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Inusuale de che, ma soprattutto, perché?

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A chi dovrebbe interessare il pensiero di un nazista assassino?
Perché in questo paese così culturalmente fragile  per colpa di una politica assente, connivente con un certo passato che  non è mai stato liberato dall’ideologia criminale che è stata fonte di ispirazione del nazismo, quel fascismo che a detta di un delinquente scambiato per vent’anni con uno statista e che ha riabilitato il fascismo, l’ha istituzionalizzato riempiendo il parlamento di feccia fascista “ha fatto anche cose buone?”
Perché in un paese che un regime fascista l’ha subito si deve parlare ancora di fascismo al presente, in dibattiti  pubblici che poi vengono spalmati ovunque? che cosa aggiunge al dibattito politico, culturale di questo paese il testamento di un mostro, un assassino spietato? Perché di fascismo non si parla solo, ed eventualmente, nei tribunali, dal momento che avremmo una legge che l’ha messo al bando?

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Il Capo dello Stato dovrà testimoniare davanti ai giudici e rispondere alle domande riguardanti la lettera scritta dal consigliere giuridico D’Ambrosio. Il ministro della giustizia ha espresso le sue perplessità sulla decisione: “Certo non ci facciamo mancare niente”.

Trattativa, Napolitano sarà testimone
“Valuteremo”. Ma la legge lo prevede

La Corte d’Assise di Palermo ha accolto in parte la richiesta della Procura del capoluogo siciliano.
Il capo dello Stato deporrà nel processo Stato-mafia sui fatti relativi al periodo tra il 1989 e il 1993.
Cancellieri: “Scelta inusuale”. Il Quirinale: “Aspettiamo testo” . E promette “rispetto istituzionale”

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Sottotitolo: da quando un ministro della giustizia può dare un parere personale sulla convocazione di un teste ad un processo? 

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“Senza la politica cosa nostra sarebbe una banda criminale comune a tante altre”. 

Se c’è qualcosa di inusuale è tutto in questa frase di Nino Di Matteo, e cioè in una politica che da quando esiste questa repubblica non ha mai disdegnato di collaborare con la mafia, di farla diventare parte integrante e integrata della gestione dello stato, non certamente in un pool di giudici che chiede a un signore che sta nella politica da sessanta anni e due mesi, che ha rivestito le cariche più importanti e quindi si presume che qualcosa ne sappia, di collaborare a fare chiarezza per quelle che sono le sue possibilità testimoniando in un processo.

Per quale motivo Napolitano non dovrebbe fare quello che ogni cittadino di questo paese non può decidere se farlo ma deve?
“Certo, non ci facciamo mancare niente”, dice la ministra Cancellieri, dopo aver trovato “inusuale” la richiesta dei giudici, come se fosse normale che un ministro della giustizia possa e debba dare il suo giudizio personale circa una semplice richiesta che in qualsiasi paese normale sarebbe stata accolta dalle istituzioni senza ansie né preoccupazioni. Se c’è qualcosa di veramente inusuale sono le istituzioni e una politica sempre di traverso davanti alle decisioni dei giudici, questo modo di fare irritante e sistematico che si ripete puntualmente ogni volta che la Magistratura ha a che fare con qualcosa che riguarda lo stato e chi purtroppo lo ha rappresentato e lo rappresenta ancora teso a sminuire l’operato della Magistratura, farlo sembrare un attacco verso lo stato invece del contrario. 
Non è colpa dei giudici se in ogni inchiesta su mafia e malaffare spuntano i nomi dei politici, e se questo fosse un paese normale sarebbe il garante dello stato, dei cittadini e di quella Costituzione che onora l’uguaglianza a mettersi a disposizione, non sarebbe invece la persona, l’istituzione che ha dimostrato spesso e volentieri di non rispettare quella divisione fra i poteri entrando di prepotenza in un ambito che non gli compete e nemmeno, com’è capitato troppo spesso in questo ultimo periodo di non avere le idee chiare sulle sue posizioni circa la Magistratura e un pregiudicato condannato che la mafia se la teneva in casa e del quale pare che la politica non possa proprio fare a meno.

Inusuale è stato un presidente della repubblica nominato una seconda volta ufficialmente perché sarebbe l’unico in grado di garantire la stabilità politica col vizio di nominare governi di non eletti dal popolo e la prima cosa fatta dopo la sua elezione per acclamazione dei partiti è stata distruggere i nastri delle sue telefonate con Mancino; come mai tanta fretta? E inusuale è anche aver nominato presidente della Consulta il giudice che ha ordinato la distruzione di quei nastri: uno scambio di favori?  Anche uno stato che tratta con la mafia, ci fa affari insieme invece di combatterla è un fatto inusuale,  E tutto è relativo, quello che alla ministra sembra inusuale a qualcun altro potrebbe risultare invece necessario: magari a tutti noi.

