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Dell’italica ipocrisia

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«Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione.»  [Ennio Flaiano, morto nel 1972 quando berlusconi non era nemmeno nel peggior immaginario collettivo]

2 novembre: ricordando Pier Paolo

Un uomo che l’Italia, ma soprattutto gl’italiani li aveva capiti benissimo in tempi molto meno sospetti di quello che stiamo vivendo oggi. Basta leggere quel che scriveva e diceva a proposito di potere mediatico quando nessuno avrebbe potuto neanche immaginare il risultato delle sue giuste previsioni. 
E chissà cosa avrebbe potuto scrivere in questi ultimi vent’anni se fosse vissuto ancora un po’ lui che quarant’anni fa già parlava di come i media ma soprattutto la televisione avessero il potere di manipolare in modo irreversibile la testa della gente. Sosteneva infatti [aveva ragione!] che la TV avrebbe imposto il peggior totalitarismo omologando le classi sociali ed appiattendo i gusti in un unico modello buono per tutt*.

Sarebbe scomparsa l’identità in una corsa reciproca all’imitazione.
Pasolini aveva capito che l’unico modo per sottrarsi alla manipolazione di massa era restarne fuori e distinguersi, non conformarsi allo stile di vita dei tutti.
A Pasolini – sono sicura – sarebbe piaciuto molto anche analizzare la rete e i comportamenti di chi la frequenta, un popolo semianonimo la cui maggioranza in quanto ad omologazione non è certamente secondo a quello che si è fatto sedurre da vent’anni di telerincoglionimento a reti pressoché unificate. Anche qui funzionano le mode, funzionano i programmi tutti uguali, quelli con le risatine registrate in sottofondo, anche qui se si prova a star fuori da un certo cliché non va bene. O, come scrivo spesso si resta chiusi in una piccola élite di persone che ancora pensa che si debba dare un valore e un significato a tutto quello che si fa nella vita. 
Io, siccome mi sento un po’ corsara come lui penso che non voglio essere una moda ma restare principalmente una persona.

Di Pietro al Quirinale può darsi che sia una sortita degna di un comico {Cossiga era una persona migliore di Di Pietro? chiedo.}
Ma perché quelli che adesso criticano, ridacchiano e insorgono scandalizzati non l’hanno fatto anche quando il sottosegretario polillo sobrio e raccomandato da cicchitto ha avuto lo stesso pensiero per il “delinquente abituale” {raccomandato da d’alema}?  siccome questo pare essere ancora l’argomento del giorno – con tutto quello di cui si dovrebbe/potrebbe parlare – mi fa piacere, vorrei, voglio ribadire l’assoluta disonesta e ipocrita incoerenza che ha certa gente quando, indegnamente, si mette sui pulpiti al solo scopo di fare – e questo sì che lo è – dello squallido qualunquismo. 
Tutti ladri, nessun ladro? a Di Pietro si possono imputare certamente delle leggerezze, di Pietro va criticato ad esempio perché non volle la commissione di inchiesta sul g8, ma è lo stesso Di Pietro che, sempre ad esempio, il 4 agosto di svariati anni fa sfidò la canicola in un sit in per dire agli italiani che nei palazzi del potere si stava preparando l’ennesimo scippo alla democrazia e alla legalità:  quell’indulto voluto da berlusconi ma concesso dall’accoppiata Prodi e mastella di cui hanno potuto beneficiare oltre a lui svariati criminali di stato fra cui gli assassini di Federico Aldrovandi e i macellai della Diaz.
Se c’è qualcuno che berlusconi lo ha contrastato ogni giorno è proprio e solo Di Pietro.

