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La differenza che non fa la differenza

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Anna Maria Cancellieri, ministro della Giustizia: Si dimetta

http://www.change.org/it/petizioni/anna-maria-cancellieri-ministro-della-giustizia-si-dimetta

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Se la ministra Cancellieri che pensa e dice di essere nel giusto, di non aver interferito né abusato del suo potere non può dimostrare di essere intervenuta – come ha fatto con Giulia Ligresti – a favore delle altre migliaia di detenuti nelle carceri italiane, quelli malati, sofferenti, incompatibili col regime carcerario, ci sono e sono tanti, e non sono quelli che rifiutano il cibo per protesta come Giulia Ligresti, l’unica strada è quella delle dimissioni. 

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Non solo l’intervento per Giulia Ligresti
Tutti gli scivoloni del ministro Cancellieri

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Sottotitolo: ci sarebbe da chiedersi su quali basi possa poggiare l’amicizia tra un ex prefetto assurto a ministro, prima tecnico poi politico con una famiglia che da trent’anni è al centro di scandali economici/finanziari di ogni ordine e grado. E’ dal 1981 che la famiglia Ligresti occupa le cronache giudiziarie ma questo non ha scoraggiato Anna Maria Cancellieri, non le ha fatto pensare che gente così non va frequentata né stimata. Specialmente se si fa il prefetto prima e il ministro della giustizia dopo. E, se come ha detto Vittorio Zucconi ieri al TGzero di radio Capital,  non c’è nulla di penalmente rilevabile in un ministro che si attiva per favorire una pregiudicata amica di famiglia, perché dovrebbe essere rilevabile [qualsiasi cosa] se un cittadino approfitta di una raccomandazione per un lavoro, per farsi togliere la multa, per la tac che sennò arriverebbe dopo mesi? Se il metro è questo, quello utilizzato da Cancellieri e da tutti quelli che mantengono in vita questo conflitto di interessi incrociato per favorirsi e favoreggiarsi sempre e comunque fra loro, amici parenti e conoscenti di… chiunque può e deve sentirsi autorizzato ad utilizzare tutte le scorciatoie che vuole. Anna Maria Cancellieri, come Emma Bonino, la ministra degli esteri, è una che molti avrebbero voluto vedere al Quirinale, perché ça va sans dire, le donne lo fanno meglio.

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Non bisogna meravigliarsi se in questo paese si dimette Josefa Idem e Anna Maria Cancellieri no. Se Enrico Letta con lei ha fatto la voce grossa esortandola a lasciare ma non lo fa con la ministra cosiddetta della giustizia. Perché Josefa Idem è stata tirata dentro al governo delle larghe intese-attese-disattese per una mera operazioncina di marketing come Cécile Kyenge e come Laura Boldrini eletta alla presidenza della camera. Anna Maria Cancellieri no, l’ex prefetto è un funzionario del sistema funzionale al sistema, ecco perché è stata chiamata da Monti nel bel governo dei tecnici sobri, quelli che dovevano trascinare l’Italia fuori dalla crisi ed è rimasta dentro al governo Napolitano, in quel sistema di conflitto di interessi permanente dove i nomi, le facce, i ruoli sono sempre gli stessi. Ai vertici dello stato non è mai avvenuto quel restyling che ha fatto respirare di sollievo tanta gente quando Monti prese il posto di berlusconi perché, vuoi mettere la differenza fra la Gelmini e la Fornero, la Carfagna e la Severino [altro bel pezzo di un sistema ben oliato, avvocato difensore di altri pezzi da 90 molto dentro al sistema], la Prestigiacomo e la Cancellieri? certo che c’è una differenza, ma non è quella che fa la differenza perché oggi tutti sappiamo com’è andata col governo di Monti, e stiamo vedendo benissimo come va con quello voluto dal presidente vivo&vibrante al quale Anna Maria Cancellieri piace tanto, e gli piace perché è uno di quei funzionari istruiti al mantenimento dello status quo, lo stesso che ha rimesso al Quirinale Napolitano. E allora, come dicevo ieri, non so se è peggio chi regge il gioco a un criminale in carne e ossa, uno di cui ci si potrebbe liberare semplicemente applicando la Costituzione e la legge o sono peggio quelli che lo reggono e reggono in piedi quel sistema criminale: quello dove le leggi quando devono essere applicate sul potente si interpretano, che ha trascinato l’Italia al disastro totale. 

Quelli che non se ne vanno mai.

