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2 giugno: festa di che?

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Sottotitolo: la parata militare non è inopportuna perché c’è la crisi: è inopportuna e basta.
Ed è sempre mancata la volontà di opporsi fino a farne a meno, alla sfilata delle armi in un paese che ripudia la guerra per legge, altrimenti da quel dì che sarebbe stata abolita. Non basta tagliare  il rinfresco e il passaggio delle frecce tricolore per ridare dignità a questo paese.

Il Quirinale costa agli italiani il quadruplo di Buckingham Palace e il doppio della Casa Bianca.
Ma il Re magnanimo oggi rinuncia al rinfreschino…niente brioches per loro così non sono obbligati a darne neanche a noi.

Più che la festa della repubblica a me pare, oggi più che mai, una festa “alla” repubblica.

Non vedo come si possa celebrare questa festa in assenza di quell’ospite d’onore che manca ormai da un sacco di tempo in questo paese e che si chiama democrazia; il convitato indispensabile se si parla di una repubblica, appunto, democratica.
In un paese dove in parlamento non c’è una rappresentanza di popolo scelta dal popolo non si può celebrare né festeggiare proprio niente.
Questa giornata andrebbe messa in standby finché non verrà ripristinato il minimo indispensabile delle condizioni per riparlare di Italia repubblica democratica.

Un colle solo al comando 
Antonio Padellaro, 2 giugno

Ieri, all’ora di pranzo, sui teleschermi degli italiani è apparso sua maestà Giorgio Napolitano. In occasione del 2 giugno, festa della Repubblica, con tono perentorio ha letto, anzi dettato, le disposizioni ai partiti. Sulla legge elettorale, sulle misure contro la crisi. E ha perfino impartito ordini sull’orizzonte temporale dell’attuale governo: entro il 2 giugno dell’anno prossimo l’Italia dovrà darsi “una nuova prospettiva politica”. E così sia (“Vigilerò”). Sembrava perfino ringiovanito, molto diverso da quel Napolitano sofferente che camminando quasi si appoggiava ai suoi collaboratori. Ma questo avveniva prima della rielezione, che deve avere agito sulle giunture presidenziali come un unguento miracoloso. Spero di non rischiare il vilipendio se dico (con vera ammirazione) che ci ha messi nel sacco tutti quanti. A cominciare da chi scrive, convintissimo che ai reiterati e sdegnosi rifiuti di ricandidarsi egli avrebbe tenuto fede da uomo di parola, poffarbacco. Eravamo tutti così sicuri che la sua ultima ora al Quirinale fosse scoccata che alla presentazione del libro L’ultimo comunista , con l’autore Pasquale Chessa e Filippo Ceccarelli, ci divertimmo a rivangare un episodio che già aveva provocato le fulminanti smentite del Colle: il Napolitano poeta, autore – con lo pseudonimo di Tommaso Pignatelli – di ispiratissime liriche in dialetto napoletano. Non sapevamo che nel frattempo il partito della conservazione stava andando a dama attraverso una serie di mosse, ancora tutte da ricostruire. Infatti, due giorni dopo, i sorrisetti si spensero insieme alle speranze di Bersani, di Marini, di Prodi e dei tanti che avevano fatto i conti senza l’oste. Da allora nell’osteria non si sente più volare una mosca. Letta a Palazzo Chigi lo ha imposto lui. Berlusconi non fiata, ossessionato com’è dalle sentenze. Il Pd sembra un collegio di orfanelli. Mentre la speranza sollevata da Grillo rischia d’impantanarsi nell’irrilevanza e nel risentimento. Tutti i giornali (meno uno) sono sull’attenti e non si muove foglia che lui non voglia, a cominciare dalla nomina del nuovo capo della Polizia. Nell’intervista a Silvia Truzzi, Andrea Camilleri parla di “Costituzione mandata in vacca” dopo il Napolitano bis. Ma c’è qualcosa di peggio: un Paese immobile, paralizzato dalla paura di cambiare, che cerca le poche certezze in un passato che non passa mai.

Non bastava lo schifo dell’utilizzatore finale: ci voleva pure quello dell’assaggiatore iniziale.

Ma, l’importante è che l’organizzatore totale abbia potuto partecipare alla delicata fase politica.

I diritti prima di tutto.

