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…poi passa Matteo e paga

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Riccardo Mannelli per Il Fatto Quotidiano

In tempi passati, quando ci si poteva fidare un po’ di più del prossimo,  si mandavano i bambini a comprare piccole cose, ad esempio il latte, un gelato, un panino per la merenda di scuola senza soldi. La frase che stabiliva l’accordo era: “poi passa mamma e paga”. E ci si poteva fidare perché poi quella mamma a pagare ci andava davvero, non metteva in gioco la sua reputazione per quelle poche lire che valeva la merce acquistata. Nel caso di specie invece è il più giovane a pagare per il più anziano, e delinquente, la cui reputazione è tristemente nota a tutti. Anche a chi ancora lo accontenta come si farebbe col nonno rincoglionito che, a differenza dell’anziano delinquente almeno è una figura innocua, familiare e perfino simpatica. Silvio è passato subito all’incasso: “mia condanna mostruosa, cambiare giustizia”. E, scommettiamo? Renzi la cambierá non certo in meglio, considerato il terzetto piazzato alla giustizia.
L’unica cosa veramente mostruosa, invece, è la somiglianza fra Renzi e berlusconi,  anche nel linguaggio. Com’è tenero Renzi che parla dei nonni, delle nonne, di sua madre, dei suoi figli, e ci mancava poco che citasse anche lo spirito santo per ringraziarlo di averlo aiutato nell’impresa. E’ tutto incredibile e surreale: ancora una volta la gente si è lasciata sedurre e affascinare dal modus operandi di uno che non fa nemmeno finta di nascondere chi è il suo ispiratore. Questo paese è fatto di una stragrande maggioranza di persone culturalmente irrecuperabili, gente che si nega di sua sponte alle evidenze, e non si salverà.
Non ci salverà nessuno, se non impariamo a salvarci da soli.

Perché, se  è mostruosa la giustizia di un paese in cui l’avviso di garanzia alza il punteggio, fa curriculum per accedere alla carriera politica, c’è chi con una condanna definitiva per frode fiscale può partecipare addirittura alla scrittura delle leggi, lamentarsi a media unificati  nonostante la sua vita nel concreto non abbia subito nessun cambiamento significativo, forse perché – ormai è evidente – tutti gli devono qualcosa altrimenti sarebbe altrove dalla politica e anche dalla scena pubblica inquinata dalla sua presenza dannosa, non oso immaginare come sarebbe l’Italia con una giustizia bella.

E mi chiedevo inoltre  come mai tutti i giornalisti che si sono indignati oggi per la questione relativa a Gentile e al quotidiano calabrese a cui si rompono le rotative su richiesta, non lo abbiano fatto anche a suo tempo. Possibile che certe cose le venga a sapere solo Il Fatto Quotidiano? Perché se è così, o quelli del Fatto sono più bravi, o l’altro giornalismo, quello che s’indigna un po’ sì e un po’ no, che informa un po’ sì e un po’ no, non ha pensato che fosse così grave l’abuso di potere che ha esercitato il neo sottosegretario che ha chiesto che non venisse diffusa una notizia riguardante suo figlio indagato, un favore prontamente eseguito non con la cancellazione della notizia che non sarebbe nemmeno una novità per la gloriosa stampa italiana che spesso omette, dimentica, oppure pubblica ma in modo tale che non se ne accorga quasi nessuno, ma dell’intera edizione del quotidiano che la riportava.

Nota a margine: il presidente americano che ricorda alla Russia le regole del diritto internazionale che vietano le ingerenze negli affari degli altri stati farebbe molto ridere se in questo caso “gli affari” non fossero relativi all’ipotesi di una nuova guerra. L’America che è andata a bombardare i tre quarti dell’orbe terracqueo, a rovesciare governi democraticamente eletti per esportare la sua idea di democrazia in cui la pace, è evidente, è l’ultimo degli interessi si ricorda solo adesso, perché c’è di mezzo il nemico di sempre ma col quale si sono fatti affari molto volentieri, che esiste una sovranità delle nazioni in cui nessuno dovrebbe mettere bocca, becco e bombe. Più separazioni, più conflitti. La storia non ha insegnato niente. Se non si impara a dire di no andrà sempre peggio. Prima c’erano solo l’America e la Russia, poi è arrivata la Cina, adesso sta arrivando l’India. E tutti continuano ad inginocchiarsi davanti ai governi di paesi in cui non vengono rispettati nemmeno i diritti di base: quelli minimi di civiltà.

