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L’indecenza

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Leggo che il pd, che evidentemente non ha cose più importanti a cui pensare, ha chiesto un’interrogazione parlamentare e l’intervento della vigilanza Rai su Pelù colpevole di aver violato la par condicio. Mentre non chiede nulla per l’incandidabile delinquente che spadroneggia in televisione continuando ad infamare la magistratura, in spregio e sfregio alle regola della par condicio che offre spazi mediatici SOLO ai candidati.

 Il reality show non è stato quello di Pelù ma è quello di Renzi.
Un artista per ottenere consenso non ha bisogno di fare e farsi fare la propaganda: gli basta la sua bravura.

E se grazie a questa diventa ricco, milionario, buon per lui.
Il politico diventa ricco anche quando è tutt’altro che bravo e capace, ecco perché per avere consenso e mantenere le sue ricchezze gli serve raccontare balle e non solo.
Questa mania  di rinfacciare lo status a chi non campa di rendita sulle spalle degli altri è odiosa.
Odiosa. Che poi a me tutto sommato questa teoria del “ognuno faccia quello che sa fare, che fa di solito” starebbe anche bene. Cominciamo dalla politica? Così, giusto per dare il buon esempio.  

Renzi che per aggiungere al suo già cospicuo bottino un’altra manciata di propaganda va a chiedere la carità a mediaset che gli chiude la porta in faccia in virtù della par condicio che esiste solo perché c’è il padrone di mediaset sì, un cantante che parla sul palco di un concerto no? Evviva l’antagonismo della libertà, quella “democratica”, s’intende.

 

 

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Per quello che mi importa di Pelù – Alessandro Gilioli, Piovono rane

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Insomma: se l’attore e regista Benigni parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se lo scrittore Baricco parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il cantante Jovanotti parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il regista Placido parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il cantante Piero Pelù parla male di Renzi, è uno schifoso milionario ignorante che deve solo pensare a cantare. 
E si chiamano “democratici”. [Dino Giarrusso]

La libertà di B. è un’indecenza Firma anche tu per la revoca dei “servizi sociali”

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B. ai servizi sociali: la legge non è uguale per tutti

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Ho firmato l’appello di Micromega per la revoca dei servizi sociali di berlusconi non ispirata certamente dalla speranza che la finta sentenza da cui è scaturita la sua finta condanna si possa ribaltare ma perché ormai in questo paese l’unico modo per alzare la voce è questo: l’appello pubblico che solitamente viene inaugurato da eccellenti rappresentanti della società civile. Di quel che ne resta. Perché  noi cittadini non abbiamo più nessuna possibilità di far sapere che quello che si fa nella stanza dei bottoni non ci piace. Perché se proviamo a scendere in piazza lo stato ci fa massacrare come se i terroristi fossimo noi e non chi ha ridotto lo stato di diritto in macerie.

L’ho firmato perché non è vero che le sentenze si devono rispettare sempre nel paese in cui è più facile indovinare quale sarà il loro esito quando si tratta dei potenti delinquenti, che vincere al superenalotto.
Ho firmato perché sono stanca di questo paese ridotto a luogo comune in cui tutti sanno quello che avverrà se si prova a fare cose diverse, normali al posto di quelle consuete da paese ridicolo nel quale le istituzioni non fanno il loro dando più che l’idea che non possono.
Perché non trovo giusto che si favoleggi ancora sul presunto consenso che otterrebbe un delinquente, un eversore, un socialmente pericoloso fuori legge se venisse trattato dallo stato per quello che è.
Cominciamo a mettere un bel chissenefrega sulle ipotesi e a concentraci su come sarebbe “se”… teoria che si potrebbe applicare anche nei riguardi dei governi abusivi formati da parlamentari impostori ai quali nessuno ha chiesto di occuparsi di noi e del paese come da Costituzione.
Perché mi dà la nausea questa giustizia ridotta ormai ad una figura retorica e una democrazia che ormai non è più nemmeno il surrogato di se stessa dove si consente ad un criminale – condannato ad una pena che non sconterà mai – di poter fare non le stesse cose ma molte di più di chi è rimasto nonostante e malgrado tutto dentro lo stato.

