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Niente di nuovo sul fronte Quirinale

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Riccardo Mannelli per Il Fatto Quotidiano

Il Quirinale con i suoi 224 milioni di euro di spese l’anno costa quattro volte Buckingham Palace, il doppio dell’Eliseo  e otto volte Casa Merkel che in quanto a rendimento paragonato alla politica italiana beh, lasciamo perdere. Almeno in questi paesi ci provano a fare qualcosa anche per i cittadini, non solo per mantenersi in piedi il fortino delle caste come da noi. Che intende Napolitano con il concetto “la politica cambi”?  Politici di ogni ordine e grado che amministrano il piccolo comune come la grande metropoli continuano a guadagnare cifre indecenti coi risultati che sappiamo e vediamo. Governatori e direttori generali della Banca d’Italia, il capo della polizia, il personale di camera e senato continuano ad essere i più pagati al mondo. Manager pubblici che possono svolgere dieci, venti, trenta incarichi contemporaneamente, tutti lautamenti ripagati e nessuno pensa né ha mai pensato che il rapporto 30 a 1 come nel caso di Mastrapasqua [INPS] sia non solo uno schiaffo alla miseria ma uno spreco di risorse che toglie possibilità ad altra gente. Quelli che erano troppo ricchi prima della crisi continuano ad essere troppo ricchi anche ora perché questo stato anziché pensare ad una seria redistribuzione di risorse e redditi dà la possibilità di speculare e guadagnare sulle altrui povertà, soprattutto quelle nuove indotte e causate da una crisi che ha festeggiato svariati compleanni, ma in tutto questo tempo nessuno ha mai pensato a dare un segnale forte per un cambiamento che passa, e come no, anche per i costi di questa macchina del potere che dissangua i cittadini senza dare il minimo contributo al loro benessere. Napolitano vive nella politica e  di politica da sei decenni, e chissà  perché l’uomo che Kissinger definì “il mio comunista preferito” in questi sessanta lunghi anni non ha mai sviluppato quella lungimiranza  che i veri padri della patria di questo paese sono riusciti a mettere su Carta in un tempo infinitamente minore e oggi, a danni irreversibili compiuti parla come se la cosa non lo riguardasse.  La Costituzione non andrebbe interpretata come si usa fare in questa magnifica era moderna ma applicata. Se l’avessero fatto, anziché aggirare leggi, regole, quei principi inviolabili che qualcuno che amava questo paese ha pensato in tempi diversi, per prevenire anziché curare, oggi non ci troveremmo a vivere tutti in un dramma a cielo aperto qual è l’Italia. Ma ovviamente ricordare perché l’Italia è un dramma a cielo aperto e per colpa di chi è demagogia, populismo, qualunquismo e ancorché “grillismo”.

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Non si capisce perché, quando a fallire nella sua attività è un cittadino comune il massimo di quel che riceve dalla società, la sua più prossima, è il compatimento se non addirittura l’indifferenza mentre quando a fallire è chi per il ruolo che riveste trascina con sé nel fallimento anche gente incolpevole, quella che si impegna per il contrario, per non fallire, deve ricevere la solidarietà e l’approvazione di quasi tutto un paese. 

Chi fallisce perché ha sbagliato nella maggior parte dei casi si copre il capo di cenere e se ne vergogna: c’è gente che si è suicidata per la disperazione di aver trascinato  incolpevoli vittime nel suo fallimento – molto spesso nemmeno causato dal suo agire ma da altri fattori di cui non è stato responsabile il “fallito”,  uno su tutti credere di vivere in un paese normale quale non è più da tempo l’Italia, semmai lo sia mai stato – perché non ha sopportato l’idea di far subire l’onta di quella vergogna alla famiglia, ai suoi figli. 

Qui invece abbiamo un signore, responsabile di diversi fallimenti tutti gravissimi e che hanno coinvolto tutti tranne la gente a lui più cara, ovvero quelle categorie che non vengono danneggiate da nessuna crisi o fallimento ma anzi guadagnano sulle crisi e i fallimenti altrui, la politica che è la prima causa della crisi e non ne risponde da fallita coprendosi il capo di cenere ma con la solita arroganza – che può andare in televisione a reti unificate a fare l’elenco di quei fallimenti come se fossero dipesi da altri e non da lui e pretendere pure di ricevere sostegno, rispetto e comprensione per il suo agire.
E il dramma è che nel paese alla rovescia li trova pure. Quando si fanno voli pindarici insopportabili con le parole per non dire quello che è davanti agli occhi di tutti, per non ammettere i propri fallimenti, c’è purtroppo chi non capisce e continua ad illudersi. Illudere la gente da politico e da giornalista dovrebbe diventare un reato.

