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Il senso della misura

Natangelo

La riforma della giustizia, necessaria in questo paese dove per arrivare ad una sentenza ci vogliono cinque, dieci anni e anche oltre non ha niente a che fare con i procedimenti penali di berlusconi che da questa disfunzione è stato solo avvantaggiato e di più ancora lo è stato in virtù delle leggi fatte apposta per lui, volute da lui, eseguite da un parlamento complice e firmate dal garante della Costituzione della legge uguale per tutti.

A berlusconi non interessa una giustizia che funziona, veloce e che faccia in modo di stabilire in tempi ragionevoli l’innocenza e la colpevolezza. L’unica giustizia che interessa berlusconi è quella che non si occupa di lui, dei suoi reati, del suo essere tendenzialmente e naturalmente predisposto a delinquere come recita il primo grado della sentenza del processo Ruby.

E un presidente della repubblica che due ore dopo la condanna di berlusconi e due giorni dopo l’ennesimo attacco allo stato di berlusconi parla di riforma della giustizia e di Magistratura che non deve superare i limiti fa pensare male.

Qualcuno dovrebbe ricordare alla Cancellieri che ribadisce la litania di un’intesa simile a quella che ci fu dopo il fascismo, che questa fu possibile solo DOPO che il fascismo fu combattuto e messo fuori legge, purtroppo solo sulla Carta. Che quell’intesa avvenne dopo aver rimesso faticosamente in sicurezza il paese, col sangue e non le chiacchiere.

Una condizione che oggi nei fatti non c’è visto che un parlamento, repubblicano, democratico che deve TUTTO proprio al fatto che in altri tempi i nemici si combattevano, non ci si facevano alleanze né grandi e larghe intese, non riesce, non vuole e non può liberarsi del nemico, che non è una parolaccia da evitare ma un concetto da ribadire: chi si mette contro lo stato è un nemico dello stato, non uno da far sedere al tavolo delle decisioni, da mantenere in un posto, quella casa della democrazia che le istituzioni a parole difendono ma nel concreto no.

***

“NAPOLITANO E BERLUSCONI, DOVE SONO EQUILIBRIO E MISURA?”

L’interesse del paese non consiste nella tutela e nella protezione di delinquenti da parte dallo stato. 

In un paese normale e in uno stato civile la separazione delle carriere andrebbe fatta, va fatta soprattutto fra onesti e delinquenti. Fra chi rispetta lo stato e chi non lo fa.
E quanto più i delinquenti sono pericolosi più lo stato ha il dovere di fare in modo che non invadano, inquinandola, la società civile: quella degli onesti.

Non è al sicuro un paese dove il presidente della repubblica dice cose che la maggior parte dei cittadini non si aspetta, perché quel presidente dovrebbe essere il faro e la guida di un paese, e dovrebbe interpretare il sentire dei cittadini, e non penso né credo che la maggior parte dei cittadini italiani abbia a cuore la difesa dei delinquenti a scapito di chi per mestiere i delinquenti li condanna, nella fattispecie di uno che proprio lo stato ha violato e frodato, a svantaggio degli onesti che svolgono un lavoro e che vorrebbero fra le altre cose che il loro contributo economico, quei soldi che lo stato pretende e non gl’importa se la gente può o non può pagare, non servisse poi a pagare e mantenere agi e vite privilegiate a chi non sa più garantire sicurezza al paese pur essendo pagata e strapagata per farlo.

Non è al sicuro un paese dove il presidente della repubblica sfida, spesso tracimando oltre quel limite e quella misura che invita i Magistrati a rispettare, un limite e una misura che spesso e continuamente significano decenza, decoro e pudore, non fa sentire la sua vicinanza ai cittadini che dovrebbe illuminare e guidare, non fa più capire da che parte sta lo stato fra gli onesti e i delinquenti ma al contrario ciclicamente e sempre più spesso dice cose – molto più che sottintese – per tranquillizzare, favorire e far rialzare la testa a chi ha usato e abusato dello stato di tutti e anche dei tutti. 

Perché a furia di sentir dire da autorità alte e altissime che in questo paese c’è una guerra in corso fra guardie e ladri molta gente ci ha creduto e pensa veramente che il pericolo in Italia siano i Magistrati che applicano le leggi e non i delinquenti che le violano.

Non è al sicuro un paese dove il presidente della repubblica glissa e fa finta di ignorare che da cinquanta giorni, quasi due mesi, c’è un delinquente pregiudicato e condannato a piede libero a cui viene permesso di offendere pubblicamente lo stato, i cittadini, i Magistrati, di ricattare e minacciare i suoi sciagurati alleati di governo, quelli che più o meno consapevolmente hanno deciso di unirsi al partito di proprietà del delinquente come richiesto e preteso dal presidente della repubblica “per il bene del paese”.

Come se il bene del paese significasse la tutela e l’appoggio ai delinquenti.

