblicamente documentato, carte alla mano, di essermi sempre pagato le vacanze e di non aver mai conosciuto né frequentato condannati per mafia. Giovedì, con i voti di Pdl e Lega, il Parlamento ha deciso che quelle infamie
sono “insindacabili opinioni di un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni”. 
Ricapitolando: i Sallusti e i Gasparri possono diffamare impunemente chi vogliono, al riparo del Quirinale e di Montecitorio. Il messaggio per tutti noi cittadini comuni è semplice: chi fa parte del giro è al di sopra della legge; tutti gli altri, i paria, si fottano. Certo, non è la fine del mondo: è un po’ peggio.