Destra, sinistra e zone limitrofe

‎”L’aumento della disoccupazione e le previsioni negative per il 2013 non sono un fallimento del governo Monti. Ci sono forze e tendenze di lungo periodo e noi paghiamo errori di lungo periodo”. [Elsa Fornero stamattina, intervistata da Radio Capital]

E siccome anche noi vi pagheremo per un lungo periodo, praticamente a vita, sarebbe gradito che ognuno si prendesse le sue responsabilità. Il ministro del lavoro del governissimo tecnico scelto e voluto da Re Giorgio I era lei, non io o qualcun altro.
E senza piangere, possibilmente.

Destra e sinistra non esistono più solo per chi ha in mente un certo tipo di politica.
Come dire? autoritaria oppure troppo debole.
Non esistono più per Monti che, come berlusconi pensa che il parlamento sia un intralcio, che un governo deve avere la possibilità di agire come vuole senza la seccatura di doversi sottoporre al giudizio dei parlamentari, senza il rischio che un progetto di legge venga reso nullo dalla votazione in parlamento.
Ma non esistono più nemmeno per Bersani che pensa di creare un fil rose, ché definirlo rouge sarebbe offensivo, con esponenti che nulla hanno a che fare col progressismo e il rinnovamento nella politica. Ma che soprattutto ha pensato che per un progetto politico riformista, progressista, innovatore, che metta al centro del dibattito quei diritti civili sempre e puntualmente ignorati, dai quali tutti scappano perché non sono opportuni, non c’è mai tempo, il paese non capisce e non è pronto, ma soprattutto non portano i voti degl’integralisti  cattolici che anche il piddì si tiene in casa fosse necessario il passo indietro verso il centro anziché molti in avanti verso una sinistra vera.
E’ decisamente troppo pretendere di avere una sinistra che rappresenti una parte consistente di cittadini che non ha come punti di riferimento papi e cardinali e non li cerca fra i capi di confindustria, i sindacalisti di destra e nei banchieri; una sinistra e basta e non, invece, una sinistra presunta timorosa di dio e del progresso. Piacerebbe a molti che, ad un mese dal voto si mettessero da parte questi ultimi vent’anni in cui avere un’opposizione e non averla sarebbe stata la stessa cosa, ma non si può fare: SENZA MEMORIA NON C’E’ FUTURO.

Montisti su Marte
Marco Travaglio, 8 gennaio

Con comodo, senza fretta, non appena avranno finito i giochi di prestigio per nascondere portaborse, inquisiti e impresentabili dietro le solite foglie di fico o nelle liste satellite, i partiti potrebbero comunicarci il loro illuminato parere (programma è una parola grossa) in materia di giustizia fiscale. Giunge infatti notizia che la più antica banca svizzera, la Wegelin di San Gallo, fondata nel
1741, chiude i battenti dopo che un suo azionista ha confessato alla Corte distrettuale di Manhattan di aver aiutato alcuni evasori Usa a evadere tasse per 1,2 miliardi di dollari. Condannata a una multa di 74 milioni, la Wegelin è fallita.
E ora rischiano grosso altre 12 banche elvetiche, fra cui i colossi Ubs e Credit Suisse.
Cose che capitano nella culla del capitalismo, dove i reati finanziari sono puniti come gli omicidi, essendo considerati più gravi perché fanno molte più vittime (milioni di contribuenti onesti e l’intero mercato).
Da noi le principali banche hanno evaso negli ultimi anni, col trucchetto dell'”abuso del diritto”, la bellezza di 2 miliardi.
E se la sono cavata con comode multe.
Il ministro Passera, così ricercato da Monti (ma anche dal Pd), è indagato perchè guidava Banca Intesa quando, secondo l’accusa, il gruppo frodava il fisco.
Nessuno rischia la galera, né la chiusura. Anzi, per due volte in un anno il governo Monti ha tentato il colpaccio di depenalizzare l’abuso del diritto.
Ora, la domanda ai nostri politici vecchi e “nuovi” è molto semplice: chi froda il fisco, falsifica i bilanci o comunque viola le regole dell’economia e della finanza deve finire in galera e chiudere bottega sì o no? Siccome tutti, a parole, dichiarano guerra all’evasione, ci dicano chi sono i prigionieri e poi li vadano a prendere. Sono questi concetti elementari e comprensibili che la gente perbene vorrebbe leggere nei programmi. Invece il dibattito elettorale (la dove c’è, dunque non nel Pdl e nella Lega) prosegue sempre più astratto, vaporoso, volatile.
Nel Partito Agenda l’unico problema è dove sistemare la Bad Company di Casini, tant’è che ieri la Stampa, con un titolo davvero soave, informava che “l’Udc proporrà i nomi meno indigesti per il Senato”, mentre gli immangiabili e gli indigeribili andranno alla Camera, luogo per stomaci forti.
A sinistra Vendola vuol mandare “i ricchi all’inferno” (con l’eccezione di don Verzé buonanima, i Marcegaglia e i Riva, si suppone), senza distinguere tra onesti e disonesti.
E naturalmente ce l’ha col “neoliberismo”, di cui vaneggiano anche gli Arancioni, senza spiegare dove sarebbero in Italia questi neoliberisti (negli ultimi anni avete mai visto una liberalizzazione? una privatizzazione? una legge contro i conflitti d’interessi? Un’antitrust?).
Ma il dibattito più stimolante è quello dentro e intorno al Pd. Dopo l’allarme di Polito El Drito, sconvolto dalla scoperta che la sinistra è di sinistra, bisogna — tenetevi forte — trovare degna sistemazione ai “montiani del Pd”, che lamentano di essere stati “esclusi deliberatamente”.
Qualcuno con la mente sgombra riderà a crepapelle: ma perché, nel Pd esistono dei “montiani”? E che ci fanno, visto che Monti si candida al Centro contro il Pd? Non potrebbero, essendo “montiani”, presentarsi in una delle tre liste pro Monti, come saggiamente ha fatto Ichino, visto che le primarie del Pd le ha vinte Bersani e Monti non era neppure candidato, e nemanco iscritto, e ha già fatto sapere che con Bersani premier non farebbe nemmeno il sottosegretario?
Che si direbbe se nel Pd sbucassero pure dei berlusconiani (dichiarati, s’intende) o dei maroniani che chiedono un posto al sole? Di questo passo, potrebbero perfino emergere i vendoliani per Monti, i bersaniani della Lega e gli ingroian-dipietristi del Pdl.
Anzi no, tutto si può dire del Cainano tranne che possa tollerare qualche amico dei giudici. Non vivo, almeno.

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