L’uomo che non sapeva nulla
Marco Travaglio, 2 giugno

Chissà se la Procura di Milano se ne farà una ragione: a Pigi Battista non è piaciuta la requisitoria al processo Ruby-bis. I pm Forno e Sangermano hanno usato brutte parole, senza nemmeno concordarle con lui. Poi han chiesto 7 anni per Mora, Fede e Minetti, più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e dagli incarichi scolastici: troppo. Se nemmeno tre eventuali condannati per induzione e favoreggiamento della prostituzione, minorile e non, possono diventare deputati o premier o capi dello Stato, né dirigenti o insegnanti in scuole e asili, dove andremo a finire, signora mia. Cose che càpitano quando i pm si ostinano a pronunciare requisitorie senza consultare il noto giureconsulto del Corriere , che nessuno ha mai visto a un processo, ma li conosce tutti come le sue tasche. Mesi fa Lele Mora era in carcere per bancarotta e lui tuonò: “Sei mesi di galera preventiva per bancarotta appaiono una punizione leggermente esagerata prima ancora di una sentenza”; “i pm usano la galera per indurre l’indagato a conformarsi alla loro versione”; roba da “tortura”, colpa della “ferocia diffusa che chiede provvedimenti esemplari contro l”antipatico’, l’eticamente discutibile ed esteticamente impresentabile, il flaccido malfattore (presunto)”. Poi si scoprì che il malfattore era talmente “presunto” e “in attesa di sentenza” da aver appena patteggiato 4 anni e 3 mesi per la bancarotta da 8,4 milioni della sua LM Management, al cui fallimento aveva sottratto i 2,8 milioni regalati da B. per comprarsi una Mercedes e dirottare il resto su un conto svizzero. Subito sbugiardato, il Battista non batté ciglio. Anzi, passò subito ad assolvere l’altro suo imputato prediletto, Ottaviano Del Turco, ripubblicando per l’ennesima volta il pezzo che scrive dal 2008, quando l’allora governatore d’Abruzzo fu arrestato per tangenti. L’altro giorno ha scritto che: il pover’uomo è ancora “nell’attesa di un processo ancora ai primi passi” (non avendolo mai seguito, non sa che è alle ultime battute); le “prove schiaccianti” (tipo la confessione del corruttore, che ha addirittura fotografato le mazzette prima di consegnarle a Del Turco) annunciate dai pm “non esistono”; e la Procura “non aveva nemmeno controllato le date delle foto scattate dall’accusatore e dei pedaggi autostradali”. Purtroppo l’altroieri il perito del Tribunale ha confermato che le foto delle mazzette collimano con le date dei viaggi in autostrada del presunto corruttore verso casa Del Turco. Ma questa notizia l’ha data solo il Fatto. Battista no: con agile balzo, era tornato ad assolvere l’altro imputato prediletto, Lele Mora. Che, a suo dire, viene processato con Fede e Minetti non per dei reati, ma per “un peccato”, “uno stile di vita”. E viene offeso dai pm con un “linguaggio” sconveniente che “smarrisce il senso delle proporzioni”. In effetti è bizzarro che in un processo per prostituzione l’accusa parli di prostituzione con espressioni come “sistema complesso di prostituzione”, “soddisfacimento del piacere di una persona”, “atti sessuali retribuiti”, e dipinga i presunti papponi “come sentina di ogni vizio, espressione di ogni nefandezza” a fini di “degradazione morale”, anziché elogiarne le virtù etiche e civiche (in fondo il lenocinio è uno “stile di vita” come un altro). Invece quelli di Milano sparano la richiesta “severissima” di condannarli a 7 anni più le interdizioni: la prova che vogliono “una condanna morale”, non “giudiziaria”, una “pena esemplare” e quindi non “giusta”. Non sa, il giureconsulto, che non la Procura, ma il Codice penale, grazie anche alle leggi dei governi Berlusconi del 2006 e del 2008, prevede per questi reati da 6 a 8 anni di carcere con automatica interdizione perpetua dai pubblici uffici e dagl’incarichi scolastici: nemmeno volendo i pm avrebbero potuto chiedere di meno. 
Ma Battista, rispetto ai giornalisti, gode di un privilegio invidiabile: non sapendo nulla, può scrivere di tutto.

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  1. Le parate militari mi ricordano il nazismo e il fascismo. Tanto per citare solo alcune dittature

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  2. ma te rendi conto, 7 annì alla minetti, povera criatura ed a callisto invece i domiciliari dopo aver rovinato migliaia di risparmiatori parmensi, ar maidoffe negli usa janno dato 3 ergastoli però ‘sto paragone cogli usa non lo tirano mai fuori, mentre quer poraccio de ignazio c’è rimasto tanto male, che lui quanno che vede nel cielo le frecce se commove ed applaude cumme a un bambino.
    èh vabbè, per fortuna che angh’io sono già fidanzato,
    però una piccola speranzella uno la nutre sempre
    altrimenti le giornate scorrerebbero uguali e senza senso

    Rispondi

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