Feed RSS

25 novembre: che strazio ‘ste giornate contro

Sottotitolo: non andrò a votare alle primarie per i motivi che ho spiegato diffusamente in questi giorni, se avessi deciso diversamente, se chi ha organizzato queste primarie che comunque sono una dimostrazione di democrazia applicata ai fatti non avesse inserito quella trappola di doversi dichiarare elettori di centrosinistra, avrei votato Vendola. Perché pur avendo il cardinale sul comodino è l’unico che forse ce la può fare a riportare la parola SINISTRA sulla scena politica italiana.
E, attenzione a Renzi che invece dice, anzi lo scrive su un libro, che la fede  religiosa non deve rappresentare un pericolo in politica e che non può essere un fatto privato.
 La fede religiosa  E’ e deve restare un fatto privato, anzi, in Italia è urgentissimo che si agisca nel concreto per farcela proprio diventare.

Preambolo: ci sono donne che si ricordano di chiedere il rispetto per le donne il 25 novembre,  come quelle che  l’8 marzo pensando che sia una festa vanno a vedersi  spogliarelli maschili, se ti piace lo spogliarello perché non ci vai tutti gli altri giorni? e se ti piace il rispetto, perché non lo pretendi tutto l’anno, magari  tutti i giorni meno questo?

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: condividi anche tu “se sei contro la violenza sulle donne”.

Un concetto di così rara stupidità non dovrebbe essere pensato da nessuno, figuriamoci scritto su una delle solite fotine che imperversano sui social network e  che ci mostrano donne che si riparano volti, donne coi lividi sulle guance.
Come se la normalità fosse quella di essere “pro” qualsiasi violenza.
Come se ci fosse bisogno di ribadire il proprio no a tutte le violenze.
Non si combatte la violenza con immagini che la esprimono.
Non si è più pacifisti, ovvero contro le guerre, mostrando le foto di bambini dilaniati dalle bombe, per esempio.
Non si combatte la violenza sulle donne confezionando una parola “femminicidio” che a nulla serve se non a distogliere l’attenzione su un dramma  creando l’ennesimo divario, l’ennesima separazione, la quota rosa anche per quel che riguarda il diritto ad essere rispettate fisicamente.
Non esiste il femminicidio, non esiste il gaycidio, non esiste l’ominicidio; esiste l’OMICIDIO, se in questo paese si riuscisse a restare seri almeno sulle cose serie sarebbe un bel passo avanti.
Non ci vuole una legge contro la violenza sulle donne così come non ce ne vuole, non ce ne vorrebbe nessuna contro la violenza verso gli omosessuali, i bambini, i cani, i gatti eccetera.
Ci vuole UNA legge ben fatta per tutti, per le PERSONE – da far rispettare.

In Italia non c’è nemmeno una  particolare emergenza  contro la violenza sulle  donne, non ci siamo neanche sui numeri, le statistiche degli organi internazionali, uno a caso l’ONU, non il club dell’uncinetto quindi, rilevano che l’Italia è nella media di altri paesi, anzi addirittura ci sono paesi del nord Europa dove la media è uguale se non più alta; quello che fanno certi media è puro terrorismo mediatico che viene sfruttato come pretesto da veterofemministe d’antan per appoggiare richieste fuori da ogni logica,  tipo la proposta di legge  Bongiorno – Carfagna circa l’ergastolo per chi uccide le donne. Giulia Bongiorno, l’ottimo avvocato che è riuscita a far prescrivere Andreotti facendolo risultare mafioso solo un po’, quel tanto che bastava per non perdere la carica di senatore a vita, vuole l’ergastolo per gli assassini delle donne. Una proposta di legge che porterebbe la sua firma e quella della nota statista Mara Carfagna, la stessa che voleva inasprire la legge contro lo sfruttamento della prostituzione minorile e non mentre a casa berlusconi si organizzavano le famose cene eleganti a base di anal_coolici e bunga bunga.
E nessuna delle due la considera discriminatoria: un bel passo avanti in fatto di civiltà.
Che bel paese, l’Italia.

La vita ha lo stesso valore per tutte le persone, per le donne, per gli uomini, per i bambini, per omosessuali e transgender;  quindi chi offende, violenta e uccide donne, uomini, bambini, omosessuali e transgender  deve essere punito con la stessa pena. Non una pena diversa, una legge diversa ma l’applicazione esatta di una legge fatta bene. L’allontanamento coatto ad esempio non viene quasi mai fatto rispettare. Perché? quindi quello che si deve pretendere è la certezza della pena, non la diversificazione della gravità del reato.

Una legge pensata per dire che chi uccide un uomo o un gay sia meno colpevole di chi ammazza una donna può produrre solo effetti disastrosi.

Bisogna cambiare la cultura?
Sì, a partire dall’educazione dei bambini che storicamente in questo paese vengono educati e istruiti perlopiù da donne.
La quasi totalità dei bambini, maschi e femmine viene educata dalle madri, da maestre,  dunque da donne, anche alle scuole medie e alle superiori la percentuale degli insegnanti  donna è più alta.

