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Il prestigio internazionale [perché quello nazionale è andato, da mo’]

 

Sottotitolo: non deve essere un mio problema, qualcosa di cui devo vergognarmi io se otto, nove milioni di imbecilli si fanno rappresentare dal partito di proprietà di un delinquente. Sepperò quel delinquente trova ancora accesso nei palazzi delle istituzioni, allora diventa anche un problema mio, del quale posso continuare serenamente a non vergognarmi visto che non ce lo mando io, non lo accolgo io, non gli chiedo io di poter partecipare a quella mensa però mi preoccupo. Mi preoccupo di quella gente che in questo non ci trova nulla di particolarmente strano, grave. Per fare un paragone semplice è come se i dirigenti di Enron dopo il crac e le relative condanne a svariate decine d’anni di galera fossero stati invitati al Congresso o alla Casa Bianca a conferire col presidente americano di allora. E berlusconi troverà una legittimazione popolare finché le istituzioni lo considereranno un interlocutore politico. Non è la gggente che gliela dà, è uno stato i cui rappresentanti non possono rifiutare di dare ancora la parola a silvio berlusconi.

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Insomma Napolitano si dispiace e si stupisce che la lega non va al Quirinale [dei 5s non gliene frega la solita emerita cippa visto che manco li nomina], mentre aspetta a portoni aperti il figlio discolo, quello a cui ha perdonato tutto. Spero che il mondo ci massacri per quest’altra vergogna, quel tanto che basta a zittire i soloni che poi fanno i loro discorsi pomposi sul perché gli investitori stranieri non vengono a spendere i loro soldi in un paese dove ancora si dà carta bianca in politica a un pregiudicato da galera. Dopodiché mi chiedo, e mi stupisco io, come mai l’Italia non sia stata ancora inserita negli stati canaglia, intorno ai quali i paesi civili, quelli dove lo stato non tratta coi delinquenti di ogni ordine e grado, cuciono un opportuno cordone sanitario e non vogliono averci niente a che fare.

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«AL COLLE VADO ANCH’IO. NON HO NULLA DI CUI VERGOGNARMI» (Carmelo Lopapa)

Capito? lui non ha nulla di cui vergognarsi.
Uno che ruba allo stato nell’esercizio delle sue funzioni di presidente del consiglio, condannato per questo e con svariati procedimenti penali in corso se la può ridere bellamente e trovare accoglienza al Quirinale. Mi piacerebbe sapere dove sono i difensori della caaaasa della democrazia, quelli che s’indignano se in parlamento volano parolacce ma poi tacciono su una cosa mai vista nella storia della civiltà umana.

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E, come al solito, l’informazione [che non c’è salvo rarissime eccezioni, quelle faziose ed eversive] ha una grande responsabilità per aver trattato la questione relativa alle vicende che riguardano i procedimenti penali di berlusconi in modo tale che non arrivasse la reale percezione della gravità nell’opinione pubblica e per non essere stata lo sprone, quel cane da guardia del potere, in grado di mettere in imbarazzo il potere e fargli rivedere almeno qualche atteggiamento.  Quando Napolitano bacchettava i magistrati, quando li invitata a permettere al più delinquente di tutti di poter partecipare alla “delicata fase politica”, subito dopo la condanna in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile, quando subito dopo la condanna definitiva di berlusconi per frode fiscale Napolitano anziché complimentarsi coi giudici ha chiesto di mettere mano alla riforma di quella giustizia che per una volta, a tozzi e bocconi aveva funzionato dov’erano i giornaloni, ad esempio quelli  che insorgono sulla violenza dei cinque stelle?

Tutto doveva essere, e tutto “è stato”; è solo di qualche giorno fa la discussione sull’opportunità che a berlusconi bisognava dare, e cioè il diritto di partecipare alla stesura della legge elettorale. E l’informazione ufficiale, quella che si siede col potere e non lo contrasta, anziché battere sul tasto che nei paesi normali non si dà mandato ai pregiudicati di fare le leggi ha insistito sul fatto che Renzi ha fatto bene perché forza Italia E’ berlusconi. Mentre non è affatto così, e se esiste una forma per quanto riguarda il linguaggio della politica a maggior ragione ne dovrebbe, ne deve esistere una per impedire ad un condannato alla galera di poter ancora decisivo nella discussione politica, di poter entrare e uscire dalle segreterie di partito, di poter agire da persona libera, onesta e incensurata. Possibilità che sarebbero negate a qualsiasi altro cittadino che avesse commesso reati infinitamente minori. Con una condanna penale non si può far parte di una Onlus, ovvero fare volontariato gratuito, non si possono svolgere professioni che hanno a che fare col pubblico, ad esempio il vigile urbano, il bidello in una scuola ma si può trovare residenza in parlamento come già accaduto in passato per persone che avevano intrapreso una lotta violenta contro lo stato, oppure quelle che in corsa avevano avuto avvisi di garanzia per collusioni mafiose, reati relativi alla corruzione sempre in quel pubblico che la politica e le istituzioni dovrebbero tutelare, non mettersi a braccetto coi ladri, i truffatori, i corruttori, i collusi con la mafia:  anche quelli che la mafia se la tenevano in casa e pagavano il pizzo per proteggersi.