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Meno male che anche Alessandro Gilioli la pensa come me.
Mi sento al sicuro, quando le mie idee coincidono con quelle di chi è molto più bravo e capace di me a metterle per iscritto.
Troppo semplice liquidare tutto con le solite accuse di populismo: lo strappo fra le istituzioni e i cittadini non si ricuce con una manciata di parole, in verità nemmeno troppo ben assortite e convincenti come ci si aspetterebbe da chi viene definito “statista”. 
Nessuno avrebbe avuto quelle tendenze distruttive delle quali si lamenta Napolitano se avesse visto davvero le buone intenzioni di una politica che a migliorarsi per migliorare non ci pensa nemmeno. 
L’esasperazione è una conseguenza logica dello stato pietoso di questo paese certamente non voluto da chi ne è vittima ma causato principalmente da chi si sarebbe dovuto occupare del paese. Ovvero, la politica.
A tutti piacerebbe avere a portata di mano il capro espiatorio da accusare per le proprie manchevolezze: purtroppo a noi non è concesso. 
Chiunque abbia delle responsabilità sa che se le disattendesse dovrebbe pagare in prima persona, in politica questo non succede mai. Dei disastri politici è sempre colpa di qualcun altro: dei governi precedenti, di chi c’era prima ma mai di chi c’è mentre e durante. 
Adesso addirittura la colpa è anche di chi è arrivato dopo. Oppure, che lo dico a fare, della gggente. Il danno, anzi tanti, e pure le beffe. Questo non è più sopportabile.

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Piccoli scalfarini crescono. 
Ci fosse una critica nell’analisi del vicedirettore di Repubblica.
Segno che i vicedirettori dei quotidiani non sono tutti uguali. E nemmeno i quotidiani, per fortuna. Adesso forse sarà più chiaro a tutti perché Giannini a Ballarò ci può andare e Travaglio no.

LA VOCE DEL DISAGIO (Massimo Giannini)

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Mi scusi Presidente – Alessandro Gilioli, Piovono rane

Può un Presidente della Repubblica non dire una parola sulle politiche che hanno generato questa catastrofe? Può fingere di ignorare da cosa sono state causate queste «tendenze distruttive»? Può non pronunciare nemmeno una parola di critica verso gli establishment dei Palazzi e dell’economia che ci hanno portato fin qui, fino a questa dissoluzione della coesione sociale?

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COLLE 22 (Marco Travaglio)

Metteva tristezza, molta tristezza, l’ottavo monito di Capodanno del Presidente Monarca. Triste il tentativo disperato di recuperare uno straccio di rapporto con la gente comune dopo il crollo di popolarità nei sondaggi (dall’84% di due anni fa al 47-49 di oggi) inaugurando la rubrica “La posta del cuore”: Sua Maestà ha declamato alcune lettere di sudditi in difficoltà per la crisi, omettendo quelle critiche e senza rispondere a nessuna. Triste l’evocazione del dramma degli esodati e il silenzio su chi li ha condannati alla miseria: il governo Monti e la ministra Fornero, creati in laboratorio da lui stesso. Triste l’appello al cambiamento e al rinnovamento della classe politica lanciato da un veterano della Casta entrato in Parlamento nel lontano 1953 per non uscirne mai più. Triste l’encomio al governo Letta jr. per le “misure recenti all’esame del Parlamento in materia di province e di finanziamento pubblico dei partiti”, due maquillage gattopardeschi che non faranno risparmiare un solo euro alla collettività. Triste il successivo atteggiarsi ad arbitro imparziale: “Non tocca a me esprimere giudizi di merito sulle scelte compiute dall’attuale governo… il solo giudice è il Parlamento”, come se non avesse appena elogiato due scelte compiute dall’attuale governo. Triste la citazione con nomi e cognomi dei due marò imputati in India per aver accoppato due innocenti pescatori indiani e spacciati per eroi nazionali martirizzati per la guerra alla pirateria; e, al contempo, il silenzio sul pm Nino Di Matteo condannato a morte da Totò Riina e sui suoi colleghi palermitani minacciati dalla mafia. Tristemente beffardo l’accenno alla Terra dei Fuochi come un “disastro” contro l’“ambiente”, senza una sola parola sulle 150 mila cartoline con le foto dei bambini morti di cancro per un crimine perpetrato dalla camorra e insabbiato per quasi vent’anni dallo Stato, fin da quando lui, Napolitano, era ministro dell’Interno. Tristemente imbarazzante l’autoelogio per lo scrupoloso rispetto delle prerogative presidenziali: “Nessuno può credere alla ridicola storia delle mie pretese di strapotere personale”. Lo dice lui, dunque c’è da credergli: come all’oste che assicura che il vino è buono.

