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La democrazia delle libertà

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Liberi tutti – di Rita Pani – Mai parola più bella – LIBERTA’ – fu tanto abusata. Violentata dal degrado etico e morale di questa miserabile propaganda. Se ne è perso il senso stesso, insegnando molte cose sul significato della parola Libertà, nessuna delle quali capace di conservarne il valore. Libertà cammina al fianco del rispetto, vanno di pari passo. Il rispetto di sé stessi, delle regole, dell’altrui conduce alla Libertà. Non è essa quella parola vergognosa usata per denominare un partito politico, che per libertà intende quella di poter fare “un po’ come cazzo gli pare”; liberi di delinquere, liberi di depredare le casse dello stato, di uccidere la democrazia. Libertà è altro. E calpestando la Libertà, siamo arrivati fino al suo uso ancor più spregevole che va a sostituire l’ennesimo abuso contro i lavoratori, a favore di un padronato sempre più liberò – esso sì – di fare quel che è meglio per il proprio interesse e per il proprio capitale. “Indesit, scatta la messa in libertà per i lavoratori di Fabriano” titola Repubblica, senza vergogna alcuna. L’oltraggio che si aggiunge all’oltraggio dei LICENZIAMENTI per ritorsione, in seguito ai doverosi scioperi indetti il giorno dopo dell’annuncio – nemmeno troppo velato – dell’ennesima delocalizzazione dell’industria, parte in Turchia e parte in Polonia. 500 persone, 500 famiglie messe in libertà. Potranno scegliere come morire senza che giovanardi se ne dispiaccia, o che la Chiesa li condanni, o che le anime pietose di questo paese insensato facciano troppo caso a loro. Le parole sono importanti, ma in pochi ormai ci fermiamo a riflettere sull’uso criminale che la propaganda ne fa. Anzi, si uccide quel poco che resta della scuola e della cultura, in modo che sempre più persone, siano disposte a correggere il loro lessico e annientare ogni forma di pensiero LIBERO e indipendente, così che tutto questo abominio, domani, sia prassi accettata, condivisa, e sia sottomissione. Il momento della LIBERAZIONE è già passato da un pezzo, e che ci piaccia o no, siamo già stati sottomessi e assoggettati. Una vera lotta per la LIBERTA’, non la faremo mai. Mai ci riprenderemo il maltolto. Mai si comprenderà che l’unico modo sarebbe quello di prendere le fabbriche, mettere in libertà i padroni accompagnandoli fuori a calci nel culo. O meglio, mai avremo lo Stato capace di espropriare i beni del padrone, equiparando questi abusi ai reati di mafia, e dandoli in gestione agli operai che sarebbero finalmente sì, LIBERI di vivere. Non possiamo nulla, lo so anche io, ma possiamo fare molto per vigilare. (La vecchia cara Vigilanza Democratica, roba antica ahimè) Vigilare anche in questi casi in cui, un valore racchiuso in una parola, viene violentato e abusato. Ci viene tolto.

Per Repubblica il licenziamento di 500 persone è una restituzione di libertà.
Ecco: mi piacerebbe che lo stesso trattamento fosse riservato a chi ha pensato quella frase e a chi ha permesso che fosse stampata su un quotidiano. Ho sempre detto che la responsabilità di quello che accade, di quello che viene permesso in questo paese non è mai individuale ma che esiste una filiera ben precisa, che ha nomi e cognomi.
E finché quella gente non verrà disonorata come è giusto che sia non ne usciremo.

 

 

Sottotitolo: Anselma Dell’Olio [coniugata Ferrara]: “olgettine? meglio delle sceme di sinistra che scopano gratis”.
Eggià.
Noi abbiamo questo insano vizio.
Ci piace darla per hobby.
Pensare un po’ a chi si porta a letto lei, quello schifo immondo che non troverebbe chi gliela dà nemmeno se la pagasse tanto quanto pesa lui, no?

 Battute  a parte non finirò mai di chiedermi  a che livello infimo si possa scendere per difendere l’imputato pregiudicato condannato.

 

 

 

***

 

berlusconi ha ragione quando dice che “se c’è un settore che deve essere riformato in Italia è quello della giustizia”.

La priorità del pluricondannato B.
“Giustizia da riformare assolutamente”

***

Perché se la giustizia avesse funzionato davvero uno come lui sarebbe ospite di una qualsiasi delle patrie galere da vent’anni.

