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Il Napo dello stato

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Sottotitolo: gli manca solo l’abigeato e poi li ha commessi tutti.

Corruzione, Berlusconi a processo
Rinvio a giudizio con Lavitola

Come se non se lo aspettassero tutti:  come se Napolitano e il pd non sapessero che sarebbe arrivata la raffica dei procedimenti penali quando hanno fatto le belle larghe intese.  Ma naturalmente ci tocca riascoltare la solita tiritera dei giudici cattivi che ce l’hanno con lui, il rewind di tutta la pletora dei berlusclowns senza dignità che difendono il povero delinquente perseguitato.

E con uno così in circolazione, a piede ancora libero dopo una condanna definitiva, un pericolo pubblico, una mina vagante in questo residuo di democrazia che abbiamo ancora a disposizione [per poco eh?] il bel governo utile, quello che doveva servire a risolvere le prime urgenze e a fare una legge elettorale meno pornografica e oscena di quella di calderoli pensa a disintegrare la Costituzione e Napolitano all’indulto e all’amnistia.
Questo paese è in ottime mani.

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PD, L’ALTRO GOLPE DEI 101 (Antonio Padellaro)

 BLOG DI MARCO TRAVAGLIO: LE LARGHE FRAINTESE 

LA NOTA DEL COLLE: “SOLO IL FATTO CREDE A CERTE PANZANE” 

Napolitano si sente vittima di complotti“Calunnie gettano ombre su istituzioni”

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Che vuole Napolitano, gli editoriali e le articolesse li facciamo scrivere tutti a Scalfari così lui non si dispiace?
Ma quante volte sono che il presidente della repubblica “si augura, auspica che…” a proposito dell’informazione, nella fattispecie quella del Fatto Quotidiano?
Ce lo vedo Obama fare un monito contro la stampa, negli States.

E il bello è che il cosiddetto garante ha ancora il coraggio di parlare di “calunnie e faziosità che minano e destabilizzano l’equilibrio dello stato, il governo e le istituzioni più alte” il giorno che si viene a sapere dell’ennesimo procedimento giudiziario verso quel delinquente condannato a cui proprio lui consentì nel marzo scorso, di “partecipare alla delicata fase politica”, entrando come di consueto a gamba tesa nelle questioni giudiziarie relative all’allora futuro pregiudicato berlusconi che ha potuto così contribuire alla sua rielezione e alla formazione dell’oscenità delle larghe intese nonostante tutti sapessero, anche il pd che le ha accettate, della sfilza di procedimenti penali a cui stava per andare incontro, fra i quali una condanna definitiva per frode fiscale. E questa è una cosa che, insieme a molte altre la stampa e l’informazione dovrebbero rinfacciare a Napolitano fino all’ultimo dei suoi giorni, altroché “panzane” e destabilizzazioni. Cosa c’è di più destabilizzante e che mina la credibilità delle istituzioni di un presidente della repubblica, di uno del consiglio, di un governo voluti, pretesi da un fuorilegge con l’obiettivo, sempre quello, di sistemarsi i suoi affari e affaracci come ha fatto per venti lunghi anni? Quale segreto serpeggia a Palazzo che inquieta e turba così tanto il Napo dello stato che non riesce proprio a prendere una posizione di distacco da berlusconi, che pensa che la soluzione ai problemi immensi di questo paese risieda nel disfacimento di quella Costituzione che è l’unico e ultimo baluardo di quel che resta di una democrazia a cui ogni giorno viene segato un pezzo proprio perché è stata pensata per difendere la democrazia ma continua a prendersela coi giudici, coi giornalisti, con la Rete colpevole di dare la possibilità di esprimere un dissenso ad una società civile a cui la politica ha tolto voce, quella sì, vilipesa e oltraggiata tutti i giorni?

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Non vuole l’opposizione, non vuole la stampa libera, dimostra fastidio nei confronti delle opinioni altre e si mette a battibeccare anche coi passanti che gli rinfacciano di aver firmato ogni porcheria incostituzionale.

Ha detto che non si sarebbe più reso disponibile ma la viva e vibrante necessità lo ha spinto al gesto estremo del sacrificio per il bene del paese ma prima di tutto il suo, visto che due o tre giorni dopo l’incoronazione per acclamazione sono state fatte sparire le prove di certe sue conversazioni con un ex ministro indagato per falsa testimonianza in un processo per mafia. 

Considera il Palazzo casa sua anziché una residenza istituzionale quale dovrebbe essere e lì riceve gente che non dovrebbe avere nessun motivo di essere accolta, ad esempio un appena condannato a sette anni per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile scambiato forse per uno statista con cui discutere dei fatti importanti, della politica e a cui delegare la possibilità di avere voce in capitolo nelle scelte e nelle decisioni di tutto un paese, nonché un paio di teste di legno di un delinquente condannato per aver rapinato lo stato, uno dei quali sembra che sia apparentato addirittura con l’attuale capo del governo, che hanno libero accesso al Palazzo a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Da mesi chiede incessantemente delle riforme circa leggi e Costituzione ad un governo selezionato dal delinquente di cui sopra e da lui medesimo dopo aver vaneggiato negli anni e nei mesi scorsi di un cambiamento all’interno del parlamento e della politica affinché i cittadini si riavvicinassero alla politica e alle istituzioni contro tutti i populismi e le demagogie.
E contro quell’antipolitica che lui rappresenta alla perfezione.