Da che pulpiti
Marco Travaglio, 2 novembre

Guardiamoci negli occhi e diciamoci la verità: qualcuno, anche fra i più acerrimi nemici e odiatori di Di Pietro, può davvero credere che il linciaggio che sta subendo abbia qualcosa a che fare con la questione morale? Non parlo naturalmente di Report, che non ha mai fatto sconti a nessuno e non può certo essere associato a manovre di alcun genere. Non parlo nemmeno degli house organ di B., che giustamente hanno sempre individuato in Di Pietro il nemico pubblico numero uno del loro padrone e da vent’anni tengono puntato il mirino nella stessa direzione. Parlo dei cosiddetti giornali indipendenti, cioè dipendenti da banche e grandi imprese, i cui capi entrano ed escono dalle patrie galere o sarebbe ora che ci finissero. Se sparano a zero sull’ex pm per dargli il colpo di grazia non è per i suoi errori, che ci sono, e sono enormi. Ma per i suoi meriti. Negli anni di Mani Pulite la grande stampa lo blandiva, nella speranza di trattamenti di favore per i propri editori, che per fortuna non vi furono. Quando poi si affacciò sulla scena politica, i giornaloni e i loro padroni tentarono di metterci il cappello sopra per omologarlo, e ancora una volta ne furono delusi. Se una cosa, in 14 anni di vita fra luci e ombre, l’Idv non ha fatto è stato mettersi al servizio di qualche potere. I padroni del vapore spingevano per l’amnistia? Di Pietro la fece saltare. Premevano per l’inciucio in Bicamerale? Lui fu contro. Predicavano un’opposizione “riformista”, cioè complice, al berlusconismo in nome della “pacificazione”? Lui fece sempre saltare il banco: non si contano le volte in cui il centrosinistra era pronto ad accordarsi con B. sulle peggiori nefandezze, ma si fermò in extremis per paura di regalare voti a Di Pietro. Chi ha trovato pavido il centrosinistra non sa quanto avrebbe potuto essere peggiore senza il timore di “fare il gioco di Di Pietro”.
Con tutti i suoi difetti ed errori, Di Pietro non s’è mai lasciato omologare, anche contro il proprio tornaconto. Nel 2000 il centrosinistra ricicciò Amato, l’uomo che sussurrava a Craxi, e lui solo gli votò contro. Infatti fu espulso dalla Margherita ed estromesso dall’Ulivo, che nel 2001 tracollò contro B. Negli anni dei girotondi, lui in piazza c’era sempre, la nomenklatura sinistra mai. Nel 2002, quando Flores d’Arcais organizzò il Palavobis per i 20 anni di Mani Pulite, l’Idv diede un contributo fondamentale, mentre Violante metteva in guardia gli elettori dal “festeggiare le manette”. Naturalmente gli elettori parteciparono lo stesso, anzi a maggior ragione: tuttora, se dipendesse da loro, il Pd si alleerebbe con Di Pietro e Vendola, mandando Casini dove sappiamo. Ma, se nel ventennio berlusconiano Di Pietro era un pericolo perché impediva al centrosinistra di inciuciare con B., oggi che l’inciucio è cosa fatta (vedrete che delizia, nella prossima legislatura) il pericolo per il sistema è doppio: se i cento e più giovani di 5Stelle che invaderanno le Camere trovassero sponda in un partito già strutturato all’opposizione irriducibile dentro il palazzo e fuori, la miscela esplosiva potrebbe far saltare tutto. Perciò il Corriere titola giulivo: “Di Pietro cade dal podio delle virtù” (e il giornale dei Ligresti, Tronchetti, Marchionne, Mediobanca e Mediobande è il pulpito ideale per insegnare le virtù). E gli house organ della santa alleanza Pd-Casini-Vendola tripudiano per la “fuga” di alcuni deputati Idv, noti frequentatori di se stessi. Solo Grillo, l’altro leader non omologabile, con un atto di generosità e non certo di convenienza, ricorda i meriti del Di Pietro di ieri e anche di domani candidandolo al Quirinale. Naturalmente è una provocazione. Ma almeno, con Di Pietro sul Colle, se Mancino avesse chiamato per aggiustare il suo processo, si sarebbe beccato una pernacchia.
Anzi, forse non avrebbe nemmeno osato telefonare.

Servizio pubblico: Santanché a De Magistris, io e lei siamo molto simili. Gigi: guardi, ho tanti problemi ma fortunatamente questo no

Marco Travaglio: “nell’antica Roma gli aspiranti alle cariche pubbliche dovevano indossare una tunica bianca e immacolata che rappresentava la loro purezza. Da qui la parola “candidati”. Oggi serve una legge per vietare ai partiti di candidare i condannati dato che sembra che i partiti siano obbligati a farlo.

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