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Due righe di Civiltà

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Dal Blog di Alessandro Gilioli:

Mamma Aldrovandi e mamma Cancellieri

Davvero torneranno in servizio gli agenti di polizia condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi?

Oggi a Radio24 ho sentito che lo davano per certo e la mamma di Federico esprimeva ovviamente tutto il suo sconforto.

Scartabellando un po’ in giro pare però che la decisione non sia ancora stata presa e che spetti ai i consigli provinciali di disciplina delle questure dove i quattro sono in servizio stabilire se non fargli nulla, sospenderli o radiarli.

Conosco poco le regole della Polizia di Stato – e non so quale grado di autonomia abbiano questi consigli – ma sono abbastanza certo che un segnale forte del Viminale in questo senso sarebbe molto opportuno.

Forza, ministro Cancellieri, faccia vedere che dietro quella bella faccia bonaria da mamma e da nonna di Paese non si nasconde una potente che protegge degli assassini in divisa:  scrivialministro@interno.it

Io ho scritto, aggiungendo a cose  già dette ma purtroppo sono quelle,  qualche pensiero e concetto nuovo nel merito di ciò che penso di questa assurda vicenda.

“Sono una mamma, una mamma qualunque che come tante altre madri e tanti padri non riesce a darsi pace per il lutto che ha colpito altri genitori, la signora Patrizia Moretti e suo marito. 
Per questo non ho mai smesso di seguire le vicende processuali relative all’omicidio di Federico Aldrovandi, e penso che sette anni non sono serviti a nulla né, tanto meno, a rendere giustizia a due genitori, ad una famiglia a cui è stato strappato un figlio, un fratello, in un modo assurdo, ingiusto, violento, ingiustificabile.
Perché se quattro poliziotti fra cui una donna, la qual cosa non mi sembra irrilevante – noi donne siamo fatte per dare la vita e non per toglierla ai figli di altre donne – ammazzano di botte un ragazzino, vengono condannati a tre anni e sei mesi per omicidio colposo ma tre anni sono stati già condonati dall’indulto non se la dovrebbero poter cavare con la solita e insopportabile difesa di casta come quella che si è permesso di fare il segretario generale del Coisp, sindacato della Polizia di Stato che ha definito la sentenza “funzionale al bisogno di vendetta” perché “spesso in carcere non ci vanno mafiosi e criminali”: non è colpa di Federico se la giustizia in Italia viene applicata in modo come dire? creativo, e non avrebbe dovuto dirlo specialmente alla luce di tutto quello che è accaduto nel frattempo, gli insulti ad una madre colpevole di “aver allevato un maiale”, la denuncia per diffamazione che ha dovuto subire e che, a differenza di un’altra recente e analoga circostanza non ha trovato l’appoggio, il sostegno e il perdono di nessuno, né gratis né a pagamento.
E gli insulti a Federico che, se non fosse stato per la tenacia di sua madre sarebbe morto per atti di autolesionismo; un povero drogato che si è suicidato spaccandosi la testa da solo.
Quanto vale la vita di un ragazzino, ministro Cancellieri? meno di un furgoncino scassato dei carabinieri, meno di una vetrina spaccata e di un bancomat divelto dai “disordinatori” [su commissione] di piazza? io, ripeto, non sono la madre di Federico, penso che non avrei avuto la sua stessa forza e resistenza se mai si fosse trattato di mio figlio, penso che il mio cuore si sarebbe spaccato come il suo ma dal dolore, però sono convinta che tante altre madri e tanti padri una risposta la meritino, per capire, sapere cosa può succedere ad un figlio quando esce di pomeriggio, di sera, quand’anche facesse qualche stupidaggine di quelle che quasi tutti i ragazzi fanno. 
Vorremmo sapere quale metodo usano i tutori dell’ordine quando hanno di fronte una persona, un ragazzo, una ragazza che magari ha bevuto una birra di troppo, o ha esagerato con la marijuana. Càpita. Si chiamano ragazzate per questo; che sistemi usano le forze dell’ordine per chi ha, eventualmente, un momentaneo disagio psichico, emozionale, forse gli stessi che si usano nei sotterranei delle carceri e che producono gli stessi effetti collaterali come è accaduto per Stefano Cucchi? o quelli utilizzati quasi sistematicamente in tutte le questure d’Italia da Bolzano a Palermo quale messaggio di benvenuto da parte dello Stato a quei cittadini che hanno la sventura di trovarsi ad avere a che fare con le “poche” mele marce, le schegge impazzite?
Noi dobbiamo sapere fino a che punto il nostro è uno stato civile, di diritto, vogliamo sapere in quale stato civile e di diritto possono capitare tragedie non colpose ma intenzionali – [saltare sul torace di una persona, di un ragazzino fino a spaccargli la cassa toracica e il cuore non può essere derubricato a reato colposo] – come quella che ha riguardato Federico Aldrovandi, morto per un “eccesso colposo in omicidio colposo”, un reato che non esisteva, confezionato frettolosamente proprio in seguito all’omicidio di Federico per poterlo inserire nel processo che lo riguarda, un reato che non ha capo né coda inventato alla bisogna per giustificare e diminuire la bestialità di quattro cosiddette “mele marce”, quelle “schegge impazzite” verso le quali c’è l’assoluta necessità di un atto di responsabilità da parte dello Stato che anche lei si è onorata di rappresentare, di controlli da parte di specialisti, medici, psicologi che certifichino la loro idoneità psicofisica e di conseguenza il loro essere degni della divisa che indossano.
E, quando è il caso di punizioni adeguate quando chi dovrebbe servire lo Stato con onore e rispetto lo tradisce abusando del suo ruolo.
Affinché quello che è successo a Federico, a Stefano, ai tanti morti per niente ma per mano di funzionari dello Stato non debba ripetersi mai più.

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