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La calunnia è un venticello – Massimo Rocca, il Contropelo di Radio Capital

All’improvviso vi trovate in casa un amico o un conoscente. Ma tu che ci fai qui, come hai fatto a entrare? Ho forzato la serratura. Magari qualche dubbio sulla vostra relazione vi verrebbe, no? Ebbene è quello che è successo, sta succedendo, succederà con la nostra Costituzione. Camera e senato continuano, anche se di pochissimo ieri, a procedere a colpi di grimaldello nei confronti del lucchetto dell’articolo 138, uno dei 5 sacrissimi che formano il titolo sesto, quello delle garanzie costituzionali. Ormai c’è solo più un passaggio prima che il parlamento dia il via libera alle procedure di riforma. Quella che nasce sotto l’usbergo di chi quella costituzione ha giurato di difendere dall’articolo 1 fino al 139 è una riforma che, vigente la carta, è incostituzionale. Eppure non passa giorno senza che arrivino sproni e incitamenti a far presto, quasi che si temesse che prima o poi un raggio di luce scenda ad illuminare gli scassinatori. Che questo infido e ignobile equilibrio politico che sta consentendo l’inimmaginabile possa disintegrarsi. E chiamatele pure, se volete, calunnie.

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I protocolli dei savi di silvio
Marco Travaglio, 24 ottobre

I casi sono due: o Silvio Berlusconi è vittima di un’allucinazione e si è convinto che in cambio dell’appoggio al governo Letta avrebbe ottenuto un qualche salvacondotto giudiziario; oppure qualcuno gli ha davvero promesso, o fatto balenare, o lasciato credere con quelle formule allusive del dire e non dire che contraddistinguono il politichese italiota. Perché una cosa è certa: da quando, a fine aprile, sono nate (anzi rinate) le “larghe intese” con un governo presentato da tutti i giornali e da tutte le parti coinvolte come “di pacificazione nazionale”, dopo “vent’anni di guerra civile”, non passa praticamente giorno senza che B. o qualcuno dei suoi invochi l’intervento di Napolitano per salvarlo dagli arresti o dalla decadenza o da tutti e due come se fosse un atto dovuto, o almeno promesso. E questo non lo scrive il Fatto bevendosi le “panzane” della Santanchè. Lo scrivono da sei mesi tutti i giornali. Rispondere che Napolitano quel salvacondotto non l’ha (almeno per ora) concesso e dunque si tratta di “panzane”, significa rivoltare la frittata. L’interrogativo rimane: che cosa si dissero, nei loro segreti conciliaboli, Napolitano e Letta jr. da una parte, e B. e i suoi numerosi sherpa sguinzagliati ogni due per tre sul Colle da quando il presidente fu rieletto per volontà di B. e il premier fu scelto da B.?

Il 24 giugno B. viene condannato al processo Ruby. Il 25 viene ricevuto a Palazzo Chigi da Letta Nipote e il 26 al Quirinale da Napolitano, che fa sapere di averlo invitato lui. Per parlare di che? Del tempo e della pioggia? B. fa sapere ai suoi che il Presidente “vuole la pacificazione e mi è vicino” e lui l’ha invitato a “non restare neutrale di fronte al trattamento che sto subendo”. Poi aggiunge: “Se mi danno il salvacondotto mi ritiro dalla politica”. Il 9 luglio la sezione feriale della Cassazione fissa per il 31 il processo Mediaset per evitarne la prescrizione. Il Foglio la accusa di “distruggere d’un colpo il lavoro di costruzione di un equilibrio possibile realizzato da Napolitano”. Il 1° agosto la Cassazione condanna definitivamente B. per frode fiscale. Napolitano comunica dalle ferie: “Ritengo e auspico che possano ora aprirsi condizioni più favorevoli per l’esame in Parlamento dei problemi relativi alla giustizia”. Che c’entra la riforma della giustizia con la condanna di B.? L’indomani, secondo vari giornali, Napolitano riceve le telefonate di Schifani e Berlusconi e forse addirittura una visita in Alto Adige di Gianni Letta: per parlare di che, delle marmotte e degli stambecchi?