Ma meno male, invece, che abbiamo questo bel governo di necessità, di coesione per la “pacificazione”, che sarebbe questa pessima abitudine che c’è in tutti i paesi civili dove si dà la possibilità ai cittadini e al popolo di scegliersi il modo in cui essere governati e da chi?  dove ci sono le maggioranze E le opposizioni, i partiti conservatori E quelli liberali, i governi democratici E quelli che non lo sono? uno schifo inammissibile, siamo italiani mica per niente, noi.

Meno male che ci è toccato, non una volta sola ma ben due consecutive, mai più senza, questo presidente della repubblica [218 milioni di euro l’anno] di garanzia: di cosa non è dato sapere, non ce lo vogliono dire, vogliono farci la sorpresona finale. Secondo il mio modesto parere di cittadina  Napolitano sta continuando a garantire tutto quello che ha trascinato l’Italia nel baratro. Ma a lui, data la sua età, quello che accadrà fa cinque, dieci, vent’anni non interessa. A noi invece sì, dovrebbe interessare.

Altrimenti non sapremmo come fare senza gli interventi precisi e mirati dei ministri pd e pdl uniti come un sol uomo, senza il grande senso di responsabilità del presidente del consiglio, il nipote dello zio, quello in odor di senatorialità a vita ottenuta per meriti SUL campo dopo la famosa discesa IN campo.

Meno male che paghiamo questo esercito di geniali strateghi della politica per risolvere i problemi degli italiani ma soprattutto di uno: il solito.
Altrimenti, con che faccia potremmo presentarci al mondo?

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Intanto Lele Mora imputato al processo Ruby bis lo scarica: “Abuso di potere e degrado ad Arcore”

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Le confessioni di Lele Mora non fanno parte del gossip e di quell’inutile che la cosiddetta informazione ci propina di cui ci lamentiamo tutti i giorni.

Anche se a molti non sembrerà sono cronaca, di quella più nera che c’è e che serve a capire qual è stato il contesto nel quale agiva, ma forse si può anche evitare di parlare al passato, silvio berlusconi. 

Il mondo di berlusconi è quello di lele mora. E se mora invece di tergiversare, dire e poi smentire dicesse finalmente tutto quello che sa forse è la volta buona che riusciamo a liberarci della metastasi berlusconi e di una politica che non può fare a meno di mettersi in casa la feccia della società.

Solo due mesi fa Napolitano diceva che le campagne moralizzatrici sono la causa della distruzione della politica; ovvero, secondo il presidente della repubblica e non lo scemo del villaggio, per il “bene” della politica tutto può, anzi deve restare così cos’è, compresi i ricatti, le minacce e le pretese del puttaniere incallito e dei suoi sgherri. Tutto questo in assenza di un’opposizione forte in parlamento.

Io penso invece che dovrebbe interessare tutti che la delinquenza abituale abbia avuto le chiavi di casa del potere e che in parte, in larga, larghissima parte [come le intese, per dire], ce le abbia ancora.

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Un ministro da cacciare
Marco Travaglio, 29 giugno

Il governo Letta, in appena due mesi di vita, ha perso per strada prima il sottosegretario (Biancofiore) e poi il ministro (Idem) delle Pari Opportunità. La prima per una scemenza sui gay, la seconda per una serie di pasticci edilizi e fiscali. Ma non è detto che chi resta sia meglio di chi se n’è andato, anzi quando si sente parlare il ministro della Difesa Mario Mauro viene la nostalgia non solo della Idem, ma perfino della Biancofiore. E non solo per le fesserie che continua a dire sugli F-35 (“amare la pace significa armare la pace”). Ma soprattutto quando, non si sa bene a che titolo, parla di giustizia. L’altra sera l’ex berlusconiano ora montiano ma sempre ciellino era ospite di Porta a Porta, comodamente assiso accanto alle neoalleate Paola De Micheli (Pd) e Daniela Santanchè (Pdl: indichiamo i partiti di appartenenza perché ormai è impossibile distinguerli). Il tema erano i processi di B., di cui nessuno degli ospiti sapeva assolutamente nulla, dunque ne parlavano tutti, aiutati da servizi che parevano scritti da Ghedini (uno definiva “mostruoso” il risarcimento inflitto alla Fininvest per avere scippato la Mondadori e confondeva l’attuale valore in Borsa del gruppo di Segrate con quello di un’azienda che da 22 anni dà utili a chi la scippò al legittimo proprietario). Vespa, in pieno conflitto d’interessi in quanto autore Mondadori, sosteneva il suo editore col decisivo argomento che la sentenza sul Lodo — scritta dal giudice Vittorio Metta, corrotto da Previti con soldi Fininvest — è regolare perché gli altri due giudici che non la scrissero non furono corrotti (Previti, si sa, ha il braccino corto e lascia sempre le cose a metà).

