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And the winner is…the pope. Again

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Sottotitolo: un’inchiesta giornalistica è la paziente fatica di portare alla luce i fatti, di mostrarli nella loro forza incoercibile e nella loro durezza. Il buon giornalismo sa che i fatti non sono mai al sicuro nelle mani del potere e se ne fa custode nell’interesse dell’opinione pubblica e anche nell’interesse della politica perché senza fatti la politica annienta se stessa.

[Giuseppe D’Avanzo]

E ancora: il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede.

[Anna Politkovskaja]

Preambolo: il livello dello stato dell’informazione in Italia si misura anche ascoltando quel che ha detto Paolo Mieli ieri sera a Servizio Pubblico, e come lo diceva; in evidenza quel ridicolo panegirico sui suoi trascorsi giovanili da guerrigliero urbano che non c’entrava nulla nemmeno come paragone circa la manifestazione pro-delinquente organizzata dai cialtroni delle libertà provvisorie. Questo genere di giornalisti e di giornalismo, quello del “ha ragione tizio PERO’ bisogna ascoltare anche le ragioni di caio” anche se quel caio fosse la reincarnazione di Jack lo squartatore è uno dei motivi principali del fallimento di una politica mai abituata ad essere incalzata, disturbata, richiamata ai suoi doveri, che sarebbe, anzi è, uno dei doveri di un’informazione che svolge correttamente la sua funzione, se questo fosse un paese normale.
Ecco perché qui Mieli è considerato un deux ex machina del puntoevvirgola mentre altrove, in un paese normale, sarebbe solo uno dei tanti.

Ognuno ha i suoi trip, il mio è da sempre quello dell’informazione.

A casa mia sono sempre entrati i quotidiani, mio padre comprava Paese Sera che era l’unico ad avere una doppia edizione giornaliera e usciva apposta di pomeriggio tardi per acquistare anche l’edizione serale, e con mia sorella siamo state proprio educate alla lettura e al commento delle notizie, quindi ho sempre sentito come una naturale forma di trasporto verso quello che considero non solo il fondamento di una democrazia solida, quel cane da guardia del potere [e non da riporto o da compagnia come scrive Travaglio] ma che considero, come diceva Voltaire a proposito dello stato delle carceri, uno degli strumenti più importanti con cui misurare il livello di civiltà di un paese.
E la redazione di un giornale è, dopo le librerie, uno dei luoghi in cui passerei giornate intere, trovo affascinante l’atmosfera, quella frenesia che ‘va di corsa’ perché deve seguire i fatti del mondo prima di tutti per poi raccontarli al mondo prima di altri. 
Ecco perché penso che quella del giornalismo non sia una professione qualsiasi ma quasi una missione e che chi decide di svolgerla lo faccia quasi per vocazione, un mestiere che si fa per passione, come fosse una forma d’arte.
E nessuna forma d’arte andrebbe mai svilita, niente su cui si mette il proprio nome, cognome, la faccia deve essere privo di senso, altrimenti perde di senso anche parte della stessa vita.
E mi domando come deve essere la vita della maggior parte di quei professionisti che hanno scelto di mettersi al servizio degli altri raccogliendo fatti e notizie per informare ma poi strada facendo si perdono talvolta per volontà e incapacità loro ma più spesso per conto terzi e cioè dei propri editori di riferimento pensando che tutto sommato ci sono cose che si possono volutamente ignorare e tralasciare a beneficio di altre che non hanno nessuna importanza, se l’obiettivo è quello di permettere ai lettori di potersi formare delle opinioni sane e il più possibile corrispondenti alla realtà dei fatti e delle cose che ci accadono intorno.
Mi domando quali principi si tradirebbero se al posto di venerare il politico o, come in questi giorni, la figura del nuovo papa ci si limitasse alla “fredda cronaca” di quello che va raccontato.
Ecco perché non mi spiego come sia stato possibile trasformare un conclave e la successiva elezione del nuovo papa per l’ennesimo episodio che spiega perfettamente quali sono, invece, i veri obiettivi di un certo giornalismo.
Il fondo di Travaglio di oggi è – come sempre sono i suoi – illuminante, fa capire benissimo quanto può essere utile alla formazione di libere opinioni chi confonde l’elezione di un papa con una finale dei mondiali, con la notte degli Oscar, e se penso a quante altre cose si sarebbero potute scrivere sui quotidiani al posto di editoriali e articoli da tifo da stadio, o, peggio ancora su previsioni assurde visto che nessuno può mai venire a conoscenza di ciò che accade nelle segrete stanze della Cappella Sistina come generalmente quasi nulla di tutto il resto che succede fra le mura vaticane e quando questo accade – per sbaglio o per il senso di responsabilità di qualcuno, quel povero “Corvo” che deve amare così tanto la chiesa da averle sacrificato il suo mestiere e la sua reputazione personale – viene definito scandalo.
Mentre invece il vero scandalo è – come sempre – sacrificare la verità raccontando e scrivendo un mucchio di balle inutili per non inimicarsi nessuno, per mostrare la figura del nuovo papa come quella di un innovatore, del riformista che metterà le cose apposto all’interno di un’organizzazione che come la storia insegna non ha proprio e mai avuto nessuna ambizione di rinnovarsi in meglio. 

Il papa è il capo di una comunità che esiste da duemila anni e si regge sfruttando l’ignoranza e la povertà del e nel mondo, che per aumentare il proprio potere è stata sempre molto vicina ai soldi, da qualunque parte provenissero. 
E certe dichiarazioni del nuovo papa quando era ancora cardinale a proposito di donne e omosessuali la dicono lunga su quanto lui sia così diverso da chi lo ha preceduto e chi gli succederà.
Sfido chiunque a smentire questa tesi.

