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Umanità a corrente alternata

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Sottotitolo: se la Cancellieri non si dimette perché pensa di stare nel giusto anch’io vado avanti a oltranza, perché penso di essere nel giusto. Anzi, pensando ai tanti e non al singolo o ai pochi penso proprio di stare più di lei, nel giusto. E non faccio nemmeno il ministro della giustizia.

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Se in questo paese le carceri sono troppo piene non significa necessariamente che ci siano troppi delinquenti, potrebbe, può anzi voler dire che non sono fatte bene le leggi, che i governi continuano ad attivarsi per infilare gente – quella comune, povera, diseredata che non ha la fortuna di avere ministri per amici –  nelle patrie galere,  non pensano a delle alternative all’extrema ratio della privazione totale della libertà,  rendendo de facto l’ambiente carcerario ostile e assolutamente contrario a quel dettato costituzionale che prevede il trattamento umanitario e la riabilitazione sociale anche per quelle persone che hanno violato la legge. Magari non per frodare lo stato o falsare i bilanci delle proprie aziende ma semplicemente per sopravvivere. 

Anna Maria Cancellieri ha commesso un’ingerenza entrando a gamba tesa in una procedura che si stava già svolgendo nel modo opportuno,  previsto anche senza la sua collaborazione umanitaria, per di più richiesta in via privata e non ufficializzata. Un abuso che in un paese normale, in una democrazia civile le istituzioni non avrebbero tollerato né liquidato con la stessa nonchalance con cui lo fanno le nostre.  Perché nei paesi normali ognuno sta al suo posto, e se un ministro riceve una richiesta in via privata, tanto più da suoi amici personali  [e che amici!] risponde che non può, perché è un ministro che rappresenta lo stato, la repubblica e che il suo dovere è quello di occuparsi di tutti i cittadini, non solo di qualcuno, nel particolare  di una. Altroché umanità doverosa.  In Italia ci sono migliaia di detenuti che vivono in condizioni indegne. La ministra dimostrasse, prove concrete e tabulati alla mano, di aver ascoltato le richieste per  ognuno di loro, altrimenti se non può, se non ha le prove vada a casa la  Cancellieri, lasciasse il posto a qualcuno meno umanamente sensibile per qualcuno ma più interventista per tutti.  Come dovrebbe essere un ministro della repubblica.

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Se un ministro della giustizia è costretto, nel 2013, ad intervenire per porre rimedio ad una delle tante situazioni di disagio che si verificano nelle carceri italiane non da ieri o ieri l’altro ma da decenni significa che allo stato e ai governi di questo paese non interessa che la giustizia e la sua applicazione anche nelle norme detentive e punitive  funzionino come si deve, e che fino ad ora – praticamente da che esiste la repubblica – l’ambito della giustizia è stato affidato ad emeriti incapaci che non hanno operato, non si sono impegnati per migliorare la condizione delle carceri in Italia e, facendo parte come prevede l’alternanza democratica dei vari partiti che hanno composto gli esecutivi significa che la politica tutta si è impegnata per l’esatto contrario. Affinché poi per risolvere le urgenze si prendessero provvedimenti straordinari come amnistie, indulti o nel caso di specie l’intervento diretto del ministro. L’intervento straordinario è tale proprio perché definisce un provvedimento che si è costretti a prendere in situazioni e condizioni di emergenza; un paese normale non può essere sempre in quell’emergenza che giustifica ogni manciata d’anni la richiesta di indulti e amnistie necessari e nel lasso di tempo che intercorre fra una richiesta e l’altra, fra una concessione e l’altra nessuno fa nulla ma anzi, come è accaduto nel ventennio berlusconiano lo stato è andato sempre nella direzione opposta favorendo tutto ciò che andava contro una normale applicazione della legge uguale per tutti così come vuole la Costituzione. Ed essendo i governi sempre molto occupati a cercare, e purtroppo trovare ogni espediente utile per non rendere esecutive le leggi che c’erano e a stravolgerne altre pro domo berlusconi  si sono dimenticati di quelle persone verso cui la legge invece si applica ogni giorno. Ogni giorno c’è gente che entra nelle carceri e ci resta, a dispetto della sua situazione personale, delle sue condizioni di salute e di chi lascia a casa.

Gente che non suscita la compassione di nessuno né può mai chiedere l’intervento umanitario doveroso eccellente.

Se come afferma la ministra Cancellieri, rifarebbe quelle telefonate per andare in soccorso dell’amica sarebbe corretto e molto più istituzionale che le facesse in modo tale che si vengano a sapere senza l’ausilio delle intecettazioni.  Perché senza quelle della vicenda di un ministro che pensa che non ci sia nulla di anomalo nel chiedere un trattamento di riguardo verso una detenuta su oltre 67.000 perché la famiglia della detenuta  casualmente in rapporti di amicizia con la ministra Cancellieri le chiede direttamente di farlo, nessuno avrebbe mai saputo niente. E non mi pare carino che non si pubblicizzi un intervento umanitario doveroso da parte dello stato verso uno o più cittadini in difficoltà [anche se non sono amici di famiglia], se è davvero tale. E visto che è così raro che lo stato si occupi realmente dei bisogni della gente perché non dare il giusto risalto ad un gesto così doverosamente umanitario?

La ministra Cancellieri oltre a non conoscere quei dettami costituzionali citati da Marco Travaglio nel fondo di oggi dimostra di aver perso di vista anche la nobile arte dell’applicazione della questione di principio che dovrebbe valere per tutto e tutti. Come scrive Maso Notarianni su Micromega “nel 2012 ben 1.300 detenuti hanno tentato il suicidio, sono stati 7.317 gli atti di autolesionismo, 56 i suicidi e 97 le morti per cause naturali. Oltre 1.500 le manifestazioni su sovraffollamento e condizioni di vita intramurarie”, secondo un rapporto del sindacato di polizia penitenziaria.