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Sulla Smart del vincitore – Marco Travaglio, 15 febbraio

Uno sente parlare i dirigenti del Pd, soprattutto i lettiani e gli antirenziani. Poi legge i giornali che nove mesi fa salutavano in Enrico Letta l’alba di un nuovo giorno radioso, l’ultima speranza dell’Italia, il capolavoro di Napolitano. E gli viene spontaneo domandare: scusate, cari, ma quando l’avete scoperto che il Nipote era una pippa? No perché, ad ascoltarvi e a leggervi in questi nove mesi, non è che si notasse granché. Benvenuti nel club, per carità: meglio tardi che mai. Ma, prima di saltare sulla Smart del nuovo vincitore, forse era il caso di chiedere scusa: pardon, ci siamo sbagliati un’altra volta. Il fatto è che ci sono abituati, non avendone mai azzeccata una: avevano puntato tutto su D’Alema, poi su Veltroni, persino su Rutelli. Ci avevano spiegato che B. non era poi così male, guai a demonizzarlo, anzi occorreva pacificarvisi. Poi si erano bagnati le mutandine all’avvento di Monti: che tecnico, che cervello, che sobrietà, che loden. Poi tutti con Enrico, a giocare a Subbuteo per non perdersi “la rivoluzione dei quarantenni”. E ora eccoli lì, col solito turibolo e senza fare un plissè, ai piedi del Fonzie reincarnato. Pare ieri che Aldo Cazzullo, sul Corriere , s’illuminava d’immenso: “Napolitano non ha citato Kennedy – ‘la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione…’ – ma ha detto più o meno le stesse cose mentre affidava l’incarico di formare il ‘suo’ governo a un uomo di cui potrebbe essere il nonno […]. L’Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all’avanguardia in Europa” perché “a Palazzo Chigi arriva il ragazzo che amava il Drive In e gli U2”. Ora, oplà, si porta avanti col lavoro ed entra nel magico “mondo di Renzi” passando “dal parrucchiere Tony Salvi e dal suo salone di bellezza”: “il sindaco viene tre volte la settimana” e “questo è l’unico posto dove stacca il cellulare”. Per far che? Ordinare un’impepata di cozze? Ballare il tango? Nossignori. Udite udite: trovandosi dal barbiere, il Renzi “si fa spuntare i capelli (è stato Tony a fargli tagliare il ciuffo)”. E nel “bar di Marcello”? Trattandosi di un bar, “fa colazione”. Indovinate ora cosa riesce a combinare “nella pizzeria Far West di Pontassieve”? Ordina la pizza. Ma senza mai perdere la sua personalità, ché Lui “non è mai stato e soprattutto non si è mai sentito un ‘uomo di’. Tantomeno di Lapo Pistelli”. E “sarebbe sbagliato sopravvalutare l’influenza di amici cui pure è vicinissimo, come Farinetti e Baricco”. Perché “nessuno l’ha mai visto in soggezione”, neanche davanti a Obama e Mandela. Non porta loden, non gioca a Subbuteo, né si conosce la sua posizione in merito al Drive In e agli U2. Però “il maglione color senape è il regalo di compleanno di Giovanna Folonari”, mica cazzi. Il suo discorso dell’altroieri in Direzione, “come tutto il dibattito a seguire, è segnato da una vena lirica”. E con la stampa, come andiamo con la stampa? “Tra i giornalisti Renzi ha rapporti di stima con Severgnini e Gramellini, ma non ha amici, se non la coppia Daria Bignardi-Luca Sofri (con Fabio Fazio, dopo una distanza iniziale, si sentono ogni tanto)”. E Cazzullo? Su, Aldo, non fare il modesto: eddai, mettiamoci pure Cazzullo e non ne parliamo più.

Per non trascurare i dettagli fondamentali, Repubblica dedica un’intera pagina alla Smart (“A tutto gas sulla Smart: così il Renzi-style archivia auto blu e berline”). Essa “è leggera, veloce e un po’ prepotente: è giovane, poi, costosa e non italiana. Insomma, è molto Renzi”. Il quale – salmodia umido Claudio Cerasa sul Foglio – “sfanala con gli abbaglianti della Smart nello specchietto retrovisore della Panda di Letta, decide di premere la frizione, di cambiare marcia, di mettersi in scia, di azionare la freccia, di tentare finalmente il sorpasso”. Per fare che? “Diventare l’Angela Merkel del Pd”. E, assicura Giuliano Ferrara, “arrivare a Palazzo Chigi con piglio teutonico”. Il ragazzo, come dice Sallusti, “ha le palle” più ancora di Palle d’Acciaio. E, aggiunge Salvatore Tramontano sul Giornale, “ha rottamato la sinistra che voleva rottamare Forza Italia. Ha messo fine al ventennio. Antiberlusconiano. Ha dimostrato che si può non avere paura del futuro. Come Berlusconi”.

