Feed RSS

A trovarla, una coscienza

Inserito il

Sottotitolo: fra una settimana esatta berlusconi potrà festeggiare i primi cento giorni della non applicazione della sentenza che lo ha condannato a quattro anni per frode fiscale. Insieme agli altri casi umani di cui si è occupata la ministra Cancellieri bisognerebbe indagare su quanti condannati in Italia abbiano potuto vedersi garantire una situazione analoga dopo una sentenza di condanna definitiva.

***

Un ministro della repubblica che si comporta come Anna Maria Cancellieri dice di sentirsi a posto con la sua coscienza perché lei è talmente [e fantozzianamente] umana che si occupa proprio di tutti quelli che la interpellano [chi sono però non è dato saperlo: è un segreto di stato] e tutti si affannano a difenderla. Perfino la santanché che ha detto che siccome la vicenda è molto simile a quella di berlusconi, Ruby e la questura di Milano la Cancellieri non ha fatto niente di male. Lo stato, per bocca della ministra della giustizia, dice ad una pregiudicata condannata per uno dei reati più odiosi in ambito economico/finanziario “conta pure su di me” mentre abbandona al proprio destino quelle persone in difficoltà, alla disperazione per problemi finanziari causati soprattutto da un’economia nazionale portata allo sbando e al fallimento da faccendieri disonesti come i Ligresti che hanno le mani in pasta ovunque ci sia da razziare, sottrarre e rubare risorse allo stato.
Chi parla di solidarietà e compassione o come Lerner non capisce cos’abbia la Cancellieri da farsi perdonare chissà se ha mai sentito parlare di etica istituzionale. 

Borsellino usava dire che se un politico frequenta un mafioso il fatto in sé non costituisce nulla di penalmente rilevante ma magari dovrebbe rendere quel politico amico del mafioso meno affidabile [se per niente ancora meglio così non c’è nemmeno il rischio di trovarselo poi in parlamento a fare leggi per quelli che non hanno mafiosi per amicii]. 

Qui abbiamo una signora in carriera la cui attività, prima prefetto poi ministro è sempre stata a stretto contatto con la legge e col rispetto delle regole, e una famiglia come quella di Salvatore Ligresti che da tre decenni occupa la cronaca nera e quella giudiziaria può vantare un’amicizia di vecchia data con lei. E la cosa è talmente reciproca che la ministra rassicura, dice a gente così “conta pure su di me”. 

E questa signora, oggi ministro della giustizia non trova, non pensa di aver fatto nulla di strano nell’intercedere a favore di una che di cognome fa Ligresti per favorirle gli arresti domiciliari.
Sul figlio di Anna Maria Cancellieri liquidato proprio dai Ligresti con tre milioni e seicentomila euro [ma che potrebbero essere anche cinque] per un anno di lavoro naturalmente anche Lerner e tutti i difensori d’accatto stendono il solito velo pietoso ché non sia mai si debba rischiare di pregiudicare il bel clima delle larghe intese e la stabilità del governo e del paese. Anna Maria Cancellieri non dovrebbe dimettersi solo per il gesto da lei ritenuto doverosamente umanitario mentre altro non è che il solito squallido abusare di un potere, ma soprattutto per scusarsi con tutte le persone che dallo stato nel momento del bisogno hanno trovato solo porte chiuse in faccia. Non hanno potuto contare su nessuno. Quelle abbandonate al proprio destino solo perché non hanno un cognome “blasonato”.

