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L’Italia è una Repubblica, fondata sul lavoro

Sottotitolo: il comunismo ha fallito, dice Napolitano, dunque ex appartenente al PCI poi diventato uno dei cosiddetti “miglioristi”, cioè quelli che volevano essere di sinistra ma anche no [proprio come quelli di oggi], quelli che volevano riformare per – appunto – migliorare ma non abbiamo ancora ben capito cosa, visto che non c’è traccia alcuna di riformismo e né tanto meno, di miglioramento, in Italia. Proprio e specialmente nella politica che, anzi, un livello più basso e infimo del nostro di questi ultimi anni non l’aveva più avuto dai tempi in cui il parlamento era stato trasformato in un allegro bivacco di manipoli.

Ora, giusto per capire, ma a quale comunismo si riferiva,  il presidente, a quello sovietico, cinese, quello delle dittature, dei gulag oppure a quello italiano?  vedere casa pound e forza nuova alle tribune elettorali nel 2013 è stato un bel successo democratico? fatico a comprendere, ecco.

Se avessimo avuto un giornalismo meno servile e servo la domanda da fare a Napolitano sarebbe stata questa: “se il comunismo ha fallito il capitalismo e il liberismo cos’hanno fatto? Cosa ha prodotto consegnare la politica a quel potere economico verso il quale doveva essere proprio la politica ad esercitare un controllo serio, severo, rigoroso, anziché diventare lei la controllata e noi cittadini le vittime di entrambi?”

Penso, sinceramente, che si debba smetterla col voler paragonare a tutti i costi il comunismo italiano con quello che ha davvero prodotto “miseria, terrore e morte” come ci ha insegnato berlusconi, l’amico intimo del “sincero democratico”, comunista,  Putin.
Perché è una forzatura tesa a portare fuori strada, a far continuare all’infinito la polemica che “destra e sinistra” non devono più essere considerate. Io invece le considero, eccome, perché se  questo fosse un paese normale dove ci sono una sinistra e una destra, non una DC mascherata da partito riformista ma che non riformerà un cazzo di niente e  una ridicola caricatura del ventennio fascista che oggi si fa rappresentare dal disonesto tycoon in odor di mafia e malaffare la lotta contro il liberismo sfrenato, senza regole e controlli che ci ha condotto al fallimento dovrebbe essere un obiettivo comune alla destra e alla sinistra.

Che paese è quello dove un uomo si suicida per ricordare a tutti, anche al presidente Napolitano che è – sempre – in tutt’altre faccende affaccendato che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro? 

Dice d’alema che lui non ha paura di Grillo ma gl’italiani sì, devono averla.

A d’alema io non crederei nemmeno se fosse stato lui a stabilire che la terra è rotonda e gira intorno al sole; perché la fiducia bisogna sapersela conquistare, e mantenere, e il signor d’alema ha dimostrato – impegnandosi molto peraltro – di non essere per niente una persona politicamente affidabile, anzi.
Nei dintorni di Repubblica [il giornale, nella fattispecie sempre per l’opinione del direttore Zucconi]  invece l’obiettivo è stato spostato verso Ingroia, la cui candidatura sarebbe così inutile da aver raggiunto il livello del “chi me l’ha fatto fare”.

Questa campagna elettorale è brutta per contenuti, volgare per berlusconi, squallida per toni e termini, arrogante perché “o mangi ‘sta minestra o salti dalla finestra”; non sono questi gli argomenti per convincere la gente di essere migliori. 

E chi fa propaganda per conto suo o – e sono la maggioranza – per conto terzi, e la fa male, usando gli stessi toni della politica invece di indurre ad una riflessione seria non fa che creare altra confusione e produrre altre brutture delle quali, ma davvero, non c’è alcuna necessità.

Bastano e avanzano quelle a cui assistiamo ormai da settimane.  

Se invece di osservare le otturazioni dentali di Grillo e la forfora sulla giacca di Ingroia si parlasse di più delle balle quelle sì, pericolose, altro che temere Grillo come suggerisce lo skipper alle cime di rapa che si guardò bene dall’invitare gli italiani a temere berlusconi ma anzi, lo ha agevolato verso una lunga e redditizia carriera politica, forse quel venti per cento di  gente disposta a rivotare l’impostore bugiardo e disonesto si potrebbe ridurre.

Ecco perché confido davvero che, a parte quel venti per cento di indefinibili creature che voteranno ancora il più bugiardo di tutti, il resto degli italiani dia a questi arrogantoni presuntuosi la lezione che si meritano.

Che non vuol dire votare necessariamente il MoVimento o Ingroia ma fargli capire che non è la loro idea di “sinistra” di cui c’è bisogno in questo paese.

