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Piange al telefono

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Sottotitolo: “Abbiamo interi pezzi di società che ormai hanno introiettato i modelli comportamentali dei mafiosi.
E lo si vede in tutti i campi”.
[Antonio Ingroia]

Trattativa, Napolitano-Mancino
Ma che cosa si saranno mai detti? 

Cos’avrà mai detto Napolitano nelle due telefonate intercettate sull’utenza di Mancino? Impossibile saperlo: le conversazioni sono stralciate, segretate e destinate quasi certamente alla distruzione, e il Presidente si è ben guardato dal renderle pubbliche. Ora però la mossa inedita e clamorosa del conflitto contro i pm alla Consulta non fa che ingigantire i sospetti di chi pensa che quei nastri top secret contengano condotte scorrette: dal punto di vista non penale, ma etico-politico-istituzionale.

Il capo dello Stato ha sollevato il conflitto di attribuzione contro i magistrati di Palermo 

Trattativa, Di Matteo: “Ostilità bipartisan quando indagini toccano i potenti”

C’era una volta un paese, e c’era un cittadino qualunque, una volta pare  facesse il ministro, che scopre di essere stato intercettato dalla procura; un giorno il cittadino qualunque interpella  telefonicamente il presidente della repubblica parlandogli, forse, probabilmente, non lo sapremo mai, dei suoi “problemi” [come se fosse normale per tutti i cittadini potersi rivolgere alla massima carica dello stato chiedendogli l’aiutino]; Napolitano parla più e più volte col cittadino qualunque perché questo insiste, molto, non è tranquillo, evidentemente,  e in modo compulsivo  contatta il presidente della repubblica affinché faccia qualcosa, qualcosa che sicuramente non rientra nelle funzioni di un capo dello stato altrimenti nessuno avrebbe il timore che i contenuti di quelle telefonate vengano divulgati.  La morale della favola? quel presidente della repubblica, invece di dire chiaro e tondo al disturbatore di smetterla, pena il rischio di una denuncia per molestie apre un contenzioso, anzi, per meglio dire dichiara guerra  alla Magistratura.
Napolitano giustifica il suo attacco frontale contro i Magistrati dicendo  di voler assicurare chi verrà dopo di lui, l’istituzione,non lo fa per difendere se stesso,  ci mancherebbe.

A me ricorda molto un’altra persona che pretendeva l’immunità totale per il presidente del consiglio: entrambi  lo facevano e lo fanno per difendere il ruolo, l’istituzione, s’intende, fermo restando però che non è obbligatorio mandare uno con dei precedenti penali seri consentendogli poi di fare qualsiasi cosa a beneficio del paese cioè il suo a fare il presidente del consiglio né, per un presidente della repubblica inciuciare sottobanco con chi invece di combattere la mafia la teneva [“presumibilmente”] buona per paura che facesse “boom”…
Il raffinato presidente della repubblica  cita, per giustificare il suo operato,  nientemeno che Luigi Einaudi, purtroppo per lui però non risulta dai libri di storia che Luigi Einaudi passasse il suo tempo a conversare telefonicamente con imputati accusati di reticenza e falsa testimonianza. All’epoca non si usava, nelle funzioni del presidente della repubblica non c’era quella di favorire ex ministri indagati.
E nemmeno quella di mettersi contro quei Magistrati che la mafia la combattono e l’hanno combattuta davvero, tanto da rimetterci il bene supremo che è la vita.
Se le telefonate fra Mancino e Napolitano sono così irrilevanti, cosa teme Napolitano? possibile che Napolitano non sapesse che basta non rispondere a certe telefonate, non intrattenere nessuna conversazione con interlocutori “sospetti” e ancorché indagati per falsa testimonianza per non rischiare niente? Di che parlavano re Giorgio e Nicola, dove sarebbe questo reato di lesa maestà, di privacy violate, cos’è che non si deve PROPRIO sapere circa i contenuti di quelle telefonate tanto far pronunciare Napolitano come un berlusconi qualunque  sul “problema delle intercettazioni”? il problema, ormai lo sanno anche i bambini,  non sono le intercettazioni, il dramma e la tragedia è la caratura delle persone dalle quali quei politici si fanno chiamare, sono loro infatti ad essere intercettate, non le “autorità”,  con cui  i politici conversano più o meno amabilmente e abitualmente  per telefono e gli argomenti di quelle conversazioni. Il problema è che i presidenti della repubblica e del consiglio dovrebbero fare molta attenzione ai loro interlocutori telefonici, o in alternativa farsi comprare qualche sim estera dall’apposito Lavitola.
Come si potranno sentire quei Giudici e Magistrati dopo aver subito i peggiori attacchi per diciotto anni [“pazzi, antropologicamente diversi dalla razza umana, se fossero persone normali farebbero un altro mestiere, cancro, metastasi”] pensando di non poter contare più neanche su loro garante supremo? In che modo potranno affrontare altri processi e quelli già in corso d’opera?  Oggi la Finocchiaro, ex magistrato anche lei per giunta,  dice le stesse cose di cicchitto e gasparri a proposito dell’attacco di Napolitano ai Giudici di Palermo, quali conclusioni dobbiamo trarre? Come possono pretendere la fiducia dei cittadini quelle istituzioni sempre pronte a mettersi contro lo stato dunque contro noi tutti per difendere sempre e solo i loro interessi? chi è che fa antipolitica in questo paese se non la politica stessa?


