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L’unica riforma da fare è quella politica, altroché

Il magnifico stato italiano che fa fallire le imprese che lavorano per per conto dello stato che non le  paga è sempre pronto ad elargire laute prebende ai supermanager che fanno fallire le aziende di stato. 

La liquidazione e il vitalizio concessi a berlusconi sono uno schiaffo all’onestà, alla povertà, all’incertezza di chi a fine mese non viene pagato perché il datore di lavoro è in difficoltà e spesso costretto a dover scegliere se pagare gli stipendi o diventare un evasore fiscale al quale però non viene poi riservato nessun trattamento di favore come è stato fatto per il più ladro e più delinquente di tutti.

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1993-2013: storia del fuggiasco di successo

Dalla discesa in campo per evitare le manette e il crac delle sue aziende alla strenua lotta contro la legge Severino per scampare la decadenza: il ventennio di berlusconi tra cadute e resurrezioni. Con aiutini della sinistra e milioni di italiani che si sono riconosciuti nella sua eterna fuga dalle regole.

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Grandioso il TG3 della Berlinguer che si è perso la dichiarazione della decadenza in diretta dal senato. Che faceva Bianca mentre a palazzo Madama si liberavano dell’impostore delinquente?

Riccardo Mannelli

La politica ha il terrore che la storia si ripeta. Ecco perché i berlusclowns ma anche qualcuno nel pd avrebbero preferito che berlusconi facesse il passo indietro, oppure che si aspettassero i tempi dell’interdizione e addirittura la revisione della legge Severino. Un’uscita silente, senza dare troppo nell’occhio ché il paese è piccolo, la gente mormora e magari impara pure a non votare i criminali. Chissà.
Mentre invece la decadenza di b è stata educativa, pedagogica: i lor signori devono imparare che se la legge è uguale per tutti, per i noi soprattutto, a maggior ragione lo deve essere per loro che fanno le leggi. 

Se la legge Severino così com’è non era applicabile, se fino all’ultimo ieri tutti si appellavano al giudizio ultimo della Corte significa che devono andare tutti a casa, perché sono manifestamente incapaci anche di farsi una legge che gli permette ancora di delinquere, ma solo un po’.
La legge Severino non serve al popolo, non ci dà da mangiare come si era giustificato fassino quando gli chiesero perché non si faceva quella sul conflitto di interessi. Con una legge contro il conflitto di interessi invece avremmo mangiato un po’ di più tutti, non solo qualcuno, specialmente uno.

Hanno ragione Marco Travaglio e anche Massimo Rocca, non ha ragione casini, e perché mai dovrebbe averla quando dice che non vuole che il ventennio di b si riduca ad una lettura di tipo criminale. 

Perché invece è esattamente così, come fu per il disastro politico del dopo Mani pulite anche la cacciata di b, abusivo della prima ora e non dell’ultima ci racconta la storia di una politica che non sa tenersi lontana dal malaffare e dalla criminalità, quella mafiosa di dell’utri, non ancora decaduto né cacciato e quella comune dei Lavitola, dei Tarantino, di questi cosiddetti “faccendieri” che non si capisce che mestiere facciano ma che hanno sempre le mani in pasta nella politica. 

La politica italiana non si sa autogestire e non è colpa dei Magistrati che se ne accorgono e devono intervenire perché quello è il loro lavoro. 

Con un’opposizione vera, che avesse saputo almeno ridurre il danno di aver contribuito a quella che non è stata affatto una discesa ma quell’invasione di campo che ha permesso a berlusconi di entrare in un ambito che non gli competeva per legge non saremmo mai arrivati fino a ieri.

berlusconi sarebbe stato fermato molto prima. 

Invece non solo nessuno lo ha fermato ma è stato addirittura agevolato, tutti, fino ad una manciata di giorni fa hanno fatto finta finta di niente, di non accorgersi che la faccia, l’agire di berlusconi di queste sue ultime ore da “senatore” sono stati uguali a quelli con cui si è presentato agli italiani vent’anni fa.

Per due decenni le istituzioni, la politica, la chiesa che ha iniziato a ridurre il suo appoggio a b solo dopo le storiacce di HardCore hanno retto il gioco ad un delinquente comune, ecco perché nessuno si deve permettere di dire che in Italia si è fatto un uso politico della giustizia. 

Perché la giustizia è la stessa che lo voleva fermare vent’anni fa ma non lo ha potuto fare perché è stata la politica – che ieri come oggi non ha mai saputo, o potuto affrancarsi dalla criminalità – ad andare in soccorso di silvio berlusconi. In Italia non c’è un problema giustizia come vogliono farci credere quelle e quelli che ieri dal senato sbraitavano e singhiozzavano disperati contro la malasorte di berlusconi: in Italia il problema, il dramma è che chi fa le leggi non le fa strettamente in funzione dei tutti ma le fa specialmente in considerazione del fatto che a subirle poi potrebbero essere loro.

Resistere, resistere, resistere – Massimo Rocca – Il Contropelo di Radio Capital

Hanno resistito, resistito, resistito. E oggi è il caso di ricordarli ì primi. I giudici guidati da Francesco Saverio Borrelli. Perchè alla fine, ha ragione Berlusconi nel suo tetro discorso di via del Plebiscito, sono stati loro e non la politica, che con lui pensava fino all’altro ieri di riscrivere la Costituzione, ad aver ragione della deviazione. La politica che ancora ieri mattina nelle parole di Casini chiedeva che il ventennio non fosse ridotto ad una lettura di tipo criminale. Lo stesso appello che la politica aveva lanciato ai tempi di mani pulite, la vicenda del partito socialista e in parte quella della democrazia cristiana non potevano essere lette solo come una storia criminale. Ma anche come una storia criminale si. E’ questa purtroppo è la storia politica dei nostri ultimi quaranta anni. Un romanzo criminale di cui la maggioranza degli elettori e la quasi totalità dei politici si sono resi complici, per ignavia, cinismo, incapacità, collusione. E come aver estirpato il tumore craxiano non ha guarito il paese, temo che non basterà neppure aver rimosso quello berlusconiano. Da qualche parte altre cellule malate aspettano di farsi avanti.

