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Dei delitti, delle pene e della giustizia che non è giusta

Sottotitolo: oggi sappiamo che indossare una maglietta con scritto “Speziale libero” che non è un reato ma secondo la nostra giustizia creativa può costituire un’aggravante in caso di somma di imputazioni ma andare a manifestare davanti e dentro i tribunali per invocare la libertà di un delinquente ladro, corruttore colluso con la mafia è un normale esercizio di libertà di espressione che non costituisce eversione nemmeno se fra quelli che lo hanno fatto c’è il ministro dell’interno di questo paese, lo stesso che dà ordini alle forze dell’ordine e che impone il daspo all’ultrà violento: quello che Renzi diceva di voler dare ai politici indagati e condannati ma probabilmente quando lo ha detto “stava a scherza’”.

Oggi sappiamo che si può tenere in una galera qualcuno dei mesi senza un processo, senza una sentenza che ne stabilisca la colpevolezza certa, che si possono spiattellare sui giornali anche i suoi fatti privati, tipo quante volte fa sesso con sua moglie o guarda dei filmini pornografici senza una santanchè che gridi alla violazione della privacy e nemmeno una Serracchiani che dica che non si è colpevoli fino al millecinquecentesimo grado di giudizio. Tutto questo e molto altro mentre il presidente del consiglio eleva a statisti riformatori, ovvero personalità alte e degne del compito di rivedere e correggere le norme costituzionali un condannato per frode, berlusconi, un plurindagato rinviato a giudizio per finanziamenti illeciti, Verdini e Donato Bruno,  indagato anche lui anche se non lo sa, dice che non lo hanno avvertito, è stato proposto per la Consulta, ovvero l’ultima stazione della difesa dei diritti di tutti.

 

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L’umiliazione che poi diventa pubblica e materia per il gossip e il giudizio dei perbenisti ipocriti come metodo d’indagine.
Dunque ci sono dei magistrati che pensano che la frequenza dei rapporti sessuali coniugali di un ancora indagato ma che questo magnifico stato tiene in una galera da mesi sulla base di ipotesi non ancora certificate da una sentenza che ne stabilisca la colpevolezza, siano rilevanti per delinearne il profilo, così tanto da rendere pubblico il contenuto delle conversazioni fra Bossetti, il presunto assassino di Yara e i giudici che indagano su di lui.
Non si capisce a chi deve interessare se una coppia adulta guarda dei film porno, quante volte si unisce carnalmente e per quale motivo “notizie” di questo tipo devono diventare di dominio pubblico senza che nessuno difenda la vita privata di una persona che, benché sospettata di un omicidio, ha diritto a veder rispettati i suoi diritti fra cui anche quella privacy invocata sistematicamente per i politici mascalzoni.
Vale la pena di ricordare che sono state distrutte delle bobine dove erano registrate le telefonate fra il presidente della repubblica e un ex ministro indagato per aver mentito a processo proprio perché giudicate penalmente irrilevanti.
E nessuno saprà mai cosa si sono detti Napolitano e Mancino in quelle conversazioni, ma quante volte Bossetti faceva l’amore con sua moglie sì, si deve sapere.
Le persone normali fanno sesso e guardano anche i filmini porno se ne hanno voglia, e nel giudizio ultimo su Bossetti sulla sua colpevolezza o innocenza queste cose nel paese normale non dovrebbero costituire nessuna aggravante, in questo che è marcio e dove chi stabilisce e mette in pratica il diritto lo fa su indicazioni di chi è abituato a violarlo tutti i giorni, sì, sono un’aggravante, così tanto da meritare il pubblico ludibrio e la gogna mediatica. Cercavi giustizia, trovasti la legge” non è solo il ritornello di una canzone, in Italia.

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Tutti ad applaudire lo stato quando arresta il delinquente di borgata, se napoletano è meglio perché i napoletani si sa, nascono con la criminalità nel dna e anche i romani non scherzano.
Probabilmente senza Gennaro De Tommaso la sera degli scontri all’Olimpico dai quali è scaturita poi la tragedia in cui ha perso la vita Ciro Esposito poteva accadere qualcosa di brutto anche all’interno dello stadio che però Genny, siccome è una carogna e conosce il linguaggio della strada ha potuto evitare che accadesse.
Ora le anime candide, già le vedo, penseranno che no, l’ordine nel paese normale lo gestisce lo stato, le forze dell’ordine che prendono ordini da quel sant’uomo di alfano e che non va bene che l'”antistato” della criminalità si sostituisca allo stato originale.
Giusto.
Ma allora non va bene neanche una persona più che vicina alla mafia, anzi proprio dentro la mafia, quella che fa saltare palazzi e autostrade stia collaborando non a rimettere ordine nella curva di uno stadio ma nella Costituzione di questa repubblica, persona che viene interpellata in materia di leggi e di regole per tutti.
Quindi mi dissocio dall’ipocrisia dilagante, quella di chi applaude il carabiniere che arresta il delinquente di periferia, lo stesso carabiniere che poi ci pesta il figlio in questura, per strada o nei sotterranei di un carcere fino ad ammazzarlo ma che diventa improvvisamente un eroe quando “accidentalmente” gli parte il colpo che ammazza chi un delinquente non era ma siccome era napoletano sicuramente ci sarebbe diventato.

