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Non esiste il male di vivere: esiste quello di accettare la vita per come è

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A proposito del triplice omicidio di Motta Visconti.

Preambolo: sono felicissima di non avere la responsabilità di curare malattie, costruire palazzi, giudicare chi è colpevole e chi non lo è. 
Cose che può fare e deve fare solo chi è all’altezza di ogni situazione, perché implicano il dover garantire la sicurezza di chi verrà curato che poi dovrà guarire, chi abiterà in palazzi che non dovranno crollare e chi non dovrà essere privato ingiustamente della sua libertà. Evito come la peste i fatti di cronaca cruenta, perché so che poi danno la stura a commenti di tutti i tipi. Da quando faccio blog e Rete rarissimamente ho scritto di fatti violenti, e quando l’ho fatto, come oggi, è sempre per fare da contraltare a quello che scrive la maggioranza degli utenti web in giro per siti e social network. Alla fine si riduce sempre tutto al processo e mai alla riflessione. Non partecipo alla gara del “che gli farei”.
La legge del taglione è da barbari incivili. 
Chi la invoca non è una persona migliore di chi commette un’azione violenta.

 

Non mi piacciono gli argomenti “facili”: quelli da tanti likes e dai commenti beceri come ad esempio il concetto che solo gli uomini sono capaci di commettere mostruosità. 
Perché la storia dell’umanità è piena di vicende tragiche in cui il mostro è lei  che ha tenuto nel suo ventre nove mesi un figlio, che l’ha partorito e poi si è accorta che quel figlio le era estraneo, non era una parte di sé ma altro da sé da rifiutare e da punire con la morte.
Bisognerebbe andare a leggersi le storie tragiche delle detenute nell’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, specializzato nell’assistenza e la cura di madri “figlicide” prima di sciorinare i soliti luoghi comuni sulle donne sempre vittime e gli uomini sempre mostri da condannare socialmente solo per il fatto di essere tali.
Sono un po’ stufa di leggere sciocchezze qualunquiste, spesso più violente della violenza che si vuole condannare, su argomenti gravi, delicati, cose di cui si dovrebbe parlare – se proprio si deve fare – senza trasformarsi in giudici e avvocati difensori quando non addirittura nel boia del “ci vorrebbe questo e quello”.
Noi non sappiamo nulla di quello che succede tra le mura di casa di gente che non avremmo mai conosciuto se non fosse stata protagonista di storie da cronaca giudiziaria e non tocca a noi capire come possono succedere certe tragedie, ci sono apposta persone specializzate a farlo.

Le notizie di cronaca nera dovrebbero essere incommentabili per legge.

Ci vorrebbe proprio una deroga speciale all’articolo 21.
Tanto la maggior parte della gente, non capendo e non sapendo una beata mazza non commenta: vomita, e allora no. 
A vomitare si va nei bagni, non in giro per il web dove tutti si sentono profondi conoscitori dell’animo umano, delle dinamiche mentali. A me pare che ci sia, invece, una gran voglia di pontificare di quello che non si sa e basta. Un gran desiderio di esternare a vanvera su argomentazioni serie, delicate e che meritano rispetto, non il giudizio e la relativa sentenza del barista, l’impiegato, l’operaio, la parrucchiera. Alla gente, molta, non tutta, piace guardare dal buco della serratura, che sia sesso o storie violente non importa. Purché possa farsi beatamente i cazzi degli altri e non i suoi.

Nel sito del  Fatto Quotidiano  mi hanno accusato di essere una fiancheggiatrice di assassini solo perché non mi unisco mai all’esercito dei giustizieri da web.