Avanti i prossimi
Marco Travaglio, 28 novembre

Diciamo la verità fino in fondo. Se ieri, per la prima volta nella sua storia, il Parlamento italiano ha espulso un pregiudicato solo ed esclusivamente perché è pregiudicato (e non per effetto dell’interdizione dai pubblici uffici), il merito non è del Parlamento italiano. Ma di una serie di soggetti che stanno fuori. Anzitutto un pugno di giornalisti, alcuni dei quali scrivono su questo giornale, che denunciano da anni sullo scandalo degli onorevoli condannati. E poi di Beppe Grillo, che raccolse quella battaglia sul suo blog con la campagna “Parlamento Pulito”, arrivando nel 2005 ad acquistare una pagina del-l’Herald Tribune (la stampa italiana naturalmente si tirò indietro) per pubblicare la lista delle “quote marron”, e a raccogliere al V-Day del 2007 centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che naturalmente fu insabbiata in Parlamento. Senza quel martellamento, che impose il tema nell’opinione pubblica, e senza la paura del trionfo dei 5 Stelle, la legge Severino non sarebbe stata approvata, né presentata, né forse pensata. Poi naturalmente il merito è di alcuni magistrati di Milano: il tanto bistrattato (non a caso) pm Fabio De Pasquale e dei collegi di tribunale e d’appello presieduti da Edoardo d’Avossa e Alessandra Galli, che hanno condotto le indagini e i dibattimenti sul caso Mediaset con fermezza e correttezza, senza raccogliere le infinite provocazioni fabbricate a getto continuo dall’imputato e dai suoi onorevoli avvocati. Sostenuti da sparuti settori della società civile, hanno ignorato gli alti moniti che li invitavano a non disturbare la pacificazione e le larghe intese, insomma a prendersela comoda e a lasciar prescrivere anche quel processo, come altri sette a carico del Caimano: l’ultimo, il processo Mills, cadde scandalosamente in prescrizione 10 giorni prima della sentenza di primo grado, e forse un giorno le stranezze che ne hanno costellato l’ultima fase troveranno una spiegazione e una sanzione per i responsabili.

Ma il merito più grande l’ha Antonio Esposito, fortunatamente capitato per normale turnazione a presiedere la sezione feriale della Cassazione nel luglio di quest’anno. Avrebbe potuto fingere di non vedere che, nel riquadro in alto a destra del fascicolo Mediaset, la Procura generale della Corte d’appello aveva segnato le date di prescrizione delle due frodi fiscali scampate alla falcidie del fattore tempo e alle leggi vergogna: 1° agosto 2013 per quelle del 2002, 1° agosto 2014 per quelle del 2003. Se si fosse voltato dall’altra parte, il processo avrebbe seguito i tempi normali: sarebbe stato assegnato alla III sezione della Cassazione, che aveva già confermato i proscioglimenti di Berlusconi nei processi milanese e romano per il caso gemello di Mediatrade (stessa prassi di gonfiare i costi dei film acquistati negli Usa, ma in anni successivi e con altre società-schermo rispetto al caso Mediaset). Oppure, come si vociferava nei palazzi, alle Sezioni Unite, con tempi più lunghi rispetto a quelli normali. Col risultato che il reato del 2002 si sarebbe nel frattempo prescritto e la Suprema Corte avrebbe dovuto annullare la sentenza e disporre un nuovo passaggio in appello per rideterminare la pena: facendo perdere altro tempo, prescrivere anche l’ultima frode del 2003 e riposare in pace il processo. Invece Esposito trattò quel processo e quell’imputato come un processo e un imputato normali: e assegnò il caso Mediaset alla sezione feriale per scongiurare, com’era suo dovere, la mezza prescrizione. Fu così che, ben prima del dibattito grazia sì-grazia no, il salvacondotto atteso dal Caimano sfumò.

Per questo (e non certo per l’intervista manipolata) Esposito è così detestato da quella proiezione ortogonale di tutti i poteri, politici e togati, che è diventato il Csm: perché, obbedendo soltanto alla legge senza guardare in faccia nessuno, ha fatto saltare il patto non scritto su cui si reggevano le larghe intese. Che infatti, da ieri, sono naufragate, anche se i loro artefici, da Napolitano a Letta jr., dal Pd agli alfanidi, fanno finta di nulla. Berlusconi non finisce certo con la sua cacciata dal Senato, e nemmeno con la sua penosa decadenza anche psicofisica esibita ieri in piazza, travestito da Juliette Gréco. Finirà soltanto quando i milioni di italiani che continuano a credere e a sperare in lui capiranno che non conviene. E quando tutti i berluscloni di destra, di centro, e di sinistra che infestano le istituzioni avranno seguito le sue orme. Possibilmente a un ritmo un po’ più celere di uno ogni vent’anni. Anzi, se il Cavaliere vuotasse finalmente il sacco su chi l’ha tenuto artificialmente in vita (politica) per vent’anni, si renderebbe persino utile. Ormai ha un senso solo come collaboratore di giustizia.

È FINITA, NON È FINITO (Antonio Padellaro)

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