E da parte mia non ho nessunissima intenzione di farmi sedurre da qualche gesto diverso, perché un papa che invoca e promuove il rigore per se stesso e per i suoi subalterni non dovrebbe essere l’eccezione ma la normalità e la regola, e questo avrebbero dovuto scrivere certi giornalisti di certi quotidiani, non sperticarsi in lodi, guardare al dettaglio e trasformarlo in chissà quale exploit. 

Parlare meno e parlare meglio, scrivere meno per non essere poi costretti a ricamare attorno ad un non fatto o ad una notizia che non c’è  un mucchio di scemenze inutili [quelle che descrive benissimo Travaglio stamattina] dovrebbe essere l’imperativo di un buon giornalismo.

E, come scrivevo ieri in questo paese è pieno di gente che ha altri punti di riferimento che avrebbe avuto, avrebbe ed ha il diritto di non subire l’informazione violenta, perché a reti e quotidiani praticamente unificati che invece siamo stati costretti ad ascoltare e leggere in questi giorni, che dovrebbe poter contare almeno sul giornalismo che si definisce libero, indipendente, non schierato e né soprattutto colpito da un’improvvisa crisi mistica collettiva solo perché è successa una cosa che si ripete da duemila anni.

Gli Scolapasta
Marco Travaglio, 15 marzo

Come i sondaggisti e i politologi dopo la vittoria di Grillo alle elezioni, i vaticanisti e i papologi sono rimasti a bocca aperta dinanzi a papa Bergoglio, inopinatamente sfuggito ai loro radar. Chi l’avrebbe mai detto? In effetti ci voleva lo Spirito Santo per immaginare che il secondo classificato al penultimo conclave, subito dietro Ratzinger, fosse almeno papabile. Strano che chi passa il tempo a ripetere “chi entra papa in conclave ne esce cardinale” non ci abbia pensato. Ma forse non è strano, visto che molti sedicenti esperti di Vaticano seguono la logica dei retroscenisti da buvette di Montecitorio: confondono le proprie speranze con la realtà. Solo così si spiegano i chilometri quadri di piombo dedicati dai nostri giornaloni al presunto favoritissimo Angelo Scola, tanto popolare tra i politici quanto impopolare fra i cardinali del resto del mondo, un po’ perché è italiano e dunque da evitare dopo tutti gli scandali di Curia, un po’ perché è Scola e dunque da evitare per i trascorsi nel clan Formigoni che produce un paio di arresti al giorno. 

Mancava solo papa Celeste I. 
Eppure l’arcivescovo ciellino era il candidato ufficiale di Corriere e Repubblica, impegnatissimi nella gara di Scola Cantorum. 

Corriere : “Scola ha già 50 voti” (certo, come no), “Per Scola l’appoggio degli stranieri” (sì, buonanotte). 
Repubblica : “I favoriti restano 4, Scola e i 3 delle Americhe: il canadese Ouellet, Dolan o O’Malley degli Usa, il brasiliano Scherer, ma spunta il messicano Ortega” (spunta da dove? dal sombrero?). 
Repubblica: “Via agli scrutini, Scola parte da 40 voti. Caccia agli indecisi per chiudere la partita”. “Partita a due per il Conclave. Scola e il pacchetto dei 40”. 
Sul Corriere l’intervistatore ufficiale Aldo Cazzullo dava consigli allo Spirito Santo: “La speranza (soprattutto sua, ndr) che si scelga un Papa italiano. Le possibilità dell’arcivescovo di Milano e il rapporto con Bagnasco” (che, fuori dalla cinta daziaria, è un discreto handicap). 
E giù fiumi d’inchiostro tricolore sull’assoluta necessità di un papa biancorossoverde: “gioverebbe al prestigio e soprattutto all’autostima del nostro Paese”, insomma “l’affacciarsi di un compatriota in piazza San Pietro rappresenterebbe un motivo di orgoglio e di riscatto per il nostro Paese”. 
Guai a evocare gli scandali di Cl: sarebbe “un pregiudizio negativo”. 
Senza contare che Scola si fa chiamare “don Angelo” e “chiama l’interlocutore per nome, si fa dare del tu dalle persone con cui ha consuetudine”. 
E per Cazzullo sentirsi chiamare “Aldo” dal nuovo Papa non aveva prezzo. 
Mirabile anche l’accenno a Scola “figlio di un camionista”, ma anche misteriosamente “figlio di un operaio”. 
Un cardinale con due padri? Una bizzarria unica al mondo, che assieme a tutto il resto dev’essergli stata fatale. 
Anche Repubblica , per non perdere pure il conclave dopo le elezioni, aveva sposato preventivamente Scola, col classico salto sul carro del vincitore (supposto). 
Per la bisogna aveva dedicato un bel ritrattone di due pagine al “ragazzo del lago di Como che corre per diventare Papa”, “si ammazza di lavoro”, “riforniva Ratzinger di buon vino”, “era primo della classe in latino e greco”, aveva “una bella fidanzata che si fece suora” e — sì, è vero — “faceva lezioni di filosofia ed etica a Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri”, ma “capitò una volta sola”. 
Quante volte figliuolo? Una sola. Ah beh allora. 
Per preparargli la dovuta accoglienza, Repubblica aveva addirittura strappato al Foglio , al Giornale e a Panorama il vaticanista turbociellino Paolo Rodari, che stazionava in permanenza in tutte le tv con le piaghe da decubito e salmodiava il mantra: “Il favorito è Scola”. Nessuna speranza invece per Bergoglio che, ridacchiava Rodari su Repubblica con l’aria di chi la sa lunga, “è candidato a racimolare qualche voto al primo scrutinio”. 
Insomma uno sfigato. Profezia azzeccata. Anche lo Spirito Santo, nel suo grande, s’incazza.

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