Bisogna cambiare la cultura?
Sì, è assolutamente vero: bisogna cambiare la cultura, a partire proprio da certe madri, e sono tante, che spesso affibbiano ruoli distinti e separati ai figli proprio in base al sesso, genitori e nonni che regalano giocattoli sin dalla tenera età per ribadire la diversità, alle femminucce la tavola da stiro e ai maschi le pistole.
Madri che pretendono che sia la femmina ad aiutare in casa mentre al maschio è concesso potersi spalmare sul divano a guardarsi la partita coi papà.
Madri che non pensano sia utile insegnare anche ai figli maschi come si usa una lavatrice, una lavastoviglie e – appunto – un ferro da stiro, che mutande e calzini sporchi si mettono in lavatrice, non si lasciano sotto al letto, e che la tazza della colazione si può sciacquare e rimettere a posto. Serviti e riveriti finché restano in casa.

Maschi cresciuti pensando che ci siano cose che sono esclusivamente “roba da e per donne”-  in che modo potranno sviluppare un concetto diverso a proposito di rispetto PARITARIO per le donne?
La cultura si insegna da piccoli, in un paese normale.

Annunci

»

  1. Le giornate contro o pro, secondo me funzionano più come “marketing”. Non ci avevo pensato a quello che hai spiegato sulla legge Bongiorno (un grande avvocato tra l’altro, che ha fatto risultare Andreotti mafioso ma solo fino al 1980), sapevo dell’ergastolo ma quando l’ho saputo non ho pensato alla differenza con gli altri omicidi. Ed effettivamente non è giusto. Sarebbe come tornare al delitto “d’onore”, però al contrario.

    PS
    Per le primarie io ho saputo l’altroieri che non è necessaria la registrazione

    Rispondi
    • Sono convinta che i media tengano il banco di tutto quello che si deve sapere e quello che invece non rende in termini di audience, non fa vendere libri, non fa aprire dibattiti infiniti spalmati in ogni dove. C’è un problema enorme, un dramma ad esempio, e che riguarda la violenza contro gli uomini padri a cui viene negato il diritto di poter fare il padre da ex mogli megere che spellano vivi gli ex mariti e a cui negano di poter stare accanto ai figli. Di questo si parla infinitamente meno che delle violenze supposte e presupposte sulle donne.
      Delle primarie non condivido nemmeno la dichiarazione d’intenti a proposito delle porcherie inserite nella cosiddetta agenda Monti.

      Rispondi
  2. Neanch’io credo che le “giornate per…” o “contro…” questo o quest’altro servano davvero a risolvere i problemi; anche perché, come dice un vecchio detto, “passata la festa, gabbato lo santo”. Col tempo, le “giornate per” o “contro” diventano solo occasioni di retorica, e la retorica spesso ottiene l’effetto contrario a quello che in origine si ripropongono i fautori delle “giornate”: crea nell’opinione pubblica assuefazione, crisi di rigetto (“Oh sì, anche quest’anno diranno le solite cose…”) perché il “rito” a lungo andare si confonde nella quotidianità, diventa una sorta di “dovere imposto dall’alto” (dalle istituzioni, dai media, ecc.) e perde la capacità di incidere sulla realtà.
    Insomma, come tu sottolinei, bisognerebbe occuparsi di certe questioni fondamentali, come la violenza di genere, 365 giorni all’anno. Una giornata sola non basta, non può bastare. L’utilità qual è? quella di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica o dei media? Per quest’anno forse allora la “missione è compiuta”, ma quel che davvero conta è che, spenti i megafoni mediatici, bisogna lavorare fin da subito per affrontare i problemi che dalla violenza di genere derivano: se fin da domani tutto sarà dimenticato, allora sarà stata solo una passerella per la solita “retorica” di certi presenzialisti della politica, un’occasione persa e una delusione per i/le veri/e attivisti/e che da anni si battono contro la violenza sulle donne.
    Un concetto di così rara stupidità non dovrebbe essere pensato da nessuno, figuriamoci scritto su una delle solite fotine che imperversano sui social network e che ci mostrano donne che si riparano volti, donne coi lividi sulle guance.
    Come se la normalità fosse quella di essere “pro” qualsiasi violenza.
    Come se ci fosse bisogno di ribadire il proprio no a tutte le violenze.
    Non si combatte la violenza con immagini che la esprimono.
    Non si è più pacifisti, ovvero contro le guerre, mostrando le foto di bambini dilaniati dalle bombe, per esempio.