***

Ma ci faccia il piacere – Marco Travaglio, 21 settembre

Atteso e prevedibile come la caduta delle foglie in autunno, il supermonito di Napolitano ai magistrati per dare il contentino al Cainano pregiudicato e non farlo sentire troppo solo, è puntualmente arrivato. Secondo il Presidente Pompiere, bisogna “spegnere nell’interesse del Paese il conflitto tra politica e giustizia”. Che è un po ’ come dire: siccome un chirurgo è stato condannato perché scannava i pazienti, bisogna spegnere il conflitto tra chirurgia e giustizia; siccome un ciclista è stato condannato per doping, bisogna spegnere il conflitto tra ciclismo e giustizia; siccome un tossico è stato condannato perché ha svaligiato un supermarket, bisogna spegnere il conflitto fra tossicodipendenza e giustizia; siccome un riccone è stato condannato perché non paga le tasse, bisogna spegnere il conflitto fra ricchezza e giustizia. Insomma, una solennissima assurdità. Gentile Presidente, si rassegni: se il suo amico Silvio è stato condannato per frode fiscale, è perché ha frodato il fisco. Si chiama “processo penale”, non “conflitto fra politica e giustizia”. E che senso ha dire che “politica e giustizia non devono essere mondi ostili guidati dal sospetto reciproco”? In Italia, da oltre vent’anni, è Berlusconi che attacca tutta la magistratura, invitando i cittadini a ribellarvisi anziché a ubbidirle; nessun magistrato ha mai attaccato tutta la politica in quanto tale, semmai alcuni magistrati (sempre troppo pochi) hanno condotto inchieste ed emesso sentenze su politici che violavano la legge, in base al principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione. Che dovrebbe mai fare un pm o un giudice davanti a un politico ladro o mafioso, se non “sospettare” di lui? La presunta “spirale di contrapposizioni tra politica e giustizia che da troppi anni imperversa in Italia” esiste solo in qualche mente confusa. Anche ammesso e non concesso che il conflitto esista, esso nasce dal fatto che molti politici delinquono e potrà finire soltanto se e quando questi la smetteranno di delinquere. Nessuno meglio del garante della Costituzione, in quanto presidente della Repubblica, e del difensore del-l’autonomia e indipendenza della magistratura, in quanto presidente del Csm, dovrebbe saperlo. Ed è preoccupante che vada a insegnare queste amenità a degli studenti universitari. Se qualche magistrato, come lui sostiene senza far nomi né portare prove, ha violato i doveri di “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità e senso della misura e del limite”, il Csm da lui presieduto ha tutti gli strumenti per sanzionarlo. Purché, naturalmente, si tratti di condotte vietate dalla legge, e non di esternazioni legittime o doverose per spiegare ai cittadini e soprattutto ai politici ignoranti o diffamatori come funziona la giustizia. E qui Napolitano incappa in una doppia contraddizione, quando esorta i magistrati a “un’attitudine meno difensiva e più propositiva rispetto al discorso sulle riforme di cui la giustizia ha indubbio bisogno e che sono pienamente collocabili nel quadro dei principi della Costituzione”. Sia perché da anni l’Anm e molti singoli magistrati propongono riforme utili a sveltire i processi e a combattere meglio la criminalità di ogni specie e livello, regolarmente zittiti come invasori di campo da chi fa soltanto leggi criminali e criminogene per sé o per i suoi complici; sia perché sul tema ogni magistrato è libero di pensarla come gli pare. A meno di voler sostenere che il magistrato è libero di parlare, ma solo se acconsente con le porcate sfornate a getto continuo da un Parlamento indecente e sempre firmate da chi avrebbe dovuto respingerle al mittente. Se invece dissente, allora deve tacere. La libertà d’espressione ridotta a dovere di applauso al potere è tipica delle dittature, non delle democrazie. Resta poi da capire che cosa siano il “senso della misura e del limite” prescritti dal Presidente Pompiere ai magistrati: come si calcola, e soprattutto chi lo calcola? Se un pm esagera, ci sono sopra di lui un Gip, un Gup, un Tribunale del Riesame e una Cassazione pronti a correggerlo. Idem per i giudici, nel Paese che – unico al mondo – prevede cinque fasi di giudizio pressochè automatiche. In ogni caso, per azionare gli estintori, Napolitano ha scelto la sede meno adatta: la commemorazione del suo ex consigliere giuridico Loris d’Ambrosio. Un magistrato che parla per mesi al telefono con un indagabile e poi indagato per falsa testimonianza sulla trattativa Stato-mafia, assecondandolo in ogni suo capriccio per ordine del suo capo, non è certo il miglior esempio di “senso della misura e del limite”, e nemmeno delle tanto decantate virtù di “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità”. Anzichè stendere un velo pietoso, anche per rispetto verso un signore che non c’è più e che fu trascinato da Napolitano e da Mancino in quell’imbarazzante abuso di potere, il Presidente lancia un messaggio implicito alle Corti d’assise di Caltanissetta e Palermo che si accingono a interrogarlo come testimone nei processi Borsellino-quater e Trattativa. Poi se la prende a suon di allusioni con il nostro giornale (l’unico che intervistò D’Ambrosio per ascoltare la sua versione dei fatti), reo di avere pubblicato ieri un servizio di Lo Bianco e Rizza sulle nuove carte depositate dalla Procura di Palermo al processo sulla trattativa. Carte che documentano il vero e proprio stalking esercitato dalla Procura generale della Cassazione, per ordine del Quirinale, sul procuratore nazionale Grasso (che ora, asceso a più alte poltrone, fa finta di nulla), affinchè interferisse nelle indagini dei pm siciliani contro la legge e ben oltre i suoi poteri. “Nulla è stato più paradossale e iniquo  dice il Presidente  che vedere anche Loris divenire vittima di quello che il professor Fiandaca ha chiamato ‘un perverso giuoco politico-giuridico e mediatico‘.  La cui impronta mistificatoria si è fatta sentire proprio oggi forse in non casuale coincidenza con questo incontro”. Stia tranquillo, Presidente: i giornali, almeno il nostro, servono a dare notizie. E quelle carte erano una notizia, per giunta attuale visto che il loro deposito è avvenuto giovedì.  L’idea che le abbiamo raccontate apposta (“non in casuale coincidenza”) per disturbare la sua fondamentale prolusione alla Luiss può venire soltanto a chi è abituato a certi giochetti. Dunque non a noi. Come dice Massimo Fini, “omnia munda mundis, omnia sozza sozzis 

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