C’è un sacco di gente mentalmente instabile, con tanti problemi suoi, e per non guardare ai suoi va a cercare quelli degli altri, i più gravi, per far sembrare i suoi più piccoli. Si leggono cose che altroché i quattro amici al bar al terzo giro di vodka. Io sono sempre favorevole al patentino per connettersi al web. Sempre. Per certuni, e in Rete sono la maggioranza,  è troppo difficile e complicato capire che non condannare non significa giustificare e che esiste la via di mezzo della discrezione di chi non sa nulla e dovrebbe tacere senza ipotizzare, né tanto meno dire cosa farebbe se fosse al posto di un giudice. In questo paese c’è troppa gente incapace di ragionare laicamente, deve sempre infilarsi dentro una vicenda non per comprenderla ma per giudicarla, magari anche sulla base del suo vissuto: niente di più sbagliato. Sacco e Vanzetti finirono sulla sedia elettrica solo perché erano italiani, non certo per aver commesso quei reati dei quali un tribunale razzista li accusò nel paese dove ancora oggi si fa strame del diritto umano utilizzando quale deterrente alla violenza la pena di morte.  E chi se ne frega poi se sulla sedia elettrica o a morire per l’iniezione letale ogni tanto è anche qualche innocente. Ad ucciderli è stato un principio, ovvero che, perché italiani dovevano essere colpevoli: lo stesso principio che ispira il razzismo di genere che vuole gli uomini sempre carnefici e le donne sempre vittime. E quando il sentire comune diventa opinione diffusa bisogna stare sempre molto attenti. Chi scrive pubblicamente, che sia in un blog personale o una pagina di un social network ma soprattutto chi fa informazione, quella che poi leggeranno tutti deve assumersi la responsabilità di quello che poi altra gente leggerà. Sempre. Idiozie della serie: “so io che gli farei”,  oppure il tanto abusato “vorrei vedere se capitasse a te” sono stronzate populiste che denotano solo l’incapacità di argomentare,  che contribuiscono  a fomentare reazioni  altrettanto populiste e ad aggiungere violenza alle violenze.  Servono? naturalmente no.

Ad esempio, quanti sono a conoscenza della sindrome da “information overload(ing)”?
Sempre meno di quelli che poi scrivono idiozie a proposito di quel che si dovrebbe fare a padri e madri che dimenticano un figlio nel seggiolino di un’automobile. Ora, questo con la tragedia di Motta Visconti non ha molto a che fare, ha a che fare però col facile giudizio di chi pensa che un adulto possa dimenticarsi scientemente un bambino chiuso in un’automobile sotto il sole di luglio. O che lo lasci lì apposta per farlo morire.
Non si parla di gente che poi entra in un bar per giocare al videopoker ma di tragedie capitate nella vita di stimati professionisti; persone che avevano un lavoro di responsabilità e dunque mentalmente sane e affidabili. Ma nemmeno questo fa tenere poi lingua e tastiera a freno, quando capitano incidenti di questo tipo.
Io non  chiedo tanto, giusto un po’ di quella curiosità che poi porta ad approfondire cose che non si conoscono, che farebbe imparare quel tanto che basta poi ad esprimere un parere, non il giudizio tranchant di quelli che sanno sempre cosa fare quando  come e a chi. E soprattutto accettare anche la brutalità della vita, semplicemente, imparare l’empatia, mettersi davvero nei panni degli altri.  Soprattutto perché quegli altri potremmo essere tutti.

C’è chi crede che non si possa odiare qualcuno senza pensare che quel qualcuno si meriti anche il male e perfino la morte.
Mentre non è affatto così. E’ necessario, se si vuole aggredire l’aggressività violenta, che l’odio diventi un sentimento socialmente accettato senza che venga associato necessariamente al gesto violento. 
Detestare qualcuno che ha causato il male si può senza augurargli di morire.  Né, ci mancherebbe altro, causarne la morte violenta.
I sentimenti non hanno tutti una matrice positiva, romantica; esiste il sentimento negativo che è la risposta umana ad un trattamento ricevuto, dunque anche l’odio ha un suo diritto ad esistere, a nascere e morire come tutto ciò che si prova nei riguardi dell’altr*.
Anche gli amori nascono e finiscono, ma non è detto che la fine di un amore debba essere decretata da qualche coltellata.
Non si augura né si provoca la morte a chi ha fatto del male, anzi si dovrebbe augurare tanta vita, quella che basta per ripensare al male fatto e poi pentirsene.
E soprattutto basta parlare della famiglia come di una struttura perfetta, scevra da rischi, quando tutto nella storia ci ha raccontato il contrario.
La famiglia di oggi è composta in maggioranza da genitori stanchi, schiavi di lavori che svolgono controvoglia con l’unico obiettivo di portare i soldi – pochi – a casa, figlie e figli abbandonati a loro stessi, in balia di amici che molto spesso i genitori nemmeno conoscono e di internet.
Bisognerebbe smetterla di diffondere la propaganda tanto cara alla chiesa che mette al centro dell’universo umano la famiglia come se fosse una garanzia di vita bella e serena.
Restituire dignità alla verità, che comprende amore ma anche odio, smetterla di diffondere l’illusione della fedeltà, del per sempre associato a due persone che sono e restano fondamentalmente due estranei, due persone che possono smettere di amarsi in qualsiasi momento e per ragioni che non sono sindacabili né giudicabili da nessuno significherebbe restituirla anche alla vita: quella vera, non quella raccontata e manipolata dai negazionisti della realtà.

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