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Tanfo istituzionale – Saverio Lodato per Antimafia 2000

[…] “Ora restiamo in trepida attesa dell’editorialista domenicale [tana per Scalfari: nota di R_L] che ci metterà in guardia – anche nell'”affaire Cancellieri” – dal prestare ascolto al combattivo manipolo dei “faziosi” che attaccano le istituzioni per prendere di mira il progetto delle larghe intese, fare cadere il governo Letta e dileggiare il lavorio costante e paziente del nostro Capo dello Stato. Ci atterremo prudentemente a questi bonari consigli.
Però che si avverta un tanfo da putredine che emana dal degrado in cui stanno precipitando le massime istituzioni repubblicane, questo dovrebbero riconoscerlo sia gli editorialisti dei giorni festivi che gli editorialisti dei giorni feriali.
Almeno per una questione di “olfatto”.
[Ovviamente la Cancellieri non si dimetterà. Tutti le chiederanno di restare al suo posto per non darla vinta ai “faziosi”]

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Il Cancellierato
Marco Travaglio, 1 novembre 

In un paese normale il ministro della Giustizia non parla con i parenti di un’amica arrestata per gravi reati, rassicurandoli con frasi del tipo: “Qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me”. Né tantomeno chiama i vicedirettori del Dipartimento Amministrazione penitenziaria per raccomandare le sorti dell’amica detenuta. Ma, se lo fa e viene scoperto da un’intercettazione telefonica (sulle utenze dei familiari della carcerata), si dimette un minuto dopo. E, se non lo fa, viene dimissionato su due piedi, un istante dopo la notizia, dal suo presidente del Consiglio. Siccome però siamo in Italia, il premier tace, il Quirinale pure. Come se fosse tutto normale. 
Una telefonata allunga la vita, diceva un famoso spot: qui invece accorcia la galera, o almeno ci prova. Nel paese del sovraffollamento carcerario permanente, Anna Maria Cancellieri, prefetto della Repubblica in pensione, dunque “donna delle istituzioni” che molti in aprile volevano addirittura capo dello Stato, ha pensato bene di risolverlo facendo scarcerare un detenuto su 67 mila: uno a caso, una sua amica. Poi ha dichiarato bel bella ai magistrati torinesi che la interrogavano come testimone su quelle telefonate: “Si è trattato di un intervento umanitario assolutamente doveroso in considerazione del rischio connesso con la detenzione. Essendo io una buona amica della Fragni (Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti, padre dell’arrestata Giulia, ndr) da parecchi anni, ho ritenuto, in concomitanza degli arresti, di farle una telefonata di solidarietà sotto l’aspetto umano”. E ha raccontato una bugia sotto giuramento, perché il suo non è stato solo “un intervento umanitario”, tantomeno “doveroso”, né una “telefonata di solidarietà”. È stata un’interferenza bella e buona nel normale iter della detenzione dell’amica di famiglia. Anche perché, dopo quella telefonata, ne sono seguite altre ai vicedirettori del Dap, Francesco Cascini e Luigi Pagano.
Che, a quanto ci risulta, hanno — essi sì, doverosamente — respinto le pressioni, spiegando all’incauta Guardasigilli che la detenzione di un arrestato compete in esclusiva ai giudici, non ai politici. Anche su questo punto la Cancellieri ha raccontato una bugia ai pm:
“Ho sensibilizzato i due vicecapi del Dap perché facessero quanto di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati”. Salvo poi dover ammettere che li aveva sensibilizzati su un unico carcerato: l’amica Giulia. La figlia di don Salvatore Ligresti soffriva di anoressia e rifiutava il cibo in cella, ma non è la sola malata fra i 67 mila ospiti delle patrie galere. Per questi casi esistono le leggi e i regolamenti, oltre al personale penitenziario specializzato che di solito, nonostante l’eterna emergenza, segue con professionalità le situazioni a rischio. Così come effettivamente stava avvenendo, anche da parte dei magistrati torinesi. Senza bisogno delle raccomandazioni del ministro. La Procura aveva subito disposto un accertamento medico e in seguito aveva dato parere favorevole alla scarcerazione, respinta però in un primo tempo dal gip, che aveva scarcerato la donna soltanto dopo il patteggiamento. L’iter giudiziario, dunque, non è stato influenzato dalle pressioni della ministra: ma non perché la ministra non le abbia tentate, bensì perché i vicecapi del Dap le hanno stoppate. Eppure la Cancellieri avrebbe dovuto astenersi anche dal pronunciare il nome “Ligresti”,specie dopo la retata che portò in carcere l’intera dinastia, visti i rapporti non solo familiari, ma anche d’affari che suo figlio Piergiorgio Peluso intrattiene con don Salvatore e il suo gruppo decotto. Peluso è stato prima responsabile del Corporate & Investment banking di Unicredit, trattando l’esposizione debitoria del gruppoLigresti verso la banca; poi divenne direttore generale di Fondiaria Sai (gruppo Ligresti) dal 2011 al 2012; e quando passò a Telecom, dopo un solo anno di lavoro, incassò da Ligresti una buonuscita di 3,6 milioni di euro.
Un conflitto d’interessi bifamiliare che avrebbe dovuto
sconsigliare al ministro di occuparsi della Dynasty siculo-
milanese. Non è stato così, e ora la ministra (della Giustizia!) deve pagare per le conseguenze dei suoi atti. Se restasse al suo posto, confermerebbe ancora una volta il principio malato della giustizia ad personam per i ricchi e i potenti, già purtroppo consolidato da vent’anni di casi Berlusconi, e anche dallo scandalo Mancino-Napolitano. Ma a quel punto tutti e 67 mila i detenuti potrebbero a buon diritto farla chiamare da un parente qualunque perché s’interessi dei loro 67 mila casi personali: 67 mila “conta su di me”. 
Se una telefonata accorcia la galera, che almeno valga per tutti.

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