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La decadenza e il declino. Definitivo

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Dice Rosy Bindi che berlusconi si deve dimettere perché così evita al parlamento l’imbarazzo di dover prendere una decisione.

Evidentemente, secondo Rosy Bindi e non solo è molto più imbarazzante cacciare un delinquente dal parlamento che averlo fatto entrare, e restare.

Certo, se si dimettesse toglierebbe tutti dall’imbarazzo di fare quello che si doveva fare da un bel po’ di tempo, tipo cacciare un impostore delinquente dal parlamento.

 Oltre ad un tetto su stipendi e privilegi in politica bisognerebbe metterne anche  uno sull’indecenza, per evitare ad esempio di legiferare per stabilire se un delinquente possa o meno far parte delle istituzioni di uno stato di diritto, di una repubblica democratica. In Italia c’è voluta una legge, quella di cui si sta discutendo tanto in questi giorni firmata dall’ex ministra sobria, l’avvocatessa d’élite Paola Severino, per dire che a chi è stato condannato oltre i due anni, non due ore o due giorni deve essere interdetta la possibilità di fare politica per mestiere, di sedere in parlamento: c’è voluta una legge per dire che chi viola la legge non deve contribuire a fare leggi che i cittadini normali, comuni e onesti devono essere obbligati a rispettare. Una legge voluta anche dal pdl che oggi viene rinnegata solo perché applicabile anche  al padrone del partito.

Non è necessario essere seguaci di nessun guru o pifferaio più o meno magico per capire che lo stato italiano è un malato senz’alcuna possibilità di guarigione.

A un condannato in via definitiva per aver derubato lo stato nessuno chiederebbe gentilmente di farsi da parte per evitare al suo datore di lavoro l’imbarazzo di doverlo licenziare: verrebbe cacciato anche dal più miserabile dei posti di lavoro. 
Nessuno vorrebbe più avere niente a che fare con uno che per stare meglio lui fa stare peggio gli altri e per raggiungere i suoi obiettivi commette reati a ripetizione.

L’unico datore di lavoro che tratta col dipendente delinquente è proprio lo stato, ovvero il derubato che, per mezzo dei suoi funzionari, pensa che sia opportuno cercare una via d’uscita che consenta al dipendente delinquente di non lasciare il suo posto concedendogli quello che ad altri sarebbe impossibile pretendere, anzi, quel datore di lavoro fa molto di più: consente al delinquente di poter ancora approfittare del suo ruolo, di potersi presentare in pubblico diffamando e oltraggiando chi ha solo applicato quello che non è un teorema eversivo ma la legge.

Verrebbe da chiedersi in quale altro paese un pregiudicato condannato, già inquisito per altri reati, può minacciare di presentarsi in parlamento per fare un discorso alla nazione, la stessa che ha frodato, e quello stato che il parlamento rappresenta anziché difendersi da lui lo lascia fare.

E a margine di questo scempio reiterato dobbiamo pure sorbirci la lectio magistralis di una signora che invoca il rispetto della Costituzione in un parlamento che la ignora, la violenta e la calpesta da almeno vent’anni, ché se l’avessero rispettata davvero silvio berlusconi in parlamento non sarebbe mai potuto entrare.

***

SuperEsposito Unchained – Marco Travaglio, 21 agosto

 

Danilo Maramotti

Nella bizzarra convinzione che sputtanando il giudice si assolva il condannato, il Giornale pubblica ogni giorno a puntate le avventure del giudice Antonio Esposito: l’avvincente feuilleton si avvale di testimoni super partes, che disinteressatamente accorrono a compiacere B. narrando ai segugi sallustiani le gesta dell’alto magistrato fin dalla più tenera età. Ne emerge la figura di un supereroe da cartoon giapponese, dotato di uno stomaco di ghisa (è sempre lì che mangia con qualcuno) e ossessionato sin dall’infanzia dall’incubo B. (non parla d’altri che di lui, come Sherlock Holmes di Moriarty, come Eliot Ness di Al Capone, come Basettoni di Macchianera). Ieri sul Pornale, nell’ultima puntata della saga, il commissario Zuzzurlo ha scovato un tale Massimo Castiello da San Nicola Arcella (Cosenza) che dal 2011 non vedeva l’ora di liberarsi di un terribile segreto: una cena a casa sua, ospiti d’onore l’attore Franco Nero in arte Django e naturalmente lui, SuperEsposito, che per l’intero pasto avrebbe ammorbato i commensali con feroci invettive contro B.: “Mi sta proprio sulle palle… Si salva sempre.. gli avvocati… la prescrizione… Ma se mi dovesse capitare a tiro gli faccio un mazzo così…”. Già che c’era, il nostro eroe avrebbe tirato in ballo anche Wanna Marchi, da lui condannata nel 2009 subito dopo un’altra cena a Verona – anch’essa svelata dal Pornale – in cui avrebbe sparlato di lei e di B. (dunque, secondo la logica arcoriana, innocente pure lei). Esposito smentisce con tanto di testimoni. In attesa che l’ennesimo processo per diffamazione chiarisca chi mente fra i Sallusti boys e il giudice (noi un’ideuzza ce l’avremmo), siamo in grado di rivelare i prossimi episodi della serie. Con nuovi, mirabolanti colpi di scena. 

