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Il ventennio infinito

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Perché quando succede qualcosa agli altri succede e basta, mentre quando succede qui deve disturbare anche gli altri? Per esempio l’Infanta Cristina [infanta? anche basta, comincia ad avere un’età pure lei] messa in stato d’accusa per frode fiscale, la stessa sorte toccò a suo marito qualche anno fa. Il Palazzo Reale ci fa sapere di aver accettato serenamente la decisione e che il Re di lei padre è dispiaciuto [ovviamente, è sua figlia] e morta lì. Altrove non si usa accusare la magistratura cattiva che perseguita le famiglie e le persone “perbene”.
Di lei si riparlerà quando e se andrà a processo e dopo un’eventuale condanna o assoluzione. Mentre le vicende del noto delinquente latitante di casa cosa nostra vengono seguite dalla stampa internazionale praticamente a cadenza quotidiana anche e solo per ridere di questo sciagurato paese. 
Ci deve essere un motivo in tutto questo. Probabilmente un motivo che ha a che fare con la civiltà.

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Ma come si permette Napolitano di andare a dire agli altri quello che devono o non devono scrivere sui giornali? Dopo tutto il repertorio offerto da berlusconi in questi anni alla stampa e all’informazione internazionale per ridicolizzare l’Italia ci mancavano le rimostranze del Napo Capo che s’incazza perché all’estero i giornalisti fanno i giornalisti e la politica non s’impiccia. Con tutto quello che avrebbe da pensare il presidente si preoccupa di quello che fanno i vicini di casa?  All’estero i giornalisti fanno il loro e i cittadini sanno che si possono fidare perché nessuno racconterà loro di cieli azzurri quando e se il panorama è offuscato dal maltempo. Qui invece un presidente della repubblica e del consiglio possono allertare  i loro uffici stampa per andare a disturbare la gente seria che lavora senza preoccuparsi poi  delle reazioni del disturbato che, ovviamente, non può tacere su un fatto così grave mettendo così in ulteriore imbarazzo un paese che non ha certo bisogno di essere “imbarazzato” oltremodo.  Con tutto quello che avrebbe da dire e che dovrebbe dire Napolitano, ad esempio su un magistrato minacciato di morte dalla mafia: non è mai più arrivata mezza parola dal colle circa le minacce mafiose a Nino Di Matteo, ad esempio su quello che ha mostrato l’altra sera Iacona a Presa Diretta, a proposito dei mille e più drammi che angosciano gli italiani il presidente trova il tempo per chiedere che si vada a bacchettare la stampa e l’informazione libere solo perché osano criticare l’anziano monarca?

Gli stati democratici sono indipendenti e sovrani, e la differenza nell’indipendenza e nella sovranità la fanno la politica e i governi che non si fanno influenzare, come accade qui col vaticano, né influenzano, come accade qui con un’informazione che da sempre si fa influenzare più che volentieri. E il dramma è che in un paese ridotto così male per libertà di stampa e informazione sono proprio gli “influenzati” poi a pontificare che in Italia c’è troppa libertà solo perché qualche imbecille sproloquia da un computer. Anche questo di Napolitano si può derubricare ad “errore di comunicazione” come le numerose minchiate con cui ci hanno allietato ultimamente il governo e certi ministri? E che succederà il giorno che non ci sarà nessuno a correggere l’errore? 

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Da Cancellieri a Lupi quanti guai per Letta (Carlo Tecce)

M5S dà sberle al governo Letta, Renzi si prende i meriti

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IL FARAONE DEL KATONGA – Marco Travaglio, 9 gennaio

Era da mezzo secolo, da quando Totò si travestì da ambasciatore del Katonga col lucido da scarpe in faccia, l’anello al naso e la feluca di ordinanza nel film Totòtruffa ’62, che non si rideva tanto.