Lo zio di Mubarak
 Marco Travaglio, 17 luglio

Dunque non eravamo pazzi, noi del Fatto, a occuparci con tanto rilievo e in beata solitudine delle telefonate Quirinale-Mancino sulla trattativa Stato-mafia. Se il Presidente della Repubblica interpella addirittura la Consulta, alla vigilia del ventennale della strage di via D’Amelio, vuol dire che il caso esiste ed è enorme. Naturalmente per noi lo scandalo è il contenuto delle telefonate, almeno quelle ormai note del suo consigliere D’Ambrosio (che fanno sospettare il peggio anche su quelle ancora segrete di Napolitano): un florilegio di abusi di potere e interferenze in un’indagine in corso su richiesta di un potente ma privato cittadino.
Per il Colle invece lo scandalo è che siano state intercettate e non siano state distrutte subito dopo. Insomma, come già B., D’Alema, Fassino & C. per le loro intercettazioni indirette, il Capo dello Stato guarda il dito anziché la luna: se la prende col termometro anziché con la febbre. Il guaio è che la legge non prevede alcuno stop né alcuna immediata distruzione per le intercettazioni indirette del Presidente. Il quale, fatto salvo il caso di messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione, è equiparato a qualunque parlamentare: se Tizio, intercettato, chiama il Presidente o un onorevole qualsiasi e gli comunica “ho appena strangolato mia moglie”, la telefonata è utilizzabile senz’alcuna autorizzazione nei confronti di Tizio per processarlo per uxoricidio. È per usarla contro l’interlocutore coperto da immunità che occorre il permesso delle Camere. Se poi la telefonata è irrilevante, come i pm giudicano i due colloqui Mancino-Napolitano, si fa l’udienza dinanzi al Gip e, davanti alle parti che possono ascoltare tutti i nastri, si distruggono quelli che tutti ritengono inutili. L’abbiamo sostenuto a proposito delle bobine di B. “ascoltato” sulle utenze di Cuffaro, di Saccà, delle Olgettine, della D’Addario, o di quelle di D’Alema e Fassino sul cellulare di Consorte. E lo ripetiamo oggi per quelle di Napolitano, a maggior ragione. Perchè qui non si parla di sesso o attricette, ma di trattative fra lo Stato e Cosa Nostra. Perché qui delle telefonate di Napolitano non è uscita una sillaba (Macaluso si dia pace: se le avessimo, le avremmo già pubblicate). E perché, diversamente da B., D’Alema, Fassino & C., Napolitano non si limita a criticare i pm. Ma li trascina dinanzi alla Consulta, bloccando di fatto le indagini sulla trattativa e accusandoli di un reato gravissimo (la violazione di sue imprecisate “prerogative”), con un conflitto di attribuzioni anti-magistrati mai visto neppure ai tempi dei peggiori presidenti democristiani. Scalfaro, uno dei migliori, fu intercettato dai pm di Milano nel ’93 sul telefono di un banchiere e si guardò bene dallo strillare o dal sollevare conflitti, anche quando la telefonata finì sui giornali: non aveva nulla da nascondere, lui. L’anno scorso B. sollevò il conflitto contro i giudici di Milano, precipitando il Parlamento nella vergogna con la barzelletta di Ruby nipote di Mubarak e delle chiamate in questura per evitare incidenti con l’Egitto. Fu respinto con perdite e risate, così come si era visto bocciare i lodi Schifani e Alfano. Da allora si sperava che i politici si fossero rassegnati all’eguaglianza davanti alla legge. Invece, anziché pubblicare le sue telefonate per dimostrare che non c’è nulla di scorretto, Napolitano invoca la legge bavaglio per bloccarne la diffusione, tra gli applausi di politici, intellettuali e giornali che, quando la reclamava B., mettevano online le sue intercettazioni indirette e lanciavano campagne a base di post-it gialli. Poi sguinzaglia i giuristi e le penne di corte. Infine scatena l’Avvocatura dello Stato e la Corte, citando l’incolpevole Luigi Einaudi per rivendicare resunte “prerogative”: tanto Einaudi non può smentirlo, solo rivoltarsi nella tomba. È l’evoluzione della specie: dalla nipote di Mubarak allo zio di Mubarak.

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