E di fronte a queste cifre la ministra della giustizia  ci racconta che oltre ad essersi occupata personalmente di Giulia Ligresti lo ha fatto per almeno altri 110 casi. E allora chiedo: chi ha valutato la gravità e l’urgenza? secondo quale principio lo stato si attiva e secondo quale fantasiosa teoria la ministra si autoassolve perché – dice – essendosi occupata di altri casi ha ritenuto normale farlo anche con l’amica di famiglia? cosa c’è di umano e meritorio nell’occuparsi di un centinaio [più una] di persone e lasciarne altre migliaia nel degrado, nella sofferenza e nella malattia che opprime fino al suicidio? si vergogni, la Cancellieri, che con la conferenza stampa di ieri ha soltanto ribadito la sua arroganza, non solo istituzionale ma  che definisce quella casta a cui tutto viene concesso semplicemente perché se lo autoconcede.  

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LE ASSOCIAZIONI DEI DETENUTI: “DA MINISTRO FAVORITISMO INACCETTABILE” (di T. Mackinson)

Cancellieri-Ligresti, le associazioni dei detenuti: “Favoritismo inaccettabile”.

Il Guardasigilli è intervenuto in decine di altri casi. Ma spuntano casi in cui, sollecitata a un intervento, ha risposto picche. E intanto il numero dei suicidi in cella è cresciuto del 300% in dieci anni, una quarantina dall’inizio del 2013: “Non avevano il cognome e il numero giusto”.

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Scancellieri – Marco Travaglio, 3 novembre

È ufficiale: il ministro della Giustizia non conosce o non capisce il dovere di imparzialità a cui è tenuto ogni membro del governo e della Pubblica amministrazione. Non conosce o non capisce l’art. 97 della Costituzione: “I pubblici uffici sono organizzati… in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”. E neppure l’art. 98: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”. Sicuramente conosce, ma non capisce (come la gran parte dei suoi colleghi di Casta), l’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ma anche Napolitano e Letta jr., per non parlare dei partiti della maggioranza, hanno idee molto confuse in materia. Infatti il primo tace (e meno male, visto quel che riuscì a dire per difendere un altro ministro da cacciare, Alfano). E il secondo biascica che la ministra “chiarirà tutto”: come se non fosse tutto abbastanza chiaro. Lei intanto ha capito che la farà franca e ripete che sparlare con la moglie di un arrestato – a sua volta padre di tre arrestati – dei magistrati che hanno disposto gli arresti, e poi raccomandare presso i sottoposti una delle persone arrestate, è cosa assolutamente normale per un ministro della Giustizia. Anzi, “doverosa”. Anzi, non farlo sarebbe “colpevole omissione”. Non le passa neppure per l’anticamera del cervello che intercedere per una detenuta amica sua, figlia di un amico suo, fra l’altro datore di lavoro di suo figlio, significa tradire i doveri di imparzialità e di servizio all’intera Nazione. Ed è ridicolo affannarsi a citare altre analoghe “segnalazioni” come prova che lei tratta tutti i detenuti allo stesso modo. Se la famiglia Ligresti non possedesse il numero di cellulare dell’amica ministra, questa non avrebbe mai potuto “segnalare” il caso di Giulia, malata di anoressia, ai vicedirettori del Dap. E questo non fu soltanto un trattamento privilegiato, ma anche un atto superfluo (la Procura di Torino, motu proprio, aveva subito disposto una perizia sulle condizioni di salute della reclusa, giudicate incompatibili con il carcere). Peggio: un attestato di somma sfiducia nell’amministrazione penitenziaria e giudiziaria che la Cancellieri dirige. Il messaggio che lancia con queste scriteriate dichiarazioni è terrificante: la ministra della Giustizia pensa che i magistrati e i funzionari delle carceri siano dei sadici aguzzini che se ne infischiano abitualmente dei detenuti a rischio, al punto che senza, le sue personali segnalazioni per questo o quel detenuto, nelle carceri italiane sarebbe una strage quotidiana. Sul sito del ministero, in alto a sinistra, c’è una frase in grassetto: “Percorsi chiari e precisi: un tuo diritto”. Ritiene la ministra Cancellieri che quello seguito per Giulia Ligresti sia un “percorso chiaro e preciso”? O non somiglia piuttosto alla classica scorciatoia, alla solita corsia preferenziale di cui troppo spesso godono gli amici degli amici nel Paese che punisce la conoscenza e premia le conoscenze? La questione è tutta qui. Altro che “critiche da matti”, altro che “attacchi falsi”, altro che “paese di Cesare Beccaria”. Quello della Giustizia è il solo ministro ad avere rilievo costituzionale: l’art. 110 della Carta gli affida il compito di curare “l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Se la Guardasigilli ritiene che quei servizi siano così mal organizzati da lasciar morire come le mosche i detenuti malati, li riformi. Lasci perdere, per decenza, le citazioni di Stefano Cucchi, i cui familiari purtroppo non conoscevano nessun ministro. E pubblichi subito il suo numero di cellulare sul sito del ministero, affinché tutti gli altri detenuti malati possano chiamarla, con pari opportunità rispetto a Giulia Ligresti e famiglia. Ma, per favore, non parli più di “dovere d’ufficio” e di “coscienza a posto”. In quale posto: a casa Ligresti? 

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