Completavano il quadro il solito inutile vendoliano, tale Stefano, che vorrebbe “separare la vicende giudiziarie da quelle politiche” e Massimo Franco del Corriere , “sconcertato perché il risarcimento deciso dal tribunale è diverso da quello deciso in appello e da quello chiesto dal Pg della Cassazione e perché il Tribunale ha
condannato B. nel caso Ruby a una pena superiore a quella chiesta dai pm” (a suo avviso i tre gradi di giudizio servono a fotocopiare tre volte le richieste dei pm, così poi i Franco accusano i magistrati di corporativismo e i giudici di appiattirsi sui pm e chiedono la separazione delle carriere). 

A quel punto toccava al cosiddetto ministro Mauro dare un po’ d’aria alla bocca: “Io non credo al racconto criminale della vita di eminenti uomini politici, da Andreotti a Berlusconi”. Cioè lui non riconosce le sentenze definitive che dichiarano Andreotti mafioso fino al 1980 e B. corruttore di giudici e testimoni, falsificatore di bilanci e frodatore fiscale, nonché falso testimone sulla P2 e finanziatore illegale di Craxi, capo di un’azienda che compra finanzieri e accumula fondi neri, né tantomeno a quelle provvisorie sulla Puttanopoli di Arcore. Poi passava direttamente alle bugie: “Mi chiedo perché tutte le vicende giudiziarie di B. sono nate nel 1994 dopo che entrò in politica”. Naturalmente non è vero niente, anzi è vero l’opposto: già processato per falsa testimonianza nel 1989 e salvato dall’amnistia, B. e il suo gruppo furono oggetto di indagini a Milano fin dal ’92 e proprio per scamparvi (oltreché per salvarsi dai debiti e dal fallimento) il Cavaliere entrò in politica nel ’94. Infine il ministro Mauro impartiva agli astanti un’imperdibile lezione di diritto costituzionale: “Se il problema è l’equilibrio dei poteri, tirar fuori questo Paese dal guado, discutere un diverso modello costituzionale, come possiamo pensare che sia privo di equilibrio sul tema giustizia?”. 

E per lui l’equilibrio fra i poteri si conquista con l'”immunità parlamentare”, che merita “un’appassionata difesa”: infatti ha scoperto che “i padri costituenti diedero la “totale indipendenza alla magistratura perché l’Italia usciva dal fascismo”, ma oggi bisogna “garantire anche la politica”, rendendola immune da indagini. Mauro la chiama “leale collaborazione fra poteri”: o la magistratura collabora insabbiando i reati dei politici, oppure restituiamo ai politici la licenza di delinquere. Altrimenti “facciamo del male al Paese e ogni cittadino, anche il più fragile, urla il suo sdegno perché non si sente certo nelle mani della nostra giustizia”. Senza contare che rischiamo “di non entrare in Europa”: non perché abbiamo il record europeo di corruzione, evasione e mafia, ma perché i magistrati perseguono politici corrotti, evasori e mafiosi.

A quelle parole deliranti c’era magari da attendersi qualche pigolio della De Micheli (che però s’è appena sposata, col paggetto Confalonieri a reggerle il velo). Invece niente, tant’è che Mauro e la Santanchè si felicitavano per la rocciosa “coesione della maggioranza sulla giustizia”.Mauro concludeva che “in questi ultimi anni la giustizia è stata spesso subordinata alla politica”. Amen. Ora, che un vecchio sodale di galantuomini come B e Formigoni la pensi così è più che comprensibile. Ma siccome rappresenta il governo delle due l’una: o il premier Letta (Enrico) condivide i suoi delirii sul ritorno all’immunità, e allora dovrebbe confessare i patti occulti che ancora non ci ha detto, oppure non li condivide, e allora sarebbe cosa buona e giusta se prendesse il suo ministro e lo accompagnasse alla porta.

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