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A mai più [ma io, ci credo poco]

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Preambolo: Berlusconi, lascio per amore dell’Italia.[24 ottobre 2012]

Sottotitolo: “‘Tra qualche mese me ne vado… vado via da questo paese di merda… di cui… sono nauseato… punto e basta…”. Queste le sue parole in una conversazione intercettata nell’ambito dell’inchiesta della procura di Napoli sulla presunta estorsione al premier. L’interlocutore telefonico è Valter Lavitola l’uomo accusato di aver fatto da tramite per i versamenti di denaro a Gianpaolo Tarantini. [Repubblica.it]

L’ultima (?) puntata della Silvionovela [Massimo Gramellini]

DALLA DISCESA IN CAMPO ALLE DIMISSIONI, 18 ANNI DI ‘STORIA ITALIANA’

“Non mi ricandido a premier”: dopo quasi un ventennio di potere assoluto, l’anziano miliardario decide di lasciare ad Alfano e soci un Pdl ridotto ad Armata Brancaleone rissosa e perdente. Ora l’ex Caimano deve salvare le sue aziende e salvarsi dai processi. [Il Fatto Quotidiano]
Sarebbe comunque carino se oggi, nel day after della dipartita  dalla politica ufficiale dell’ex  più amato degli 150 anni: il migliore di tutti, quegli [im]prenditori che si spellavano le mani quando b. diceva alle loro assemblee fra una storiella e una barzelletta oscene: “il vostro programma è il mio programma”, che poi altro non è stato che quello di trasformare l’Italia in un’azienda [ormai fallita soprattutto grazie al progetto di b. sostenuto dalla cosiddetta alta finanza italiana] in grado di dare profitto ma a vantaggio dei sempre e soliti noti e altolocati, quelli che si sganasciavano dalle risate quando alle loro assemblee b. raccontava barzellette miserabilmente volgari e dava allegramente del coglione a chi non lo votava. Ecco, sarebbe carino se oggi invece di lamentarsi del disastro e basta provocato non solo dalla crisi ma anche dai governi di b., le cui azioni non sono state ostacolate come avrebbero dovuto da un’opposizione semplicemente e scandalosamente assente quando non addirittura complice del suo agire, avessero il buon gusto di ammettere di essersi sbagliati a sostenerlo senza nemmeno la scusa di essersi fatti rimbecillire dalle sue televisioni visto che non si parla di quella povera martire della casalinga di Voghera presa sempre ad esempio per giustificare tutto il male provocato dall’ignoranza ma di gente di livello un po’ superiore almeno dal punto di vista scolastico.
Io oggi, se fossi un giornalista, invece di andare a sentire le fanfaronate di Renzi o di vaneggiare sull’ultima sortita di Grillo andrei ad intervistare uno per uno questi nostri Grandi [Im]prenditori italiani, chiedergli come e quanto sia cambiata, e se è cambiata in meglio soprattutto, la loro attività e quanto, grazie al miglioramento ottenuto grazie ai meravigliosi e magnifici governi di berlusconi di tutti questi anni sia cambiata in meglio anche la vita dei loro dipendenti.
Ma presumo che, vista la situazione spaventosa della nostra economia dovuta non solo alla crisi ma soprattutto alle ladrate dei grandi delinquenti corruttori e corrotti di stato che hanno frodato e spogliato lo stato e dunque noi, che degli [im]prenditori sono sempre stati buoni amici e spesso soci in affari a nessuno verrà in mente di fare una cosa del genere.
Oggi sembrano tutti impazziti, sono tutti lì a preoccuparsi del buffone fascista, del duce del terzo millennio, ma i veri pazzi sono quelli che in tutti questi anni hanno pensato che la politica fosse qualcosa da restaurare ripudiando le ideologie [sulle quali la politica invece si è sempre fondata] invece e piuttosto che essere ripulita dal marciume e dalla corruzione che hanno ridotto l’Italia un paese a brandelli e allontanato la gente dalla politica “tradizionale” di cui giustamente, non si fidano più.
Sono caduti consapevolmente e per i loro esclusivi interessi nel tranello dell’uomo dei miracoli, quello che aveva in mente di far funzionare un paese come una qualsiasi delle sue aziende, col CDA al posto del parlamento – mentre l’unico obiettivo raggiunto e centrato in pieno è stato quello di trasformarlo in paese a sua immagine e somiglianza – e ancora adesso mentre si stracciano le vesti continuano a rinnegare la politica allineandosi sempre a quella peggiore, vedi ad esempio la Marcegaglia che era una di quelle che ridevano ai congressi e che ha scelto di andare sottobraccio a casini, la faccia “bella” di cuffaro, perché sanno che l’unica politica in grado di garantire per loro è quella che spesso si è avvicinata, quando addirittura non ne ha chiesto la viva e vibrante collaborazione a gente di malaffare, quella in grado di offrire l’aiutino in cambio di quello che leggiamo ogni giorno nelle cronache giudiziarie.
E, come al solito, le vittime di questa guerra fra bande continueremo ad essere noi cittadini, soprattutto i più deboli e indifesi che ormai non possiamo contare neanche più su un presidente della repubblica che invece di garantire soprattutto noi, i deboli e gli indifesi, quelli che grazie a questa bella politica tradizionale hanno perso anche la dignità quando non addirittura la vita, si è messo in testa che il governo dei banchieri sia la migliore soluzione possibile per far riemergere l’Italia dal baratro, non solo economico e finanziario in cui è precipitata.
 