Il 3 agosto Bondi avverte: “Agibilità politica a B. o guerra civile”. Napolitano s’infuria: “Parole irresponsabili”. Cicchitto gli rammenta i protocolli segreti delle larghe intese: “Questo governo implicava anche una pacificazione che attenuasse lo scontro frontale berlusconismo antiberlusconismo fondato sull’uso politico della giustizia”. Il Colle replica che non è arrivata nessuna domanda di grazia. Il giorno 4, pesante avvertimento di Sallusti su Il Giornale: “Napolitano, sveglia. C’è in gioco la democrazia e il presidente fa l’offeso. Ma quando toccò a lui la porcata giudiziaria…”. Il 5 Napolitano riceve per un’ora e un quarto i capigruppo Brunetta e Schifani saliti al Colle per invocare “l’agibilità politica”, cioè il salvacondotto per B. Alla fine, non dice affatto di averli respinti con perdite, ma che “esamina con attenzione tutti gli aspetti delle questioni prospettate”. Quali questioni? Il solleone agostano? Il 13, finito di esaminare le questioni, Napolitano dirama una nota ufficiale in cui spiega a B. che cosa deve fare per ottenere la grazia: presentare “la relativa domanda”, “prendere atto” della sentenza di condanna, accettare la pena che “la normativa vigente esclude debba espiare in carcere” (falso), ma in forme “alternative” che il giudice potrà “modulare tenendo conto delle esigenze del caso concreto” (intromissione nell’autonomia del giudice).

Poi il presidente esaminerà “un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale”. Il Giornale, mai smentito, scrive che il messaggio è stato “concordato” con B. che l’avrebbe “letto in diverse stesure, fino a quella definitiva”. Il 10 settembre il suo consigliere Macaluso, intervistato da Repubblica , traduce: “Napolitano ha spiegato che lui una grazia estesa anche alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, non la concederà mai. Non è materia di discussione. Una eventuale valutazione sarebbe circoscritta, quando e semmai dovesse arrivare una domanda di Berlusconi al Quirinale, alla condanna principale”. E l’amico Scalfari scrive più volte su Repubblica che B. deve dimettersi da senatore, poi Napolitano lo grazierà. Nessuna smentita del Colle alle panzane sulla grazia. Il 24, gran consiglio Pdl ad Arcore: i falchi Verdini e Santanchè convincono B. che Napolitano “lo prende in giro”. Alfano si appella “alle massime istituzioni della Repubblica, al premier e ai partiti della maggioranza” perché “garantiscano piena rappresentanza” a B. e ai suoi elettori.

L’indomani Violante apre al ricorso alla Consulta contro la legge Severino, seguito da uno stuolo di scudi umani vicinissimi al Quirinale (Cancellieri, Capotosti, Fiandaca, Onida, Manzella, Vietti e i saggi ri-costituenti Caravita di Toritto, De Vergottini e Zanon). Napolitano ci mette il timbro, facendo sapere al Corriere che ha “letto con attenzione e apprezzamento” l’uscita di Violante. Il 30 B. mette la museruola a falchi e pitonesse e dichiara: “Napolitano se vuole può fare tutto: dare la grazia, commutare le pene, risarcire il danno morale”. Poi ricorda – come riferisce Ugo Magri su La Stampa – che “in un incontro mesi fa al Quirinale, Napolitano gli avrebbe fatto balenare vie d’uscita. Ed è anche in base a questi affidamenti che il Pdl si sarebbe deciso a sostenere le larghe intese”. Il 26 Repubblica e Libero gli attribuiscono una frase ancor più minacciosa: “Rivelerò a tutti le promesse che mi ha fatto Napolitano quando abbiamo acconsentito a far nascere il governo Letta”.

Il 27 Gianni Letta risale al Colle: per invitare Napolitano a una castagnata? Il 3 settembre, accusato dal Giornale di “attentare alla Costituzione” e di essere “mandante e carnefice” dell’eliminazione di B., Napolitano – racconta La Stampa – telefona furente a Letta zio: “Berlusconi, se vuole la clemenza, non può illudersi di non pagare un prezzo politico e di evitare tanto la decadenza quanto le pene accessorie”. Il 6 riceve Confalonieri e il solito Gianni Letta al Quirinale: per parlare dei palinsesti Mediaset? Il 20 intima davanti al Csm di “spegnere il conflitto fra politica e giustizia”. Il 1° ottobre, su Tempi, B. accusa Letta e Napolitano di “distruggere la loro credibilità” e “affidabilità” perché rifiutano di “garantire l’agibilità politica al proprio fondamentale partner di governo” e consentono il suo “assassinio politico per via giudiziaria”. 2 ottobre B. cambia idea e vota la fiducia al governo perché – dice – “abbiamo avuto rassicurazioni da Letta”: sul prezzo dei fagiolini? Il giorno 8, guardacaso, Napolitano si appella alle Camere perché approvino l’amnistia e l’indulto. Questa è la consecutio tempurum degli ultimi mesi, tratta dalle cronache di tutti i giornali escluso il Fatto, che scrive “ridicole panzane” e dunque non conta. Signor Presidente, come si dice dalle sue parti: “ccà nisciuno è fesso”.

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