I capponi di Renzi
Marco Travaglio, 10 febbraio

Il sindaco di Firenze, anzi di Firenzi, Matteo Renzi accusa Ingroia e Rivoluzione Civile di “autogol” perché farebbe “vincere Berlusconi”. Bersani ripete che “c’è un solo voto utile per battere la destra ed è il voto al Pd”. Per carità, in politica e soprattutto in campagna elettorale ciascuno tira l’acqua al suo mulino. Ma c’è qualcosa di intellettualmente disonesto nel ricatto “o voti Pd o vince B.”. Non stiamo qui a ricordare tutte le volte in cui il centrosinistra resuscitò B. da morte sicura, o accusò noi antiberlusconiani di impedire il dialogo con B. e il reciproco riconoscimento fra destra e sinistra (prima l’accusa colpì i girotondi, poi fu usata dai vertici Ds per cacciare Colombo e Padellaro dall’Unità). Nel 2008 il neonato Pd predicava “le riforme insieme” a B., tant’è che in tutta la campagna elettorale Veltroni evitò accuratamente di nominare “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. E nel 2011 gli astuti strateghi del Pd dichiararono chiusa l’era del berlusconismo e dunque dell’antiberlusconismo (posti sullo stesso piano). I più furbi studiavano un salvacondotto per accompagnare B. alla tomba, essendosi bevuti l’ennesima balla: quella del suo ritiro in favore di Alfano (figuriamoci), con tanto di primarie Pdl (rifiguriamoci). Del resto, sentir dire da Bersani “faremo subito le leggi sul conflitto d’interessi, il falso in bilancio e la corruzione”, fa cascare le braccia: se fosse Renzi a dirlo, qualcuno potrebbe anche crederci, perché Renzi non era al governo né in Parlamento nelle cinque legislature della Seconda Repubblica in cui non si fece nessuna di quelle leggi, anzi se ne fecero parecchie di segno opposto. Ma Bersani in Parlamento e al governo c’era, dunque farebbe bene a non pronunciare più le parole conflitto d’interessi, falso in bilancio e anticorruzione finchè le relative leggi non saranno sulla Gazzetta Ufficiale. E poi una legge anticorruzione il Pd l’ha appena votata assieme ai suoi alleati nella maggioranza che sostiene Monti, guidata dal Pdl, con cui governa da 14 mesi. Una legge finta, anzi dannosa, che riduce le pene per la concussione: guardacaso, proprio il reato di cui risponde B. al processo Ruby. Come può chi governa da 14 mesi con B. accusare Ingroia o Grillo di fare il suo gioco? Dei leader attualmente in campo, gli unici che non hanno mai governato con B. sono proprio Ingroia e Grillo (Monti, Bersani, Fini, Casini e Maroni sono stati tutti in maggioranza con B., chi una, chi più volte). Ma soprattutto: se il Pd teme di perdere le elezioni a causa di Rivoluzione civile, perché non si è alleato con Rivoluzione civile prima del voto e non vuol farlo nemmeno dopo? Ingroia aveva offerto un’alleanza prima del voto: nessuna risposta. Ora offre un’alleanza dopo il voto: nessuna risposta. Anzi, picche. Invece Bersani annuncia a ogni pie’ sospinto che, dopo il voto, governerà con Monti (e tutto il cucuzzaro dei Fini e dei Casini), logorando Vendola ed escludendo a priori Ingroia. Di chi è dunque l’autogol? Renzi voleva addirittura cacciare Vendola dal centrosinistra, col risultato di sprecare i suoi voti, visto che Sel è data dai sondaggi sotto la soglia minima del 4% richiesta per entrare almeno alla Camera. Intanto B., com’è giusto fare col Porcellum che Pdl, Pd e Centro non han voluto cancellare, schiera una coalizione che tiene dentro tutta la destra. La sinistra invece, come al solito, è in ordine sparso. Di chi è dunque l’autogol? Forse occorrerebbe un po’ più di umiltà e di rispetto per gli elettori. Chi vota Ingroia o Grillo lo fa perché preferisce programmi e comportamenti magari ingenui o sbagliati, ma radicalmente diversi dalla solita minestra fallimentare vista e rivista per vent’anni. 
Quei voti non appartengono a Ingroia o a Grillo, ma a quei cittadini. E chi vuole quei voti deve parlare a quei cittadini. Anzi, avrebbe dovuto.

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Una risposta »

  1. in effetti occorrerebbe aggiungere “degli altri” , tanto per chiarire
    che poi anche senza il lavoro i caporioni possono tranquillamente triplicarsi gli stipendi, basta stampare BTP e caricarli sul gobbo dei giovani a venire

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