***

DA CRAXI AL CAVALIERE, LA FAMILY AL POTERE 

***

La figlia di Mubarak
Marco Travaglio, 2 novembre

Quando Anna Maria Cancellieri diventò ministro dell’Interno, poi fu candidata al Quirinale, infine divenne ministro della Giustizia, il Fatto — come sempre — segnalò i suoi potenziali conflitti d’interessi familiari legati alla vecchiaamicizia con la famiglia Ligresti, cliente da tempoimmemorabile di procure, tribunali e patriegalere; e al ruolo del figlio Piergiorgio Peluso,alto dirigente prima di Unicredit, poi di Fonsai, infine di Telecom. 
In particolare ci occupammodella tragicommedia dei “braccialetti elettronici”per controllare i detenuti in libertà, un appaltodi sette anni per centinaia di milioni rinnovatodal Viminale sotto la Cancellieri alla Telecomin cui andò a lavorare il pargolo. 
Ma laparola conflitto d’interessi, dopo vent’anni di mitridatizzazione berlusconiana, suscita noia, fastidio, sbadigli. E morta lì. Ora il conflitto d’interessi, da potenziale, diventa effettivo, concreto, reale: la ministra della Giustizia Cancellieri, amica dei Ligresti, telefona alla compagna di Salvatore Ligresti, Gabriella Fragni, appena arrestato per gravissimi reati finanziari insieme alle due figlie e a vari manager, per darle la sua solidarietà contro un provvedimento della magistratura che definisce “la fine del mondo”, “sono veramente dispiaciuta”, “c’è modo e modo”, “non è giusto”, “qualsiasi cosa io possa fare conta su di me”. 
Insomma, si mette a disposizione.
Ma non abbastanza per i gusti della Fragni, che si sfoga con la figlia: “Gli ho detto: ma non ti vergogni di farti vedere adesso? Tu sei lì perché ti ci ha messo questa persona… Ecco, capito? ‘Ah, son dispiaciuta’… No, non si è dispiaciuti! Sono stati capaci di mangiare tutti”.
Fra questi anche il rampollo Peluso. Almeno secondo Giulia Ligresti, che prima dell’arresto lo accusava di aver “distrutto la compagnia” nei pochi mesi di permanenza ai vertici di Fonsai: solo che “invece di chiedergli i danni”, “in consiglio nessuno ha fiatato” quando si decise di liquidarlo con 3,6 milioni (lei dice addirittura 5) di buonuscita dopo appena un anno, “approvato all’unanimità, che se fosse stato il nome diqualcun altro…”. Resta da capire chi sia “la persona” che “ha messo lì” la ministra. Chi siano i “tutti” che hanno “mangiato”. E in che senso il “nome” di Peluso gli abbia garantito tutti quei milioni. Basterebbe questo per consigliare alla ministra di andarsene. Ma c’è molto di più, perché il 17 agosto, quando la richiesta di scarcerazione di Giulia Ligresti per motivi di salute (anoressia e rifiuto del cibo) viene inizialmente rigettata dal gip di Torino, la Fragni chiama il
quasi-cognato Nino perché mobiliti “quella nostra amica”. 
Che è la ministra della Giustizia.
Lui la chiama, lei risponde. Poi telefona ai vicedirettori delle carceri, Cascini e Pagano, perché intervengano. Infine avverte via sms Nino Ligresti: “Ho fatto la segnalazione”. La scena ricorda parecchio le telefonate di B. da Parigi alla Questura di Milano per far liberare Ruby, appena fermata per furto, e affidarla a Nicole Minetti. E le chiamate di Nicola Mancino al consigliere di Napolitano, Loris D’Ambrosio, per influenzare o spostare l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Ma stavolta — diversamente dai funzionari della Questura e dal duo D’Ambrosio- Napolitano — Cascini e Pagano rispondono che non si può fare niente, se non affidarsi alle normali procedure giudiziarie. 
E stoppano sul nascere le pressioni della ministra, che per questo unico motivo non giungeranno mai sul tavolo dei magistrati di Torino. I quali decideranno autonomamente di scarcerare Giulia Ligresti per motivi di salute, come prevede la legge, dopo il suo patteggiamento, mentre tengono tuttora in carcere la sorella Jonella, che non è malata e non ha patteggiato: la prova che nessun favoritismo è stato fatto dalla Procura e dal gip ai Ligresti amici della ministra. La quale, due giorni dopo l’uscita della notizia, ancora finge di non cogliere lo scandalo e dice di aver fatto “il mio dovere” a scopo “umanitario”.
Ma il dovere di un ministro, quando riceve una segnalazione, è quello di dirottare il segnalatore alle autorità competenti: che, essendo la legge uguale per tutti non sono l’amica ministra ma i giudici attraverso gli avvocati difensori. Che queste cose finga di non saperle la signora Cancellieri è comprensibile: difende la poltrona e se ci riesce la reputazione. Ma che non le capiscano i politici, almeno quelli del Pd che giudicano un abuso di potere le telefonate di B per Ruby è sconcertante. Pigolano “richieste di chiarimenti” e balbettano giaculatorie sulla trasparenza, come se la lettura delle intercettazioni non fosse abbastanza chiara e trasparente. Si trincerano dietro il fatto che la Cancellieri non è indagata ( e chi se ne frega: oltre alla responsabilità penale c’è anche quella politica e morale). Sventolano il comunicato della Procura di Torino che nega di aver subito pressioni dalla ministra: ma non perché non ci siano state bensì soltanto perché furono stoppate prima. Finirà che, per salvare la madrina di Ligresti crederanno pure al padrino della nipote di Mubarak.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...