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Il dramma esiste [ma non chiamatelo “femminicidio” né emergenza, reloaded]

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Un dramma è un dramma, una violenza è una violenza, un omicidio è un omicidio.

Non serve “vendere” questi fenomeni tragici della società avvalendosi di terminologie particolari, e per di più errate proprio nel loro significato che dovrebbe essere invece quel rafforzativo che pone su quei drammi e violenze il giusto accento.

Sottotitolo:  perché “femminicidio” è una parola sbagliata.

“[…] Spesso si usa il termine “femminicidio” per chiamare le aggressioni contro le le donne anche quando, fortunatamente, non hanno conseguenze mortali: per esempio uno sfregio con l’acido. Ora, un omicidio è un omicidio, e “lesioni gravissime” sono lesioni gravissime. Dalla tomba non si esce, dall’ospedale sì. Per di più, il “femminicidio” sarebbe un’espressione impropria anche in caso di morte: a imitazione di “genocidio” si crea una nuova parola che crea una nuova realtà: le donne uccise “in quanto donne”, come gli ebrei, sterminati “in quanto ebrei”. Ma il paragone non regge: gli ebrei Samuel, Israel, Ruth o Esther venivano mandati dai nazisti nelle camere a gas per il solo fatto di essere di religione ebraica, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione. Le donne uccise da ex partner non vengono uccise “in quanto esseri umani di sesso femminile” bensì esattamente per la ragione opposta: per essere quella donna che ha rifiutato quell’uomo. Michela Fioretti è stata uccisa dall’ex marito Guglielmo Berettini, che non accettava di essere stato lasciato. Berettini non ha sparato sei colpi di pistola contro la prima donna che ha visto per strada: ha ucciso Michela perché era Michela che l’aveva lasciato. Non c’è bisogno di creare una nuova categoria di reati, di inventarsi nuove pene: per l’omicidio c’è già l’ergastolo. Chiamiamo le cose con il loro nome, puniamo i violenti ma guardiamo in faccia la realtà e non creiamo il panico quando non ce n’è bisogno. […]”  Fabrizio Tonello

Femminicidio, i numeri sono tutti sbagliati

di Fabrizio Tonello per Il Fatto Quotidiano

Meno male che non è vero che gli uomini sono tutti uguali, ci sono quelli che parlano di problematiche femminili molto meglio di tante donne, per dire.
Ma le mode e i luoghi comuni seducono sempre, e purtroppo producono un effetto domino devastante per la cultura, quella da cui si dovrebbe partire per risolvere ogni tipo di drammi e problemi.
E sono contenta che Tonello abbia spiegato così bene il perché quel termine orribile “femminicidio” non significa assolutamente niente, è sbagliato proprio dal punto di vita della semantica, chi lo ha messo in giro la prima volta dovrebbe essere accusato di vilipendio alla lingua italiana e al significato delle parole.

Usare la Rete responsabilmente non significa solo mettere in pratica qui quelle regole minime di buona educazione che applichiamo anche nella vita cosiddetta reale.
Vuol dire anche non approfittare della visibilità per diffondere messaggi sbagliati, avere bene in mente che un social network è frequentato anche da chi non ha il vizio di approfondire, di informarsi bene, di capire quello che gli succede intorno. 

C’è gente che magari, avendo instaurato un rapporto di continuità con chi frequenta abitualmente qui dentro, che sia un blog o la pagina di facebook, crede a quello che legge, si fida, non penserebbe mai che quelle persone che legge tutti i giorni scrivano stupidaggini e cose non vere. 
E questa è una grande responsabilità.

Un dramma, una tragedia un qualsiasi fatto di cronaca non devono servire a fare da cassa di risonanza, ad ingigantire, a creare e diffondere paure.
Perché non è con l’allarme sociale, con i toni ridondanti che si affrontano drammi, argomenti e problemi.

Eppure dovremmo averla imparata la lezione, e ce la dovrebbe aver insegnata proprio quella politica fatta di tante parole, tutte mirate ad orientare o disorientare a seconda della sua convenienza.

In Italia non c’è nessuna emergenza femminicidio; e che orrore questa parola che come spiega benissimo Fabrizio Tonelli sul Fatto Quotidiano è proprio sbagliata, come in tanti abbiamo cercato di dire in tutti questi mesi spiegando anche il perché.

Chiunque abbia approfondito e cercato notizie che non fossero i soliti titoloni sparati da certi quotidiani sa che i numeri sono in linea con l’assenza di qualsiasi emergenza.

Una sola persona, donna o uomo non importa, che muore per mano violenta è una tragedia di per sé. 

Quello che non si deve fare è montare casi eccezionali laddove non c’è nessuna eccezionalità ma purtroppo solo casi e numeri che hanno a che fare con un’umanità violenta che non scopriamo certo oggi.

Il fascismo di oggi si fa forza proprio sulla questione della sicurezza: alemanno ha vinto le elezioni soprattutto speculando sulla morte della signora Reggiani, ammazzata in una stazione di Roma, e le ha vinte promettendo che avrebbe lavorato e si sarebbe impegnato per arginare e ridurre gli atti criminali ma mai a Roma sono successe tante tragedie legate alla criminalità e alle mafie come da quando c’è alemanno.

Fomentare, dire che c’è un’emergenza, un allarme quando i dati, le statistiche, i numeri raccolti in ambito internazionale dicono di no significa essere irresponsabili, vuol dire fare quello che non si dovrebbe mai fare e cioè affrontare drammi e tragedie secondo il proprio sentire: quello famoso del “e se capitasse a te”.

Oggi ci sono tante sollecitazioni che vent’anni fa, trenta non c’erano. Ciò non toglie che parlare di ‘emergenza’ nel paese del massacro del Circeo avvenuto quarant’anni fa e dove fino al 1981 è stato perfettamente legale ammazzare la moglie/fidanzata/compagna fedifraga o presunta tale avvalendosi di quel delitto che doveva salvaguardare l’onore del maschio, sa un po’ di retorica populista.

E, al di là di ogni altra considerazione, se un ragazzino di sedici anni riesce ad esercitare una violenza pari a quella di un serial killer, di un boss della malavita adulto e abituato ad esprimersi con la violenza, penso che di tutto ci sia bisogno fuorché di repressione e leggi speciali.
Il problema da cui scaturiscono questi drammi è culturale, legato all’abbandono in cui vivono milioni di adolescenti italiani – che poi diventeranno donne e uomini – ai quali nessuno insegna a rapportarsi con la vita nel modo giusto.
Ed è questa, la vera emergenza.

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  1. A me il termine “femminicidio” fa venire in mente un insetticida. Come del resto quando sento parlare di “delitto passionale”. Ora dico: un delitto magari è efferato ma passionale proprio no. O “amore criminale”. Di criminale c’è la follia umana.

    Qualche giorno fa stavo per scrivere sul blog di come la vera emergenza ci fosse probabilmente 50 anni fa, quando le donne dovevano stare zitti e pensare solo a farsi ingravidare. Quando il divorzio non c’era e chissà quante botte sono state prese nel silenzio. Quante storie mai venute a galla. Poi arriva “la vita in diretta” e fa il servizio su come so felici quelli sposati da sessant’anni.

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  2. Condivido pienamente la tua posizione e ti ho anche citata in un commento al mio blog. Spero non ti dispiaccia.

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  3. Hai ragione, non è importante.

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    • E’ importante anche dire le cose, che senso ha dirmi che mi hai citato e poi non lo posso leggere? certo che non è importante, ma non lo è per cause di forza maggiore, non perché sia giusto, ecco.

      Rispondi

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