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Se fosse…[un paese normale]

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Sottotitolo: l’altro giorno sfogliavo una copia di Repubblica trovata sul tavolino del bar della spiaggia. Pensavo che in redazione avessero perso il vizio di fare domande, e invece la domanda c’è, riguarda Formigoni e la richiesta di chiarimento circa le sue vacanze all’insaputa, come se nel frattempo non fosse successo nulla; ad esempio un presidente della repubblica che facendosi scudo del suo ruolo apre uno scontro senza precedenti con la Magistratura.
Si dice che la verità renda liberi, in un paese sano questa libertà ha molto a che fare con un’informazione altrettanto sana.
Appunto.

 

Ho sempre pensato che il finanziamento pubblico ai giornali fosse una garanzia di libertà. 
Che finanziare cartaccia come Libero, Il giornale, Il foglio del molto intelligente ma soprattutto molto e basta ferrara servisse ad avere la possibilità di poter leggere anche altro, che finanziare diffamatori, calunniatori per mestiere come feltri, belpietro, sallusti e compagnia pessima mi avrebbe garantito di poter leggere chi non diffama, non insulta, non racconta balle, non china la testa davanti al potente e al pre-potente.

Ma in questo ultimo periodo ho dovuto cambiare idea. 

Perché mi ero abituata all’idea che dei servi potessero fare solo quello per cui sono pagati; gli altri, quelli che servi non erano fino a che il centro della scena politica era occupato da un malfattore delinquente assurto al potere grazie alla collaborazione di chi avrebbe dovuto impedirlo in qualsiasi modo e che invece lo ha agevolato rendendogli tutto facile e possibile, avrebbero dovuto continuare a fare altro e cioè INFORMARE. 

E invece questo non succede più; da quando c’è Monti ma soprattutto da quando lo stato – dunque Giorgio Napolitano – ha aperto lo scontro con la Magistratura siciliana non c’è più distinzione fra l’informazione che informava e quella che si mette a disposizione del potere. 

Difendere il prestigio delle istituzioni, semmai si possa ancora parlare in questi termini di quelle italiane non significa mentire, tacere, negare, e non si può chiedere ai cittadini, quelli che pagano, di rendersi complici di questo immondo modo di “fare informazione”.

Io non voglio più contribuire, coi miei soldi, ad armare i sabotatori della verità.

 

Trattativa Stato-mafia, ecco tutte le firme di chi sta con la procura di Palermo

La petizione del Fatto Quotidiano a favore della procura di Palermo raccoglie sempre più adesioni A chiedere la fine dell’accerchiamento dei magistrati anche nomi della cultura e dello spettacolo.

 

I have a dream

 Marco Travaglio, 12 agosto

Il Presidente Napolitano è ripartito da Stromboli ed è tornato a Roma. “Parto — ha tenuto a sottolineare con certosina precisione in un imperdibile colloquio con l’Unità — dopo un soggiorno di poco più di otto giorni, più o meno come lo scorso anno”. Fissata con esattezza la durata della vacanza, restano da chiarire due punti. 
1) La sorte del cinghialotto e dell’upupa avvistati da Scalfari nella tenuta di Castelporziano durante la precedente intervista. 
2) L’esatto stato d’animo del Capo dello Stato: la solerte intervistatrice lo descrive basculante fra il “piacere” per la “schiarita nei rapporti tra il governo e le forze politiche che lo sostengono” e l'”inquietudine” per il “non vedere ancora vicine ad un approdo le discussioni che procedono attraverso continui alti e bassi su una nuova legge elettorale, mentre rimane ancora bloccato il progetto di sia pure delimitate modifiche costituzionali che era stato concordato prima di un’improvvisa virata sul tema così divisivo di un improvvisato cambiamento in senso presidenzialistico della Costituzione”. Almeno è certo che il Presidente gode di un poderoso apparato respiratorio, se riesce a pronunciare frasi di questa portata senza prender fiato. Roba da far invidia al bambino che “gli porge una foto e si rammarica” perché l’autografo presidenziale “fatto con la biro l’anno scorso s’è scolorito” (King George aveva finito l’inchiostro sulle leggi di B.) e — fortunello — “se ne guadagna così subito un altro”. Per carità di patria, l’Unità non lo sfrucuglia sull’altra ossessione: l’inchiesta sulla trattativa e la Mancino chat line. A quella provvedono i tweet clandestini del portavoce Cascella; le azioni disciplinari dell’apposito Pg della Cassazione contro i pm che osano parlare; e i vicemoniti del vicepresidente del Csm, Vietti contro il consigliere Racanelli, reo di aver dato ragione alla Procura di Palermo (azione disciplinare anche per lui? Pubblica gogna per lesa maestà? Si attendono lumi). Insomma, un’estate di inferno: fortuna che è l’ultima, da presidente. E dire che filerebbe tutto liscio, se solo Napolitano desse una ripassata alla Costituzione a proposito dei suoi poteri, evitando di impicciarsi in affari che non lo riguardano. Tipo le inchieste giudiziarie. O le “sia pure delimitate modifiche costituzionali” (non dovrebbe trasmettere la Costituzione intatta al successore, come diceva il suo sia pure ignaro maestro Einaudi?). O la legge elettorale, che è di squisita competenza parlamentare. Invece no, s’è messo in testa di dover (e soprattutto di poter) fare tutto lui. “Rientrando a Roma — minaccia — seguirò più da vicino il processo che dovrebbe portare all’attuazione dell’impegno ormai inderogabile di non tornare alle urne con la legge elettorale del 2005”. Ora, non saremo certo noi a difendere il Porcellum: tant’è che avevamo sostenuto il referendum Parisi-Segni-Di Pietro per tornare al Mattarellum. Ma, grazie anche alla moral dissuasion del Colle, la Consulta lo bocciò, cestinando 1 milione 200mila firme tra gli osanna del Palazzo tutto: “La legge elettorale spetta al Parlamento”. Era il 12 gennaio. È forse cambiato qualcosa? Il boom di 5 Stelle: lui sul momento disse di non averlo udito, ma poi con calma glielo spiegarono. Da allora, ogni notte, si sveglia di soprassalto e lancia un urlo: “Aaaarghhhh!”. Donna Clio, consiglieri, corazzieri, monitatori e trombettieri accorrono al capezzale: “Che è stato, Presidente? Il solito incubo dello spread?”. “No, no”. “L’euro?”. “Macché”. “Ancora la voce di Mancino?”. “Ma va, mica chiama più, quello. Ho di nuovo sognato quel tipo grassoccio, barba e capelli grigi, che si presenta nel mio ufficio in giacca e cravatta ridendo come un pazzo, mi grida all’orecchio ‘Presidenteeeee? Boom!’, poi dice che ha vinto le elezioni e che devo incaricarlo di formare il nuovo governo. Ditemi che non succederà mai”. “Ma no, Presidente, torni a riposare, vedrà che passa anche stavolta. Lo dicono i tweet di Cascella. 
L’upupa e il cinghialotto confermano”.

