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Tuoni, fulmini e saette

 Ieri sera pensavo alla  binetti e alla roccella ma anche alla  bindi e a giovanardi 
Il papa si è dimesso, hanno bocciato il ricorso sulla legge 40: una giornata da dimenticare.
Per loro.

“Come donna e come madre”, Angela Bruno è stufa delle molestie

Non ne può più dell’ipocrisia e delle manipolazioni da ufficio stampa aziendale. Angela Bruno, la donna molestata pubblicamente da Silvio Berlusconi nel corso di una convention, ha precisato via mail che non si è sentito affatto “onorata” dalle volgarità del cavaliere.

Alla fine non penso che sia così importante la sua reazione. Cosa ci sia di vero o falso, se lei si sia effettivamente imbarazzata o divertita come riportava La Repubblica. Quel che si è visto, il fatto che non abbia saputo reagire alle insolenze del prepotente ma le abbia assecondate, quali che siano le ragioni, è molto più esaustivo di qualsiasi spiegazione. E visto che il suo momento di gloria l’ha avuto, sono 48 ore che si parla del fatto che una signora non abbia saputo voltarsi per andarsene ma per far ridere un vecchio malato, penso che il giornalismo illustre possa anche smettere di occuparsi di queste beghe da cortile berlusconiano.

Aggiornamenti e sviluppi: la ragazza “molestata” da silvio alla convenscion della Green Power  ci tiene a far sapere che si è molto divertita ma; contenta lei, contenti tutti. Quindi anch’io di non essermi unita alla consueta fiera dell’ipocrisia – che si ripete ogni volta che silvio berlusconi interpreta silvio berlusconi e non solo in situazioni di questo tipo – di chi la voleva rappresentare come l’ennesima “vittima” del sessuomane incontinente.  L’episodio dell’impiegata della Green Power non denota solo la mancanza assoluta di considerazione che berlusconi ha per le donne ma, soprattutto, il fatto che ci sono donne che certi atteggiamenti degli uomini, non tutti per fortuna,  non solo li accettano, ma non li trovano disdicevoli, sconvenienti. Nel caso di specie perfino divertenti. La signorina rideva e alla richiesta di voltarsi per mostrare il lato b non si è opposta, l’ha fatto. E alle battute del satrapo non ha ALMENO taciuto per non dargli la possibilità di andare oltre, si è prestata al gioco. Quindi cosa c’è da indignarsi, da difendere? Quello che non succede mai è che qualcuno risponda a berlusconi come merita, non lo ha fatto la politica e abbiamo visto com’è andata a finire. Sarebbe il caso che cominciassimo tutti a considerarlo per quello che è anche nella malaugurata ipotesi che lo dovessimo incontrare di persona.  Ogni luogo frequentato da silvio rischia di trasformarsi in una scenetta da b movie. Ormai lo sanno tutti che l’agguato, la battuta, il tentativo di approccio, l’allusione sessuale sono sempre dietro l’angolo. E nessuno dovrebbe farsi trovare impreparato.

Procreazione, la Corte di Strasburgo
boccia il ricorso dell’Italia sulla legge 40

 La Corte europea dei diritti umani conferma la sentenza del 28 agosto scorso: i giudici ancora una volta si sono espressi contro la legge che nega a una coppia fertile, ma portatrice di una malattia genetica, di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni.
 Finché  la politica non pagherà in solido le leggi sbagliate che fa per conto suo o perché gliele suggeriscono dall’alto non ne usciremo; il papa che si dimette non fa dimenticare né cancella un bel nulla, soprattutto una politica serva e servile.
L’Europa ha ricordato alla politica italiana che il 2013 vale anche per noi, che dovremmo smetterla di essere il caso pietoso di famiglia per colpa della politica tutta. 
Questo ricorso, tanto per non dimenticarci di niente e di nessuno in campagna elettorale,  l’ha chiesto e ottenuto Monti, che era il presidente del consiglio tecnico e non doveva entrarci proprio niente con queste faccende, ma se l’ha fatto è perché qualcuno glielo ha chiesto, e non glielo abbiamo chiesto noi cittadini. E Napolitano come al solito guardava da un’altra parte.
Il fatto che persino Antonio Padellaro si sia unito al coro delle prefiche, dei futuri orfani del papa vivo e scriva nel Fatto Quotidiano che le dimissioni del papa riducano, sminuiscano a beghe quelle della politica in questo ultimo scorcio di campagna elettorale la dice lunga, anzi lunghissima sull’intenzione di separare almeno culturalmente quel che succede dall’altra parte del Tevere rispetto ai palazzi delle istituzioni.
Perché questa campagna elettorale organizzata in fretta e furia è – come scriviamo in tanti da giorni – sicuramente lo spettacolo meno edificante al quale avremmo voluto assistere ma è quello di cui tutti ci dovremmo augurare il finale meno tragico, a differenza di quel che succederà nella casa di Pietro le cui sorti, francamente a me interessano infinitamente meno per non dire nulla.
Siamo un paese piccino e non perdiamo mai l’occasione per dimostrarlo.