    Anche su questo sono d’accordo: anzi, molte associazioni e collettivi di donne, quelle/i più consapevoli e meno “allineate/i” al pensiero “mainstream”, hanno fatto notare che certe immagini servono soltanto a reiterare lo stereotipo maschilista della “donna-vittima-pulzella-indifesa”, incapace di autodeterminarsi perché, poverina, sempre ed eternamente debole e in cerca di soccorso. Quelle immagini ribadiscono sottilmente, insomma, che la “natura femminile” consiste nella debolezza, deve solo suscitare compassione e tenerezza e trovare quindi “naturalmente” nel maschio cavaliere-compassionevole il “soccorso” che le è indispensabile.
    Qualcuno dirà: – Ma ci sono donne maltrattate selvaggiamente, alle quali quelle foto si richiamano! –
    Ma certo che ci sono!… Il problema sta nell’ostentazione dell’immagine della “donna-vittima”, ostentazione volta a “suscitare compassione”. Accanto alla donna picchiata e violata bisogna magari far vedere anche la donna combattiva e determinata, che sfida il linguaggio della discriminazione e dell’oppressione proprio con la sua sicurezza interiore, con la consapevolezza di sé, e si propone di portare aiuto, non “compassionevole” ma consapevole , alla “sorella” in difficoltà. La donna non è solo l’eterna pulzella indifesa, perché chi tende a rappresentare le donne, nel loro insieme e sistematicamente, in questo modo, come se mai potessero essere altro che questo, continua a offenderle, a svilirle: e questo, ripeto, non lo dico soltanto io, perché è un ragionamento fatto anche da molti gruppi di donne (e di uomini, anche) impegnate a combattere la cultura “patriarcale” che ancora serpeggia nella società.
    Sul “femminicidio” il discorso, a mio avviso, è un po’ più complesso, perché non si tratta di “numeri”, ma di mentalità, che da noi è ancora da estirpare: cioè il concetto di “femminicidio” non si richiama necessariamente a un'”emergenza” esprimibile come “quantità assoluta” di vittime, ma a una mentalità ancora serpeggiante nelle nostre società (come accennavo poc’anzi). Troppi mariti, fidanzati, ecc., considerano ancora la donna come loro “proprietà” e non accettano, ad es., di venire lasciati o che la loro “proprietà” si ribelli; oppure la considerano corpo a disposizione, ecc. Si potrà dire: troppi quanti? La risposta è questa, secondo me: “troppi” non perché li si è contati uno per uno in relazione al totale della popolazione, ma perché il ripetersi di certi fatti (fidanzate o mogli uccise o perseguitate dagli ex partner) mostra l’esistenza di un “cliché mentale”, che, se non messo platealmente sotto accusa, porta anche all’emulazione; quel “cliché mentale” rivela l’esistenza di una “sottocultura” barbarica e inaccettabile. E – cosa che rende quei “cliché” e quei comportamenti “rilevanti” in senso negativo – non si tratta di comportamenti riconducibili a fasce “marginali” o emarginate della società, ma sono comportamenti (e mentalità) trasversali, dal punto di vista sociale, riscontrabili sia nella “buona borghesia” che presso gli “ultimi” della società.
    La violenza e la sopraffazione, e quindi il modello “autoritario” dei rapporti umani, insito in quei fatti dolorosi (che però si riproduce sotto traccia anche altrove: i delitti sono solo la punta di un “iceberg” più grande…), dovrebbero essere sempre e ovunque combattuti, a mio parere, se si parte da (e si ha a cuore) una concezione democratica ed egualitaria dei rapporti umani e sociali.
    Dunque, secondo me il problema del “femminicidio” è giusto che venga messo in evidenza. Questione ben diversa è la “soluzione” che alcuni/e pensano di fornire al problema medesimo. E in merito trovo giustissimo quel che dici: La vita ha lo stesso valore per tutte le persone, per le donne, per gli uomini, per i bambini, per omosessuali e transgender; quindi chi offende, violenta e uccide donne, uomini, bambini, omosessuali e transgender deve essere punito con la stessa pena. Non una pena diversa, una legge diversa ma l’applicazione esatta di una legge fatta bene. L’allontanamento coatto ad esempio non viene quasi mai fatto rispettare. Perché? quindi quello che si deve pretendere è la certezza della pena, non la diversificazione della gravità del reato.
    Non serve una nuova, ennesima legge, se questa deve servire soltanto a “punire” o a creare discriminazioni fra le vittime (il che sarebbe paradossale…). D’altra parte, più del carcere, che punizione puoi infliggere? Credo che sia molto più utile l’attuazione di misure di prevenzione e di tutela delle vittime (ad es., l’allontanamento coatto, fatto seriamente rispettare, appunto; o anche il sostegno vero e fattivo a centri per l’accoglienza delle donne maltrattate; ma forse molte altre misure possono essere immaginate e realizzate…).
    Ma anche questo lo dicono anche associazioni e collettivi femministi realmente libertari-egualitari.
    Bisogna cambiare la cultura?…
    Sì, assolutamente sì: e proprio questo è il nodo della questione, son d’accordo con te. Perciò la “repressione”, in sé, è insufficiente, se la mentalità diffusa e continuamente riprodotta all’interno dei singoli nuclei familiari non cambia.

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...