Se fosse un paese normale, non sarebbe l’Italia

Poi, alla fine, tutti concordi a dire: “L’Italia non è un paese normale.” Anche io, colpevole, l’ho scritto più volte, e ora scopro di essere stata vittima della stessa formuletta ripetuta fino alla nausea, proprio come un mantra.

 

Insomma, è diventato normale, che l’Italia non sia un paese normale, al punto che nemmeno ridiamo delle cose che dovrebbero far ridere o ci indigniamo per quei fatti che dovrebbero destare la nostra indignazione. Allora, siccome non siamo più normali, ma normalizzati, tutti giù a ridere perché quella strana cosa della santanchè, promette per Ottobre, un milione di persone in piazza per “silvio”.

 

Che c’è da ridere? A mio avviso proprio nulla. Non è strano, non è nemmeno impensabile che l’operazione possa andare a buon termine. Portare e deportare un milione di persone in piazza, oggi, non è difficile: ci riuscirono con 30 euro un panino e una bibita, oggi potrebbero anche abbassare il prezzo, e al posto della bibita dare solo una bottiglietta d’acqua scadente. La gente ci andrebbe, aggiungendovi la speranza di poter vedere da vicino, una di quelle facce che così tante volte hanno visto in televisione. Non importa che piaccia o no, l’importante è la foto scattata col cellulare o poter dire: “Io c’ero. L’ho visto! Ammazza oh! Fa davvero schifo da vivo. E poi mi hanno dato anche venti euro.” Per le deportazioni, sappiamo come funziona: basta una casa di riposo di proprietà di un connivente e qualche pullman con l’aria condizionata. Forse la promessa di una bella gita o di un premio al termine della giornata. Così capita già.

 

Peccato davvero che l’Italia ormai sia un paese anormale, questo ci ha fatto perdere l’occasione di una sonora risata, una di quelle gratis, che riempie tutta la bocca. C’era ben altro nelle dichiarazioni di quella vecchia cosa lurida, ossia il veto, per Passera, di ricoprire in futuro la carica di Primo ministro. Un sacrosanto divieto dato dall’etica e dalla morale: “Passera – dice la zoccola – è un evasore fiscale.” (Mi asciugo le lacrime, che per fortuna ancora riesco a ridere)

Se l’Italia non fosse stata così tanto normale nella sua anormalità, il giornalista sarebbe saltato sulla sedia: “Ma come? È come se domani, maroni dicesse che borghezio non può essere ministro perché è un razzista. O come se domani un vescovo dicesse che molestare un bambino è reato, oltre che mero peccato. È come se dell’utri si opponesse alla candidatura di cosentino, perché o’americano è vicino al clan dei casalesi …”

 

Invece no … tutti preoccupati per un milione di morti di fame che venderebbero le proprie figlie per un pieno di benzina. Della dignità e dell’intelligenza, noi ce ne fottiamo.

 

Perché l’Italia non è un paese normale, e se lo fosse non sarebbe l’Italia.

 

Rita Pani (APOLIDE)

 

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Una risposta »

  1. Io non voglio più contribuire, coi miei soldi, ad armare i sabotatori della verità.
    Questo punto ora è acquisito, ci siamo arrivati, lentamente, ma ci siamo arrivati
    Adesso mettiamo in agenda un nuovo punto:
    C’è un servo che accusa un suo coetaneo e collega di partito (sono entrambi ben over 70.000) di far spendere troppi soldi al bobbolo tajano per provvedere alla sua scorta, dimenticandosi che anche lui è stato a sua volta scortato (non so se lo è tuttora), anzi ci fece un grande scoop con l’attentatore invisibile alla sua vita.
    Io direi che è ora di finirla con queste scorte, visto che un po’ tutti rischiano la pelle sul luogo di lavoro

    Rispondi

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