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Codice a sbarre – Marco Travaglio

“In Italia c’è una bandiera che sventola forte nel vento: questa bandiera è Matteo Renzi, dobbiamo riconoscerlo… Poi c’è una bandiera a mezz’asta che si chiama Berlusconi: vediamo di utilizzarla ancora, se è possibile”. Povero Cainano, va capito. A lui i giudici di sorveglianza, in cambio dei servizi sociali, hanno imposto varie prescrizioni, fra l’altro molto diverse da quelle cui era abituato: coprifuoco alle ore 23, obbligo di dimora ad Arcore o a Palazzo Grazioli, niente attacchi ai magistrati e soprattutto divieto di frequentare pregiudicati. Il che gli impedisce di andare a trovare Dell’Utri in carcere e di incontrare i tre quarti del suo partito. Renzi invece, almeno per ora, non ha di questi problemi. Infatti ha ricevuto il pregiudicato B. una volta al Nazareno e tre volte a Palazzo Chigi, molte meno comunque di Denis Verdini, che ieri ha collezionato l’ennesimo rinvio a giudizio (illecito finanziamento), dopo quello estivo per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta. Un amore. Ha voglia Bersani a chiedere di essere ascoltato anche lui: ha l’handicap insormontabile di essere incensurato.

“Vecchia guardia” da rottamare. B. & Verdini invece no. Da quando è salito a Palazzo Chigi, il giovin Matteo s’è fatto un sacco di nemici, sfanculando nell’ordine: i costituzionalisti, i senatori pidini dissidenti, il Parlamento tutto, i giornali italiani critici (praticamente uno), l’Economist, la Rai al gran completo, le autorità europee (ma solo a parole), il Forum di Cernobbio, Confindustria, i ministri Orlando e Giannini, l’Associazione nazionale magistrati, i sindacati, la minoranza del Pd, ovviamente i 5Stelle e molti altri gufi lumache avvoltoi rosi-coni conservatori per cui manca lo spazio. Gli unici con cui va d’amore e d’accordo sono Silvio & Denis. Il fatto di poter frequentare pregiudicati per lui non è un’opportunità: è un obbligo. E, già che c’è, lo estende anche agli indagati. Nel giro di sei mesi quello che si atteggiava a ragazzo pulito, lontano da certi brutti giri, s’è avvolto in una nuvola nera di habitué di procure e tribunali.   Barracciu, Del Basso de Caro, De Filippo e Bubbico al governo. Bonaccini candidato in Emilia Romagna. Rossi ricandidato in Toscana. De Luca candidato in Campania. D’Alfonso eletto in Abruzzo. Soru e Caputo paracadutati al Parlamento europeo. Faraone e poi Carbone in segreteria. Descalzi all’Eni. Papà Tiziano in famiglia. Prossimamente Donato Bruno alla Consulta. È la famosa “svolta garantista”: chi non ha ancora una condanna definitiva è illibato come giglio di campo.   Eppure lo Statuto del Pd, sempreché Renzi lo conosca (lo Statuto e il Pd), dice tutt’altro: “Condizioni ostative alla candidatura e obbligo di dimissioni. Le donne e gli uomini del Partito democratico si impegnano a non candidare, ad ogni tipo di elezione – anche di carattere interno al partito – coloro nei cui confronti… sia stato: a) emesso decreto che dispone il giudizio; b) emessa misura cautelare personale non annullata in sede di impugnazione; c) emessa sentenza di condanna, ancorché non definitiva, ovvero a seguito di patteggiamento; per un reato di mafia, di criminalità organizzata o contro la libertà personale e la personalità individuale; per un delitto per cui sia previsto l’arresto obbligatorio in flagranza; per sfruttamento della prostituzione; per omicidio colposo derivante dall’inosservanza della normativa in materia di sicurezza sul lavoro…” o “sia stata emessa sentenza di condanna, ancorché non definitiva, ovvero patteggiamento, per corruzione e concussione”. Appena finirono dentro le cricche di Expo & Mose, il renzianissimo sottosegretario Luca Lotti annunciò: “Le parole di Matteo contro la corruzione sono un monito, ora diamoci da fare. La pulizia deve cominciare. Ogni strumento va affinato, corretto, messo a punto: il codice etico e lo Statuto sono da cambiare e soprattutto attuare”. Matteo aveva appena promesso il “Daspo” per i corrotti. Ma tutti avevano equivocato. Era solo l’acronimo di uno straziante appello a Silvio: dai sposami.

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