Del resto, osserva Repubblica , “smart sta per ‘intelligente’, con una sfumatura di brillantezza”. La sfumatura che gli fa Tony quando gli spunta il ciuffo. E il discorso in Direzione? Dire sobrio sarebbe troppo montiano: “asciutto, senza fuochi d’artificio, senza retorica”. Decisiva “la camicia bianca”, “cambiata un attimo prima in bagno” dal Fregoli fiorentino (prima era “celeste”): “È il suo tratto distintivo, è il richiamo al mito Tony Blair”. In effetti, a parte lui e Blair, chi ha mai portato una camicia bianca? La Stampa la butta sul mistico: mamma Laura “l’ha affidato alla Madonna… della quale, sopra la porta d’ingresso, c’è una bella icona”. Del resto a Pontassieve “la Madonna dev’essere di casa perché il posto dov’è cresciuto Renzi sembra un paradiso”. Senza dimenticare che lui “la sua station wagon” la guida personalmente “con la moglie Agnese a fianco e il rosario sullo specchietto”. Santo subito. E anche colto, molto colto. La lingua corrierista di Luca Mastrantonio scomoda Dante Alighieri (“per il suo libro Stil novo”), lambisce “Cosimo de’ Medici” e “Benedetto Cellini” (che si chiamava Benvenuto, ma fa niente) e s’inerpica su su fino a Steve Jobs (per “il celebre imperativo categorico rivolto ai giovani americani: Stay hungry, stay foolish”) e al “Grande Gatsby, l’affascinante outsider dell’età del jazz americana… Gatsby e Renzi sono entrambi personaggi fuori misura, dotati di carisma e ambizione, ma i moventi sono diversi”. Tra l’Unità ed Europa è il solito derby del cuore, anzi della saliva. Un filino più perplessa la prima, anche se Pietro Spataro conviene che “l’Italia ha bisogno come l’aria (sic, ndr) di una svolta radicale”, “restare nella palude sarebbe stato il male peggiore”, ”meglio essere trascinati da un’‘ambizione smisurata’ che prigionieri di una modesta navigazione”: peccato che né lui né l’Unità avessero mai avvertito i lettori che Letta era una palude e una modesta navigazione (che s’ha da fa’ per campa’). Eccitatissimo, su Europa, il sempre coerente Stefano Menichini. Solo in aprile cannoneggiava il “ceto intellettuale che del radicalismo tendente al giustizialismo fa la propria ragion d’essere”: “i Travaglio, i Padellaro, i Flores che annullano la persona di Enrico Letta perché ‘nipote’”. Putribondi figuri che osavano dubitare delle magnifiche sorti e progressive del governo Letta: “personaggi che fanno orrore. Il loro linguaggio suscita repulsione. Il loro livore di sconfitti mette i brividi. Ma in condizioni normali il loro posto dovrebbe essere ai margini… lasciando ai neofascisti la necrofilia e l’intimidazione”. Ora invece, con agile balzo, impartisce l’estrema unzione al fu Nipote (“Enrico Letta lascia dopo aver tenuto il punto ma essendosi fermato un attimo prima di coinvolgere il paese, il sistema politico e il Pd in uno psicodramma pericoloso”) e bussare alla “porta che si sta spalancando a una stagione davvero nuova e inedita dell’intera politica italiana”: quella di Renzi, che “si avvia verso l’obiettivo della vita, il governo, col suo solito passo accelerato, e la notizia fa già il giro del mondo suscitando verso l’Italia una curiosità finalmente positiva”. Perché “a ogni suo salto di status, si allarga il numero di chi viene coinvolto dalle sue scelte e dalle sue fortune. Fino a oggi era solo il popolo democratico. Da domani sarà l’intero popolo italiano”. Torna finalmente a rifulgere il sole sui colli fatali di Roma.

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  1. una grande vittoria di berlusconi, un’umiliazione per tutti noi…

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  2. Oh, finalmente, adesso tutti quei fannulloni che le jene riprendono mentre timbrano 2 e più cartellini e poi se ne vanno al barre, saranno tutti licenziati e con i soldi buttati per i loro stipendi si apriranno degli asili nido
    che qui a Roma le mamme lavoratrici ne hanno tanto de bisogno
    Problemi da risolvere a costo zero, solo una scrittura contabile diversa da quelle effettuate fino ad oggi dalla casta per fare i propri interessi e non quelli delle giovini mamme derubate dalle tasse.
    Mica ce voleva Renzi, mia mamma saggia amministratrice, farebbe anche meglio

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