Ai primi di quest’anno il Quirinale, non si sa nella persona di quale altissimo funzionario, ha protestato con l’ambasciata francese a Roma per una modesta critica mossagli sul suo blog dal corrispondente di Le Monde, Philippe Ridet (leggi qui) . Dopo uno dei tanti moniti da Pizia di Delfi per una tregua nel presunto scontro fra politici e magistrati, Ridet aveva invitato Napolitano a uscire dall’ipocrisia e a chiamare i “politici” col loro nome: Berlusconi. Apriti cielo: “Il Colle – racconta Philippe a Beatrice Borromeo – ha chiamato l’ambasciata francese per lamentarsi del mio articolo. Mi è venuto da sorridere, tanto né l’ambasciata né il mio giornale hanno fatto una piega, ovviamente”.

In quel “sorridere” e in quell’“ovviamente” c’è tutto l’abisso che separa il sultanato del Napolitanistan dal mondo libero. Immaginiamo la scena, e soprattutto la faccia dell’ambasciatore: “Pronto, è l’ambasciata di Francia? Signorina, è il Quirinale, mi passi l’ambasciatore. Pronto, signor ambasciatore, perdoni il disturbo, ma il fatto è davvero grave: un giornalista del vostro paese si è permesso di criticare Sua Altezza Reale. Non lo sapete che è severamente proibito? Non avete ricevuto le ultime disposizioni dell’Ufficio Stampa e Propaganda? Egli è intoccabile, inascoltabile e ineffabile per diritto divino. Prendete buona nota e diramate a tutti i vostri corrispondenti. Per questa volta, passi. Ma la prossima scatta il foglio di via”.

Per vent’anni molti si erano illusi che l’anomalia italiana riguardasse solo B. e i suoi cari, così allergici alle critiche della libera stampa (quella straniera) da molestare le diplomazie di mezzo mondo perché facessero ciò che lui faceva in Italia.

Nel 2002 il governo B. ritirò la sua delegazione dal Salone del Libro di Parigi perché il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi era stato contestato da giovani italiani e francesi e snobbato dal ministro Catherine Tasca. E quando il canale tv franco-tedesco “Arte” trasmise un reportage su “L’irresistibile ascesa di S. Berlusconi”, il Caimano telefonò personalmente al premier Jean-Pierre Raffarin per protestare e chiedere di non replicarlo più. Raffarin rispose incredulo che in Francia il governo non fa i palinsesti televisivi, lì non si usa. Nel 2004 il documentario Citizen Berlusconi sui primi anni di regime berlusconiano fu selezionato all’European Documentary Festival di Oslo: B. ordinò all’ambasciatore italiano in Norvegia di intervenire per bloccarlo, e quello obbedì. Ma giornali e tv locali denunciarono la censura, il pubblico impose la proiezione in ben tre repliche, tanta era la folla interessata a vederlo. Nel 2010 il ministro della Cultura Sandro Bondi disertò il Festival di Cannes perché osava ospitare Draquila, il docufilm di Sabina Guzzanti sugli scandali del dopo-terremoto in Abruzzo. Thierry Frémaux, il direttore del Festival, ironizzò sul ministro che “boicottando il festival ha fatto un buon lavoro” e deplorò l’“inconcepibile atteggiamento contro la libertà di espressione”.

Ecco, qualcuno pensava che – archiviato B. – si potesse serenamente chiudere la parentesi dopo vent’anni e ricominciare. Non era, non è così. L’epatite “B.” ha contagiato tutta la politica e oggi chiunque eserciti una fetta di potere, dal Colle in giù, pretende l’adorazione dei sudditi e scambia ogni critica per lesa maestà. Napolitano – osserva Ridet – “fa politica attivamente, senza sosta” ed “è normale criticarlo sul piano politico”. Invece “ha sempre più l’aura del Re”, anzi del “Faraone” e “sembra che non si possa più giudicarlo, che vada lodato dalla mattina alla sera”. Manco fosse “la regina d’Inghilterra”. La quale peraltro non si sognerebbe mai di chiamare un’ambasciata straniera per protestare contro le critiche della stampa estera al suo ultimo cappellino. Queste sono cose che capitano solo nel Katonga, senza offesa per il Katonga.

 
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