L’Antitaliano
Marco Travaglio, 12 febbraio

Se non fosse irriguardoso, si potrebbe dire che Joseph Ratzinger è come Michel Platini: meglio ritirarsi ancora al cento per cento delle forze fisiche e mentali, che declinare e degradarsi sotto gli occhi del mondo, riducendosi progressivamente a larva umana o vegetale. Specialmente se si è assistito alle lunghissime agonie di due grandi predecessori come Paolo VI e Giovanni Paolo II (papa Luciani fu una meteora), che negli ultimi tristi anni finirono nelle mani e nelle fauci di una Curia popolata anche di sciacalli e faine. È incredibile la forza dirompente ed eversiva, dunque storica, sprigionata dalla scena fuori dal tempo e dallo spazio del Concistoro di ieri, con il vecchio Pontefice che esala cantilenando poche frasi in latino. Una forza che, proprio nel passo d’addio, spazza via tutti gli schemi del Papa conservatore, incolore, insapore, freddo e distaccato. Il coraggio dell'”incapacitatem meam agnoscere” e dell’ammettere le forze che mancano per l'”ingravescente aetate…”. L’umilissimo “veniam peto pro omnibus defectibus meis”. Il confessare la propria finitezza, forse il proprio fallimento, in un mondo che obbliga a essere o a fingersi sempre giovani e in gran forma. Lo staccarsi dal trono e dal proscenio, contrapponendo il servizio e la missione (“patiendo et orando “) a un mondo che fa del potere e dell’apparire gli unici valori.
Ci sarà tempo per scandagliare gli altri motivi, più prosaici e mondani, che l’han portato a questa scelta in aggiunta a quelli di salute. Intendiamoci. Le contraddizioni della Chiesa e gli errori, le compromissioni, gli scandali del Vaticano sono tutti ancora lì. Ma che pena le lodi bigotte dei politicanti italioti, decrepiti per età anagrafica e/o politica, abbarbicati alle poltrone finché morte non li separi, che esaltano il gesto “nobile”. Omuncoli che dovrebbero astenersi dal pronunciare il nome di questo gigante della fede e della cultura, che nulla ha mai avuto a che fare (diversamente da tanti cardinali italiani) con la politica, tantomeno con quella nostrana. Altri, più titolati, giudicheranno il pontificato di Benedetto XVI e forse vi scopriranno profili di innovazione (come le aperture a separati e divorziati) che i luoghi comuni della botteguccia domestica ha impedito di riconoscere. Ma sull’uomo Ratzinger qualcosa già si può dire. Nonostante gli anni trascorsi in Italia, più precisamente a Roma, più precisamente in Curia, Ratzinger non è mai diventato italiano, romano, curiale. È sempre rimasto tedesco. Me ne resi conto il 1° settembre 1990, quando Montanelli mi mandò a Rimini a seguire il Meeting di Cielle. L’allora cardinale prefetto del Sant’Uffizio tenne una prolusione, poi si sottopose a una conferenza stampa. L’ingenuità dei miei 26 anni mi suggerì una domanda impertinente che i ras ciellini intorno a lui fulminarono con smorfie di disgusto: “Non crede, eminenza, che dopo la caduta del Muro di Berlino sia ora di finirla con l’unità politica dei cattolici nella Dc?”. Lui invece sorrise e rispose: “La Chiesa non deve identificarsi mai con un partito determinato, ma deve essere aperta a diverse opzioni politiche e porsi a difesa della coscienza morale. Un partito cristiano ha una responsabilità particolare e ci interessa per la formazione di un consenso umano e cristiano nella società che si paganizza”. Aggiunse di preferire una Chiesa di popolo alle “strutture ecclesiastiche più giuridiche che vitali, che in Germania esistono solo perché ci sono i soldi per crearle. Quanti più apparati noi costruiamo, tanto meno c’è spazio per lo spirito, per il Signore, e tanto meno c’è libertà”. L’indomani si scatenò un mezzo putiferio, con i giornali che annunciavano la fine dell’unità dei cattolici in
un solo partito.
Oggi in Vaticano, 23 anni dopo, c’è qualcuno che non l’ha ancora capito.

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  1. anche per NOI, forse
    sarebbe stato meglio
    morire da piccoli
    ed invece tiriamo avanti questa nostra scialba esistenza
    scevri dal tedio di passar alla storia, almeno quanto un bottiglion
    qualsiasi

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