I compagni di merendine. Giggino ’o Scannafemmine, autorevole imprenditore di Vallo della Lucania, rivela al Giornale che nel primo dopoguerra Esposito fu suo compagno di banco alle elementari, e spesso gli rubava la merendina con espressioni del tipo: “Questo è un esproprio proletario: ora tocca a te, ma un giorno, appena mi capitano a tiro Berlusconi e Wanna Marchi, gli faccio un mazzo così”.

Scherzi da prete. Padre Incoronato Molestia, parroco della chiesa di Santa Fuggitiva ad Agropoli, ricorda che il piccolo Esposito terrorizzava gli amichetti dell’oratorio tirando loro i capelli, poi si giustificava in confessione: “Che ci posso fare, padre, è più forte di me: da grande voglio fare il giudice per strappare la chioma finta a Berlusconi e quella tinta a Wanna Marchi”.

Ammazza la vecchia. Gennaro ’o Squartaguaglioni, prestigioso assistente sociale ultracentenario di Sapri, ricorda perfettamente in un’intervista al Giornale quando, nei primi anni 50, il giovane Esposito prestava opera di volontariato in un ospizio: si faceva consegnare una vecchina al giorno per portarla a spasso, la aiutava ad attraversare la strada, poi la spingeva sotto le ruote della prima automobile di passaggio urlando: “Mi alleno per Berlusconi e Wanna Marchi”.

Rasta il Selvaggio. Tonino ’o Ciucciasangue, decano dei vigili urbani di Castellabate, vuota il sacco con il Giornale: ormai prossimo alla maggiore età, un irriconoscibile Esposito coi capelli rasta e i piercing dappertutto, dalle sopracciglia all’ombelico, si aggirava nottetempo per le strade di periferia armato di bomboletta spray e imbrattava i muri, sempre con la stessa scritta, all’epoca incomprensibile ai più: “Wanna Marchi e Berlusconi finirete in schiavettoni”.

Tressette col morto. Totonno ’o Scarrafone, titolare della cattedra di Furto con Scasso all’Università Campania-3, svela al Giornale che una sera dell’estate del 1979 invitò a casa sua il giudice Esposito, l’inseparabile Franco Nero, Giovanni Rana, Roberto Carlino e la buonanima di Bombolo per una partita a tressette, purtroppo funestata dalle continue truffe del giudice Esposito, che estraeva continuamente dal polsino le carte vincenti che gli aveva precedentemente passato Ilda Boccassini.

Esi giustificava col dire: “Al confronto di Berlusconi e Wanna Marchi, io sono un principiante”.

l giudice pirata. Il maresciallo Pascalone ’a Mazzetta, comandante in pensione dei carabinieri di Paestum, rammenta perfettamente in una lettera al Giornale quando, nel 1987, fermò sul lungomare cilentano un energumeno, poi qualificatosi come il giudice Esposito, a bordo della sua fiammante Mercedes del 1971 mentre sgasava a tutta birra a 12 km l’ora e tentava di sfuggire alla contravvenzione con la scusa che doveva raggiungere al più presto Arcore per arrotare Berlusconi e, inspiegabilmente, anche Wanna Marchi.

Ultimo stadio. Don Rafe’ ’o Scurnacchiato, filosofo napoletano e appassionato di calcio, racconta al Giornale un’indimenticabile domenica in tribuna laterale allo stadio San Paolo nei primi anni 90 in occasione dell’incontro Napoli-Milan: al suo fianco uno scalmanato signore con gli occhiali, una vera iradiddio, proferiva epiteti irriferibili all’indirizzo dell’arbitro, sospettato di favorire smaccatamente i rossoneri. Quando lo sentì berciare “cornuto venduto pagato da Berlusconi!”, non ebbe più dubbi: era il giudice Esposito. Sul momento non comprese il senso di un’altra sua frase: “Il Cavaliere e Wanna Marchi mi stanno sulle palle, ma se mi capitano a tiro gli faccio un mazzo così”. Ora però ha capito tutto. Dunque Berlusconi e Wanna Marchi sono innocenti.

 

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Una risposta »

  1. in definitiva, mica è lo stato che è malato
    i nostri concittadini, l’avevano avuta la possibilità de mannalli tutti a leggiferare…
    ma ce li hanno riproposti per consentirci di spennacchiarli quando appaiono in tv
    Poca cosa, ma rifacciamoci almeno co’ l’aglietto

    Rispondi

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