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Il fuorilegge
Marco Travaglio, 3 maggio 


L’appello di MicroMega al Tribunale di Sorveglianza di Milano perché spedisca il pregiudicato B. ai domiciliari, revocandogli l’affidamento ai servizi sociali prima che li trasformi nella solita pagliacciata elettorale, è sacrosanto. Almeno dal punto di vista giuridico. Come ricordano Flores d’Arcais, De Monticelli, D’Orsi, Prosperi e gli altri firmatari, la legge penitenziaria consente i servizi sociali in alternativa al carcere solo se “contribuiscono alla rieducazione del reo”. Il quale dunque dovrebbe dare qualche segno tangibile di ravvedimento. I giudici di Milano si sono regolati come sempre in casi simili (e non solo per B.): siccome i servizi sociali, quando la pena da scontare è inferiore ai 3 anni, non si negano praticamente a nessuno, hanno desunto la “volontà di emenda” dal fatto che B., dopo la condanna, ha rifuso il danno di 10 milioni di euro e le spese processuali all’Agenzia delle Entrate, cioè alla vittima delle sue frodi fiscali. Ma quelli erano obblighi di legge a cui non poteva sottrarsi, e con la volontà di ravvedersi non c’entrano nulla. Si sperava almeno – così come gli avevano intimato i giudici, senza affatto violare la sua libertà di espressione, trattandosi di un detenuto vincolato da precisi obblighi – che si astenesse dall’insultare la magistratura e dal rinnegare la sua sentenza. Invece B. non perde occasione per parlare di “golpe giudiziario”, dunque che speranze ci sono che le sue visite settimanali ai malati di Alzheimer dell’ospizio Sacra Famiglia di Cesano Boscone contribuiscano a rieducarlo? Zero. Uno normale, al posto suo, sarebbe già stato spedito in galera. Già, perché l’alternativa al servizio sociale, dopo la decisione del Tribunale di sorveglianza, non sono i domiciliari. Ma il carcere. Almeno in prima battuta: soltanto dalla cella B., tramite i suoi legali, potrebbe avanzare istanza di domiciliari. E solo allora il tribunale tornerebbe a riunirsi per accordarglieli o tenerlo dentro. B. lo sa benissimo, e provoca ogni giorno i magistrati proprio perché è lì che vuole portarli: a sbatterlo in gattabuia alla vigilia delle elezioni, per riconquistare il centro della scena, allestire l’apoteosi del suo spettacolino vittimistico, trasformare la campagna elettorale europea nel solito Giudizio di Dio pro o contro se stesso e oscurare gli annunci di Renzi e la propaganda di Grillo che comunque riguardano problemi concreti (l’euro, il lavoro, le tasse, le banche) sui quali lui non ha più nulla da dire. Ancora una volta i giudici sono costretti a snaturarsi e ad assumersi responsabilità che spetterebbero ad altri. E non vorremmo trovarci nei loro panni in queste ore. Se applicano la legge alla lettera, non c’è dubbio che l’unico servizio sociale che B. può utilmente prestare è andare in galera e restarci per poco meno di un anno; ma così gli fanno un gran favore, regalandogli gratis una campagna elettorale che, senza manette, non comincerebbe neppure per mancanza di argomenti, e lo salvano dall’ennesima batosta. Se invece si pongono il problema dell’inopportunità politica di un arresto a pochi giorni dalle urne e lo lasciano a piede libero, fra una visita a Cesano Boscone e una riforma della Costituzione, cioè non lo trattano come un condannato qualsiasi, violano la Costituzione e sferrano un altro colpo mortale alla credibilità della Giustizia. Autorizzando tutti a pensare che la legge non è uguale per tutti e che la frode fiscale, quando la commettono i “signori”, è una quisquilia da “furbetti”. Lo stesso contrasto fra Legge e opportunità politica si sta consumando a proposito della par condicio televisiva: la norma del 2000 impone alle tv di dare accesso ai candidati alle elezioni, non ai leader incandidabili e privi del diritto di voto attivo e passivo. Ma se qualcuno provasse a tener fuori B. da uno studio tv gli regalerebbe un bavaglio d’oro da sventolare in campagna elettorale. Si spera che qualcuno, dinanzi a questa indecenza, alzi lo sguardo oltre le contingenze quotidiane e riconosca finalmente che B. è illegale di per sé. Dunque, tanto per cominciare, la Costituzione non deve toccarla neppure con una canna da pesca.

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