Triste l’excusatio non petita (accusatio manifesta) per la rielezione, sempre smentita e poi accettata dopo ben un quarto d’ora di tormento interiore: “Tutti sanno (a tutti è stato raccontato, ndr) – anche se qualcuno finge di non ricordare – che il 20 aprile, di fronte alla pressione esercitata su di me da diverse e opposte forze politiche perché dessi la mia disponibilità a una rielezione a Presidente, sentii di non potermi sottrarre a un’ulteriore assunzione di responsabilità verso la Nazione in un momento di allarmante paralisi istituzionale”. Peccato che il 20 aprile, dopo la quarta votazione a vuoto per il nuovo presidente, non ci fosse alcuna “paralisi istituzionale”: ben quattro presidenti non furono eletti nei primi quattro scrutini (Saragat passò al 21°, Leone al 23°; Pertini e Scalfaro al 16°), altri quattro passarono al quarto (Einaudi, Gronchi, Segni e Napolitano) e solo tre al primo colpo (De Nicola, Cossiga e Ciampi). E peccato che nessuno abbia ancora spiegato come fu che il mattino del 20 aprile, nel giro di due ore, Bersani, Berlusconi e Gianni Letta, Maroni, Monti e 17 governatori regionali su 20 abbiano avuto tutti insieme la stessa idea di salire in pellegrinaggio al Colle, sincronizzati disciplinatamente, per chiedergli di restare: furono colti tutti e 22 contemporaneamente da un attacco di telepatia o qualcuno suggerì loro quella scelta e dettò loro i tempi delle visite scaglionate? Triste, infine, la conferma del suo “mandato a tempo” e “a condizione”, espressamente vietato dalla Costituzione. Che, all’articolo 85, recita: “Il presidente della Repubblica è eletto per sette anni”. Non per la durata che decide lui, né tantomeno alle condizioni che impone lui.

Alla base di quella norma costituzionale tanto secca quanto perentoria c’è un motivo molto semplice: le istituzioni e i cittadini devono sapere quando scade il presidente e viene eletto il successore, affinché le elezioni presidenziali non condizionino permanentemente la normale vita democratica. Ma Napolitano se ne frega e conferma: “Resterò Presidente fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo farà ritenere necessario e possibile… e dunque di certo solo per un tempo non lungo”. Cioè soltanto finché durerà il presunto stato di necessità, che però non dipende da fattori oggettivi e da tutti verificabili, ma esclusivamente dal suo insindacabile capriccio. Se ne andrà quando non sarà più necessario, ma il necessario lo decide lui. Dal Comma 22 al Colle 22. Così ogni giorno, ogni minuto, il Parlamento rimarrà ricattato da questa spada di Damocle, e ogni volta che deciderà qualcosa su qualunque materia, dalla legge elettorale in giù, ogni parlamentare si domanderà se stia facendo il meglio non per gli elettori, ma per il capo dello Stato. Che sarà dunque il padrone assoluto del Parlamento, e quindi del governo: perché ha annunciato che si dimetterà certamente prima del 2020, ma non ha precisato quando. Insomma resterà una mina vagante in grado di condizionare governi, maggioranze e opposizioni, ma anche l’elezione del successore (che, se Napolitano se ne andrà prima delle prossime elezioni, rispecchierà verosimilmente l’attuale asse Pd-Udc-Sc-Ncd; se invece sloggerà dopo, ne rifletterà un’altra ancora tutta da immaginare). E meno male che dice di conoscere bene “i limiti dei miei poteri e delle mie possibilità”: deve averglieli spiegati, in sogno, il Re Sole.

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