20 anni di improntitudine
Marco Travaglio, 25 ottobre
La prima volta che ho scritto di lui era il 1988.Collaboravo già al suo Giornale, che però era per tutti “il Giornale di Montanelli”, come vicecorrispondente da Torino. Ma anche con un settimanale cattolico torinese, il Nostro Tempo: il direttore Domenico Agasso mi fece recensire un libro bianco anche nella copertina, Inchiesta sul signor tv, di Giovanni Ruggeri e Mario Guarino, Editori Riuniti. Il primo libro che raccontava la storia di Vittorio Mangano, lo “stalliere” di Arcore che poi stalliere non era, e di Marcello Dell’Utri, l’uomo che sussurrava ai cavalli e soprattutto al Cavaliere. Quando poi, nell’autunno ’93, corse voce che Silvio Berlusconi volesse entrare in politica, ne parlai con Montanelli,a pranzo. Per spiegarmi che tipo fosse, mi raccontò la storia del mausoleo di Arcore, poi aggiunse: “È tutto vero, purtroppo. S’è fissato con la politica. Dice che il pool di Milano sta per arrestarlo e le sue aziende stanno fallendo per debiti. S’è fissato di fare il premier, ma se un poco lo conosco vuole diventare presidente della Repubblica. Se ci riesce, e lui è sempre riuscito dappertutto, con quali metodi preferisco non saperlo, siamo rovinati. Sia come italiani (ti dico solo questo: Confalonieri lo chiama ‘il Ceausescu buono’), sia come giornalisti del Giornale.
Mi ha già detto che ci vuole tutti al servizio del suo partito e io gli ho già detto di no. Vedrai che scatenerà l’apocalisse”. Qualche sera dopo, partì il bombardamento a tappeto a reti Fininvest unificate per sloggiare il Vecchio dalla direzione del Giornale. Fede, Liguori, Sgarbi (che gli diede del “fascista pedofilo”). “I manganelli catodici”, li chiamava Montanelli. All’Epifania, Fede chiese al Tg4 le sue dimissioni. Il direttore rispose con un Controcorrente di tre righe: “Fede ha chiesto le nostre dimissioni. Noi, al posto suo, non potremmo mai chiedere le sue, per il semplice motivo che non l’avremmo mai assunto”. L’8 gennaio ’94 Berlusconi irruppe, insalutato ospite, nella riunione di redazione del Giornale, che ormai da due anni non era più suo perché la legge Mammì l’aveva costretto a venderlo, anzi a fingere di venderlo (l’aveva girato al fratello Paolo).
E fece capire a noi redattori, in agitazione per i continui tagli di organico, che se volevamo le munizioni avremmo dovuto combattere la sua battaglia, non quella di Montanelli: cioè indossare il kit di Forza Italia. Altrimenti saremmo rimasti alla fame. Un minuto dopo Montanelli, assente e ignaro di tutto, rassegnava le dimissioni dal Giornale che aveva fondato vent’anni prima per creare un nuovo quotidiano, finalmente libero, “con un solo padrone: il lettore”. Sulla porta del suo ufficio, si formò una lunga fila di giornalisti che lo imploravano di portarli con sé. Quaranta giorni dopo, il 22 marzo, nasceva la Voce. L’Italia precipitava in tutte le classifiche e l’unica cosa che cresceva, oltre al suo conto in banca e ai suoi processi, erano i suoi capelli e la corruzione. In fondo l’aveva detto, quando la Fininvest era sull’orlo della bancarotta: “Trasformerò l’Italia come le mie aziende”. È stato di parola.
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  1. peccato, eppure quest’uomo aveva grandi progetti per il valoroso bobbolo tajano
    adesso ce toccherà aspettà qualche altro eroe o salvatore che dicasi
    silvio, un grande liberista e benefattore, non è riuscito nemmeno a modificà il catasto a metri cubi anzichè a vani e nemmeno a togliere la necessità del permesso comunale a 250 euri se un cittadino vuole abbattere un tramezzo ed allargarsi il cesso

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