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Corazzieri & Cancellieri
Marco Travaglio, 18 ottobre

Segnatevi questi nomi: Alfredo Montalto e Stefania Brambille, presidente e giudice a latere della Corte d’assise di Palermo che ieri, con i sei giudici popolari, hanno avuto il coraggio di accogliere la richiesta della Procura di ascoltare come testimoni il presidente della Repubblica e alcuni suoi fedelissimi nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Potrebbero avere i soliti guai che in Italia toccano in sorte a chi tocca certi fili: andranno a scavare nella loro vita privata, a rovistare nei loro armadi, cassetti e cassonetti alla ricerca di qualcosa. Com’è accaduto agli Esposito, Mesiano, Boccassini, Ingroia, Di Pietro, Woodcock, De Magistris, Forleo, Nuzzi e tanti altri magistrati diversissimi fra loro, ma accomunati da un peccato originale: aver disturbato il potere costituito. Erano stati avvertiti, Montante e Brambille: la testimonianza del Presidente non s’ha da fare, né ora né mai. Li aveva ammoniti Michele Vietti, vicepresidente del Csm, l’organo di giustizia disciplinare presieduto dallo stesso capo dello Stato, con due pesanti interferenze nella loro autonomia. Li avevano sconsigliati i soliti giuristi di corte sguinzagliati a comando sui giornali di stretta obbedienza. Li aveva massaggiati l’Avvocatura dello Stato, che in teoria rappresenta i cittadini italiani, vittime della trattativa Stato-mafia, ma in realtà funge da guardia del corpo del Re. Il Tribunale di Palermo chiamato a giudicare Mori e Obinu per la mancata cattura di Provenzano aveva fornito loro una comoda scappatoia, depositando proprio l’altroieri le motivazioni del-l’assoluzione in cui, già che c’era, tentava di assolvere anche gl’imputati della trattativa (non tutti: solo i politici e i carabinieri). E ancora ieri, alla notizia della loro decisione, li ha intimiditi il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, titolare dell’azione disciplinare, con una dichiarazione ben peggio che strabiliante: “Non ho letto la motivazione, prima vorrei documentarmi. Ma la convocazione mi lascia un po’ perplessa, mi sembra un po’ inusuale”. Ecco, brava: si documenti ed eviti di dare aria alla bocca. Qui le cose inusuali che lasciano perplessi sono altre: uno Stato che tratta con la mafia e ormai se ne vanta; un esercito di presunti servitori dello Stato che mentono per la gola e ricordano a singhiozzo, ma solo quando i mafiosi e i figli dei mafiosi li costringono a farlo; un capo dello Stato che, anziché precipitarsi dai giudici a dire tutto ciò che sa, fa l’offeso e si trincera dietro i corazzieri; e una cosiddetta ministra della Giustizia che ignora i fondamentali del diritto, tipo l’art. 205 del Codice di procedura penale che prevede espressamente la testimonianza del Presidente al Quirinale. Chissà perché questo scatenamento non s’è registrato qualche mese fa, quando a convocare Napolitano come teste fu la Corte d’assise di Caltanissetta nel processo Borsellino-quater. Forse perché rifiutarsi di testimoniare nel quarto processo sulla strage di via D’Amelio pareva un po’ troppo anche a lor-signori. O forse perché stavolta c’è di mezzo quel che scrisse il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio nella lettera di dimissioni del giugno 2012 (pubblicata da Napolitano con un plateale autogol): e cioè che aveva confidato al Presidente i suoi “timori” di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” all’Alto commissariato antimafia e poi al ministero della Giustizia crocevia dei traffici legislativi in ossequio al papello. Se Napolitano testimonierà che D’Ambosio non gli disse nulla, gli darà del bugiardo. Se invece rivelerà le sue confidenze, qualcuno si domanderà perché non abbia sentito il dovere di farlo prima. Ma potrebbe pure rifiutarsi di testimoniare e tenere i giudici fuori dalla porta, come già Cossiga nel processo Gladio, ben sapendo che al Presidente non può accadere ciò che accade in questi casi a ogni altro cittadino: accompagnamento coatto dei carabinieri e incriminazione per reticenza. Nel qual caso, avremo capito tutto lo stesso.

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