***

RENZUSCONI – Marco Travaglio, 2 marzo

A gennaio, quando Renzi incontrò il pregiudicato interdetto decaduto Berlusconi nella sede Pd per discutere la nuova legge elettorale e le riforme collegate (Senato e Regioni), scrivemmo pur fra mille dubbi che non era proprio uno scandalo. Le leggi elettorali appartengono agli elettori, non agli eletti, dunque era impensabile tagliar fuori il maggior partito di centrodestra. Inoltre, stante l’indisponibilità dei 5Stelle persi nella Rete, per sbloccare l’impasse non restava che rivolgersi al terzo partito, Forza Italia: l’unico che poteva assicurare una maggioranza in Parlamento. Renzi, appena plebiscitato segretario del Pd, giurava che l’accordo con B. era per una legge che ci mettesse al riparo da altri governi con B. Intanto, mentre lui e B. si occupavano delle riforme, Letta poteva governare sereno. Non restava che prenderne atto e aspettarlo al varco, cioè alla prova dei fatti: per quanto inedita, l’ipotesi che un politico italiano dicesse la verità non andava scartata a priori.

Ora, meno di due mesi dopo e alla luce dei fatti, possiamo tranquillamente affermare che Renzi mentiva. L’accordo con B., quasi sempre intermediato dal comune amico Denis Verdini, è ben più vasto e stringente di un’intesa tecnica per quelle tre riforme. È un patto d’acciaio le cui clausole restano occulte, anche se i risultati si manifestano ogni giorno più chiari. Il Caimano sa che il 10 aprile si riunisce il Tribunale di sorveglianza per decidere dove sconterà i 7 mesi di pena (quel che resta della condanna a 4 anni, detratti i 3 anni di indulto e i 5 mesi di liberazione anticipata extralarge sancita dallo svuotacarceri Cancellieri): in galera, o ai domiciliari, o ai servizi sociali. Forse, per non alimentare il suo vittimismo durante la campagna elettorale per le Europee, il verdetto slitterà di un paio di mesi. In ogni caso il pregiudicato sarà politicamente fuori gioco sino a fine anno: guiderà il partito per interposto Toti. Intanto tenterà il colpaccio: candidarsi ugualmente alle Europee in barba alla legge Severino e sfidare gli uffici elettorali della Corte d’appello a depennarlo, con una prova muscolare che mira a resuscitare il vecchio nemico, le toghe rosse; a incendiare una spenta campagna elettorale; e a mettere in difficoltà l’amico Matteo.

Per portare a termine il piano, B. ha bisogno di un governo che regga almeno un anno, dandogli modo di tornare come nuovo a Natale e di organizzare l’unica campagna che gli sta a cuore: quella delle politiche, che non fa mistero di auspicare per il 2015. Il governo Letta questa garanzia non gliel’assicurava: stava insieme con lo sputo, passava di gaffe in scandalo, non aveva più l’appoggio del Pd, poteva sfasciarsi da un momento all’altro. E, se anche fosse durato fino al 2015, avrebbe costretto il quasi ottantenne Caimano a sfidare un giovane come Renzi, che ha la metà dei suoi anni, per giunta intonso da esperienze governative e dunque molto più fresco e popolare di lui. Una partita persa in partenza.

L’ideale era che Renzi subentrasse a Letta sputtanandosi con un colpo di palazzo senza passare dal voto, risputtanandosi con estenuanti trattative con i partiti e i partitini di una maggioranza Brancaleone, arcisputtanandosi con un governicchio impresentabile e ultrasputtanandosi con grandi promesse e pochi fatti. L’amico Matteo, con ammirevole abnegazione, l’ha puntualmente accontentato. Missione compiuta. Già che c’era, gli ha pure regalato il controllo militare sui ministeri della Giustizia (con i berlusconiani Costa & Ferri), delle Infrastrutture (con i diversamente berlusconiani Lupi & Gentile) e delle Attività produttive (con la berlusconiana Guidi che veglia anche sulle Comunicazioni). Così B. potrà seguitare a governare sui propri interessi e “gratis”, senza nemmeno il fastidio di entrare nella maggioranza, metterci la faccia e sporcarsi le mani.

Resta da capire che cosa ci guadagni Renzi da questa catastrofe, e magari un giorno lo capiremo. Ma è una vecchia storia. Lo scienziato capace di isolare il virus che porta al suicidio tutti i leader del centrosinistra vince il Nobel.

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  1. “Non ci salverà nessuno, se non impariamo a salvarci da soli”
    questa è troppa anglosassone, poco fantasiosa, non acquisibile dall’immaginifico.
    Io stento persino a spiegarla con l’esempio più facile sotto gli occhi di tutti, tipo
    “fermiamoci un attimo a contare quante Fiat passano per strada”
    ora in un quartiere popolare come la magliana dove mi reco a fare la spesa, ne puoi contare 12 o 13, max 15 fiat ogni 100 auto, dopodichè dico al mio interlocutore che non deve lamentarsi se suo figlio è disoccupato.
    Conostante trovo sempre interlocutori che hanno qualcosa da ribadire, tipo:
    la fiat fa schifo,
    la fiat non mi piace
    la fiat ha delocalizzato
    la fiat non la usano nemmeno i caporioni bubblici
    etc….
    hanno sempre un valido motivo per giustificare la loro immaginificità, avrebbero bisogno di un dittatore illuminato come potrei essere IO

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